Sapranno cogliere i segni dei tempi?

 

 

di Julio Loredo

Il risultato delle recenti elezioni europee ha provocato un vero e proprio terremoto politico nel Vecchio Continente, con riflessi anche mondiali. Quasi ovunque hanno vinto i partiti del centro-destra, e perfino qualcuno dell’“estrema destra”. Quali sono le implicazioni per la Chiesa e, in concreto, per il pontificato di Francesco?

Alcuni analisti affermano, ed io sono d’accordo, che questo risultato forse si ripercuote più nell’ordine dei valori metafisici che nella situazione politica immediata, anche se questa non è per niente trascurabile, come lo rivela quanto sta accadendo in Francia.

Le grandi domande sono due:

         - È utile, o anche auspicabile, avere una sovrastruttura che unisca l’Europa in una federazione, ai fini di stabilità, prosperità e pace?

         - L’attuale sovrastruttura, cioè l’Unione Europea, compie con queste finalità?

La risposta del Magistero alla prima domanda – da Pio XII a Giovanni Paolo II fino a Benedetto XVI – è affermativa. È utile e auspicabile che l’Europa sia unita da rapporti federativi del tipo vigenti, per esempio, all’epoca del Sacro Impero. Un modello organico e stimolante, che rispettava le specificità di ognuno dei suoi componenti, aiutandoli a camminare nelle vie della Civiltà cristiana verso il Regno di Dio.

La risposta alla seconda domanda è, invece, negativa. L’attuale Unione Europea non solo non corrisponde all’ideale di civiltà cristiana ma, anzi, marcia verso il suo esatto contrario.

Il processo rivoluzionario di secolarizzazione della Cristianità, che è stata soprattutto una Cristianità europea, non rispetta l’organicità della civiltà cristiana. Anzi, punta all’accentramento dittatoriale, e alla cancellazione culturale di questo mosaico meraviglioso di diversità che fece del nostro Continente un modello di civiltà illuminata dal Vangelo e dalla razionalità della filosofia greca, come sottolineava Benedetto XVI.

In questo processo di omologazione egualitaria della cultura europea, processo telecomandato dall’alto dei palazzi della tecnocrazia laicista, è stata persino rifiutata la proposta di introdurre nella Costituzione una menzione alle radici cristiane del continente. Ora, chi rinnega le proprie radici commette suicidio.

In un tale contesto, sarebbe logico aspettarsi che i vescovi europei, eredi dei costruttori del meraviglioso edificio della Cristianità, si avrebbero dovuto spendere per salvaguardare gli elementi che, con tanta fatica, ancora sopravvivono alla devastazione rivoluzionaria, cancellatrice  e immorale dominante nei diversi ambiti della vita europea. Così facendo, avrebbero agito come il loro Divino Maestro che, secondo afferma il Vangelo di san Matteo, non vuole “spezzare la canna infranta né spegnere il lucignolo fumigante”.  

La Cristianità europea, dopo secoli di Rivoluzione, è come una canna infranta ma, dove tuttora ci sono “lucignoli fumiganti”.

Eppure, davanti alla devastazione portata avanti dall’Unione Europea, molti pastori – direi una maggioranza – hanno scelto di assecondare il progetto rivoluzionario, che vuole indebolire fino a cancellare le diversità armoniche, le diverse identità, per secoli accomunate dal denominatore cristiano.

Ecco una domanda che non possiamo non fare: di fronte alla batosta delle ultime elezioni, come reagiranno questi vescovi?

Il risultato delle ultime elezioni evince, se non una maggioranza, al meno una minoranza molto solida di europei che vogliono perseverare nella Fede, che vogliono difendere la propria identità. Insomma, che vogliono dire Basta! al progetto egualitario dell’Unione Europea.

Sapranno questi presuli, sapranno soprattutto i massimi vertici della Chiesa, cogliere i “segni dei tempi”? Ecco la domanda che in tanti si pongono in questi giorni.

Le prime risposte, ahimè, non sono per niente incoraggianti.   

Diversi esponenti qualificati dei vescovi europei, invece di rinvigorire in un senso autenticamente cristiano le buone tendenze dell’elettorato che - come a volte succede - potrebbero essere deviate da abili leader politici diversamente motivati rispetto ai loro elettori, sembra che non vogliono perdere occasione per biasimare una Europa egoista, ripiegata su se stessa, poco solidale con il resto del mondo, nonostante il resto del mondo la guardi ancora come l’ideale meglio compiuto di civiltà.

Per questo, assistiamo ancora una volta al paradossale intestardirsi vescovile contro il cosiddetto “sovranismo” che riemerge dalle profondità del voto europeo.

Già nel 1952, dal suo osservatorio fuori dall’Europa, un grande europeista nel senso autentico della parola, come fu Plinio Corrêa de Oliveira, così commentava i primi passi di questo processo:

“Se qualcuno volesse fondere (le nazioni europee) come chi getta in un crogiolo dei gioielli dal raffinatissimo valore, per trasformarli in un lingotto d’oro massiccio, inespressivo, spigoloso, volgare, certamente non agirebbe secondo l’ottica di Dio, che creò un ordine naturale, nel quale la nazione è una realtà indistruttibile.

“Così, dunque, se la Federazione Europea intraprenderà questa via, sarà più un male che un bene. Essa deve essere la protettrice delle indipendenze nazionali e non l’idra divoratrice delle nazioni. Le autorità federali devono esistere per supplire l’operato dei governi nazionali in certi casi d’interesse sovranazionale; mai per eliminarli. La loro attuazione non dovrà mai mirare alla soppressione delle caratteristiche d’anima e di cultura nazionali, ma anzi, nella misura possibile, al loro irrobustimento”.

Commentando l’intestardirsi di alcuni presuli, tra cui mons. Mariano Crociata, presidente del Comece (Conferenza episcopale europea) e il cardinale Matteo Zuppi, Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Van Thuan di dottrina sociale della Chiesa, scrive: “L’esito del voto dice che hanno perso… Il treno Europa non si è fermato e nemmeno è tornato alla stazione di partenza, ma quantomeno ha rallentato; se procederà non sarà come prima, le cessioni di sovranità all’Unione diminuiranno, i passeggeri del treno hanno evidenziato una insoddisfazione profonda”.

Il fatto è che, nonostante gli ingenti sforzi messi in campo da una certa nomenclatura ecclesiastica per esaltare l’Unione Europea, il voto di domenica scorsa è stato un rafforzamento del sentimento nazionale, famigliare e identitario.

E noi ci domandiamo di nuovo: sapranno finalmente questi presuli leggere i “segni dei tempi”? O continueranno imperterriti, accecati dai loro pregiudizi ideologici?

Un’azione veramente cattolica ed evangelizzatrice dovrebbe favorire il ritorno della fiamma ai “lucignoli ancora fumiganti”, e non concentrasi solo sui partiti e le personalità pubbliche che già occupano i grandi spazi dei giornali e dei telegiornali, come se fossero gli unici protagonisti del fenomeno, ma dovrebbe destinarsi a coltivare in modo avveduto e sistematico, ricorrendo  sempre all’ausilio onnipotente della grazia soprannaturale, lo spirito pubblico che è emerso dalle elezioni.

 

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