50 anni della «Dichiarazione di resistenza»

Jeho Eminence Agostino Casaroli, Velehrad 5. července 1985 - By Evžen Policer –
Family archive, CC BY-SA 4.0, Wikimedia.
di Julio Loredo
Il 10 aprile 1974 apparve sul quotidiano brasiliano Folha de S. Paulo un manifesto che avrebbe segnato la storia della Chiesa nel secolo XX. Intitolato “La politica di distensione vaticana verso i governi comunisti: per la TFP cessare la lotta o resistere?”, il manifesto – poi ripreso da organi di stampa di tutto il mondo – informava che le TFP allora esistenti si dichiaravano in stato di “resistenza” alla politica di avvicinamento del Vaticano con i governi comunisti, nota come Ostpolitik. Autore e primo firmatario della storica dichiarazione fu il prof. Plinio Corrêa de Oliveira.
Fino a Giovanni XXIII, la Chiesa aveva mantenuto un atteggiamento di totale opposizione alle dottrine socialiste e comuniste e, quindi, di non accettazione dei sistemi politici da esse ispirate. “Il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con esso da parte di chiunque voglia salvare la civilizzazione cristiana”, aveva insegnato Pio XI nell’enciclica Divini Redemptoris. Il 1° luglio 1949, un decreto del Santo’Uffizio stabilì: “I cristiani che professano la dottrina comunista materialista e anticristiana, e soprattutto coloro che la difendono e la propagano, incorrono ipso facto nella scomunica riservata alla Sede Apostolica, in quanto apostati della fede cattolica”.
Tutto cambiò con Papa Roncalli.
Il 7 marzo 1963 Giovanni XXIII ricevette in udienza in Vaticano Alexis Adjubei, genero di Nikita Krusciov e direttore del quotidiano sovietico Izvestija. La sua enciclica Pacem in Terris fu poi presentata come base per una collaborazione fra cattolici e comunisti. Durante il Concilio Vaticano II, per esplicita decisione di Giovanni XXIII e poi di Paolo VI, la Chiesa si astenne dal condannare il comunismo e, anzi, permise che “osservatori” sovietici partecipassero all’assise. Mentre la “Chiesa del silenzio” – quella formata dai fedeli che resistevano al comunismo – era sacrificata sull’altare dell’Ostpolitik, il Vaticano accettava un modus vivendi e, in alcuni casi, perfino una collaborazione, con le dittature sovietiche.
L’approssimazione del Vaticano con i regimi comunisti raggiunse un apice durante il pontificato di Paolo VI, specialmente per opera del suo Segretario di Stato cardinale Agostino Casaroli. Nel 1974, costui fece un viaggio all’isola-prigione di Cuba, al termine del quale dichiarò: “I cattolici che vivono a Cuba sono felici sotto il regime socialista, [essi] non hanno la sia pur minima difficoltà con il governo socialista”.
La misura era colma. Interpretando il sentimento di milioni di fedeli in tutto il mondo, Plinio Corrêa de Oliveira – seguito da tutte le TFP allora esistenti – scrisse allora il manifesto sopra menzionato. Di fronte all’angosciante situazione, l’illustre pensatore e leader cattolico si domandava: “Che fare a questo punto?”. E rispondeva che l’unico atteggiamento coerente era quello di dichiararsi in stato di resistenza:
“Le righe di questa dichiarazione non basterebbero per contenere l’elenco di tutti i Padri della Chiesa, Dottori, moralisti e canonisti - molti dei quali elevati agli onori degli altari - che sostengono la legittimità della resistenza. Una resistenza che non è separazione, non è rivolta, non è acrimonia, non è irriverenza. Al contrario, è fedeltà, è unione, è amore, è sottomissione. Resistenza è la parola che abbiamo scelto di proposito, perché è usata dallo stesso san Paolo per caratterizzare il suo atteggiamento [di fronte a san Pietro]. (…) I santi sono modelli dei cattolici. Nel senso in cui san Paolo resistette, il nostro stato è di resistenza”.
In concreto, che cosa implicava la resistenza? Rispondeva Plinio Corrêa de Oliveira: “Resistere significa che consiglieremo ai cattolici di continuare a lottare contro la dottrina comunista con tutti i mezzi leciti, in difesa della patria e della civiltà cristiana minacciate. Resistere significa che mai ci serviremo dei mezzi indegni della contestazione, e ancor meno, che assumeremo atteggiamenti che in qualsiasi punto si discostino dalla venerazione e dalla ubbidienza che si deve al Sommo Pontefice, nei termini del diritto canonico. Resistere, però, comporta esprimere rispettosamente il nostro giudizio in situazioni come quelle dell’intervista di mons. Casaroli sulla ‘felicità’ dei cattolici cubani”.
Un brano sintetizza lo spirito che animava la Dichiarazione di resistenza: “Il vincolo di ubbidienza al Successore di Pietro, che mai romperemo, che amiamo dal più profondo della nostra anima, al quale tributiamo il meglio del nostro amore, questo vincolo noi lo baciamo nel momento in cui, macerati dal dolore, affermiamo la nostra posizione. E in ginocchio, fissando con venerazione la figura di S.S. Papa Paolo VI, noi gli manifestiamo tutta la nostra fedeltà. Con questo atto filiale diciamo al Pastore dei Pastori: la nostra anima è Vostra, la nostra vita è Vostra. Ordinateci ciò che desiderate. Solo non comandateci di incrociare le braccia di fronte al lupo rosso che attacca. A questo si oppone la nostra coscienza”.
Il documento circolò in tutto il mondo, senza che nessun teologo o canonista, né nessuna autorità ecclesiastica, contestasse la sua legittimità. Da allora, le TFP continuano a dichiararsi in stato di “resistenza”.
La Dichiarazione di resistenza, pubblicata nel 1974, è stata più volte ricordata in questi ultimi anni, cioè da quando, con un ritmo sempre crescente, dal Vaticano provengono misure e proposte sempre più difficili da conciliare con la dottrina della Chiesa. Il documento del 1974 si riferiva a un problema diplomatico, campo in cui il Pontefice non ha infallibilità. Fino a che punto si potrà allargare a situazioni che toccano la teologia morale e dogmatica, e perfino la stessa struttura della Chiesa?
È un problema che i cattolici non possono più eludere.
[Qui il teso integrale della Dichiarazione di resistenza].
© La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
