2011

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Nella Città Eterna

 

Mosso dal “senso del dovere nei confronti della Chiesa (...) in un momento storico così triste quasi quanto quello della Morte di Nostro Signore”, fin dal mese di ottobre 1962, Plinio Corrêa de Oliveira aveva installato a Roma un segretariato, comprensivo di quattordici persone, tutti membri della TFP brasiliana. Insieme ai due vescovi a lui vicini — mons. Geraldo de Proença Sigaud e mons. Antonio de Castro Mayer — il leader brasiliano intraprese una fitta serie di contatti col mondo conservatore. Nacque il “Piccolo Comitato”, seme del Coetus Patrum che avrà in seguito una brillante attuazione nel Concilio. È in questa occasione che Plinio Corrêa de Oliveira conobbe mons. Marcel Lefebvre.

 

Un libro polemico e due petizioni scomode

Sin dall’inizio il Concilio si era definito pastorale e non dogmatico. Ed è proprio in questo campo che Plinio Corrêa de Oliveira decide di intervenire, da laico e uomo d’azione e non certo da teologo. Nella logica di «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», gli sembrava che il problema pastorale più urgente fosse il comunismo, e in particolare le sue infiltrazioni in ambienti cattolici.

Nell’agosto 1963, egli pubblica il saggio «La Libertà della Chiesa nello Stato Comunista», in seguito riprodotto sul quotidiano Il Tempo di Roma e distribuito ai 2.200 Padri conciliari e ai 450 giornalisti accreditati. L’autore vi dimostra che i cattolici non possono accettare alcun modus vivendi con il comunismo, che supponesse la rinuncia ad aspetti del Magistero. Il libro suscita una forte polemica a livello europeo, a riprova di quanto il tema fosse scottante, ricevendo una lettera di encomio della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università.

La distribuzione a Roma di questo saggio è seguita da altre due importanti iniziative ispirate dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira. Nel dicembre 1963 mons. de Castro Mayer consegna una petizione firmata da 213 padri conciliari, in cui si chiedeva al Papa di disporre la elaborazione di uno schema di costituzione conciliare dove “si esponga con grande chiarezza la dottrina sociale cattolica, e si denuncino gli errori del marxismo, del socialismo e del comunismo”, e “siano fugati quegli errori e quella mentalità che preparano lo spirito dei cattolici alla accettazione del socialismo e del comunismo”.

L’esplicita menzione alla mentalità, e non solo agli errori mostra, ancora una volta, come si tenesse in vista concretamente il campo apostolico.

Da parte sua, ispirato da Plinio Corrêa de Oliveira, mons. Proença Sigaud consegna, nel febbraio 1964, una petizione sottoscritta da 510 cardinali e vescovi di tutto il mondo, in cui si implorava che il Pontefice, in unione con i vescovi presenti a Roma, consacrasse il mondo, e in maniera esplicita la Russia, al Cuore Immacolato di Maria, secondo quanto richiesto dalla Madonna a Fatima nel 1917. Questo in vista della conversione della Russia e affinché non diffondesse più i suoi errori.

Nel suo recente libro sul Concilio, Roberto de Mattei racconta in certo dettaglio le peripezie di queste petizioni, mostrando come abbiano ostacolato seriamente i disegni progressisti, perfino rischiando di fargli deragliare. Inspiegabilmente, nei documenti finali, il Concilio evitava qualsiasi riferimento al pericolo comunista. Delle due petizioni di cui sopra, neanche il minimo accenno...

 

Un giudizio critico in campo pastorale

Proprio riguardo a questa mancata condanna del comunismo, col conseguente venir meno dell’aspetto pastorale che lo stesso Concilio si era prefisso come definitorio, il pensatore brasiliano esprime nel 1976, nella terza parte di «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», un giudizio molto chiaro:

“Nella prospettiva di «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», il successo dei successi conseguito dal sorridente comunismo post-staliniano è stato il silenzio enigmatico, sconcertante e spaventoso, apocalitticamente tragico, che il Concilio Vaticano II ha osservato a proposito del comunismo.

Questo concilio si volle pastorale e non dogmatico. Infatti non ha avuto portata dogmatica. Inoltre, la sua omissione a proposito del comunismo può farlo passare alla storia come il concilio a-pastorale per eccellenza.

“Spieghiamo il senso specifico di questa affermazione.

“Il lettore immagini un immenso gregge che langue in campi poveri e aridi, attaccato da ogni parte da sciami di api, da vespe e da uccelli rapaci.

“I pastori si pongono a irrigare la prateria e ad allontanare gli sciami. Questa attività può essere qualificata come pastorale? In tesi, certamente. Ma nell’ipotesi che, nello stesso tempo, il gregge fosse attaccato da branchi di lupi feroci, molti dei quali con pelli di pecora, e i pastori omettessero completamente di smascherare o di mettere in fuga i lupi, mentre lottano contro insetti e uccelli, la loro opera potrebbe essere considerata pastorale, ossia propria di buoni e fedeli pastori?

“In altre parole, hanno agito come autentici Pastori quanti, nel Concilio Vaticano II, hanno voluto spaventare gli avversari ‘minores’ e hanno imposto — con il loro silenzio — di lasciare via libera all’avversario ‘maior’?

“Con tattiche aggiornate — delle quali, peraltro, il minimo che si può dire è che sono contestabili sul piano teorico e si vanno rivelando catastrofiche nella pratica — il Concilio Vaticano II ha tentato di mettere in fuga, per così dire, api, vespe e uccelli rapaci. Il suo silenzio sul comunismo ha lasciato tutta la libertà ai lupi. L’opera svolta da questo concilio non può essere scritta, come realmente pastorale, né nella storia, né nel Libro della Vita.

“È duro dirlo. Ma l’evidenza dei fatti indica, in questo senso, il Concilio Vaticano II come una delle maggiori calamità, se non la maggiore, della storia della Chiesa. A partire da esso è penetrato nella Chiesa, in proporzioni impensabili, il ‘fumo di Satana’, che si va ogni giorno sempre più diffondendo, con la terribile forza di espansione dei gas. A scandalo di innumerevoli anime, il Corpo Mistico di Cristo è entrato in un sinistro processo che potrebbe essere chiamato di autodemolizione” (1).

Si tratta di un giudizio storico che, come scrive Roberto de Mattei, incide “non sul merito teologico dei documenti conciliari, ma sulla realtà dei fatti e alle loro conseguenze storiche” (2).

Ed è così che, dopo aver esternato questo giudizio specifico, Plinio Corrêa de Oliveira chiude il libro ribadendo serenamente la conclusione originale del 1959: “Non vorremmo considerare concluso questo studio senza un omaggio di filiale devozione e di obbedienza illimitata al ‘dolce Cristo in terra’, colonna e fondamento infallibile della Verità, Sua Santità Papa Giovanni XXIII”.

D’altronde, simili giudizi negativi riguardo alla mancata condanna del comunismo sono stati espressi anche da alti prelati, come i cardinali Antonio Bacci e Silvio Oddi.

Plinio Corrêa de Oliveira resta a Roma per tutta la durata della prima sessione del Concilio e parte della seconda. La volatile situazione politica brasiliana richiede, però, il suo tempestivo rientro. Il segretariato della TFP continuerà invece a funzionare fino alla conclusione dei lavori.

 

1. Plinio Corrêa d Oliveira, «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», Roma, Luci sull’Est, 1998, pp. 146-147.

2. Roberto de Mattei, «Il Concilio Vaticano II», p. 587.

 

*    *    *    *    *

 

“Questo viaggio è frutto di lunghe riflessioni. (...) Nel mio stato di stanchezza attuale, rimarrei qui [in Brasile] di buon grado, senza sovraccaricarmi di tutte le occupazioni e preoccupazioni cha avrò a Roma. Ma se non andassi adesso a Roma, avrei la coscienza più sporca di quanto lo sarebbe se fossi un soldato disertore. E, mettendo il dovere al di sopra di tutto — soprattutto il dovere nei confronti della Chiesa — ho deciso di partire. (...) Non potrei mai, in alcun modo, rinunciare a prestare alla Chiesa, alla quale ho dedicato tutta la mia vita, questo servizio in un momento storico così triste quasi quanto quello della Morte di Nostro Signore”


(Plinio Corrêa de Oliveira, lettera alla madre, 1962)

Categoria: Marzo 2011

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