Nobiltà ed élites tradizionali analoghe

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APPENDICE II

 

Le forme di governo alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa:

in tesi - in concreto

 

 

A - Testi pontifici e altri sulle forme di governo: monarchica, aristocratica e democratica

 1. Regime monarchico: la migliore forma di governo

 Dall'allocuzione di Pio VI al Concistoro segreto (17-6-1793) sull'assassinio del Re Luigi XVI:

"Dopo aver abolito la forma di governo monarchica, che è la migliore, essa [la Convenzione] ha trasferito tutto il potere pubblico al popolo".

  

2. La Chiesa non si oppone a nessuna forma di governo, purché sia giusta e miri al bene comune

 Dall'Enciclica Diuturnum illud (29-6-1881) di Leone XIII:

"Nemmeno in questo caso si pone il problema delle forme di governo: non c'è ragione perché la Chiesa non approvi il governo di uno solo o di molti, purché sia giusto e miri al bene comune. Pertanto, fatta salva la giustizia, non è vietato ai popoli di adottare un sistema di governo che più adeguatamente convenga al proprio genio o alle istituzioni e costumi dei suoi maggiori".

Dall'Enciclica Immortale Dei (1-11-1885), di Leone XIII:

"La sovranità per se stessa non è legata a nessuna forma di governo; essa può assumere questa o quella forma, purché cerchi realmente l'utilità e il bene comune. (...)

"Se si vuole giudicare rettamente, nessuna delle varie forme di governo è per se stessa riprensibile, poiché non hanno nulla che ripugni alla dottrina cattolica, e possono addirittura, se messe in pratica con saggezza e giustizia, conservare lo Stato in un ordine perfetto".

Nei testi qui riportati, Leone XIII suppone il caso di una nazione che, senza alcuna violazione del principio di autorità o dei diritti acquisiti, si trovi nella situazione di scegliere fra la forma di governo vigente e un'altra forma qualsiasi.

Gli insegnamenti del Papa in vista di una tale contingenza sono anche applicabili, mutatis mutandis, a una persona che, in quanto mero individuo, si trovi nel caso di prendere posizione davanti a tale scelta. Ad esempio, nell'atto di votare in un plebiscito fatto per optare fra monarchia, repubblica aristocratica o repubblica democratica, oppure per la scelta del partito politico al quale vuole affiliarsi. 

3. Una forma di governo può essere preferibile perché si adatta meglio al carattere o ai costumi del popolo al quale è destinata

 Dall'Enciclica Au milieu des sollicitudes (16-2-1892) di Leone XIII:

"Diversi governi politici si sono succeduti in Francia nel corso di questo secolo ed ognuno con la sua forma distinta: imperi, monarchie, repubbliche. Restando nell'astratto, si arriverebbe a definire qual'è la migliore di queste forme considerate per se stesse; si può affermare ugualmente, in tutta verità, che ognuna di esse è buona, purché sappia avviarsi diritta verso il suo fine, ossia il bene comune per cui l'autorità sociale è costituita. Conviene aggiungere infine che, a partire da un punto di vista relativo, una forma di governo può essere preferibile perché si adatta meglio al carattere o ai costumi di una nazione. In quest'ordine di idee speculativo, i cattolici, come qualsiasi altro cittadino, ha piena libertà di preferire una forma di governo ad un'altra, proprio perché nessuna di queste forme sociali si oppone, per se stessa, ai dettami della sana ragione né alle massime della dottrina cristiana". 

4. L’errore del Sillon: solo la democrazia inaugurerebbe il regno della perfetta giustizia

 Dalla Lettera apostolica Notre charge apostolique (25-8-1910), di san Pio X:

"Il Sillon (...) semina pertanto fra la vostra gioventù cattolica idee errate e funeste sull'autorità, la libertà e l'ubbidienza. Non diversamente avviene [col Sillon] per quanto riguarda la giustizia e l'uguaglianza. Esso lavora, secondo quanto afferma, per realizzare un'era di uguaglianza che sarebbe, per ciò stesso, un'era di migliore giustizia. Così, per il Sillon, qualsiasi disuguaglianza di condizione è un'ingiustizia, o almeno una giustizia sminuita! Principio, questo, sommamente contrario alla natura delle cose, generatore d'invidia e d'ingiustizia, sovvertitore del'intero ordine sociale. Così, solo la democrazia inaugurerà il regno della perfetta giustizia! Non è questa un'ingiuria alle altre forme di governo che vengono degradate in tal modo alla categoria di governi impotenti, a mala pena tollerabili? Del resto, il Sillon anche su questo punto si scontra con gli insegnamenti di Leone XIII. Dovrebbe aver letto nell'Enciclica già citata sull'autorità politica che, 'fatta salva la giustizia, non è vietato ai popoli che adottino un sistema di governo che più adeguatamente convenga al proprio genio o alle istituzioni e costumi dei suoi maggiori', e l'Enciclica allude alle tre forme di governo ben note. Suppone, quindi, che la giustizia è compatibile con ognuna di esse, e l'Enciclica sulla condizione degli operai non afferma chiaramente la possibilità che la giustizia venga restaurata nelle organizzazioni attuali della società, dato che indica i mezzi per farlo? Ora, senz'alcun dubbio, Leone XIII voleva parlare non di una giustizia qualsiasi, ma della perfetta giustizia. Insegnando dunque che la giustizia è compatibile con le tre forma di governo in questione, s'insegnava che, sotto questo aspetto, la democrazia non gode di un privilegio speciale. I 'sillonisti', che pretendono il contrario, o si rifiutano di ascoltare la Chiesa o hanno della giustizia e dell'uguaglianza un concetto che non è cattolico". 

5. La Chiesa cattolica non trova difficoltà nell'accordarsi con le diverse forme di governo

 Dall'Enciclica Dilectissima nobis (3-6-1933), di Pio XI:

"La Chiesa cattolica, non essendo in modo alcuno legata a una forma di governo più di un'altra, fatti salvi i diritti di Dio e la coscienza cristiana, non trova difficoltà nell'accordarsi con le diverse istituzioni politiche, siano monarchiche o repubblicane, aristocratiche o democratiche". 

6. La vera democrazia non è incompatibile con la monarchia

 Dal radiomessaggio di Natale del 1944 di Pio XII:

"La democrazia, intesa in senso largo, ammette varie forme e può attuarsi così nelle monarchie come nelle repubbliche. (...)

"Lo Stato democratico, sia esso monarchico o repubblicano, deve, come qualsiasi altra forme di governo, essere investito del potere di comandare con un'autorità vera ed effettiva". 

7. La Chiesa cattolica ammette ogni forma di governo che non si opponga ai diritti divini e umani

 Dall'allocuzione nel Concistoro segreto straordinario (14-2-1949) di Pio XII:

"La Chiesa cattolica (...) ammette qualsiasi forma di governo, purché non si opponga ai diritti divini ed umani.

"Tuttavia, in caso di opposizione, i vescovi e gli stessi fedeli consapevoli del loro dovere, devono resistere alle leggi ingiuste". 

8. Per determinare la struttura politica di un Paese è necessario tener conto delle circostanze di ogni popolo

 Dall'Enciclica Pacem in terris (11-4-1963) di Giovanni XXIII:

"Non si può stabilire una norma universale su quale sia la migliore forma di governo, né sui sistemi più adeguati per l'esercizio delle funzioni pubbliche, sia nella sfera legislativa che in quelle amministrativa e giudiziaria. In realtà, per determinare quale debba essere la struttura politica di un Paese, o il procedimento adatto per l'esercizio delle funzioni pubbliche, è necessario tenere molto conto della situazione attuale e delle circostanze di ogni popolo; situazione e circostanze che mutano in funzione di luoghi e di epoche". 

9. La Chiesa non ha preferenze per sistemi politici o soluzioni istituzionali

 Dall'Enciclica Sollicitudo rei socialis (30-12-1987) di Giovanni Paolo II:

"La Chiesa (...) non propone programmi economici o politici, né manifesta preferenze per gli uni o per gli altri, purché la dignità dell'uomo sia debitamente rispettata e promossa ed a lei stessa sia lasciato lo spazio necessario per esercitare il suo ministero nel mondo".

Dall'Enciclica Centesimus annus (1-5-1991) di Giovanni Paolo II:

"La Chiesa rispetta la legittima autonomia dell'ordine democratico e non ha titolo per esprimere preferenze per l'una o per l'altra soluzione istituzionale o costituzionale. Il contributo che essa offre a tale ordine è proprio quella visione della dignità della persona, la quale si manifesta in tutta la sua pienezza nel ministero del Verbo incarnato". 

10. La struttura fondamentale della comunità politica, frutto del genio di ogni popolo e della marcia della sua storia

 Dalla Costituzione Gaudium et spes (1965) del Concilio Vaticano II:

"Gli uomini, le famiglie e i diversi gruppi che costituiscono la società civile sono consapevoli della sua insufficienza ad ottenere una vita pienamente umana e percepiscono il bisogno di una più ampia comunità, nella quale tutti coniughino quotidianamente le loro forze in vista di una migliore ricerca del bene comune. Perciò, costituiscono una società politica secondo tipi istituzionali diversi. La comunità politica nasce dunque per cercare il bene comune, nel quale si trova la sua piena giustificazione e il suo senso, e dal quale deriva la sua legittimità primigenia e propria. (...)

"Le modalità concrete per le quali la comunità politica si dà la struttura fondamentale e l'organizzazione dei poteri pubblici possono essere differenti, secondo il genio di ogni popolo e la marcia della sua storia. Ma devono sempre tendere a formare un tipo di uomo colto, pacifico e benevolo in rapporto agli altri, a vantaggio dell'intera famiglia umana".

  

11. La monarchia costituisce per se stessa il miglior regime, essendo quello che più facilmente favorisce la pace

 Oltre ai testi pontifici sopra citati come testimonianze della Dottrina sociale della Chiesa in materia, giudichiamo opportuno aggiungere altri testi rappresentativi del pensiero di san Tommaso d'Aquino sullo stesso argomento, tenendo presente il posto privilegiato che la dottrina di quel santo Dottore occupa nell'insegnamento cattolico tradizionale.

Afferma san Tommaso d'Aquino nel De regimine principum:

"Fatte queste premesse [cioè, gli uomini debbono vivere in società e, dunque, è indispensabile che siano governati rettamente da un capo] è opportuno ricercare che cosa sia più utile ad una provincia, o ad una città: se essere governata da molti o da uno solo. Questo si può scoprire partendo dallo stesso fine del governo.

"L'intenzione di qualsiasi governante deve essere rivolta a procurare il benessere dei governati. È compito proprio del nocchiero, per esempio, condurre integra la nave al porto di salvezza, preservandola dai pericoli del mare.

"Ora il bene della moltitudine associata è che si conservi la sua unità, ossia la pace; poiché, quando questa venga a mancare, finisce l'utilità della vita sociale, perché la moltitudine in disaccordo è dannosa a se stessa.

"Dunque il reggitore della moltitudine deve tendere soprattutto a procurare l'unità della pace.

"E non c'è bisogno di discutere se si debba mantenere la pace nella moltitudine a lui soggetta: sarebbe come se un medico volesse discutere se si debba guarire il malato che gli è affidato. Nessuno infatti deve discutere il fine al quale deve tendere, ma solo i mezzi occorrenti al fine. Perciò l'apostolo (Efes. IV, 3), nel raccomandare l'unità del popolo fedele, dice, 'Siate solleciti a conservare l'unità dello spirito nel vincolo della pace'.

"Un governo dunque sarà tanto più utile quanto più sarà efficace nel conservare l'unità della pace. Infatti diciamo che è più utile ciò che conduce maggiormente al fine. Ora, è evidente che quanto è uno per essenza può garantire l'unità più di molti individui, così come la causa più efficace del riscaldamento è ciò che è caldo per natura. Perciò è più utile il governo di uno solo che quello di molti.

"Inoltre, è evidente che persone diverse in nessun modo possono conservare una collettività, se sono del tutto in disaccordo fra loro. Infatti, perché possano governarla in qualche modo, è necessaria fra loro una certa unione; allo stesso modo che più persone non riuscirebbero a dirigere una nave in un'unica direzione, se in qualche maniera non fossero unite. Ora, di più soggetti si dice che si uniscono in quanto si avvicinano all'uno. Dunque governa meglio uno solo che diversi che si avvicinano all'unità.

"Ancora: le cose che sono conformi alla natura si trovano nelle condizioni migliori; la natura infatti opera il meglio in ogni singola cosa. Orbene, ogni governo naturale dipende da uno solo. Nell'insieme delle membra una soltanto le muove tutte: il cuore. E fra le parti dell'anima una sola facoltà principale presiede : la ragione. Anche le api hanno un solo re e in tutto l'universo un solo Dio è Creatore e governatore di tutte le cose. E questo avviene secondo ragione. Infatti ogni moltitudine deriva dall'unità. Perciò, se è vero che le cose dovute all'arte devono imitare quelle dovute alla natura, e l'opera dell'arte è tanto migliore quanto più è simile alla natura, ne consegue di necessità che tra le collettività umane la migliore è quella che è governata da uno solo.

"E questo emerge anche dall'esperienza. Infatti le province o le città che non sono governate da uno solo sono travagliate dai dissensi e si agitano lontane dalla pace, cosicché sembra adempiersi ciò che il Signore lamenta per bocca del Profeta Geremia (XII, 10): 'I molti pastori hanno devastato la mia vigna'. Invece le province e le città governate da un solo re godono la pace, fioriscono nella giustizia e sono allietate dall'abbondanza dei beni. Perciò il Signore come grande dono al suo popolo promise che gli avrebbe dato un solo capo e che ci sarebbe stato un solo principe in mezzo a loro."

A questa spiegazione del Dottore Angelico, l’eminente tomista padre Victorino Rodríguez O.P. aggiunge la seguente chiosa, che arricchisce con altri testi dello stesso san Tommaso:

"Preferenza per il governo monarchico per preservare la pace sociale. È indubbio che la pace, nel suo senso positivo e dinamico di 'tranquilla libertà' (Cicerone, II Philipp., c. 44) o 'tranquillità dell'ordine' (S. Agostino, De Civitate Dei, XIX, 13, 1) è fattore primordiale del bene comune, per non dire sintesi di tutti i suoi elementi integranti, aspirazione di qualsiasi governo onesto. Ora, la pace, in quel che ha di ordine e unità, ha naturalmente un vincolo più diretto e stretto a una forma unitaria o monarchica di comando, che con altre forme di governo più pluralistiche o diversificate. È un aspetto di preferenza per la forma di Stato monarchico bene sottolineato in questi capitoli: per ragioni intrinseche di unità, per analogia con l'ordine naturale, per quello che insegna la storia e per la sua conformità col governo teocratico. Più avanti vedremo in che senso un governo democratico ha i suoi vantaggi per ciò che riguarda la pace sociale.

"Riguardo l'aspetto qui sottolineato, [san Tommaso] ci lasciò un'altra pagina splendida nella Summa Theologica, I, 103, 3: 'Il migliore governo è quello fatto da uno solo. La ragione di questo è che governare non è altro che dirigere le cose governate al loro fine, che consiste in un bene. Ora, l'unità è nell'essenza della bontà, come prova Boezio nel III De Consolatione, per il fatto che così come tutte le cose tendono al bene, allo stesso modo tendono all'unità, senza la quale non possono esistere, poiché una cosa esiste solo in quanto è una; perciò vediamo che le cose resistono alla loro divisione per quanto possono e che la loro disintegrazione proviene dalla deficienza del loro essere. Di conseguenza, l'intenzione di chi governa una moltitudine è l'unità o la pace. Ora, la causa propria dell'unità è ciò che è uno, poiché è chiaro che molti non possono unire e conciliare ciò che è diverso se non stanno in un qualche modo uniti. Pertanto, ciò che è essenzialmente uno può essere meglio e più facilmente causa di unità, che non molti riuniti. Concludendo, la moltitudine è meglio governata da uno che non da molti.’" 

12. Il miglior modo di moderare e rafforzare la monarchia è circondarla di aristocrazia e democrazia

 A proposito del pensiero di san Tommaso d'Aquino sulla forma mista di governo, commenta il padre Victorino Rodríguez O.P.:

"Il regime misto, forma teoricamente ottimale di governo. In quest'opera [De Regimine Principum], e concretamente in questo capitolo VII, dopo aver analizzato i tre tipi di forma di governo (monarchia, aristocrazia, democrazia), san Tommaso propende per la forma monarchica, sebbene caratterizzata da potere moderato per evitare un assolutismo tirannico: 'Simul etiam sic ejus temperetur potestas, ut in tyrannidem ne facili declinare non possit' [Si deve temperare il suo potere, affinché non possa scivolare facilmente verso un governo tirannico].

"Quest'idea di moderazione del potere del monarca lo portò a plasmare, in opere posteriori, la teoria del regime misto come forma ottimale di governo: il miglior modo di moderare e rafforzare la monarchia è circondarla di aristocrazia e di democrazia. Mi limito a trascrivere i due testi che mi sembrano fondamentali e sufficientemente chiari al riguardo: 'Non è comprensibile che dalle due forme peggiori di governo (tirannia e democrazia o demagogia) possa uscirne una ottimale. Si agisce molto meglio se si fanno entrare diverse forme di governo corrette nel governo della città, poiché quanto più sia misto meglio sarà, prendendone parte un maggior numero di cittadini' (In Politicorum, lect. VII, n 247).

"Dicono alcuni che il migliore governo della società è quello costituito da una sorta di miscela dei regimi già citati (monarchia, aristocrazia e democrazia). La ragione è che in questo modo un regime si modera con la presenza di un altro, dando meno occasioni alle sedizioni, perché tutti partecipano al governo della società, comandando il popolo in certe cose, in altre cose l'aristocrazia e in altre il Re" (Ivi, n 245)". 

13. Una Costituzione democratica deve recepire e proteggere i valori della fede cristiana, senza i quali non potrà sostenersi

 Tenendo conto delle peculiari circostanze dei nostri giorni, è opportuna una ponderata valutazione del cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, in un'intervista concessa al giornale "El Mercurio" di Santiago del Cile 12-6-1988):

"Alexis de Tocqueville già segnalò circa 150 anni fa che la democrazia può sussistere soltanto se preceduta da un determinato ethos. I meccanismi democratici funzionano solo se questo è, per così dire, ovvio e indiscutibile, e soltanto così tali meccanismi si convertono in strumenti di giustizia. Il principio della maggioranza è tollerabile se a quella maggioranza non è concessa la facoltà di fare tutto a suo arbitrio, poiché sia la maggioranza che la minoranza devono unirsi nel comune rispetto ad una giustizia che obbliga entrambe. Ci sono, di conseguenza, elementi fondamentali previ all'esistenza dello Stato che non sono sottomessi al gioco della maggioranza e della minoranza, e che devono essere inviolabili per tutti.

"Il problema è: chi determina questi 'valori fondamentali'? Chi li protegge? Questo problema, così come Tocqueville lo segnalava, non si pose nella prima democrazia americana come un problema costituzionale, perché esisteva un certo consenso cristiano fondamentale – protestante - assolutamente indiscusso e che si considerava ovvio. Questo principio si nutriva della convinzione comune dei cittadini, convinzione che stava al di sopra di qualsiasi polemica. Tuttavia, che succede se non esistono più queste convinzioni? Sarà possibile dichiarare, per decisione della maggioranza, che qualcosa che fino a ieri si riteneva ingiusta adesso è di diritto, e viceversa? A questo proposito, dichiarò Origene nel III secolo: se nel Paese degli Sciti l'ingiustizia si converte in legge, allora i cristiani che lì vivono devono agire contro la legge. È facile applicare questo al secolo XX: quando, durante il governo del nazionalsocialismo, si dichiarò che l'ingiustizia era legge, finché durasse questo stato di cose, un cristiano era obbligato ad agire contro la legge. 'Si deve ubbidire a Dio prima che agli uomini'. Ma come incorporare questo fattore al concetto di democrazia?

"In ogni caso, è chiaro che una costituzione democratica deve difendere, nella qualità di fondamento, i valori provenienti dalla Fede cristiana, dichiarandoli inviolabili, precisamente in nome della libertà. Una tale salvaguardia del diritto sussisterà di sicuro solo se viene custodita dalla convinzione di un grande numero di cittadini. Per questa ragione, è di suprema importanza per la preparazione e conservazione della democrazia, preservare ed approfondire quelle convinzioni morali fondamentali, senza le quali essa non può sussistere".

B - Forme di governo: i principi astratti e la loro influenza nella formazione di una mentalità politica

Riguardo ai documenti pontifici e gli insegnamenti di san Tommaso sulle forme di governo, menzionati in questo libro e in modo speciale in questa appendice, sembra conveniente formulare alcune considerazioni.

 1. Utilità concreta dei princìpi astratti

 Innanzitutto una valutazione. Questi documenti enunciano specialmente princìpi astratti. Non sono pochi quelli che oggi pensano che le astrazioni non hanno alcuna utilità in materia politica, sociale o economica. Di conseguenza, mettono in questione o negano in partenza la portata dei citati documenti. Ora, un'osservazione, pur sommaria, della realtà mostra con chiarezza che è vero il contrario.

Ad esempio, nella scelta tra una delle tre forme di governo, la presenza di princìpi di natura astratta esercita nella mentalità della grande maggioranza dei nostri contemporanei un'influenza molto accentuata, e non di rado persino preponderante. Infatti vediamo:

* Delle tre forme di governo - monarchia, aristocrazia e democrazia - quella in cui è maggiore la disuguaglianza tra chi detiene il potere e quelli sui quali esso viene esercitato, è la monarchia pura. In essa il monarca ha l'incarico di comandare e a tutti spetta ubbidirgli.

* Quando la monarchia coesiste con un'aristocrazia che la tempera, poiché vari incarichi del potere regio si trovano nella mani degli aristocratici, la disuguaglianza tra il Re e i sudditi viene attenuata, giacché ad alcuni di loro - gli aristocratici - tocca non soltanto ubbidire, ma anche partecipare in un certo qual modo alla regia potestà.

* In questa prospettiva, la disuguaglianza è ancora minore quando il potere del Re si esercita cumulativamente con quelli dell'aristocrazia e del popolo, dato che infatti a quest'ultimo spetta anzi esercitare una parte del potere pubblico, il che è consono alla democrazia.

* In questa rassegna è necessario considerare anche l'ipotesi di uno Stato in cui nessun potere pubblico spetti al Re o all'aristocrazia, ossia uno Stato prettamente repubblicano. In esso la disuguaglianza politica è ipso facto inesistente, almeno in teoria, e i governanti, eletti dal popolo, devono esercitare integralmente il potere ad mentem dell'elettorato.

Ora, sono moltissimi oggi quelli che determinano la loro preferenza per una di queste forme di governo secondo un principio astratto (condannato del resto da san Pio X) secondo cui la monarchia, e implicitamente anche l'aristocrazia, sarebbero ingiuste perché ammettono una disuguaglianza politica e sociale tra i membri di una stessa nazione. Ciò costituisce a sua volta una derivazione del principio metafisico secondo cui ogni disuguaglianza tra gli uomini è intrinsecamente ingiusta. 

2. La posizione dei cattolici davanti alle forme di governo

 Paragonando ora entrambi questi principi radicalmente ugualitari con i testi pontificie di san Tommaso sopra citati, ne deriva che quei principi ugualitari sono formalmente opposti al retto modo di pensare che in materia devono tenere i cattolici.

Infatti, non solo la monarchia (e implicitamente l'aristocrazia) è una forma di governo giusta ed efficace per promuovere il bene comune, secondo quanto insegnano i pontefici, ma è anche la migliore, secondo la netta affermazione di Pio VI e anche secondo il grande san Tommaso.

Da ciò e da tutto quanto abbiamo già esposto ne deriva:

* Non può essere rimproverato il cattolico che, avendo in vista le condizioni concrete del suo Paese, preferisce la forma di governo repubblicana e democratica, poiché questa forma non è ingiusta né censurabile per se stessa. Anzi, è intrinsecamente giusta e, secondo le circostanze, può favorire efficacemente il bene comune.

* Ma, secondo il retto ordine delle preferenze, il cattolico impegnato nel rendersi perfettamente fedele alla dottrina della Chiesa deve ammirare e desiderare ciò che è eccellente più di quello che è semplicemente buono, e ipso facto deve sentirsi specialmente grato alla Provvidenza quando le condizioni concrete del suo Paese comportano o perfino reclamano l'instaurazione della migliore forma di governo che, secondo san Tommaso, è la monarchia.

Nel caso in cui un sano discernimento delle realtà dimostri che il bene comune del suo Paese può essere favorito da un prudente cambiamento delle sue condizioni concrete, egli si renderà degno di lode se sarà disposto a utilizzare i mezzi legali ed onesti, nel quadro delle libertà del regime democratico in cui vive, per persuadere l'elettorato a modificare quelle condizioni concrete in modo da istaurare (o restaurare, se è il caso) il regime monarchico.

* Tutto ciò deriva - com'è stato detto - dal principio morale più generico secondo cui tutti gli uomini possono e debbono respingere il male, amare e praticare il bene, e riservare le loro preferenze a ciò che è eccellente. Tale principio, applicato alla scelta delle forme di governo, avrebbe per conseguenze il rifiuto del mal governo, dell'anarchia e del caos; l'accettazione di una legittima repubblica democratica o aristocratica; la preferenza risoluta per la migliore forma di governo, che è la monarchia temperata, sempre che questa forma - conviene ripeterlo - sia adeguata al bene comune. Infatti, nel caso che questa sia inadeguata alle condizioni del Paese, l'instaurazione di un tal bene più perfetto può essere in contraddizione con i disegni della Provvidenza, motivata da una mera simpatia politica.

* Ad ogni modo, ne deriva che il vero cattolico deve avere una mentalità politica monarchica, che coesista col robusto e penetrante senso della realtà e delle possibilità. 

3. Proiezione socio-culturale della mentalità politica aristocratico-monarchica

 Questi princìpi politici hanno una loro proiezione nella configurazione della società, della cultura e dell'economia di un popolo. Così, per l'intrinseca e naturale coesione fra questi diversi campi e quello della politica, l'eccellenza di un certo spirito aristocratico-monarchico dev'essere presente - nella misura del possibile - a tutti i livelli della società, come a tutte le manifestazioni dell'attività di un popolo, quale che sia la forma di governo scelta.

Ad esempio, un rispetto particolarmente accentuato per il padre nella famiglia, per il maestro nella scuola, per il docente o il rettore nell'Università, per il proprietario e il dirigente nelle imprese economiche, etc., deve riflettere questo spirito aristocratico-monarchico in tutte le società, perfino quando lo Stato è democratico.

Secondo questa prospettiva, Pio XII insegnò che anche negli stessi Stati repubblicani la società deve avere certe istituzioni genuinamente aristocratiche ed esaltò il ruolo delle famiglie illustri che "danno il tono nel villaggio, nella città, nella regione e in tutto il Paese". Il compianto pontefice riaffermò quest'insegnamento rivolgendosi al Patriziato ed alla Nobiltà romana, in allocuzioni pronunciate sia durante la Monarchia in Italia (dal 1940 al 1946), sia durante la Repubblica (dal 1947 al 1952 e nel 1958), il che vuol dire che il mutamento della forma di governo non diminuisce in niente la missione sociale dell'aristocrazia.

Sul rapporto della mentalità aristocratico-monarchica con la cultura di un popolo, bisogna ancora ricordare che tale mentalità può ben esprimersi in tutta un'arte, una letteratura, insomma uno stile di vita caratteristicamente popolare nei ceti più modesti della nazione; come pure borghese e aristocratico in ognuna di tali categorie.

Queste varianti erano ben note agli Stati ed alle società europei anteriori al 1789. Ognuna di esse rifletteva a modo suo l'unità e la varietà dello spirito della nazione; spirito che produceva opere magnifiche in ognuno di questi ceti sociali, gelosamente conservate fino ai nostri giorni, non solo da collezionisti privati, ma anche in musei ed archivi di prim'ordine. Ciò accade, ad esempio, sia nella dimore ed arredamenti di famiglie che si mantengono col prodotto del lavoro delle proprie mani, sia naturalmente nella produzione culturale proveniente da classi superiori. L'arte popolare dei periodi storici anteriori all'era ugualitaria! Quanto si potrebbe dire di vero, di giusto e perfino di commovente in lode di quest'arte!...

Un'arte, come del resto una cultura autentiche, sebbene tipicamente popolari e adeguate alla condizione popolare, spiacciono allo spirito rivoluzionario del nostro secolo al punto che, quando circostanze impreviste dell'economia moderna provocano un considerevole miglioramento economico nelle condizioni di vita di una famiglia o di un gruppo popolare, l'ugualitarismo non permette che questa famiglia rimanga nella sua condizione modesta, anche se raffinandosi, ma cerca di spingerla invariabilmente a passare subito ad una condizione sociale superiore, alla quale questa famiglia o gruppo molte volte sarebbero pronti solo dopo lunghe decadi di preparazione. Ne derivano le sproporzioni e gli spropositi, per nulla rari, nella categoria dei cosiddetti "parvenu".

Questi non sono che esempi, fra altri innumerevoli, dell'influenza dei princìpi astratti sulla storia dell'immensa area culturale costituita dall'Occidente. 

4. Legittimità dei princìpi anti-ugualitari

 Abbiamo finora analizzato l'opposizione tra l'ugualitarismo radicale, che influenza molti dei nostri contemporanei nella scelta delle forme di governo, e la dottrina sociale della Chiesa sull'argomento. In verità, questo ugualitarismo è il principio che, come un tifone o terremoto, ha prodotto le maggiori e più sensibili trasformazioni in Occidente.

Dobbiamo ora dire qualcosa sulla legittimità dei princìpi anti-ugualitari, applicati alle forme di governo; princìpi che sono giusti quando, ispirati da insegnamenti cristiani, non solo contrastano con l'ugualitarismo radicale, ma ammettono anche, e addirittura preferiscono, le forme sia politiche che sociali basate su una armoniosa ed equa disuguaglianza fra classi.

In sintesi, tali princìpi riconoscono innanzitutto l'uguaglianza fra gli uomini in ciò che riguarda i diritti che spettano loro per il semplice fatto di essere uomini, ma affermano anche la legittimità delle disuguaglianza accidentali che si formano fra loro, derivanti dalle diversità di virtù e di doti intellettuali, fisiche, etc. Queste disuguaglianza non esistono soltanto fra individui, ma anche fra famiglie, in virtù del bel principio enunciato da Pio XII, che qui ricordiamo: "Le disuguaglianza sociali, comprese quelle legate alla nascita, sono inevitabili; la natura benigna e la benedizione di Dio all'umanità illuminano e proteggono tutte le culle, le baciano, ma non le livellano".

Sempre secondo questi princìpi, le disuguaglianza tendono a perpetuarsi ed a raffinarsi - senza cadere per questo nell'esagerazione - lungo le generazioni e i secoli, perfino originando una legislazione severa, consuetudinaria o scritta, che punisce escludendo dalla nobiltà quelli che ne diventano indegni per un qualsiasi motivo e che, contemporaneamente, ne apre le porte alle élites analoghe autenticamente tradizionali.

Così, essendo legittime le disuguaglianza esistenti fra le persone, le famiglie e le classi sociali, è facile dedurre la legittimità e l'eccellenza delle forme di governo in cui tali disuguaglianza naturali - in maniera equilibrata ed organica - vengono preservate e favorite: ossia la monarchia e l'aristocrazia, tanto nella loro forma pura che in quella temperata. 

5. Riflessi della mentalità politica sui gruppi sociali intermedi

 Abbiamo finora considerato, in vari dei suoi aspetti più importanti, il complesso ma bell'argomento delle forme di governo e, a modo di complimento, alcuni riflessi della mentalità inerenti a queste forme prodotti nella vita sociale, culturale ed economica delle nazioni.

Sarebbe il caso anche di considerare i riflessi che tale mentalità provoca sui gruppi sociali intermedi tra lo Stato e l'individuo, trasformando le nazioni dell'Europa pre-rivoluzionaria in vigorosi complessi di "società organiche". Ma la stessa vastità e ricchezza dell'argomento impedisce di farlo in questo libro.

Se tutti i contemporanei avessero un'esatta nozione di ciò che furono - nel contesto della "società organica" - una regione, un feudo, un municipio, una grande corporazione autonoma, etc., da una parte le premesse di molti ragionamenti sulle forme di governo diventerebbero più chiare, e dall'altra le discussioni sull'argomento – talvolta appassionate, talvolta sonnolente - acquisterebbero a loro volta in sicurezza di orientamento e utilità pratica.

Le "società organiche", del resto, costituiscono un argomento che in realtà è ben lungi dall'essere privo di opportunità. Infatti, le elucubrazioni e i tentativi fatti per realizzare un'Europa coagulata in un tutt'uno politico-sociale-culturale-militare-economico hanno dato luogo ad esplosioni sia di regionalismi che di centralismi esasperati, i quali, nei tumultuosi notiziari della stampa odierna, sembrano tante navi in un vero mare di indecisioni, come imbarcazioni senza bussola né timone né zavorra. Da questa carenza di fondo ne deriva una deprecabile mancanza di armonia fra le parti che minaccia disconnettere e distruggere il tutto. 

C - La Rivoluzione francese: modello emblematico di repubblica rivoluzionaria

 Abbiamo parlato della mentalità monarchica. In opposizione ad essa, si può concepire una mentalità repubblicana e persino una mentalità repubblicana rivoluzionaria, cioè la mentalità nata da un movimento rivoluzionario in favore della repubblica, come ad esempio la Rivoluzione francese.

Per capire bene cosa sia questa mentalità repubblicana rivoluzionaria, bisogna distinguerla da quella del repubblicano che non ce l'ha; ossia da quello che, come abbiamo visto, accetta la forma di governo repubblicana per il suo Paese per forza delle circostanze, ma che ha una mentalità monarchica.

È necessario dunque considerare cosa sia la Rivoluzione e come essa si differenzi dalla repubblica, prendendo questo termine nel suo concetto tomista, freddamente especulativamente inteso, come una certa forma legittima di governo.

Questa distinzione era così chiara al tempo della Rivoluzione francese che molti fra coloro che - membri della famosa Guardia Svizzera - morirono ai piedi del trono lottando eroicamente per la monarchia francese, erano cittadini di repubbliche: le repubbliche elvetiche. Essi non ritenevano di essere in contraddizione con la loro preferenza per la forma di governo repubblicana nel loro Paese, quando morivano per il trono francese. Né il Re di Francia riteneva di compromettere la solidità del suo trono nell'assumere fra le sue guardie più fedeli quelli che, per il loro Paese, volevano la Repubblica.

Più avanti considereremo il rapporto esistente fra la Rivoluzione e la forma di governo da essa generata, cioè la repubblica rivoluzionaria; la quale non va confusa con la repubblica non rivoluzionaria, una forma di governo legittima, descritta nei documenti pontifici e nei testi di san Tommaso.

Vedremo inoltre come può l'opinione pubblica essere portata ad accettare questa repubblica rivoluzionaria, mediante l'azione degli pseudo-moderati favorevoli alla Rivoluzione. Per illustrare questa tesi abbiamo scelto un esempio storico emblematico: la Rivoluzione francese.

1. La Rivoluzione nei suoi elementi essenziali

a) Impulso al servizio di un’ideologia

Nella Rivoluzione bisogna distinguere inizialmente due elementi.

Essa è un'ideologia; quest'ideologia ha al suo servizio un impulso. Sia nella sua ideologia che nel suo impulso, la Rivoluzione è radicale e totalitaria.

In quanto ideologia, questo totalitarismo radicale consiste nel portare alle ultime conseguenze tutti i princìpi costitutivi della sua dottrina.

In quanto impulso, esso tende invariabilmente a realizzare i princìpi rivoluzionari in fatti, costumi, istituzioni, nei quali i rispettivi elementi ideologici vengono applicati integralmente alla realtà concreta.

Il termine finale dell'impulso rivoluzionario può essere definito con queste parole: ottenere tutto, ora e per sempre.

Il fatto che uno degli elementi essenziali della Rivoluzione sia un impulso, non vuol dire che essa vada intesa come qualcosa di impulsivo nel senso volgare del termine, ossia come qualcosa di irriflesso mosso da impazienza e intemperanza.

Anzi, il rivoluzionario modello sa di incontrare frequenti ostacoli che non possono essere rimossi con mere azioni di forza. Sa che deve molte volte temporeggiare, essere flessibile, indietreggiare e perfino fare concessioni, sotto pena di subire da parte dell'avversario sconfitte umilianti e altamente nocive. Ma ciò non impedisce che tutte le retromarce vengano fatte per evitare mali maggiori. Non appena le circostanze lo permettano, il rivoluzionario riprenderà ostinatamente la sua marcia in avanti, il più celermente possibile, anche se con tutta la lentezza necessaria.

Il totalitarismo e il radicalismo della Rivoluzione si mostrano pure nel fatto che essa tende ad applicare i suoi princìpi in tutti i campi dell'essere e dell'agire degli uomini e delle società. Ciò appare evidente ogni volta che analizziamo le trasformazioni subite dal mondo negli ultimi cento anni.

Libertà, Uguaglianza, Fratellanza. Vediamo questo trinomio trasformare gradualmente i singoli, le famiglie, le nazioni. Non c'è quasi nessun campo in cui, in un modo o nell'altro, non si trovino qui o là i segni dei passi vittoriosi dell'uno o dell'altro principio del noto trinomio. Pur considerando come regole i princìpi di prudenza sopraenunciati, in genere la marcia rivoluzionaria ha rappresentato un avanzamento, per così dire quasi invariabile.

Consideriamo ad esempio le trasformazioni della famiglia negli ultimi cento anni. L'autorità dei genitori subisce un continuo declino: uguaglianza. Il vincolo che unisce i coniugi va assottigliandosi sempre di più: libertà.

Si consideri pure l'ambiente delle scuole dell'insegnamento primario, secondario e universitario. Le formule di rispetto dovute al professore da parte degli allievi si sono ridotte sempre di più: uguaglianza. Gli stessi professori tendono a porsi il più possibile al livello degli alunni: uguaglianza, fratellanza.

Analoghe osservazioni andrebbero fatte nei più diversi campi: nei rapporti fra governanti e governati, fra padroni ed operai, o anche fra membri della gerarchia ecclesiastica e fedeli. Non finiremmo mai se tentassimo di presentare qui un elenco, almeno approssimativo, di tutte le trasformazioni realizzate nel mondo in forza del trinomio rivoluzionario.

b) Un altro elemento della Rivoluzione: il suo carattere di moltitudine 

È la moltitudine, sì, la moltitudine innumerevole di quelli che - portati ora dalla convinzione, ora dal mimetismo, ora dal timore di subire le critiche con cui verrebbero mitragliati dagli slogan implacabili del brusio rivoluzionario - promuovono o più semplicemente tollerano l'impunita e dominante offensiva della propaganda rivoluzionaria, verbale o scritta.

Se la rivoluzione fosse semplicemente un'ideologia che ha al suo servizio l'impulso, le mancherebbe importanza storica. È il carattere di moltitudine il fattore più importante del suo successo.

 2. L’opinione dei cattolici sulla Rivoluzione francese: dissensi 

Tutto ciò spiega perché, per la grande maggioranza delle persone, la Rivoluzione francese sia apparsa, quasi fin dal suo inizio, soprattutto come una moltitudine psico-drogata dal trinomio rivoluzionario e ubriacata dall'entusiasmo impulsivo da esso scatenato. Una moltitudine che, sotto l'influsso di questa ubriachezza, voleva arrivare il più presto possibile alle ultime conseguenze (e cioè a quelle più violente, più dispotiche, più sanguinarie) del trinomio, e quindi voleva e perseguiva il crollo di tutto quanto significasse Fede, autorità, gerarchia, disuguaglianza politica, sociale o economica.

Così, la Rivoluzione francese, negli ultimi eccessi della sua fase più cruenta – dopo aver rotto le immagini e gli altari, chiuso le chiese, perseguitato i ministri di Dio, detronizzato e decapitato il Re e la Regina, dichiarato abolita la nobiltà sottoponendone innumerevoli membri alla pena capitale, raggiunta la sua meta di impiantare un mondo nuovo in 'tutto, ora e per sempre', era sul punto di realizzare ciò che in modo molto caratteristico aveva descritto uno dei suoi più rilevanti precursori, Diderot: "Intrecciando con le mani le budella dell'ultimo prete, ne faranno un cappio per l'ultimo dei Re".

 a) Diversi modi in cui i cattolici possono considerare la Rivoluzione francese

Di fronte a una tale pluralità di aspetti del fenomeno rivoluzionario - del caos rivoluzionario - è comprensibile che, per molti, la prima visione della Rivoluzione francese, cioè quella globale, salti agli occhi più del suo aspetto in certo qual modo benigno ed equo del trinomio; o anche di quello sovversivo, sanguinario e fanatico che si può intravedere nelle ambiguità dello stesso trinomio.

Non stupisce dunque che un gran numero di cattolici di fronte a questo quadro si domandi che pensare della Rivoluzione francese, in quanto cattolici.

Alcuni, distinguendo fra la dottrina rivoluzionaria - espressa nell'ambiguo trinomio e i fatti ai quali essa diede origine, tendevano ad accettare come vera soltanto l'interpretazione benevola che se ne poteva dare. Un tale atteggiamento li rendeva simpatizzanti della Rivoluzione francese, pur criticando in modo netto, ma debole, i crimini da essa commessi.

Altri la consideravano soprattutto come la causa nefanda delle crudeltà e delle ingiustizie che abbiamo elencato, dando al trinomio rivoluzionario un'interpretazione altamente sfavorevole alla quale peraltro si presta, e la denunciavano come il frutto criminale di una congiura satanica, ordita e messa in moto per modellare gli individui, le nazioni e la stessa civiltà cristiana, che fino a poco prima li governava, secondo lo spirito e la massima del primo rivoluzionario che aveva osato gridare nelle immensità celesti il suo "non serviam".

Secondo questi studiosi della Rivoluzione francese, l'unica risposta del cattolico a tale ribellione era proclamare il grido di fedeltà degli Angeli di luce, seguaci di san Michele: "Quis ut Deus?". E, analogamente a quanto costoro avevano fatto in Cielo, fare un "proelium magnum" sulla terra, dissolvendo gli antri tenebrosi nei quali la Rivoluzione viene ordita infliggendo le più severe pene ai suoi responsabili, spezzandole falangi dei cospiratori, eliminando le pseudo-benemerite "conquiste", rierigendo gli altari, riaprendo i templi, rintronizzando le immagini sacre, ristabilendo il culto, restaurando il trono, la nobiltà e tutte le forme di gerarchia e di autorità; infine, riallacciando il filo degli avvenimenti storici che l'ignominia rivoluzionaria aveva interrotto e turpemente deviato dal loro corso.

 b) La Rivoluzione francese vista da Pio VI

Si consideri l'analisi di soprannaturale e profetica grandezza che della Rivoluzione francese fece Pio VI nell'allocuzione pronunciata a proposito della decapitazione di Luigi XVI:

"Il re cristianissimo, Luigi XVI, è stato condannato alla pena capitale da un'empia congiura, e questo giudizio è stato eseguito.

"Vi ricorderemo in poche parole le disposizioni e le motivazioni di questa sentenza. La Convenzione Nazionale non aveva né il diritto né l'autorità di pronunciarla. Infatti, dopo aver abrogato la monarchia, che è la miglior forma di governo, aveva trasferito tutto il pubblico potere al popolo. (...)

"La parte più feroce di questo popolo, non soddisfatta di aver degradato la maestà del suo Re e decisa a strappargli la vita, volle che fosse giudicato dai quei suoi stessi accusatori, che si erano apertamente proclamati come i suoi nemici più implacabili. (...)

"Celebrando la caduta dell'altare e del trono come trionfo di Voltaire, si esaltano la fama e la gloria di tutti gli scrittori empi come, un tempo, si faceva con quelle di generali di un esercito vittorioso. Dopo aver così trascinato, con ogni tipo di artifici, una grandissima parte del popolo nel loro partito, per attrarlo meglio ancora con la loro ricchezza e con le loro promesse, o piuttosto per farne il loro giocattolo in tutte le province della Francia, i faziosi si sono serviti del termine specioso di libertà, ne hanno inalberato i trofei e hanno invitato la massa a raccogliersi sotto le sue bandiere, che hanno spiegato da tutte le parti.

"In realtà si tratta di quella libertà filosofica, che tende a corrompere gli spiriti, a depravare i costumi, a rovesciare tutte le leggi e tutte le istituzioni trasmesse. (...)

"Dopo questa serie ininterrotta di empietà cominciate in Francia, chi ha ancora bisogno della dimostrazione che le trame originarie di questi complotti, che oggi scuotono e agitano tutta l'Europa, devono essere imputate all'odio verso la religione? Nessuno può ugualmente negare che la stessa causa abbia prodotto la morte funesta di Luigi XVI. (...)

"Francia! Francia! Tu che i nostri predecessori chiamavano 'lo specchio di tutta la Cristianità e l'inalterabile sostegno della fede; tu, che per lo zelo per il Credo cristiano e per la pietà filiale verso la Sede Apostolica, non segui le altre nazioni, ma le precedi tutte', come ci sei oggi avversa! Da quale spirito di ostilità sembri animata contro la vera religione! (...)

"Ancora una volta, Francia! Tu stessa prima esigevi un Re cattolico. Tu dicevi che le leggi fondamentali del regno non permettevano assolutamente di riconoscere un Re che non fosse cattolico. Ed ecco che ora l'avevi, questo Re cattolico, e proprio perché era cattolico lo hai assassinato!".

Il fenomeno rivoluzionario è qui visto nel suo insieme: l'ideologia, l'impulso, le moltitudini innumerevoli che riempivano strade e piazze, i cospiratori empi ed occulti, le mete radicali ed ultime che attirarono i rivoluzionari dal suo inizio alla fine, e che in questa fine terribile lasciarono intravedere, dietro le formulazioni iniziali a volte melliflue, le intenzioni ultime verso le quali, sempre meno velatamente, la Rivoluzione marciava globalmente.

 c) Connivenze dei "moderati" con la radicalità della Rivoluzione

Questo modo di vedere la rivoluzione non nega che si possa fare nel fenomeno rivoluzionario la distinzione tra questa o quella delle sue sfumature.

Così, non è possibile identificare i "feuillants" ("foglianti") dei primordi della Rivoluzione - monarchia liberali che, se paragonati ai paladini senza riserve dell'Ancien Régime, facevano in un certo modo la figura di rivoluzionari - con i girondini. Infatti, questi ultimi propugnavano per lo più una repubblica nemica del clero e della nobiltà, ma favorevole a conservare un regime socio-economico liberale che risparmiasse dal tifone la libera iniziativa, la proprietà privata, etc. La posizione girondina aveva tutte le carte per apparire radicalmente rivoluzionaria, non soltanto ai controrivoluzionari dichiarati (emigrati, chouans ed altri guerriglieri della monarchia) ma anche ai "feuillants", e tuttavia risvegliava l'ira degli ultraintransigenti della "Montagna", i quali non solo propugnavano l'abolizione della monarchia, la persecuzione radicale e cruenta del clero e della nobiltà, ma molte volte guardavano con occhio minaccioso le fortune preminenti della classe borghese.

Considerando da un estremo all'altro questa successione di sfumature, dai "feuillants" fino ai membri del Comité de Salut Publique con le orde dei loro ammiratori, si nota che ogni sfaccettatura o tappa della marcia rivoluzionaria sembra accentuatamente di sinistra in rapporto a quella precedente, e ultraconservatrice se paragonata alla sfaccettatura o tappa successiva. Si giunge così all'ultimo respiro della Rivoluzione, esalato quando già era moribonda nel 1795, cioè alla rivoluzione comunista di Babeuf, alla cui sinistra non può concepirsi altro che il caos e il vuoto, e alla cui destra un babuvista immaginava di vedere tutto quanto l'aveva preceduto.

Il metodo di considerare la Rivoluzione distinguendovi diverse sfaccettature presuppone, implicitamente o esplicitamente, che questa distinzione sia valida nella valutazione del fenomeno rivoluzionario solo se consideriamo che, nella mente persino dei suoi più blandi paladini, sebbene esistessero reali propositi di moderazione, esistevano però anche contraddittoriamente inspiegabili indulgenze e talvolta nette simpatie verso i crimini e i criminali della Rivoluzione.

Questa simultanea presenza di tendenze alla moderazione e di connivenza rivoluzionarie nella mentalità dei "moderati" e lungo le diverse tappe della Rivoluzione, portò uno dei più focosi apologeti del fenomeno rivoluzionario - Clemenceau - ad eludere le accuse di contraddizione ad essa rivolta, affermando tassativamente che "la Révolution est un bloc", nel quale le crepe e le contraddizioni non sono che apparenze.

Ossia, la Rivoluzione - frutto di una miscela di tendenze, dottrine e programmi - non può essere lodata né censurata identificandola con una sola delle sue sfaccettature o tappe, ma deve essere considerata nel suo aspetto così evidente di miscela.

L’espressione di Clemenecau può apparire attraente a molti animi, ma costituisce una descrizione della realtà storica ancora insufficiente.

Infatti, in quest'apparente miscela, spicca un principio ordinatore di capitale importanza: dai primordi fino quasi a Babeuf, ogni tappa della Rivoluzione mira a distruggere qualcosa e, allo stesso tempo, a conservare qualcosa del vecchio edificio socio-politico-economico precedente alla riunione degli Stati Generali; ma con la riserva che, in ogni tappa, il fermento distruttore agisce con più efficacia, più sicurezza in se stesso e più impeto di vittoria, che non la tendenza conservatrice. In realtà, questa si presenta quasi sempre intimorita, insicura, minimalista in ciò che vuole conservare e benvolentieri cedevole in ciò che accetta di immolare.

In altri termini, dall'inizio alla fine, uno stesso fermento agisce in ognuna di queste tappe - di queste sfumature - facendone una pietra miliare transitoria verso la capitolazione globale. Di conseguenza, la rivoluzione era già tutta intera nella sua sorgente, come l'albero è tutto intero nel suo seme.

Fu appunto questo il fermento colto con lucidità dall'indimenticabile Pontefice Pio VI, prigioniero e poi martire, nel 1799, del furore rivoluzionario.

Duecento anni dopo la Rivoluzione francese, le indagini effettuate dalla televisione per sapere che pensano i francesi di oggi della colpevolezza del Re e della Regina, portano ad ammettere che è ancora come "un bloc", alla Clemenceau, che molti dei nostri coetanei - persino tra i non francesi - vedono la Rivoluzione.

L'esecuzione della coppia reale (1793), considerata in se stessa, presumibilmente sarebbe disapprovata da molti di coloro che, ancor oggi, si esprimono a favore. Tuttavia, questi regicidi l'avallano perché ritengono di vedere in essa - considerato l'esuberante complesso di aspetti contraddittori del turbine rivoluzionario - l'unico mezzo per salvare la Rivoluzione, le sue "conquiste", i suoi "atti di giustizia", le pazze speranze che suscitava: insomma, tutto quel "blocco" confuso ed effervescente di ideologie, aspirazioni, risentimenti ed ambizioni che costituivano in un certo qual modo l'anima della Rivoluzione.

Costoro prolungano fino ai nostri giorni quella sorta di "famiglia di anime" che vede come un alto di giustizia l'esecuzione del debole e bonario Re Luigi XVI e della Regina Maria Antonietta. Certamente, tra questi adepti contemporanei del regicidio, sorprendentemente numerosi, ve ne sono molti che non si identificherebbero pienamente con nessuna delle sfaccettature della Rivoluzione francese, giacché rappresentano una tappa ancora più avanzata del processo rivoluzionario, diversa ma non per questo priva di nesso con le sfaccettature che si manifestarono duecento anni fa: gli ecologisti intransigenti, ad esempio, ai quali sembra ingiusto uccidere un uccello o un pesce, ma che non manifestano indignazione - ma anzi, formale approvazione - per il fatto che Luigi XVI e la sua graziosa moglie, Maria Antonietta, siano stati condannati a morte. Su quest'ultima - austriaca di nascita ma talmente impregnata dello spirito francese e della sua cultura, da essere ammirata ancor oggi da innumerevoli francesi e non francesi come personificazione delle qualità che, in grado insuperabile, caratterizzano la Francia - ha scritto acutamente il ben noto storico inglese Edmund Burke:

"Sono già 16 o 17 anni che vidi la Regina di Francia, a Versailles, quando era ancora Delfina; senza dubbio non era mai sceso su questo mondo - che ella sembrava appena sfiorare - una visione più dilettevole. La vidi appunto spuntare all'orizzonte mentre abbelliva e animava l'elevato ambiente in cui si cominciava a muovere, scintillando come la stella mattutina, piena di vita, splendore e gioia.

"Ah! Che rivoluzione! Dovrei essere senza cuore per contemplare senza emozione una tale ascesa e una tale caduta! Non avrei potuto neanche immaginare – quando ella ispirava non solo venerazione ma anche amore entusiastico, distaccato e pieno di rispetto - che un giorno ella si sarebbe vista costretta a portare, nascosto nel suo seno, il pungente antidoto all'obbrobrio. Non avrei potuto immaginare che sarei vissuto per vedere simili disgrazie abbattersi su di lei in una nazione di uomini valorosi, in una nazione di uomini onesti e cavalieri. Avrei supposto che diecimila spade sarebbero state sguainate per vendicare persino solo uno sguardo che la minacciasse d'insulto. Eppure l'era della Cavalleria è passata. Le è succeduta quella dei solisti, economisti e calcolatori; la gloria dell'Europa è finita per sempre. Mai, mai più contempleremo quella generosa lealtà verso la categoria e il sesso fragile, quella signorile sottomissione, quella dignitosa ubbidienza, quella subordinazione del cuore che manteneva vivo, persino nella servitù, lo spirito di una libertà elevata. L'inestimabile grazia, la pronta difesa delle nazioni, la cura dei sentimenti virili e delle imprese eroiche sono scomparse. È scomparsa quella sensibilità di princìpi, quella castità dell'onore, che faceva sentire una macchia come una ferita, che ispirava il coraggio e allo stesso tempo mitigava la ferocia, che nobilitava tutto quanto toccava, e sotto la quale lo stesso vizio, perdendo tutto il suo aspetto grossolano, perdeva la metà della sua malvagità".

Segnalare e descrivere i nessi che, al di sopra dei secoli, legano certe forme di ecologismo alla gironda, alla montagna, o persino al babuvismo, costituirebbe còmpito troppo ampio e sottile per trovar posto in quest'opera. Abbiamo menzionato, soltanto di passaggio, che alcuni nostri contemporanei hanno considerata la posizione estrema dell'ecologismo, e di altre correnti affini, come una metamorfosi del comunismo apparentemente "suicidatosi" nella defunta URSS e nei Paesi satelliti.

 3. Interviene Leone XIII

 Tutte queste considerazioni, così famigliari a molti lettori contemporanei, lo sono molto meno ad altri per via dell'effetto lenitivo che l'oblio provocato dal tempo esercita su persone, dottrine, correnti di pensiero, dispute e sulla storia di tutto questo.

Era necessario ricordare tutto ciò per comprendere la situazione davanti alla quale si trovò il Papa Leone XIII, quando avviò la politica detta del "ralliement" e tentò di unire attorno a sé i cattolici divisi dal modo di valutare il fenomeno rivoluzionario.

A partire dal 1870, la Francia viveva sotto il regime repubblicano. In quell'anno iniziò la sua terza Repubblica, la quale si consolidò nel 1873 col rifiuto dell'Assemblea Nazionale di restaurare il trono col pretendente legittimo, il conte di Chambord, discendente di Re Carlo X. Il regime repubblicano allora instaurato, a partire delle dimissioni del generale Mac Mahon del 1879, si mostrò sempre più chiaramente ispirato ai princìpi rivoluzionari ed anticattolici che avevano dato origine alla Rivoluzione francese.

Sarebbe possibile per la Santa Sede accordarsi con questo regime? 0 ciò equivarrebbe a fare un concordato con Satana? A questa domanda scottante Leone XIII dovette rispondere quando ascese al trono pontificio nel 1878.

Fra i cattolici c'erano allora polemiche senza fine che non si limitavano ad un carattere meramente dottrinale o storico.

Il punto di divergenza era la valutazione della Rivoluzione francese, specialmente nella sua politica religiosa.

C'erano cattolici inflessibili nel difendere l'integrità dei diritti secolarmente riconosciuti alla Chiesa dalla tradizione nata con san Remigio e Clodoveo.

Oltre ai cattolici inamovibili nelle loro posizioni religiose e controrivoluzionarie, c'erano quelli che aderivano moderatamente alla politica antireligiosa della Rivoluzione, ritenendo che tale posizione esprimesse il vero pensiero dei rivoluzionari "feuillants" o di parte dei girondini.

Altri ancora si sentivano più vicini alla politica antireligiosa più audace delle correnti di sinistra della Gironda. Tuttavia, quasi nessun cattolico approvò gli estremi antireligiosi della Montagna.

In molti casi, a questo quadro di tendenze riguardante la politica religiosa, corrispondeva un analogo quadro nel campo strettamente politico.

All'estrema destra, si trovavano i cattolici favorevoli alla monarchia dell'Ancien Régime e alla sua restaurazione nella persona del pretendente legittimista, il conte di Chambord. In un certo modo essi erano quelli ai quali si riferiva Talleyrand quando diceva, con intento manifestamente caricaturale, che, messi davanti alla Rivoluzione, rifiutavano tutto perché "non avevano imparato nulla, niente avevano dimenticato".

Da parte loro, i "moderati" della Rivoluzione in materia religiosa lo erano molto spesso in materia politica. Il loro monarchismo era consono al loro cattolicesimo: aspiravano al mantenimento di una religione esangue, nonché di una monarchia sbiadita.

C'erano anche gli adepti di una forma di governo chiaramente repubblicana, affine ad uno Stato interamente o quasi separato dalla Chiesa. Si trattava di repubblicani che si autoritenevano moderati, e che quindi si differenziavano dai repubblicani, meno numerosi, figli della Montagna.

Questi montagnardi del secolo XIX erano in genere di un ateismo becero, nonché di un repubblicanesimo radicale. Ancora qui dobbiamo citare Clemenceau: "Dall'epoca della Rivoluzione siamo in rivolta contro l'autorità divina ed umana, con la quale, con un solo colpo, abbiamo regolato un terribile conto, il 21 gennaio del 1793 [decapitazione di Luigi XVI]".

La Repubblica francese, che Leone XIII si trovò davanti, viveva dell'appoggio politico di questi partigiani di un radicale laicismo di Stato, e pure dei cattolici timorosi che ritenevano una buona politica quella di fare "bonne mine" alla Repubblica, e perfino a qualche esigenza del laicismo di Stato, purché questo, in cambio, non mantenesse la sua crescente ostilità alla Chiesa.

Oblio del passato, perfino della monarchia cattolica nata dalla consacrazione di Clodoveo, irritata indifferenza verso il destino della nobiltà, accoglienza rassegnata e sorridente delle conquiste laiche già consolidate: questo era il prezzo da pagare - immaginavano questi cattolici detti centristi - per ottenere dalla Repubblica le condizioni minime per un'esistenza ben garantita e anche un futuro spensierato per una Chiesa agilmente flessibile nella conduzione della sua politica.

Leone XIII, salendo al trono pontificio, decise di far propria questa politica. Per questo motivo, oltre al prezzo già menzionato, egli sacrificò l'appoggio che avrebbe potuto ottenere da parte dei cattolici che, sul piano politico, si mantenevano fedeli alla monarchia legittimista del conte di Chambord e, sul piano religioso, reclamavano per la Chiesa tutti o quasi tutti i diritti che la Rivoluzione le aveva strappato. Questi cattolici nostalgici della strategia politica di Pio IX erano i più ferventi, i più entusiasti del Papato, i più intransigenti nella difesa dei dogmi.

La politica di Leone XIII comportava proprio di scoraggiare, e quindi di far declinare, l'appoggio che riceveva da queste falangi di valorosi, i quali avevano sofferto persecuzioni e discriminazioni di ogni sorta da parte della Rivoluzione, col cuore lieto di potersi sacrificare per l'altare e il trono, per Dio e il Re.

In compenso, Leone XIII guadagnava il plauso non soltanto di molti cattolici noncuranti dell'interazione fra i grandi problemi temporali e quelli spirituali, ma anche dei cattolici accomodanti.

Valeva la pena questo scambio? È ciò che molti si domandavano.

Leone XIII decise che sì. Col brindisi di Algeri e l'Enciclica "Au milieu des sollicitudes", si orientò chiaramente e direttamente verso l'accomodamento che -come sottolineò con cura - non comportava la rinuncia ad alcun principio di fede o di morale insegnato da lui o dai suoi predecessori.

Com'era prevedibile, le discussioni tra cattolici crebbero in frequenza ed intensità, appunto sulla liceità o meno, per un cattolico, nell'essere repubblicano.

Leone XIII definì la dottrina della Chiesa su questa materia. Ma il vociare delle discussioni velò a molti polemisti la chiarezza di visione e ne derivarono tra i cattolici diverse posizioni errate, alcune delle quali poi ratificate dallo stesso Leone XIII e da san Pio X.

Nel risolvere in tesi la questione della posizione dei cattolici davanti alle forme di governo, Leone XIII non arrivò a tratteggiare con tutta la chiarezza possibile la distinzione fra la Repubblica rivoluzionaria, nata dalla Rivoluzione francese, e la forma di governo repubblicana, considerata esclusivamente nei suoi princìpi astratti e che potrebbe essere legittima secondo le circostanze inerenti ad ogni Paese.

Da questa posizione, che forse corrispose a una preoccupazione di Leone XIII di essere circospetto, derivò in gran parte la confusione intorno all'argomento.

Tralasciamo di parlare qui dei fatti successivi, per non dilungare troppo la materia.

Così, diventarono meno numerosi di quanto sarebbe stato desiderabile, nel panorama politico francese, i cattolici che, in conseguenza della dottrina e dello spirito della Chiesa, preferivano come ideale la forma di governo monarchica, temperata da una certa partecipazione dell'aristocrazia e del popolo al potere pubblico, benché risoluti ad accettare senza scrupoli di coscienza la forma di governo repubblicana qualora questa si dimostrasse necessaria al bene comune.

Al contrario, diventarono più numerosi i cattolici seguaci della forma di governo repubblicana, mossi non tanto dalla convinzione della necessità della Repubblica per la Francia, quanto dal falso principio secondo cui la suprema regola di giustizia nei rapporti umani sarebbe l'uguaglianza. Ne derivava per loro che solo la democrazia, e pertanto la Repubblica tout-court, realizzava fra gli uomini la giustizia perfetta, nella cornice di una perfetta morale: appunto l'errore condannato da san Pio X nella Lettera Apostolica Notre charge apostolique.

Questo risultato non si verificò soltanto in Francia ma in tutto l'occidente.

Queste discussioni si ripercossero in tutto il mondo e, naturalmente, causarono divisioni e confusioni tra i cattolici nei più svariati Paesi; divisioni che ancora in parte sussistono.

Sussiste ancora la grande illusione del radicalismo ugualitario, implacabilmente antimonarchico e antiaristocratico.

L'intenzione che ha animato l'elaborazione di quest'appendice è stata quella di contribuire affinché, alla luce dei documenti pontifici, riguadagnasse terreno la chiarezza di visione e l'unione degli animi su questo argomento. "Dilatentur spatia veritatis" [si dilatino gli spazi della verità], devono desiderare tutti i cuori sinceramente cattolici. Di conseguenza, "dilatentur spatia caritatis" [si dilatino gli spazi della carità]. 

 

Categoria: Nobiltà ed élites tradizionali analoghe

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