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2015

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Attualità

 

Cina: guerra alla Croce

Il governo comunista (o comuno-capitalista che si voglia) della Cina ha intrapreso una vasta campagna per rimuovere la Croce dai luoghi pubblici. Inutili le proteste dei vescovi e dei fedeli. Dal 2014, più di duemila croci sono state rimosse con la forza da altrettante chiese cattoliche e luoghi di culto protestante.

“Ci sono troppi croci in giro”, ha dichiarato sdegnato Xia Baolong, segretario del Partito comunista nella provincia di Zhejiang, giustificando l’uso dei bulldozer per abbatterle. È evidente che i dirigenti di Pechino sono preoccupati per l’esponenziale crescita del cristianesimo in Cina. “Secondo i miei calcoli, la Cina diverrà il più grande paese cristiano in un futuro non molto lontano — ha dichiarato Fenggang Yang, professore di sociologia nella Purdue University e autore di «Religion in China»Credo che non passerà più di una generazione. Non tutti sono pronti ad accettare questo cambiamento così drammatico”.

I cristiani hanno risposto erigendo più croci di quante ne abbia distrutte il Governo. La vendetta non si è fatta aspettare: chiunque sia trovato a mettere una croce in luogo pubblico, rischia la prigione. E adesso il Governo comunista inizia a perseguitare anche i legali che difendono i cristiani. Finora più di trecento avvocati sono stati detenuti e interrogati. Una misura chiaramente intimidatoria. “La maggior parte di questi avvocati vive nel terrore di essere convocato per una ‘chiacchierata’ con la Polizia – ha detto Zhong Jinghua, un ex giudice dello Wenzhou a Radio Free Asia – È qualcosa senza precedenti. Hanno zittito tante voci della società civile”.

Aveva ragione papa Benedetto XVI quando, accanto ai paesi musulmani, indicò anche quelli comunisti quali fautori di “cristianofobia”.

 


Abolire il frac? I ragazzi dicono: NO!

Nell’università di Oxford (Inghilterra), gli alunni hanno l’obbligo di indossare ogni giorno la tradizionale divisa nota come subfusc (dal latino subfuscus, cioè scuro), e l’academic dress nelle grandi occasioni. Rispondendo alle pressioni di una certa sinistra, che voleva abolire questo dress code di sapore aristocratico, il giornale studentesco “The Oxford Student” ha condotto un’ampia indagine tra gli iscritti al prestigioso ateneo britannico. A sorpresa, ben il 74% degli intervistati ha dichiarato di non voler rinunciare a questa tradizione. “Oxford è un laboratorio di futuro, di modernità e progresso – ha commentato il Corriere della Sera – Ma sotto sotto, sorpresa o no, l’oxoniano resta un geloso cultore dell’antico bon ton. Arriva Facebook. Arriva Twitter. Arriva di tutto, però il «subfusc» non finisce impolverato e dimenticato in cantina”.

 

Oggi Crimea, domani Roma?

All’indomani dell’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa, in diverse città russe sono apparsi striscioni con la frase: “Oggi Crimea, domani Roma”.

La battaglia di Crimea è stata annoverata da un certo nazionalismo pan-slavo fra le più grandi vittorie militari russe, a fianco alle battaglie del lago ghiacciato (1242), Kulikovo (1380) e Borodino (1812). Queste fazioni, per niente minoritarie, non nascondono il proprio intento, allo stesso tempo politico e religioso, di sconfiggere non solo l’Occidente, ma anche la Chiesa cattolica, rea di apostasia, secondo la loro peculiare prospettiva.

 

Ecuador: contrordine compagni!

Il presidente socialista dell’Ecuador, Rafael Correa, si è sempre presentato come grande paladino della famiglia. Aveva, addirittura, promesso che il “matrimonio” omosessuale non sarebbe mai stato approvato fino a quando avrebbe guidato lui il Paese.

Il suo rifiuto dell’agenda LGBT, però, non era dettato tanto dall’adesione a solidi principi morali, o alla Fede cattolica, quanto dalla sua posizione politica anti-americana. Correa, infatti, considera l’agenda LGBT un’avanguardia della “colonizzazione ideologica occidentale”, in altre parole un’arma dell’“imperialismo yankee”. Donde il suo fermo rifiuto.

Tanto è bastato per attirargli le simpatie non solo di settori cattolici sinistrorsi, ma anche da settori di quella “destra” che vede nell’Occidente il male assoluto e, quindi, nei suoi antagonisti di qualsiasi tipo (anche di sinistra) un amico da sostenere.

Sembra, però, che l’accanimento rivoluzionario di Correa abbia avuto la meglio sulla retorica anti-yankee. Nell’ambito dell’iniziativa “Diálogo Nacional”, da lui promossa, il ministero della Giustizia ha creato la Federazione ecuadoriana di organizzazioni LGBT, alla quale si sono iscritti più di 2mila attivisti e sessanta gruppi nazionali. In altre parole, Correa ha deciso di aderire alla lista dei paesi che promuovono l’agenda omosessuale e l’ideologia gender.

Ledy Zúñiga Rocha, ministro della Giustizia, ha sottolineato che “l’inclusione sociale è ormai un modo di decidere e di governare della rivoluzione”.

Correa ha dichiarato altresì che anche il riconoscimento dei diritti dei transessuali è una “strategia per arrivare al matrimonio gay”, e che una volta raggiunto, cercherà anche di imporre l’adozione per le coppie dello stesso sesso.

Con buona pace dei suoi sostenitori “cattolici” o di “destra”.

Categoria: Dicembre 2015

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