Il paradosso della felicità. Intervista a Roberto Marchesini

Forse mai come oggi la vita delle persone è basata sulla ricerca della felicità. E forse mai come oggi le persone sono state più infelici. Stanno forse cercando nel posto sbagliato? Cos’è la felicità? Ne abbiamo parlato con Roberto Marchesini, noto psicologo e psicoterapeuta di Milano, autore di decine di libri.

 

 

a cura di Julio Loredo

Dottore, mai come oggi assistiamo a un’impennata dei disaggi psicologici, col conseguente uso di psicofarmaci e di terapie psicologiche. Le persone cercano freneticamente la felicità, eppure sono sempre più depresse. Come mai?

Anni fa ero in un viaggio di studio in California. Sono andato a visitare un’importante libreria, con un’enorme stanza dedicata alla psicologia. Quasi tre quarti dei libri esposti riguardava la self-psychology: prenditi cura di te, con gli aromi, con i fiori, con i colori e via dicendo. Ma, se queste cure funzionassero, che bisogno ci sarebbe di tutti questi libri? Infatti, non funzionano.

Le persone cercano queste cure perché provano gravi disaggi esistenziali che vogliono risolvere. La soluzione, però, non si trova qui. La vita è come un bicchiere che dobbiamo riempire. Nella prima parte della vita riceviamo. Dobbiamo ricevere. Dobbiamo riempire il nostro personale bicchiere. Impariamo, facciamo esperienze, riceviamo consigli. Poi arriva un giorno nel quale pensiamo: e cosa me ne faccio di questo bicchiere quasi colmo? È una delle tipiche domande esistenziali. Cosa ci faccio a questo mondo? Che senso ha la mia vita?

E la risposta paradossale è: una volta riempito il nostro bicchiere, dobbiamo regalarlo a qualcun altro! Donarlo a qualcun altro! Questo è l’unico modo per rispettare il valore del bicchiere. In altre parole, per paradossale che possa sembrare, dal punto di vista della psicologia, la felicità consiste nel dare e non nel ricevere. Il dare con gioia è l’unica risposta sensata alle nostre domande esistenziali, l’unico modo per conseguire la felicità.

Sembra un vero paradosso: più ne do più ne ricevo…

Infatti, i filosofi lo chiamano “il paradosso della felicità”: se insegui la tua felicità, non la raggiungerai mai; se, invece, cerchi la felicità altrui, ti scoprirai felice. Diceva Giacomo Samek Lodovici: “Soltanto l’amore autentico consegue la felicità accessibile all’uomo, mentre la ricerca diretta della felicità personale, in cui consiste l’egoismo, se la preclude”. Egli cita quindi una serie di filosofi e teologi, da Seneca a Kierkegaard a San Bernardo da Chiaravalle. Tutti coincidono nel dire che nessuno vive felice se bada solo a se stesso, se rivolge tutto al suo proprio interesse. Per essere felice, deve cercare la felicità altrui.

Questo paradosso della felicità, d’altronde, non è che la manifestazione del paradosso dell’amore. Nell’amore, uscendo da se stessi, si raggiunge la perfezione personale. Nel donarsi si sperimenta un dare senza perdere, un acquistare donando, in cui la persona perfeziona e si perfeziona. Perciò l’uomo non può vivere senza amore.

C’è dunque più gioia nel dare.

Esattamente. E ciò non è altro che l’insegnamento di Gesù: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At 20, 35). Che la felicità si possa conseguire solo cercando la felicità altrui è sia una verità naturale che una verità rivelata.

Nella cosmologia aristotelico-tomista, ogni cosa ha un fine. Così è anche per l’uomo: è al mondo per un motivo e la realizzazione di quel motivo coincide con la sua massima realizzazione e felicità. Questo vuol dire che cercare, anche a costo del proprio sacrificio, il bene degli altri è, oltre che causa di felicità, anche il fine e la realizzazione dell’uomo. È ciò che, da secoli, propone la Chiesa cattolica parlando di “vocazione”.

La nostra vocazione è il motivo per cui siamo al mondo. E questa è cercare il bene dell’altro prima di ogni cosa, anche a costo del sacrificio di sé. Il programma che la Chiesa ha proposto, nei secoli, è riassunto nel titolo di un libretto di spiritualità: Imitatio Christi, l’imitazione di Cristo. E Gesù, che siamo chiamati a imitare, ha fatto proprio questo: ha dato tutta la sua vita, fino a morire in croce, per salvare coloro che amava. Questa è stata la sua realizzazione, il suo compimento, e noi siamo chiamati a fare altrettanto.

Lasciamo per un attimo l’aspetto religioso. Dal punto di vista umano, in cosa consiste questo dare per essere felici?

Prendiamo la famiglia. Alla maggior parte delle persone, oggi, non passa minimamente per l’anticamera del cervello che il matrimonio possa essere un dare. Che cavolo, mi sono sposato per essere felice! Certo, ma ricordiamoci del paradosso della felicità: io sono felice se cerco la felicità di un altro. Invece, la gente continua a sposarsi per essere felice, non per far felice un altro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: separazioni e divorzi; sempre meno matrimoni che durano sempre meno. Il motivo è esattamente questo.

Perché la gente si separa? Perché considera il matrimonio come una entrata; o al massimo una partita doppia, nella quale le voci “dare” e “avere” devono almeno essere pari. Ma dopo qualche tempo, scopre che è più quello che dà di quello che riceve; ed ecco la crisi. Basterebbe ricordarsi che il matrimonio è un’uscita, non un’entrata; e tutto tornerebbe a posto.

Quindi il matrimonio sarebbe solo fatica, sacrificio e servizio? Ovviamente no. Ogni tanto arriva anche qualche gratificazione; ma non è l’obiettivo del matrimonio. È un po’ come il Vangelo: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia; tutto il resto vi sarà dato in aggiunta” (Mt 6, 33).

Quando io sono a casa, non sono me stesso. Sono la persona della quale gli altri (moglie, figli) hanno bisogno. Vengono prima i loro bisogni dei miei. Io non posso, per esempio, tornare a casa dopo una pesante giornata di lavoro e scaricare questo peso sulla mia famiglia. Questo significa, nella vita quotidiana, sacrificarsi per le persone che amiamo.

C’è una seconda via d’uscita per questo bicchiere: il lavoro.

Come accade per matrimonio e famiglia, molte persone sono convinte che il lavoro sia un’entrata o, al massimo, una partita doppia: OK, mi richiede tempo e fatica, ma mi rende felice. Il problema è che questa felicità non si realizza mai così. Non credo che si tratti di un’ingiustizia; credo, piuttosto, che siano aspettative irrealistiche e infondate. Mi spiego.

Come nel matrimonio, anche nel lavoro non siamo noi stessi; assumiamo un ruolo. Lo facciamo per il bene degli altri. Siamo pagati per questo, per lasciare fuori dalla porta dell’ufficio la nostra vita privata. Questo vale anche per le relazioni. Se sul lavoro assumiamo un ruolo, come possiamo creare vere e sincere relazioni personali? Non possiamo. Come è opportuno separare la nostra vita privata dalla vita professionale, allo stesso modo è buona cosa separare le relazioni personali dalle relazioni funzionali.

Il lavoro non è il posto più adatto nel quale riversare il nostro bisogno di approvazione, di attenzione e di affetto. Dobbiamo rispettarci e collaborare con i colleghi, ma niente di più.

Tutto questo vale anche per la vita consacrata?

Certamente! I sacerdoti realizzano la propria vocazione donando la vita per un gruppo di persone che gli sono affidate dal vescovo; i religiosi, donando la propria vita a tutti, indistintamente. Dal punto di vista vocazionale, la loro vocazione non è diversa da quella dei coniugi: cambiano solo le persone alle quali dedicano la propria vita. Un’altra differenza tra coniugi e sacerdoti e religiosi è questa: mentre chi è sposato ha, in genere, due uscite – famiglia e lavoro – gli altri ne hanno una sola. Niente partita doppia do ut des.

Lo dico perché anche per i consacrati è facile vedere la propria vocazione come uno scambio; che, anche per loro, spesso diventa insoddisfacente ed è fonte di frustrazione. Quanti sacerdoti mi hanno raccontato lo strazio della domenica sera quando, dopo una giornata nella quale sono stati al centro di attenzioni e sorrisi, vedono tutti ritirarsi nelle loro calde case, mentre essi si ritrovano soli, davanti alla luce bluastra della televisione… Ed è questa la causa principale di molti scandali legati alla vita consacrata.

Il servizio pastorale è un’uscita, il consacrato è in parrocchia o in oratorio per servire i suoi parrocchiani; non per un inopportuno dare-avere. Anche in questo caso, bene ricordarsi che le uscite dal nostro bicchiere sono, appunto, uscite.

Ma non ci sono entrate?

Si può pensare che, dopo tanto dare, il bicchiere rimane vuoto e non possiamo più dare. Paradossalmente, è proprio questa la situazione nella quale si trova chi cerca disperatamente e senza esito di ottenere qualcosa dalle uscite: il bicchiere resta inesorabilmente vuoto mentre le uscite assorbono tempo, energie e voglia di vivere.

Per poter continuare a dare è necessario riempire il bicchiere. Cioè tornare e quell’equilibro tra entrate uscite che avevamo nella prima fase della nostra vita, quando non eravamo oppressi dalla fatica di vivere. La differenza tra allora e oggi, non è che sono aumentate a dismisura le uscite. Sono effettivamente, aumentate. Ma il guaio è che – spesso – abbiamo lasciato che le entrate si chiudessero. Abbiamo pensato che, una volta sposati e impiegati, potessimo fare a meno delle entrate; che una volta giunti in monastero o in parrocchia, avessimo trovato ipso facto un equilibro di vita. Non è così. Da qui la gran parte dell’insoddisfazione della vita contemporanea.

È ora, quindi, di dedicare la nostra attenzione alle entrate che molti hanno lasciato disseccare.

(L’ultimo libro di Roberto Marchesini, da cui abbiamo presso lo spunto per questa intervista, è: La vita è un bicchiere. Discorsi sulla vita, il lavoro e il buon bere, Sugarco Edizioni, Milano 2022).

 

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