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Voci di riforma del Conclave: verso la dittatura del partito unico?

 

La Cappella Sistina. Di Antoine Taveneaux - Opera propria, CC BY-SA 3.0, Wikimedia

di Enrico Roccagiachini

Dalla serata di sabato scorso si rincorrono voci abbastanza circostanziate circa una possibile riforma delle regole del Conclave, la cui promulgazione, immaginiamo mediante un ennesimo Motu proprio, sarebbe addirittura imminente. Dobbiamo a Diane Montagna su Remnant, ripresa qui da MiL, le interessantissime anticipazioni, che ci permettono sin d’ora – sotto condizione di conferma delle indiscrezioni – di considerare di che cosa si tratterebbe: soppressione delle Congregazioni generali pre-conclave, sostituite da piccoli gruppi di lavoro guidati da un “facilitatore”, sul modello praticato al recente Sinodo sulla sinodalità (di questa novità, in effetti, si vocifera già da alcuni mesi); esclusione da tali sedute preparatorie dei Cardinali ultraottantenni, non elettori; accesso dei laici e dei religiosi al procedimento elettivo. Questi laici e religiosi verrebbero designati dal Pontefice regnante in vista del conclave per la sua successione; secondo taluni (ved. qui) sarebbero ammessi solo alle riunioni preparatorie, per altri, fra cui Diane Montagna, diverrebbero elettori a tutti gli effetti, e costituirebbero il 25% del corpo elettorale.

È ben chiaro che siffatte innovazioni delle regole elettorali (sia di quelle che riguardano la preparazione delle votazioni vere e proprie, sia di quelle che disciplinano tali votazioni), tutt’altro che secondarie o meramente procedurali, cambierebbero significativamente la natura del conclave, e indurrebbero immediatamente un effetto diretto e particolare sull’elezione del prossimo Pontefice: tanto che sembrano specificamente pensate e volute proprio a tale scopo. Pur augurando lunga vita al Papa, non possiamo nasconderci che il suo pontificato è ormai entrato nella fase conclusiva, sicché è fisiologico che nella Chiesa si inizi con sempre maggior concretezza a pensare al dopo. Ci pensa, ovviamente, anche chi detiene il potere, in vista della sopravvivenza della propria linea di pensiero e di azione. Ebbene: quando chi prepara la successione lo fa con una sostanziosa riforma elettorale, è perché teme che, con le regole in vigore, le future elezioni non vadano secondo i suoi piani. Si tratta, dunque, di un chiaro tentativo di non perderle, nella convinzione che ciò è quanto probabilmente accadrà, se esse si terranno secondo le regole consuete.

In effetti, vi sono innumerevoli segnali per concludere che la corrente che oggi detiene il potere nella Chiesa sia decisamente minoritaria: sia nel senso che rappresenta una quota insufficiente della classe dirigente ecclesiastica, sia nel senso che non è adeguatamente espressiva del reale orientamento del Popolo di Dio, cioè del clero e, soprattutto, dei fedeli cattolici. Dunque non ha la certezza di “vincere” la successione (ne ha scritto recentemente, in termini molto netti, Campari & deMaistre: «l’idea di cambiare le regole dunque potrebbe nascere dalla consapevolezza di essere ormai soli, aggrappati alla figura di un pontefice che fa ancora da ombrello protettivo alla loro arroganza, ma non più energico come 10 anni fa, ampiamente screditato nellepiscopato e politicizzato»).

Tra i molteplici indizi di ciò, si può proprio sottolineare il progressivo tentativo di “aggiustare il tiro” sul piano delle procedure e dei metodi di azione, cui questa classe dirigente è stata via via costretta per perseguire il successo dei propri programmi, a fronte dei progressivi smacchi subiti in proposito. L’andamento dei vari Sinodi del corrente pontificato, a partire da quello sulla famiglia, per finire, in modo eclatante, con l’ultimo, dimostra che le regole delle discussioni e delle deliberazioni, e prima ancora quelle di selezione dei partecipanti, sono state di volta in volta modificate per silenziare l’evidente rifiuto, da parte della maggioranza ecclesiale, del pensiero unico che le si vorrebbe imporre, e per impedire che, in sede sinodale, emergesse una linea non coincidente con quella predeterminata a priori dai vertici. E tuttavia, tali tentativi si sono rivelati finora insufficienti, tanto che una delle più attente letture dell’esito del Sinodo 2023 (ved. qui) si basa appunto sul presupposto che, al momento della conclusione, qualcosa sia andato storto, tanto da indurre gli organizzatori a formare e pubblicare un documento finale di sintesi, originariamente non previsto, che consentisse di tenere aperti i giochi fino alla prossima sessione: padre James Martin lo ha dichiarato esplicitamente (ved. qui).

E tutto ciò nonostante fosse stato adottato il modello organizzativo tipo torneo di burraco, con i circoli minores riuniti attorno a tanti tavoli isolati e non comunicanti, allo scopo - si pensa - di omologare la discussione a un esito già stabilito a priori. Si tratta di una tecnica nota, di cui ha parlato in termini convincenti La bussola (ved. qui), con la quale, disperdendo i potenziali oppositori nei gruppi ridotti, si cerca di neutralizzare l’omogeneità della loro linea di pensiero e di azione, frammentandola in un pulviscolo di tante opinioni personali atomizzate e singolarmente insignificanti. Mentre l’opportunità di rendersi catalizzatori di un pensiero operativo e di opinioni condivise viene riconosciuto e permesso esclusivamente ai “facilitatori”, portatori dell’unico pensiero che deve diventare dominante: il pensiero unico sinodale, i cui esponenti sono i soli cui viene concessa la libertà di sollecitare e organizzare il consenso. 

In base alle indiscrezioni di cui stiamo parlando, è a questo modello che ci si ispira anche per controllare il corpo elettorale che dovrà scegliere il prossimo Papa. È opinione diffusa che anche a tal proposito si siano già concretizzati chiari tentativi di predeterminare l’esito del conclave, anch’essi, però, non sufficientemente tranquillizzanti per la minoranza al potere, così da indurla a questa nuova, importante azione.

È probabile, infatti, che la composizione eterogenea e frammentatissima, sotto tutti i profili, del collegio cardinalizio, e il sistematico impedimento frapposto alla sua facoltà di riunirsi, affinché i componenti fatichino a conoscersi e confrontarsi, e finiscano per costituire una palude facilmente controllabile, non abbia prodotto le certezze attese (si veda qui quanto ne ha scritto The Wanderer, ripreso da Duc in Altum). Ciò che si è constatato - almeno questo è quanto mi è parso di cogliere parlandone con alcuni interlocutori romani - è che questa frammentazione non ha premiato gli esponenti del regime, ma ha finito per consolidare l’autorevolezza dei porporati più anziani, che possono vantare un maggior seguito anche tra i fedeli. Questi porporati, talora (non sempre) ultraottantenni, ma spesso divenuti progressivamente estranei, o addirittura ostili, rispetto al nuovo corso, si sarebbero rivelati un punto di riferimento per i loro colleghi provenienti dalle periferie del mondo, la cui principale caratteristica sembra essere il disorientamento e la necessità di essere in qualche modo indirizzati nell’esercizio delle loro inattese funzioni. Da qui la necessità di escludere quanto possibile i primi dalle congregazioni generali, e di sopprimere le stesse congregazioni, perché si sa che in quella sede c’è la concreta e probabile possibilità che attorno a questi cardinali autorevoli, ancorché non elettori, si coagulino gruppi di voti omogenei, in grado di impedire l’elezione di un Pontefice fotocopia del Regnante.

Se poi si considera che il novero dei Cardinali autorevoli “estranei al regime” si è progressivamente arricchito di quanti, inizialmente allineati, sono però poi caduti in disgrazia, e dunque non è più strettamente coincidente con la schiera dei cardinali conservatori o tradizionalisti, la manovra appare ancora più spiegabile. Ecco alcuni nomi – non tutti – dei potenziali esclusi, ascrivibili a diversi orientamenti e correnti, alcuni sicuramente a suo tempo appartenenti al nucleo forte degli elettori di Papa Francesco: Versaldi, Sepe, Calcagno, Bagnasco, Bassetti, Scola, Stella, Napier, Vallini, Dziwisz, Amato, Romeo, Antonelli, Rouco Varela, Lajolo, Rodè, Cordes, Re, Farina, Martino, Arinze, Zen, Ruini...

In questo quadro, l’eventuale accesso di partecipanti laici, quand’anche limitato alla fase preparatoria (ma se fossero addirittura un quarto degli elettori, potrebbero facilmente rivelarsi determinanti...), avrebbe la chiara funzione di spostare ulteriormente gli equilibri in favore del progressismo spinto che ha ormai preso il sopravvento ai vertici della Chiesa. Abbiamo potuto constatare in occasione dell’ultimo sinodo quali siano i criteri con cui vengono designati questi (pretesi) esponenti dell’intero laicato cattolico: credo che ci sia ben poco da aggiungere. È ovvio che una rappresentazione falsata della sensibilità e degli orientamenti dei fedeli avrebbe un impatto fortemente decettivo specie sui cardinali meno esperti e più influenzabili.

Insomma, ciò che sembra profilarsi all’orizzonte – ma mi auguro davvero, e con tutto il cuore, di sbagliarmi alla grande – è il tentativo di dare agibilità in conclave solo e soltanto ad un ben individuato gruppo di potere ideologicamente caratterizzato, che non ammette alternative e che esclude programmaticamente l’altro da sé dall’orizzonte ecclesiale, attribuendo un nuovo, preoccupante significato al tradizionale extra omnes. Un gruppo totalmente autoreferenziale, che si crede investito della missione di rifondare radicalmente la Chiesa secondo la sua visione, e che per questo scopo pare seriamente intenzionato a instaurarvi ad ogni costo la dittatura del partito unico: cioè - come forse avrebbe detto il Card. Daneels, al cui lascito questa corrente certamente non si sente estranea - della propria ristretta mafia

 

Fonte: Messa in latino, 8 Novembre 2023.