Nobiltà ed élites tradizionali analoghe

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Documenti XI

 

Il pensiero di Papi, Santi, Dottori e Teologi sulla liceità della guerra

 

 

Le manifestazioni dello spirito medioevale, combattivo e guerriero, come pure il carattere militante della Chiesa, talvolta sembrano strani ai "fondamentalisti" del pacifismo contemporaneo, assolutamente intolleranti verso ogni e qualsiasi tipo di guerra, poiché alle loro orecchie le espressioni "guerra santa" e "guerra lecita" suonano radicalmente contraddittorie.

Non sarà superfluo mettere a disposizione alcuni testi di Romani Pontefici e di pensatori cattolici di chiara fama, nei quali si può vedere che tale contraddizione non esiste.

  

1. Il fine legittimo della guerra è la pace nella giustizia

Secondo il Dictionnaire Apologétique de la Foi Catholique alla voce "Paix et Guerre" l'insegnamento di Sant'Agostino sulla pace e la guerra può essere riassunto in quattro topici:

"In primo luogo vi sono guerre giuste. Sono quelle che tendono a reprimere una azione colpevole commessa dall'avversario.

"Tuttavia, la guerra deve essere considerata un rimedio estremo al quale si ricorre solo dopo aver riconosciuto l'evidente impossibilità di salvaguardare in altri modi la causa del legittimo diritto. Infatti, pur essendo giusta, la guerra provoca così numerosi e gravi mali - mala tam magna, tam horrenda, tam saeva - che si può scatenarla solo se costretti da un imperioso dovere.

"Il fine legittimo della guerra non è la vittoria con le relative soddisfazioni, ma la pace nella giustizia, ossia il ristabilimento duraturo di un ordine pubblico in cui ogni cosa venga rimessa al suo giusto posto. (...)

"Infine, le disgrazie della guerra costituiscono in questo mondo uno dei castighi provocati dal peccato. Anche quando la sconfitta umilia quelli che avevano ragione, è necessario vedere questa dolorosa prova come voluta da Dio per punire e purificare il popolo dalle colpe delle quali esso deve ammettere la responsabilità".

  

2. Papi e Concili confermano la dottrina di San Tommaso sulla guerra

 Ancora secondo la stessa fonte, S. Tommaso d'Aquino "enuncia le tre condizioni che rendono legittimo, in coscienza, il ricorso alla forza delle armi.

"1.- Che la guerra sia intrapresa non da semplici privati, o da una autorità secondaria (...) ma sempre dall'autorità che esercita nello Stato il potere supremo.

"2.- Che la guerra sia motivata da giusta causa, ossia che il nemico sia combattuto per causa di una colpa proporzionata che abbia realmente commesso.

"3.- Che la guerra sia condotta con retta intenzione, cioè facendo un leale sforzo per ottenere il bene ed evitare il male, il più possibile (...).

"Questa dottrina di San Tommaso è confermata, indirettamente ma chiaramente, dalle Bolle pontificie, dai decreti conciliari del medioevo a proposito della pace di Dio, della tregua di Dio e della regolamentazione pacifica e mediante arbitrato dei conflitti tra regni. Sono documenti che per la loro concordanza di pensiero traducono l'autentica dottrina della Chiesa e lo spirito generale del suo insegnamento sulle questioni morali riguardanti il diritto di pace e di guerra (...).

"La pratica dei Papi e dei Concili corrobora e accredita gli insegnamenti dei Dottori [sull'argomento], i cui tre principi fondamentali sono posti in rilievo da S. Tommaso".

  

3. Morire o uccidere per Cristo non è criminoso ma glorioso

 Sulla liceità della guerra contro i pagani, S. Bernardo, il Dottore Mellifluo, dice queste ardenti parole:

 "I cavalieri di Cristo possono con tranquillità di coscienza combattere le battaglie del Signore, senza temere in alcun modo né di peccare per l'uccisione del nemico, né il pericolo di morire: poiché in questo caso la morte, inflitta o sofferta per Cristo, non ha nulla di criminoso e molte volte comporta il merito della gloria. Infatti, come con la prima si dà gloria a Cristo, così con la seconda si ottiene Cristo stesso. Il quale senza dubbio accetta volentieri la morte del nemico come punizione, e ancor più volentieri si dona al soldato come consolazione. Il cavaliere di Cristo uccide con tranquilla coscienza e muore con anche maggior sicurezza. Morendo favorisce se stesso, uccidendo favorisce Cristo. E non è senza ragione che il soldato porta la spada: egli è ministro di Dio per la punizione dei malvagi e per l'esaltazione dei buoni. Quando egli uccide un malvagio non è omicida ma, per così dire, malicida; è necessario vedere in lui tanto il vendicatore che è al servizio di Cristo quanto il difensore del popolo cristiano. Quando poi muore, bisogna pensare che non è morto, ma che è giunto alla gloria eterna. Pertanto la morte che egli infligge è un beneficio per Cristo; quella che riceve è un beneficio per se stesso. Della morte del pagano il cristiano può gloriarsi perché è Cristo che viene glorificato; nella morte del Cristiano, la liberalità del Re si manifesta esaltando il soldato che merita di essere ricompensato. Col soldato si feliciterà il giusto quando lo vede punire. Si dirà di lui: 'C'è davvero ricompensa per il giusto; c'è veramente un Dio che giudica sulla Terra'(Ps. 57,12). I pagani non dovrebbero essere uccisi, se si potesse impedire in qualche altro modo le loro gravissime vessazioni sottraendo loro i mezzi per opprimere i fedeli. Ma attualmente è meglio che vengano uccisi affinché, in questo modo, i giusti non si pieghino davanti alla potenza della loro iniquità, perché altrimenti per certo rimarrà la frusta dei peccatori sulla stirpe dei giusti".

4. La protezione della Fede è causa sufficiente per la liceità della guerra

Presentiamo il seguente giudizio del Dottore Serafico, S. Bonaventura, sull'argomento:

"Per la liceità [della guerra] si richiede che la persona che la dichiara sia investita di autorità, che colui che la combatte sia un laico (…), che colui contro il quale viene fatta guerra sia di una tale insolenza che deve essere represso con la guerra. Cause sufficienti sono: la protezione della patria, o quella della pace, o della Fede".

5. La Sacra Scrittura loda le guerre fatte contro i nemici della Fede

Francisco Suárez S.J., teologo di riconosciuta autorevolezza nel pensiero cattolico tradizionale, così si esprime nella sua celebre opera De Bello, in cui riassume la dottrina della Chiesa sul tema:

"La guerra, in sé, non è intrinsecamente cattiva, né è proibita ai cristiani. È una verità di Fede contenuta espressamente nella Sacra Scrittura, poiché nell'Antico Testamento sono lodate le guerre intraprese da uomini molto santi: '0 Abramo! Benedetto sei da Dio Altissimo che ha creato il Cielo e la Terra; e sia benedetto Dio Altissimo per la cui protezione i nemici sono caduti nelle tue mani' (Gen. 14, 19-20). Passi analoghi si leggono su Mosè, Giosuè, Sansone, Gedeone, Davide, i Maccabei e altri, ai quali molte volte Dio comandava di far guerra contro i nemici degli Ebrei; e S. Paolo dice che questi santi hanno conquistato imperi in favore della Fede. Lo stesso è confermato da altre testimonianze dei Santi Padri citati da Graziano, come pure da Sant'Ambrogio in vari capitoli del suo libro sui doveri".

6. La Chiesa ha diritto e potere di proclamare e guidare una Crociata

Ai nostri tempi, nel 1956, è stato pubblicato uno studio eminente e molto ben documentato sul diritto della Chiesa a proclamare la guerra contro gli infedeli e gli eretici ad opera di Mons. Rosalio Castillo Lara, poi elevato al cardinalato. Quest'opera fornisce dati del massimo interesse per dimostrare come la Chiesa abbia esercitato de facto questo potere, basandosi su princìpi di ordine giuridico e dottrinale. Scegliamo alcuni brani dello studio del citato cardinale che bene illustrano questo atteggiamento combattivo dei papi medioevali.

"Tutti gli autori sono concordi nel concedere alla Chiesa un diritto virtuale alla vis armata, senza la quale sarebbe inutile qualsiasi costrizione materiale. Esso consiste nel potere di esigere di autorità dallo Stato il servizio della sua forza armata per scopi puramente ecclesiastici, ossia ciò che abitualmente si intende per invocare l'aiuto del braccio secolare".

Sulla Crociata contro gli infedeli e sulla sua proclamazione da parte dei Papi, si legga:

"Le Bolle della Crociata e i canoni conciliari presentano sempre come fine principalissimo la riconquista della Terra Santa o, secondo il momento storico, la conservazione del regno cristiano di Gerusalemme, risultato della prima Crociata. A ciò si aggiunga la liberazione dei cristiani prigionieri e, di conseguenza, la lotta per confondere l'audacia dei pagani che insultano l'onore e il nome dei cristiani. Ad esempio, le motivazioni avanzate per indurre i fedeli a partecipare alle spedizioni erano tutte di questo genere; giravano intorno ad un concetto centrale: la santità dei luoghi consacrati dalla nascita, dalla vita e dalla morte di Nostro Signore Gesù Cristo, che non possono essere continuamente profanati dalla presenza degli infedeli. La Cristianità ha un diritto acquisito e imprescrittibile su queste terre (...).

"Questo concetto religioso impregna completamente tutte le spedizioni delle Crociate e predomina, almeno virtualmente, sugli altri moventi politici o temporali che ad esso si mescolavano (...).

"Celestino III fa vedere che combattere per la Terra Santa equivale a servire Cristo, al che sono obbligati i suoi seguaci: 'Ecce qui nunc cum Cristo non fuerit, juxta Evangelicae auctoritatis doctrinam ipse erit adversus' [Colui che ora non si dichiari in favore di Cristo sarà, secondo quanto proclama autorevolmente la dottrina evangelica, suo nemico].

"Le Bolle di Innocenzo III che trattano questo tema sono molto numerose e la finalità non si distacca dalla linea tradizionale: la Crociata mira ‘ad expugnandam paganorum barbariem et haereditatem Domini servandam ad vindicandam injuriam crucifixi, ad defensionem Terrae Nativitatis Domini' [per distruggere la barbarie dei pagani, proteggere l'eredità del Signore e vendicare l'ingiuria fatta al Crocifisso, difendendo la Terra che ha dato il natale al Signore].

"Tuttavia Innocenzo III preferisce un terreno più concreto e dà una nuova formula alle tradizionali motivazioni, ponendo l'obbligo dei cristiani di partecipare alla Crociata su un piano quasi giuridico: il dovere di vassallaggio che lega i cristiani al loro Re Gesù Cristo.

"In una epistola al Re di Francia spiega: Come sarebbe un crimine di lesa maestà per un vassallo il non soccorrere il proprio signore espulso dalla sua terra e fatto prigioniero, 'similiter Iesus Christus Rex regum et Dominus dominantium (...) de ingratitudinis vitio et veluti infidelitatis crimine te damnaret, si ei ejecto de terra quam pretio sui sanguinis compravit et a Sarracenis in salutiferae Crucis Ligno quasi captivo detento negligeris subvenire' [analogamente Gesù Cristo Re dei re e Signore dei dominatori (...) ti condannerebbe per colpa di ingratitudine e in quanto colpevole del crimine di infedeltà, se tu, pur essendo Egli espulso dalla terra che ha riscattato a prezzo del Suo Sangue, e quasi tenuto schiavo dai saraceni nel salvifico Legno della Croce, trascurassi di accorrere in suo aiuto].

"Onorio III mette in rilievo l'offesa e il disonore che cadono su Cristo ed i cristiani per il fatto che la Terra Santa è dominata da empi e blasfemi saraceni. Questo è motivo sufficiente per prendere le armi (...).

"Il dovere di vassallaggio è talmente stretto e l'offesa fatta a Cristo deve spingere in tal modo i cristiani, che colui che si mostrasse negligente dovrebbe ben temere per la propria eterna salvezza. (...)

"Innocenzo IV considera la liberazione della Terra Santa come opera strettamente ecclesiastica, alla quale sono principalmente obbligati i prelati, visto che porterà grande vantaggio alla Fede cattolica. (...)

"Gregorio X confessava di non aspirare ad altro che alla liberazione della Terra Santa, che considerava come principale obiettivo del suo pontificato. (...)

"In conclusione: per la dottrina ufficiale della Chiesa, le Crociate erano un'opera santa, dal carattere strettamente religioso. (...) Di conseguenza, esse rientravano nell'ambito della Chiesa, che prendeva quasi sempre l'iniziativa di promuoverle, controllarle e guidarle colla propria autorità".

Gli ordini militari costituivano il braccio armato della Chiesa. Su di essi così scrive l'erudito porporato nella sua valida opera:

"Gli ordini militari sono una fedele espressione di ciò che si potrebbe considerare come la vis armata ecclesiastica. Di fatti i suoi membri erano allo stesso tempo soldati e monaci. In quanto religiosi, professavano i tre voti tradizionali su una Regola approvata dalla Santa Sede. In quanto soldati, formavano un esercito permanente pronto ad entrare in battaglia dovunque minacciassero i nemici della religione cristiana. Il fine ecclesiastico che esclusivamente si proponevano e la dipendenza dalla Santa Sede in cui venivano posti dal voto di obbedienza, ne facevano dei soldati della Chiesa.

"Istituzionalmente erano religiosi laici [non sacerdoti] consacrati alla guerra in difesa della Fede. Questo fatto di avere inserito in un quadro di istituzioni puramente ecclesiastiche un corpo di militari, rivela nella Chiesa l'intima coscienza di possedere un supremo potere coattivo materiale, del quale partecipavano, come delegati, questi monaci guerrieri.

"Non c'è altro modo di spiegare la approvazione di questi ordini. Nell'approvarli, la Chiesa li rivendicava strettamente come propri e santificava il fine al quale, per professione, questi cavalieri dovevano tendere, e che altro non era se non la guerra".

E ancora sulla liceità della guerra, aggiunge il cardinale:

"Nel lanciare l'appello alla Crociata, nell'animare i soldati prendendoli sotto la loro alta direzione, i pontefici non si posero mai il problema della incongruenza della guerra con lo spirito della Chiesa, né si domandarono se avevano diritto di organizzare eserciti e lanciarli contro gli infedeli. (...) I Papi di conseguenza non solo non lo consideravano illecito, ma anzi avevano coscienza di esercitare in tal modo un proprio potere: il supremo potere di coazione materiale; né pensavano lontanamente di invadere in tal modo la sfera del temporale che sapevano riservata solo allo Stato.

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