2013

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Aux jardins de Monsieur Le Nôtre

 

di Raffaelle Citterio

 

“Aux jardins de Monsieur Le Nôtre” (Nei giardini del Signore Le Nôtre): è il titolo che abbraccia la pletora di eventi con cui in Francia si stanno celebrando i quattrocento anni dalla nascita del più grande giardiniere di tutti i tempi, André Le Nôtre (1613-1700)

 

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Nato a Parigi in una famiglia di giardinieri (suo padre Jean era soprintendente dei giardini del palazzo delle Tuileries, carica già ricoperta dal nonno Pierre), André Le Nôtre studiò architettura e pittura nella scuola del Louvre, entrò poi nella bottega di Simon Vouet, pittore di corte di Luigi XIII, dove apprese soprattutto l’arte della prospettiva. Nel 1635 egli fu nominato soprintendente dei giardini del duca Gastone d’Orleans, fratello del re e, successivamente, soprintendente dei giardini delle Tuileries, subentrando a suo padre. Nominato da Luigi XIV Soprintendente Generale dei Reali Giardini, dal 1657 ricoprì anche la carica di Controllore Generale dei Reali Palazzi. Seguendo l’antica tradizione, nel 1675 il Re Sole gli conferì un titolo nobiliare, in riconoscimento della sua opera artistica.

Le Nôtre progettò i giardini di molti dei castelli e palazzi più famosi del mondo: Fontainebleau, Saint-Germain-en-Laye, Saint-Cloud, Chantilly e altri. Egli fu l’ideatore dell’Avenue des Champs Elysées a Parigi, svolgendo anche progetti all’estero. Dobbiamo, infatti, a Le Nôtre il Greenwich Park di Londra, nonché i giardini di Racconigi e di Venaria Reale, nei pressi di Torino.

I suoi massimi capolavori sono, senza dubbio, i giardini del palazzo di Vaux-le-Vicomte, appartenente a Nicolas Fouquet, ministro delle Finanze di Luigi XIV, e soprattutto i giardini del palazzo di Versailles, voluti dal Re Sole, dove l’arte del giardinaggio raggiunge un apice mai più superato.

 

“Dominate la terra”

L’arte di André Le Nôtre ci induce ad una meditazione non solo culturale ma anche teologica.

All’inizio dei tempi Dio creò l’universo materiale, e poi vi pose l’uomo dandogli un ordine preciso: “Riempite la terra, soggiogatela e dominatela” (Gen. 1,28). Dio, per così dire, lasciò la creazione a metà. Dopo aver creato dal nulla l’universo, e aver fatto quel capolavoro che è l’uomo, Egli lasciò a costui il compito di continuare la Sua opera, creando a sua volta esseri che ne rispecchiassero l’infinita bellezza. Con proprietà Dante diceva che se le creature sono figlie di Dio, le opere d’arte sono le Sue nipoti.

Tutto l’universo riflette le divine perfezioni. L’uomo non può conoscere Dio direttamente, ma può vedere i Suoi riflessi nella creazione e, quindi, risalire fino a Lui. È la contemplazione. Dio diede poi all’uomo la capacità di prendere elementi della creazione e lavorarli per creare, a sua volta, esseri che riflettano le divine perfezioni. È così che l’uomo è capace di prendere un pezzo informe di marmo e di trasformarlo in una statua. Oppure di accumulare pietre in modo tale da costruire un castello o una cattedrale. Oppure di manipolare pigmenti colorati per realizzare un quadro. Creando bellezza, l’uomo rende gloria a Dio.

Noi ci estasiamo di fronte alla natura incontaminata: un bosco, una valle, una montagna, un fiume... Ma Dio ci ha dotato anche di un’intelligenza che possiamo applicare a questi elementi per ordinarli e, quindi, portarli alla perfezione. Ecco, per esempio, i giardini di André Le Nôtre. “Il giardino di Le Nôtre è il dominio dell’intelligenza sulla pura sensibilità, il trionfo dell’intelligibile. Esso ha un senso oltre che una bellezza – scrive Henri Régnier – Il giardino di Le Nôtre soddisfa lo spirito insieme alla vista. Oltre che al piacere dei sensi, Le Nôtre fa sì che il giardino risponda anche al nostro bisogno spirituale di simmetria e di regolarità. Un giardino non va lasciato solo al soffio della fertile immaginazione, ma dev’essere anche propizio all’attività metodica del pensiero. Esso deve trasmettere l’idea di grandezza, di dignità e di ragione. Proprio perché un tale giardino, composto secondo questi principi, è nobile, intelligibile, ordinato, esso può essere chiamato ‘classico’, alla stregua di una tragedia di Racine o un’opera di Bossuet” (Henri de Régnier, Portraits et souvenirs, Paris 1913).

“In Le Nôtre la sensibilità è canalizzata e lavorata dall’intelligenza – commenta altresì lo storico Erik Orsenna – I giardini detti «alla francese» non sono freddi e geometrici. Tutt’altro! Essi sono luoghi dell’ingegno e della fantasia, ma sempre in dialogo con l’intelligenza, che domina” (Intervista, Le Figaro Hors Série, ottobre 2013, p. 50).

 

Il ruolo ispiratore della nobiltà

Le Nôtre fu capace di realizzare queste meraviglie perché aveva davanti a sé il modello di una monarchia risplendente. Nato nella casa paterna nei giardini delle Tuileries, egli crebbe contemplando da vicino la Famiglia Reale e l’alta nobiltà. Egli quindi cominciò a concepire i suoi giardini perché conosceva i personaggi che vi sarebbero andati a passeggio. I giardini di Le Nôtre sono la trasposizione, in termini vegetali, dello spirito aristocratico e monarchico francese portato al culmine da Luigi XIII e, soprattutto, da Luigi XIV, così splendente da aver meritato il sopranome di Re Sole. C’era Le Nôtre perché c’era Luigi XIV.

Interpellato sul perché oggi non ci siano più artisti all’altezza di quelli d’una volta, un noto critico d’arte italiano rispose che la causa era la mancanza di committenti e di persone che ispirino gli artisti. Diciamolo pure: risentiamo della mancanza di una vera nobiltà, che cerchi la bellezza e la perfezione in ogni ambito della vita privata e sociale, e quindi trascini dietro di sé le classi subalterne e, in primis, gli artisti. Ecco un aspetto per niente trascurabile del ruolo sociale della nobiltà, oggi purtroppo praticamente svanito.

Categoria: Dicembre 2013

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