2013

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Un magistero pontificio adatto alla crisi odierna

 

Dall’esordio del suo magistero rivolto al Patriziato e alla Nobiltà romana, Papa Pio XII volle segnalare una significativa evidenza: “La Chiesa, ai cui occhi l’ordine della società umana riposa sulla famiglia, per umile che sia, non disistima quel tesoro familiare che è la nobiltà ereditaria. Si può dire anzi che Gesù Cristo stesso non l’ha disprezzata: l’uomo, cui affidò l’incarico di proteggere la sua adorabile Umanità e la sua Vergine Madre, era di stirpe reale: ‘Joseph, de domo David’” (Luc., 1, 27). (Discorso alla Guardia Nobile Pontificia, 1939).

Una così alta somiglianza voluta dalla Divina Provvidenza secondo Papa Pacelli, non esimeva i nobili da pressanti doveri: “Innanzitutto dovete insistere in una condotta religiosa e morale irreprensibile, specialmente nella famiglia, e praticare una sana austerità di vita. Fate che le altre classi si accorgano del patrimonio di virtù e di doti, a voi proprie, frutto di lunghe tradizioni famigliari. Tali sono la imperturbabile fortezza di animo, la fedeltà e la dedizione alle causa più degne, la pietà tenera e munifica verso i deboli e i poveri, il tratto prudente e delicato nei difficili e gravi affari, quel preciso personale, quasi ereditario nelle nobili famiglie, per cui si riesce a persuadere senza opprimere, a trascinare senza sforzare, a conquistare senza umiliare gli animi altrui, anche degli avversari e degli emuli. L’impiego di queste doti e l’esercizio delle virtù religiose e civiche sono la risposta più convincente ai pregiudizi ed ai sospetti, poiché manifestano l’intima vitalità dello spirito, da cui scaturiscono ogni vigore esterno e la fecondità delle opere”. Nell’opera “Nobiltà ed élites tradizionali analoghe” il prof. Plinio Corrêa de Oliveira così chiosava questo passaggio: “Il Pontefice mostra, ai suoi illustri uditori, un modo adeguato di replicare alle invettive dell’ugualitarismo volgare dei nostri tempi, contrario alla sopravvivenza della classe nobiliare”.

 

Portata universale delle allocuzioni di Pio XII

Tutta l’opera in questione vuole mettere in evidenza l’attualità e la densità dottrinale di queste allocuzioni, che non erano affatto meri gesti di educazione del Papa verso lo storico ceto romano, ma genuina espressione di magistero sociale cattolico, quindi di portata universale.

Infatti, il Papa non intendeva affatto essere un mero laudator temporis acti, ma ricordare e rilanciare le virtù intrinseche e perenni che caratterizzano ovunque le autentiche élite tradizionali, inserendole nella realtà del momento pur prendendo atto dei cambiamenti avvenuti. Proprio quei valori – è un’idea ricorrente in Papa Pacelli - in tempi di crisi e smarrimento possono e devono essere una traccia sicura per il resto del corpo sociale. Dunque, egli invitava caldamente le élites a non autoescludersi, né ad abbandonarsi alle frivolezze, bensì ad essere missionarie e modelli di virtù, con un autentico spirito di fratellanza e di servizio al bene comune.

Difatti fratellanza sociale e legittime ineguaglianze si trovano per Papa Pacelli in perfetta sintonia, a differenza di quanto pensano i fautori della lotta di classe. Ecco le sue parole: “In un popolo degno di tal nome, tutte le ineguaglianze, derivanti non dall’arbitrio, ma dalla natura stessa delle cose, ineguaglianze di cultura, di averi, di posizione sociale – senza pregiudizio, beninteso, della giustizia e della mutua carità – non sono affatto un ostacolo all’esistenza e al predominio di un autentico spirito di comunità e di fratellanza” (Allocuzione del 1952). La menzione “a un popolo degno di tal nome” merita ricordare un altro passaggio fondamentale del suo insegnamento sociale, cioè quello della distinzione che faceva fra i concetti di “popolo” e “massa”.

Popolo e Massa

“Popolo e moltitudine amorfa o, come si suol dire, massa, sono due concetti diversi. Il popolo vive e si muove per vita propria; la massa è per sé inerte e non può essere mossa che dal di fuori…facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gli istinti o le impressioni, pronta a seguire, a volta a volta, oggi questa, domani quell’altra bandiera”. È dal popolo costituito da individui responsabili e pensanti che nascono legittime gerarchie sociali e ineguaglianze armoniche e giuste. Nella società di massa nascono invece ineguaglianze sproporzionate, che schiacciano il popolo sotto il peso di pseudo élite. “Sopravvivono soltanto…i profittatori che hanno saputo, mediante la forza del denaro e quella dell’organizzazione, assicurarsi sugli altri una condizione privilegiata e lo stesso potere” (Radiomessaggio natalizio del 1944).

E nella sua allocuzione del 1946 Papa Pacelli rafforza ancora la differenza organica fra i concetti di popolo e massa: “La folla innumerevole, anonima, è facile ad agitarsi disordinatamente; essa si abbandona alla cieca, passivamente, al torrente che la trascina o al capriccio delle correnti che la dirigono e la traviano. Una volta divenuta trastullo delle passioni o degli interessi dei suoi agitatori, non meno che delle proprie illusioni, essa non sa più prender piede sulla roccia e stabilirsi per formare un vero popolo, vale a dire un corpo vivente con le membra e gli organi differenziati secondo le loro forme e funzioni rispettive, ma tutti insieme concorrenti alla sua attività autonoma nell'ordine e nella unità”.

Tradizione e progresso

Un altro punto fermo del Magistero sociale di Pio XII, ora dichiarato Venerabile, fu la sua magnifica definizione di tradizione, in cui poneva tale concetto non in antitesi, bensì come elemento integratore di quello di progresso. “La tradizione è cosa molto diversa dal semplice attaccamento ad un passato scomparso; è tutto l'opposto di una reazione che diffida di ogni sano progresso. Il suo stesso vocabolo etimologicamente è sinonimo di cammino e di avanzamento. Sinonimia, non identità. Mentre, infatti, il progresso indica soltanto il fatto del cammino in avanti passo innanzi passo, cercando con lo sguardo un incerto avvenire; la tradizione dice pure un cammino in avanti, ma un cammino continuo, che si svolge in pari tempo tranquillo e vivace, secondo le leggi della vita. (…) In forza della tradizione, la gioventù, illuminata e guidata dall'esperienza degli anziani, si avanza di un passo più sicuro, e la vecchiaia trasmette e consegna fiduciosa l'aratro a mani più vigorose che proseguono il solco cominciato. Come indica col suo nome, la tradizione è il dono che passa di generazione in generazione, la fiaccola che il corridore ad ogni cambio pone in mano e affida all’altro corridore, senza che la corsa si arresti o si rallenti. Tradizione e progresso s’integrano a vicenda con tanta armonia, che, come la tradizione senza il progresso contraddirebbe a se stessa, così il progresso senza la tradizione sarebbe una impresa temeraria, un salto nel buio. No, non si tratta di risalire la corrente, di indietreggiare verso forme di vita e di azione di età tramontate, bensì, prendendo e seguendo il meglio del passato, di avanzare incontro all'avvenire con vigore di immutata giovinezza” (Allocuzione del 1944).

Proprio la sua convinzione dell’importanza della tradizione come complemento necessario al progresso, portava il Pontefice a invitare la nobiltà romana a “bandire l’abbattimento e la pusillanimità”, e a “guardare intrepidamente, coraggiosamente, la realtà presente (…). Può ben essere che l’uno o l’altro punto nel presente stato di cose vi dispiaccia. Ma nell’interesse e per l’amore del bene comune, per la salvezza della civiltà cristiana, nella crisi che, lungi dall’attenuarsi, sembra piuttosto andare crescendo, state fermi sulla breccia, nella prima linea di difesa. Le vostre qualità possono trovare anche oggi ottimo impiego (…) perché i mutamenti delle forme di vita possono, ove si voglia, accordarsi armonicamente con le tradizioni, di cui le famiglie patrizie sono depositarie” (Allocuzione del 1952).

Categoria: Dicembre 2013

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