La libertà della Chiesa nello Stato comunista

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VII — Risolvendo obiezioni finali
Durante questo lavoro, abbiamo risolto diverse obiezioni immediatamente correlazionate ai diversi temi trattati. Ora analizzeremo altre obiezioni che, non dovendo essere abbordate necessariamente nello svolgimento dell'esposizione, vengono più comodamente per i lettori, in questo capitolo.
1. Difendendo in questo modo il diritto di proprietà, la Chiesa abban-donerebbe la lotta contro la miseria e la fame.
Quest'obiezione ci da modo di considerare gli effetti catastrofici che, sotto l'angolo visuale del bene temporale, il silenzio della Chiesa in materia di proprietà, nello Stato comunista, potrebbe produrre.
Analizzate, quindi, le principali obiezioni che potrebbero essere presentate a un tale silenzio, dal punto di vista della missione docente, e da quello della missione santificatrice della Chiesa, consideriamo un effetto secondario, ma interessante, dello stesso silenzio: sarebbe il Suo pattuare con la disseminazione progressiva della miseria in una situazione mondiale marcata dal progresso della collettivizzazione.
Ogni uomo cerca di provvedere anzitutto alle sue necessità personali, a causa di un movimento istintivo continuo, potente e fecondo. Quando si tratta della propria conservazione, l'intelligenza umana lotta più facilmente contro le sue limitazioni, e cresce in acutezza ed agilità. La volontà vince con maggior facilità l'ozio ed affronta con maggior vigore gli ostacoli e le lotte.
Questo istinto, quando contenuto nei giusti limiti, non deve essere contrariato, ma invece appoggiato ed approfittato come un prezioso fattore di arricchimento e di progresso; e in nessun modo può essere peggiorativamente qualificato di egoismo. Esso è l'amore a se stesso, che secondo l'ordine naturale delle cose deve giacere al di sotto dell'amore verso il Creatore, e al di sopra dell'amore al prossimo.
Negate queste verità, rimarrebbe annichilito il principio della sussidiarietà, presentato dall'Enciclica "Mater et Magistra" come elemento fondamentale della dottrina sociale cattolica (cf. AAS, vol. LIII, pp. 414-415).
Difatti, è in virtù di questa gerarchia nella carità, che ogni uomo deve provvedere direttamente a sé stesso tanto quanto sta nelle sue risorse personali, ricevendo l'ausilio dei gruppi superiori — famiglia, corporazione, Stato — soltanto nella misura di ciò che gli sia impossibile fare da sé. È in virtù dello stesso principio che la famiglia e la corporazione (enti collettivi dei quali si può anche dire che "omne ens appetit suum esse") velano prima e direttamente su se stessi, ricorrendo allo Stato soltanto quando fosse indispensabile. E lo stesso si ripete riguardo alle relazioni tra lo Stato e la società internazionale.
In conclusione, sia pei dettami della sua ragione, come pel suo proprio istinto, tutto nella natura chiede all'uomo di appropriarsi dei beni per garantire la sua sussistenza, e renderla ricca, decorosa e tranquilla. E il desiderio di possedere degli averi propri, e di moltiplicarli, è il grande stimolante del lavoro, e perciò un fattore essenziale dell'abbondanza della produzione.
Come abbiamo visto, l'istituto della proprietà particolare, che, è il corollario necessario di questo desiderio, non può essere considerato come un semplice fondamento di privilegi personali. Esso è condizione indispensabile ed efficacissima della prosperità di tutto il corpo sociale.
Il socialismo e il comunismo affermano che l'individuo esiste primordialmente per la società, e che deve produrre direttamente, non per il suo proprio bene, ma per il bene di tutto il corpo sociale.
Con ciò, il migliore stimolo del lavoro cessa, la produzione per forza decade, l'indolenza e la miseria si generalizzano in tutto la società. E l'unico mezzo — ovviamente insufficiente — che il Pubblico Potere può impiegare come stimolo di produzione è la frusta...
Non neghiamo che nel regime della proprietà particolare possa succedere — ed è accaduto spesso — che i beni prodotti con abbondanza circolino difettosamente nelle varie parti del corpo sociale, accumulandosi qua, e scarseggiando là. Questo fatto ci induce a tutto fare in favore di una diffusione proporzionale della ricchezza nelle diverse classi sociali. Però non si spiega la nostra rinunzia alla proprietà particolare, né alla ricchezza che da essa nasce, per rassegnarci al pauperismo socialista.
2. Quanto a uno Stato non completamente collettivizzato, non valgono gli argomenti contrari alla coesistenza della Chiesa con uno Stato totalmente collettivizzato.
Secondo certe notizie della stampa, qualche governo comunista annuncia, pari passu con la concessione di certa libertà religiosa, il proposito di operare un indietreggiamento parziale nel socialismo, ammettendo di fatto se non di diritto, a titolo provvisorio, qualche forma di proprietà privata. In questo caso l'influenza del regime sulle anime sarebbe meno funesta. La predicazione e l'insegnamento cattolico potrebbero dunque accettare di passare sotto silenzio, non propriamente il principio della proprietà privata, ma tutta la estensione che essa ha nella morale cattolica?
A questo si potrebbe rispondere che non sempre i regimi più brutalmente antinaturali — o gli errori più flagranti e dichiarati — sono quelli che riescono a deformare più profondamente le anime. Per esempio, l'errore scoperto o l'ingiustizia brutale indignano e fanno orrore, mentre sono accettate come normali le mezze ingiustizie e come verità i mezzi errori; e gli uni e le altre corrompono più rapidamente le menti. È stato più facile combattere l'arianesimo che il semi-arianesimo, il pelagianesimo che il semi-pelagianesimo, il protestantesimo che il giansenismo, la Rivoluzione brutale che il liberalismo, il comunismo che il socialismo attenuato. S'aggiunga che la missione della Chiesa non consiste appena nel combattere gli errori brutalmente radicali e flagranti, ma nell'espellere dalla mente dei fedeli ogni e qualsiasi errore, sia pur tenue, per far brillare agli occhi di tutti la verità integrale e senza macchia insegnata da Gesù Cristo Nostro Signore.
3. Il senso di proprietà è tanto radicato nei contadini di certe regioni europee, che può essere trasmesso da generazione a generazione, quasi come il latte materno, attraverso il semplice insegnamento del catechismo nella famiglia. Perciò, la Chiesa potrebbe passar sotto silenzio il diritto di proprietà durante decenni, senza danno per la formazione morale dei fedeli.
Non possiamo negare che il senso di proprietà sia vivo in alcune regioni europee. È noto che a causa di tutto ciò i comunisti hanno dovuto retrocedere nella loro politica di confisco e, per esempio, restituire le terre ai piccoli proprietari della Polonia.
Tuttavia, queste ritirate strategiche, frequenti nella storia del comunismo, non costituiscono da parte dei settari comunisti nient'altro che un'attitudine del momento, una rassegnazione per vincere in seguito più completamente. Appena le circostanze glielo permettono, tornano alla carica con astuzia e forze raddoppiate.
Sarà questo il momento di maggior pericolo. Esposti all'azione della tecnica propagandistica più scaltra e raffinata, i contadini dovranno soffrire per un tempo indeterminato l'offensiva della ideologia marxista.
Chi non si spaventa nell'immaginare esposta a questo rischio la giovane generazione dì qualunque parte della terra? Ammettere che il semplice senso abituale e naturale della proprietà personale costituisca di solito la corazza completamente tranquillizzatrice contro un pericolo così grande, è aver troppa fiducia in un fattore umano. In realtà, senza l'azione diretta e soprannaturale della Chiesa, che prepara i suoi figli con ogni antecedenza e li assiste nella lotta, è poco probabile che fedeli di qualunque nazione e di qualunque condizione sociale possano resistere alla prova.
Inoltre, come già abbiamo detto, non ci sembra lecito, in ogni caso, che la Chiesa sospenda durante decenni l'esercizio della sua missione, la quale consiste nell'insegnare integralmente la Legge di Dio.
4. La coesistenza della Chiesa con uno Stato comunista sarebbe possibile se tutti i proprietari rinunziassero ai loro diritti.
Nell'ipotesi di una tirannia di ispirazione comunista, disposta a tutte le violenze per imporre il regime della comunità di beni; e di proprietari che persistono nell'affermare i loro diritti contro lo Stato il quale non li ha creati né li può sopprimere validamente, qual è la soluzione per la tensione da ciò risultante?
Non si vede nulla di immediato a non essere la lotta. Però, non una lotta qualunque, ma una lotta mortale di tutti i cattolici fedeli al principio della proprietà particolare, posti in un'attitudine di legittima difesa contro lo sterminio provocato da un Potere tirannico, la cui brutalità bestiale dinanzi a un rifiuto della Chiesa può giungere ad estremi imprevisti. Una rivolta con tutti gli episodi atroci che le sono inerenti, l'impoverimento generale e le inevitabili incertezze quanto alla conclusione della tragedia.
Posto questo, si potrebbe domandare se i proprietari non sarebbero obbligati allora in coscienza a rinunziare al loro diritto in favore del bene comune, permettendo quindi lo stabilimento della comunità di beni sopra una base moralmente legittima, a partire da cui il cattolico potrebbe accettare senza problemi di coscienza il regime comunista.
Questa scusa è inconsistente. Essa confonde l'istituzione della proprietà particolare, come tale, col diritto di proprietà di persone concretamente esistenti in un dato momento storico. Ammessa come valida la desistenza di queste persone al loro patrimonio, imposta sotto l'effetto di una brutale minaccia al bene comune, i loro diritti cesserebbero: di qui non decorrerebbe in nessun modo la eliminazione della proprietà particolare come istituzione. Essa continuerebbe esistendo, per modo di dire, "in radice", nell'ordine naturale stesso delle cose, come immutabilmente indispensabile al bene spirituale e materiale degli uomini e delle nazioni, e come un imperativo irremovibile della Legge di Dio.
E, per il fatto di continuare ad esistere così "in radice", essa nasce-rebbe ad ogni momento. Ogni qualvolta che, per esempio, un cacciatore o un pescatore si impadronisse, nel mare o nell'aria, del necessario per il suo mantenimento e per accumulare qualche economia; ogni qualvolta che un'intellettuale o un lavoratore bracciale produce più dell'indispensabile per la vita quotidiana, e riservasse per sé il soverchio, verrebbero ricostituite piccole proprietà particolari, originate nelle profondità dell'ordine naturale delle cose. E, com'è normale, queste proprietà tenderebbero a crescere... Per evitare ancora una volta la rivoluzione anticomunista, sarebbe necessario ripetere ad ogni momento le rinunzie, ciò che conduce evidentemente all'assurdo.
È da aggiungere che, in numerosi casi, l'individuo non potrebbe fare una tale rinunzia senza peccare contro la carità verso sé stesso. E questa rinunzia urterebbe frequentemente contro i diritti di un'altra istituzione, profondamente affine alla proprietà, e ancor più sacra di essa, cioè la famiglia. Difatti, sarebbero numerosi i casi in cui il membro di una famiglia non potrebbe operare una tale rinunzia, senza mancare alla giustizia e alla carità verso i suoi.
• LA PROPRIETÀ PARTICOLARE E LA PRATICA DE LA GIUSTIZIA: Ci siamo proposti di fare qui, dopo aver descritto e giustificato questo continuo rinascere del diritto della proprietà particolare, una considerazione che senza ciò non potrebbe essere fatta con la chiarezza necessaria.
Trattasi della virtù della giustizia nelle sue relazioni con la proprietà particolare. Nell'item VI, n.° 2, lettera "b", di questo saggio, abbiamo parlato della parte svolta dalla proprietà nella conoscenza e nell'amore della virtù della giustizia. Consideriamo adesso la parte svolta dalla proprietà nella pratica della giustizia.
Dato che, ad ogni momento, dei diritti di proprietà stanno nascendo nei paesi comunisti come altrove, lo Stato collettivista, che confisca i beni particolari, si trova né più né meno, moralmente, situato nella condizione di brigante. E coloro che ricevono dallo Stato i beni confiscati si trovano in principio, di fronte al proprietario frodato, come chi si arricchisce coi beni rubati.
Qualunque moralista prevede facilmente, a partire da questo punto, l'immensa successione di difficoltà che recherà la collettivizzazione dei beni alla pratica della virtù della giustizia. Queste difficoltà saranno tali che, massimamente negli Stati poliziali, esigiranno con frequenza, forse ad ogni momento, degli atti eroici da parte di ogni cattolico. Ciò che è una prova in più, dell'impossibilità della coesistenza tra la Chiesa e lo Stato comunista.
5. Essendo il comunismo tanto antinaturale, esso ha una esistenza necessariamente effimera. Così, la Chiesa potrebbe accettare un "modus vivendi" appena per qualche tempo, fino a vederlo cadere marcio o per lo meno in via di attenuazione.
A tutto ciò potrebbero essere date varie risposte:
a) Questo carattere "effimero" sarebbe, per lo meno, molto relativo. Da quasi mezzo secolo il comunismo sta dominando la Russia. Chi può dire con sicurezza quando cadrà? Soltanto Dio, che conosce il futuro, può dirlo.
b) Per lo stesso fatto di attenuarsi, tale regime si prolungherebbe, poiché rimarrebbe meno antinaturale. Questa attenuazione non sarebbe, dunque, una marcia verso la rovina, ma un fattore di consolidamento.
c) Ci sono regimi profondamente contrari a fondamentali esigenze di natura umana, ma che durano indefinitivamente. Così la barbarie di alcuni popoli aborigeni dell'America o dell'Africa, che durò secoli e ancor più durerebbe per la sua intrinseca vitalità, se fattori esterni non la stessero eliminando. E anche così, con quale fatica si sta svolgendo questa sostituzione di un ordine antinaturale per un altro più naturale!
6. A prima vista, si direbbe che certi gesti di "distensione" del compianto Papa Giovanni XXIII in relazione alla Russia sovietica, potrebbero orientare lo spirito in senso opposto alle nostre conclusioni.
Invece, è proprio il contrario.
Tali gesti di Giovanni XXIII possono essere situati completamente nel piano delle relazioni internazionali.
Quanto al piano in cui si pone il presente studio, lo stesso Pontefice, riaffermando nella Enciclica "Mater et Magistra" le condanne fulminate dai suoi Predecessori contro il comunismo, ha lasciato ben chiaro che non può esistere smobilitazione dei cattolici di fronte a questo errore che i documenti pontifici ripudiano con estremo vigore.
E, nello stesso senso, da parte del Papa Paolo VI, gloriosamente regnante, è da registrare tra gli altri, questo espressivo pronunziamelo: "Non si creda pure che questa sollecitudine pastorale, assunta oggi dalla Chiesa come programma primordiale che assorbe la sua attenzione e attrae le sue preoccupazioni, significhi un cambiamento del giudizio formulato circa gli errori disseminati nella nostra società, e già condannati dalla Chiesa, come il marxismo ateo, per esempio. Cercare di applicare rimedi salutari ed urgenti a una malattia contagiosa e mortale non vuol dire cambiare opinione riguardo a questa malattia, ma, al contrario, significa cercare di combatterla non solo in teoria, ma praticamente; significa che vogliamo, dopo il diagnostico, applicare una terapeutica, cioè dopo la condanna dottrinaria, applicare la carità salutare" (Allocuzione del 6 settembre 1963, alla XIII Settimana Italiana di Adattazione Pastorale, di Orvieto — AAS, vol. LV, p. 752).
Analoga posizione è stata presa molte volte nel presente pontificato dall’"Osservatore Romano", organo ufficioso del Vaticano. Si legge, per esempio, nel numero del 20 marzo u.s. della sua edizione in francese: "Lasciando da parte le distinzioni più o meno fittizie, è sicuro che nessun cattolico, direttamente o indirettamente, può collaborare coi comunisti, poiché alla incompatibilità ideologica tra Religione e materialismo (dialettico e storico) corrisponde una incompatibilità di metodi e di fini, incompatibilità pratica, cioè morale" (articolo "Le rapport Ilitchev", di F. A.). E in un'altro articolo dello stesso numero: "Affinché il Cattolicesimo e il comunismo fossero conciliabili occorrerebbe che il comunismo non fosse comunismo. Ora, pure nei molteplici aspetti della sua dialettica, il comunismo non cede a ciò che dice riguardo ai suoi fini politici ed alla sua intransigenza dottrinaria. È così che la concezione materialista della Storia, la negazione dei diritti detta persona, l'abolizione detta libertà, il dispotismo dello Stato, e l'esperienza economica stessa, piuttosto infelice, mettono il comunismo in opposizione con la concezione spiritualista e personalista della società come deriva dalla dottrina sociale del Cattolicesimo (…)" (articolo "A propos de solution de remplacement").
Ancora nello stesso senso, si può menzionare la Lettera collettiva del Venerando Episcopato Italiano contro il comunismo ateo, con data del 1.° Novembre 1963.
Del resto, anche da fonti comuniste non sono mancate le affermazioni sull'impossibilità di una tregua ideologica o di una coesistenza pacifica tra la Chiesa e il comunismo: "Coloro che propongono l'idea della coesistenza pacifica, in materia ideologica, vanno esattamente verso una posizione anticomunista" (Kruchev, cfr. telegramma del 11-3-63 della AFP e ANSA, "O Estado de São Paulo" del 12-3-63). "La mia impressione è che mai, e in nessun campo, (...) sarà possibile arrivare ad una coesistenza del comunismo con altre ideologie e pertanto con la religione" (Adjubei, cfr. telegramma del 15-3-63 dell'ANSA, UPI e DPA, "O Estado de São Paulo" del 16-3-63). "Non c'è conciliazione possibile tra il cattolicesimo e il comunismo" (Palmiro Togliatti, cfr. telegramma del 21-3-63 dell'AFP, "O Estado de São Paulo" del 22-3-63). "Una coesistenza pacifica delle idee comunista e borghese costituisce un tradimento contro la classe operaia (...). Non c'è mai stata coesistenza pacifica delle ideologie; non c'è mai stata né potrà esserci" (Leonid Ilitchev, segretario della Commissione Centrale e presidente della Commissione Ideologica del PCUS, cfr. telegramma del 18-6-63 dell'AFP, ANSA, AP, DPA e UPI, "O Estado de São Paulo" del 19-6-63). "I sovietici rigettano l'accusa che Mosca applichi anche il principio della coesistenza nella lotta di classe, e affermano che neppure l'ammettono sul terreno ideologico" (lettera aperta della CC del PCUS, cfr. telegramma delle agenzie sopraccitate, del 15-7-63, "O Estado de São Paulo" del 17-7-63).
In tali condizioni, è evidente che la Chiesa militante non ha rinunciato, né potrebbe rinunciare, alla libertà essenziale per lottare contro il suo terribile avversario.
7. La coesistenza potrebbe essere accettata in un regime di "pia fraus", cioè se la Chiesa accettasse la coesistenza con qualche regime comunista, formulandosi l'"arrière pensée" di frodare quanto possibile il patto che con esso abbia stabilito.
Considerata l'ipotesi di un patto esplicito, dobbiamo obiettare che a nessuno è permesso compromettersi a far qualcosa di illecito. Se, dunque, l'accettazione delle condizioni di cui stiamo trattando è illecita, il patto da esse costituito non può essere effettuato.
Quanto all'ipotesi di un patto implicito, si può dire — per non considerare che questo solo aspetto — che c'è ingenuità nell'immaginare che le autorità comuniste, di carattere sopratutto poliziesco e servite dai potenti ricorsi della tecnica moderna, non riuscirebbero a conoscere immediatamente le violazioni sistematiche di tale patto.

VII — Risolvendo obiezioni finali

 

Durante questo lavoro, abbiamo risolto diverse obiezioni immediatamente correlazionate ai diversi temi trattati. Ora analizzeremo altre obiezioni che, non dovendo essere abbordate necessariamente nello svolgimento dell'esposizione, vengono più comodamente per i lettori, in questo capitolo.


1. Difendendo in questo modo il diritto di proprietà, la Chiesa abbandonerebbe la lotta contro la miseria e la fame.


Quest'obiezione ci da modo di considerare gli effetti catastrofici che, sotto l'angolo visuale del bene temporale, il silenzio della Chiesa in materia di proprietà, nello Stato comunista, potrebbe produrre.


Analizzate, quindi, le principali obiezioni che potrebbero essere presentate a un tale silenzio, dal punto di vista della missione docente, e da quello della missione santificatrice della Chiesa, consideriamo un effetto secondario, ma interessante, dello stesso silenzio: sarebbe il Suo pattuare con la disseminazione progressiva della miseria in una situazione mondiale marcata dal progresso della collettivizzazione.


Ogni uomo cerca di provvedere anzitutto alle sue necessità personali, a causa di un movimento istintivo continuo, potente e fecondo. Quando si tratta della propria conservazione, l'intelligenza umana lotta più facilmente contro le sue limitazioni, e cresce in acutezza ed agilità. La volontà vince con maggior facilità l'ozio ed affronta con maggior vigore gli ostacoli e le lotte.


Questo istinto, quando contenuto nei giusti limiti, non deve essere contrariato, ma invece appoggiato ed approfittato come un prezioso fattore di arricchimento e di progresso; e in nessun modo può essere peggiorativamente qualificato di egoismo. Esso è l'amore a se stesso, che secondo l'ordine naturale delle cose deve giacere al di sotto dell'amore verso il Creatore, e al di sopra dell'amore al prossimo.


Negate queste verità, rimarrebbe annichilito il principio della sussidiarietà, presentato dall'Enciclica Mater et Magistra come elemento fondamentale della dottrina sociale cattolica (cf. AAS, vol. LIII, pp. 414-415).


Difatti, è in virtù di questa gerarchia nella carità, che ogni uomo deve provvedere direttamente a sé stesso tanto quanto sta nelle sue risorse personali, ricevendo l'ausilio dei gruppi superiori — famiglia, corporazione, Stato — soltanto nella misura di ciò che gli sia impossibile fare da sé. È in virtù dello stesso principio che la famiglia e la corporazione (enti collettivi dei quali si può anche dire che "omne ens appetit suum esse") velano prima e direttamente su se stessi, ricorrendo allo Stato soltanto quando fosse indispensabile. E lo stesso si ripete riguardo alle relazioni tra lo Stato e la società internazionale.


In conclusione, sia pei dettami della sua ragione, come pel suo proprio istinto, tutto nella natura chiede all'uomo di appropriarsi dei beni per garantire la sua sussistenza, e renderla ricca, decorosa e tranquilla. E il desiderio di possedere degli averi propri, e di moltiplicarli, è il grande stimolante del lavoro, e perciò un fattore essenziale dell'abbondanza della produzione.


Come abbiamo visto, l'istituto della proprietà particolare, che, è il corollario necessario di questo desiderio, non può essere considerato come un semplice fondamento di privilegi personali. Esso è condizione indispensabile ed efficacissima della prosperità di tutto il corpo sociale.


Il socialismo e il comunismo affermano che l'individuo esiste primordialmente per la società, e che deve produrre direttamente, non per il suo proprio bene, ma per il bene di tutto il corpo sociale.


Con ciò, il migliore stimolo del lavoro cessa, la produzione per forza decade, l'indolenza e la miseria si generalizzano in tutto la società. E l'unico mezzo — ovviamente insufficiente — che il Pubblico Potere può impiegare come stimolo di produzione è la frusta...


Non neghiamo che nel regime della proprietà particolare possa succedere — ed è accaduto spesso — che i beni prodotti con abbondanza circolino difettosamente nelle varie parti del corpo sociale, accumulandosi qua, e scarseggiando là. Questo fatto ci induce a tutto fare in favore di una diffusione proporzionale della ricchezza nelle diverse classi sociali. Però non si spiega la nostra rinunzia alla proprietà particolare, né alla ricchezza che da essa nasce, per rassegnarci al pauperismo socialista.


2. Quanto a uno Stato non completamente collettivizzato, non valgono gli argomenti contrari alla coesistenza della Chiesa con uno Stato totalmente collettivizzato.


Secondo certe notizie della stampa, qualche governo comunista annuncia, pari passu con la concessione di certa libertà religiosa, il proposito di operare un indietreggiamento parziale nel socialismo, ammettendo di fatto se non di diritto, a titolo provvisorio, qualche forma di proprietà privata. In questo caso l'influenza del regime sulle anime sarebbe meno funesta. La predicazione e l'insegnamento cattolico potrebbero dunque accettare di passare sotto silenzio, non propriamente il principio della proprietà privata, ma tutta la estensione che essa ha nella morale cattolica?


A questo si potrebbe rispondere che non sempre i regimi più brutalmente antinaturali — o gli errori più flagranti e dichiarati — sono quelli che riescono a deformare più profondamente le anime. Per esempio, l'errore scoperto o l'ingiustizia brutale indignano e fanno orrore, mentre sono accettate come normali le mezze ingiustizie e come verità i mezzi errori; e gli uni e le altre corrompono più rapidamente le menti. È stato più facile combattere l'arianesimo che il semi-arianesimo, il pelagianesimo che il semi-pelagianesimo, il protestantesimo che il giansenismo, la Rivoluzione brutale che il liberalismo, il comunismo che il socialismo attenuato. S'aggiunga che la missione della Chiesa non consiste appena nel combattere gli errori brutalmente radicali e flagranti, ma nell'espellere dalla mente dei fedeli ogni e qualsiasi errore, sia pur tenue, per far brillare agli occhi di tutti la verità integrale e senza macchia insegnata da Gesù Cristo Nostro Signore.


3. Il senso di proprietà è tanto radicato nei contadini di certe regioni europee, che può essere trasmesso da generazione a generazione, quasi come il latte materno, attraverso il semplice insegnamento del catechismo nella famiglia. Perciò, la Chiesa potrebbe passar sotto silenzio il diritto di proprietà durante decenni, senza danno per la formazione morale dei fedeli.


Non possiamo negare che il senso di proprietà sia vivo in alcune regioni europee. È noto che a causa di tutto ciò i comunisti hanno dovuto retrocedere nella loro politica di confisco e, per esempio, restituire le terre ai piccoli proprietari della Polonia.


Tuttavia, queste ritirate strategiche, frequenti nella storia del comunismo, non costituiscono da parte dei settari comunisti nient'altro che un'attitudine del momento, una rassegnazione per vincere in seguito più completamente. Appena le circostanze glielo permettono, tornano alla carica con astuzia e forze raddoppiate.


Sarà questo il momento di maggior pericolo. Esposti all'azione della tecnica propagandistica più scaltra e raffinata, i contadini dovranno soffrire per un tempo indeterminato l'offensiva della ideologia marxista.


Chi non si spaventa nell'immaginare esposta a questo rischio la giovane generazione dì qualunque parte della terra? Ammettere che il semplice senso abituale e naturale della proprietà personale costituisca di solito la corazza completamente tranquillizzatrice contro un pericolo così grande, è aver troppa fiducia in un fattore umano. In realtà, senza l'azione diretta e soprannaturale della Chiesa, che prepara i suoi figli con ogni antecedenza e li assiste nella lotta, è poco probabile che fedeli di qualunque nazione e di qualunque condizione sociale possano resistere alla prova.


Inoltre, come già abbiamo detto, non ci sembra lecito, in ogni caso, che la Chiesa sospenda durante decenni l'esercizio della sua missione, la quale consiste nell'insegnare integralmente la Legge di Dio.


4. La coesistenza della Chiesa con uno Stato comunista sarebbe possibile se tutti i proprietari rinunziassero ai loro diritti.


Nell'ipotesi di una tirannia di ispirazione comunista, disposta a tutte le violenze per imporre il regime della comunità di beni; e di proprietari che persistono nell'affermare i loro diritti contro lo Stato il quale non li ha creati né li può sopprimere validamente, qual è la soluzione per la tensione da ciò risultante?


Non si vede nulla di immediato a non essere la lotta. Però, non una lotta qualunque, ma una lotta mortale di tutti i cattolici fedeli al principio della proprietà particolare, posti in un'attitudine di legittima difesa contro lo sterminio provocato da un Potere tirannico, la cui brutalità bestiale dinanzi a un rifiuto della Chiesa può giungere ad estremi imprevisti. Una rivolta con tutti gli episodi atroci che le sono inerenti, l'impoverimento generale e le inevitabili incertezze quanto alla conclusione della tragedia.


Posto questo, si potrebbe domandare se i proprietari non sarebbero obbligati allora in coscienza a rinunziare al loro diritto in favore del bene comune, permettendo quindi lo stabilimento della comunità di beni sopra una base moralmente legittima, a partire da cui il cattolico potrebbe accettare senza problemi di coscienza il regime comunista.


Questa scusa è inconsistente. Essa confonde l'istituzione della proprietà particolare, come tale, col diritto di proprietà di persone concretamente esistenti in un dato momento storico. Ammessa come valida la desistenza di queste persone al loro patrimonio, imposta sotto l'effetto di una brutale minaccia al bene comune, i loro diritti cesserebbero: di qui non decorrerebbe in nessun modo la eliminazione della proprietà particolare come istituzione. Essa continuerebbe esistendo, per modo di dire, "in radice", nell'ordine naturale stesso delle cose, come immutabilmente indispensabile al bene spirituale e materiale degli uomini e delle nazioni, e come un imperativo irremovibile della Legge di Dio.


E, per il fatto di continuare ad esistere così "in radice", essa nasce-rebbe ad ogni momento. Ogni qualvolta che, per esempio, un cacciatore o un pescatore si impadronisse, nel mare o nell'aria, del necessario per il suo mantenimento e per accumulare qualche economia; ogni qualvolta che un'intellettuale o un lavoratore bracciale produce più dell'indispensabile per la vita quotidiana, e riservasse per sé il soverchio, verrebbero ricostituite piccole proprietà particolari, originate nelle profondità dell'ordine naturale delle cose. E, com'è normale, queste proprietà tenderebbero a crescere... Per evitare ancora una volta la rivoluzione anticomunista, sarebbe necessario ripetere ad ogni momento le rinunzie, ciò che conduce evidentemente all'assurdo.


È da aggiungere che, in numerosi casi, l'individuo non potrebbe fare una tale rinunzia senza peccare contro la carità verso sé stesso. E questa rinunzia urterebbe frequentemente contro i diritti di un'altra istituzione, profondamente affine alla proprietà, e ancor più sacra di essa, cioè la famiglia. Difatti, sarebbero numerosi i casi in cui il membro di una famiglia non potrebbe operare una tale rinunzia, senza mancare alla giustizia e alla carità verso i suoi.


• LA PROPRIETÀ PARTICOLARE E LA PRATICA DE LA GIUSTIZIA: Ci siamo proposti di fare qui, dopo aver descritto e giustificato questo continuo rinascere del diritto della proprietà particolare, una considerazione che senza ciò non potrebbe essere fatta con la chiarezza necessaria.


Trattasi della virtù della giustizia nelle sue relazioni con la proprietà particolare. Nell'item VI, n.° 2, lettera "b", di questo saggio, abbiamo parlato della parte svolta dalla proprietà nella conoscenza e nell'amore della virtù della giustizia. Consideriamo adesso la parte svolta dalla proprietà nella pratica della giustizia.


Dato che, ad ogni momento, dei diritti di proprietà stanno nascendo nei paesi comunisti come altrove, lo Stato collettivista, che confisca i beni particolari, si trova né più né meno, moralmente, situato nella condizione di brigante. E coloro che ricevono dallo Stato i beni confiscati si trovano in principio, di fronte al proprietario frodato, come chi si arricchisce coi beni rubati.


Qualunque moralista prevede facilmente, a partire da questo punto, l'immensa successione di difficoltà che recherà la collettivizzazione dei beni alla pratica della virtù della giustizia. Queste difficoltà saranno tali che, massimamente negli Stati poliziali, esigiranno con frequenza, forse ad ogni momento, degli atti eroici da parte di ogni cattolico. Ciò che è una prova in più, dell'impossibilità della coesistenza tra la Chiesa e lo Stato comunista.


5. Essendo il comunismo tanto antinaturale, esso ha una esistenza necessariamente effimera. Così, la Chiesa potrebbe accettare un "modus vivendi" appena per qualche tempo, fino a vederlo cadere marcio o per lo meno in via di attenuazione.


A tutto ciò potrebbero essere date varie risposte:


a) Questo carattere "effimero" sarebbe, per lo meno, molto relativo. Da quasi mezzo secolo il comunismo sta dominando la Russia. Chi può dire con sicurezza quando cadrà? Soltanto Dio, che conosce il futuro, può dirlo.


b) Per lo stesso fatto di attenuarsi, tale regime si prolungherebbe, poiché rimarrebbe meno antinaturale. Questa attenuazione non sarebbe, dunque, una marcia verso la rovina, ma un fattore di consolidamento.


c) Ci sono regimi profondamente contrari a fondamentali esigenze di natura umana, ma che durano indefinitivamente. Così la barbarie di alcuni popoli aborigeni dell'America o dell'Africa, che durò secoli e ancor più durerebbe per la sua intrinseca vitalità, se fattori esterni non la stessero eliminando. E anche così, con quale fatica si sta svolgendo questa sostituzione di un ordine antinaturale per un altro più naturale!


6. A prima vista, si direbbe che certi gesti di "distensione" del compianto Papa Giovanni XXIII in relazione alla Russia sovietica, potrebbero orientare lo spirito in senso opposto alle nostre conclusioni.


Invece, è proprio il contrario.


Tali gesti di Giovanni XXIII possono essere situati completamente nel piano delle relazioni internazionali.


Quanto al piano in cui si pone il presente studio, lo stesso Pontefice, riaffermando nella Enciclica Mater et Magistra le condanne fulminate dai suoi Predecessori contro il comunismo, ha lasciato ben chiaro che non può esistere smobilitazione dei cattolici di fronte a questo errore che i documenti pontifici ripudiano con estremo vigore.


E, nello stesso senso, da parte del Papa Paolo VI, gloriosamente regnante, è da registrare tra gli altri, questo espressivo pronunziamelo: "Non si creda pure che questa sollecitudine pastorale, assunta oggi dalla Chiesa come programma primordiale che assorbe la sua attenzione e attrae le sue preoccupazioni, significhi un cambiamento del giudizio formulato circa gli errori disseminati nella nostra società, e già condannati dalla Chiesa, come il marxismo ateo, per esempio. Cercare di applicare rimedi salutari ed urgenti a una malattia contagiosa e mortale non vuol dire cambiare opinione riguardo a questa malattia, ma, al contrario, significa cercare di combatterla non solo in teoria, ma praticamente; significa che vogliamo, dopo il diagnostico, applicare una terapeutica, cioè dopo la condanna dottrinaria, applicare la carità salutare" (Allocuzione del 6 settembre 1963, alla XIII Settimana Italiana di Adattazione Pastorale, di Orvieto — AAS, vol. LV, p. 752).


Analoga posizione è stata presa molte volte nel presente pontificato dall’"Osservatore Romano", organo ufficioso del Vaticano. Si legge, per esempio, nel numero del 20 marzo u.s. della sua edizione in francese: "Lasciando da parte le distinzioni più o meno fittizie, è sicuro che nessun cattolico, direttamente o indirettamente, può collaborare coi comunisti, poiché alla incompatibilità ideologica tra Religione e materialismo (dialettico e storico) corrisponde una incompatibilità di metodi e di fini, incompatibilità pratica, cioè morale" (articolo "Le rapport Ilitchev", di F. A.). E in un'altro articolo dello stesso numero: "Affinché il Cattolicesimo e il comunismo fossero conciliabili occorrerebbe che il comunismo non fosse comunismo. Ora, pure nei molteplici aspetti della sua dialettica, il comunismo non cede a ciò che dice riguardo ai suoi fini politici ed alla sua intransigenza dottrinaria. È così che la concezione materialista della Storia, la negazione dei diritti detta persona, l'abolizione detta libertà, il dispotismo dello Stato, e l'esperienza economica stessa, piuttosto infelice, mettono il comunismo in opposizione con la concezione spiritualista e personalista della società come deriva dalla dottrina sociale del Cattolicesimo (…)" (articolo "A propos de solution de remplacement").


Ancora nello stesso senso, si può menzionare la Lettera collettiva del Venerando Episcopato Italiano contro il comunismo ateo, con data del 1.° Novembre 1963.


Del resto, anche da fonti comuniste non sono mancate le affermazioni sull'impossibilità di una tregua ideologica o di una coesistenza pacifica tra la Chiesa e il comunismo: "Coloro che propongono l'idea della coesistenza pacifica, in materia ideologica, vanno esattamente verso una posizione anticomunista" (Kruchev, cfr. telegramma del 11-3-63 della AFP e ANSA, "O Estado de São Paulo" del 12-3-63). "La mia impressione è che mai, e in nessun campo, (...) sarà possibile arrivare ad una coesistenza del comunismo con altre ideologie e pertanto con la religione" (Adjubei, cfr. telegramma del 15-3-63 dell'ANSA, UPI e DPA, "O Estado de São Paulo" del 16-3-63). "Non c'è conciliazione possibile tra il cattolicesimo e il comunismo" (Palmiro Togliatti, cfr. telegramma del 21-3-63 dell'AFP, "O Estado de São Paulo" del 22-3-63). "Una coesistenza pacifica delle idee comunista e borghese costituisce un tradimento contro la classe operaia (...). Non c'è mai stata coesistenza pacifica delle ideologie; non c'è mai stata né potrà esserci" (Leonid Ilitchev, segretario della Commissione Centrale e presidente della Commissione Ideologica del PCUS, cfr. telegramma del 18-6-63 dell'AFP, ANSA, AP, DPA e UPI, "O Estado de São Paulo" del 19-6-63). "I sovietici rigettano l'accusa che Mosca applichi anche il principio della coesistenza nella lotta di classe, e affermano che neppure l'ammettono sul terreno ideologico" (lettera aperta della CC del PCUS, cfr. telegramma delle agenzie sopraccitate, del 15-7-63, "O Estado de São Paulo" del 17-7-63).


In tali condizioni, è evidente che la Chiesa militante non ha rinunciato, né potrebbe rinunciare, alla libertà essenziale per lottare contro il suo terribile avversario.


7. La coesistenza potrebbe essere accettata in un regime di "pia fraus", cioè se la Chiesa accettasse la coesistenza con qualche regime comunista, formulandosi l'"arrière pensée" di frodare quanto possibile il patto che con esso abbia stabilito.


Considerata l'ipotesi di un patto esplicito, dobbiamo obiettare che a nessuno è permesso compromettersi a far qualcosa di illecito. Se, dunque, l'accettazione delle condizioni di cui stiamo trattando è illecita, il patto da esse costituito non può essere effettuato.


Quanto all'ipotesi di un patto implicito, si può dire — per non considerare che questo solo aspetto — che c'è ingenuità nell'immaginare che le autorità comuniste, di carattere sopratutto poliziesco e servite dai potenti ricorsi della tecnica moderna, non riuscirebbero a conoscere immediatamente le violazioni sistematiche di tale patto.

Categoria: La libertà della Chiesa nello Stato comunista

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