2017

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Lech Walesa: nuove evidenze della sua cooperazione con il regime comunista

 

di Jan J. Franczak

 

Lech Walesa, mitizzato leader di “Solidanorsc”, era un agente dello SB (Servizio di sicurezza), un dipartimento creato dai sovietici per tenere i polacchi sottomesi al regime comunista. Ne abbiamo già parlato nel numero di giugno. E adesso emergono nuove prove, ormai inconfutabili.

 

Le accuse contro Lech Walesa di aver collaborato col regime comunista erano nell’aria già da molti anni. Da qualche tempo, infatti, nella Polonia post-comunista si discuteva, in articoli e in dibattiti pubblici, sul fatto che il leader di Solidanorsc fosse un informatore del Servizio di sicurezza (SB), una polizia segreta creata dai sovietici per tenere i polacchi sottomessi al regime. Immancabilmente, però, chi sollevava l’ipotesi era tacciato dalla grande stampa e dai commentatori di sinistra come maniaco, oppure nocivo agli interessi della Polonia. Né era estranea una certa stampa cattolica. Lech Walesa era intoccabile, un simbolo della transizione del sistema politico.

La svolta è arrivata nel 2008 quando due storici, Slawomir Cenckiewicz e Piotr Gontarczyk, hanno pubblicato il libro «Lo SB e Lech Walesa», edito dall’Istituto per la memoria nazionale (IPN), che promuove ricerche sulla persecuzione alla nazione polacca da parte delle dittature nazista e comunista. L’opera svelava documenti che indicavano come il più famoso cittadino polacco vivente fosse stato un informatore del Servizio di sicurezza.

Il compito degli autori non era facile. Dovevano provare l’esistenza di un agente dello SB chiamato in codice “Bolek”, e poi dimostrare oltre ogni possibile dubbio che tale agente fosse proprio Lech Walesa. Un pezzo essenziale è la cartella E-14 dello SB con la scheda di Lech Walesa, figlio di Boleslaw e di Feliksa, nato a Popowo il 25 settembre 1943, e archiviata a Danzica. La cartella contiene anche rapporti, corrispondenza e memorandum che dimostrano che, infatti, “Bolek” era Walesa.

Nonostante molti documenti dello SB riguardanti la collaborazione del leader di Solidarnosc con la polizia segreta siano stati distrutti poco dopo la caduta del comunismo, quelli pubblicati da Cenckiewicz e Gontarczyk permettono di situare esattamente l’inizio e la fine della collaborazione di “Bolek”, e quanto questa sia stata di fatto utile.

I documenti mostrano che Walesa iniziò a collaborare col regime comunista nel 1970, poco dopo che il governo aveva soffocato nel sangue la protesta dei lavoratori portuali a Danzica. I lavoratori reclamavano per l’aumento dei prezzi. Il Servizio di sicurezza reclutò l’allora giovane elettricista Lech Walesa come parte del suo programma di monitoraggio degli operai, potenziato proprio a causa di quella protesta.

La collaborazione stretta durò tre anni. Anche dopo, però, Walesa si mostrò “disciplinato e disposto a collaborare saltuariamente”, secondo un memorando interno dello SB. Cenckiewicz ha trovato, negli archivi dello SB, diversi rapporti di “Bolek” denunciando compagni di lavoro per attività anti-socialiste. Un altro documento dello SB qualifica “Bolek” “un collaboratore risoluto, inventivo e molto meticoloso”.

Walesa fu lautamente ricompensato per la sua collaborazione. Per esempio, nel 1972 egli ricevette in premio dal governo un appartamento, il che, commenta Cenckiewicz, “mostra quanto egli fosse utile al regime”. Le sue denuncie misero in difficoltà molti colleghi, convinti anticomunisti, alcuni dei quali finirono in galera.

Negli anni 1973-1974, il Servizio di sicurezza riscontra un calo nell’attività collaborazionista di Walesa. Un documento parla addirittura di “riluttanza”. Poco a poco, il rapporto si affievolisce fino a cessare totalmente. Un fatto che, comunque, gli fa onore.

I documenti presentati allora da Cenckiewicz e Gontarczyk furono contestati dai difensori del leader di Solidanorsc. La stampa e l’intellighenzia di sinistra, per non parlare di certi ambienti cattolici, cercarono in ogni modo di confutare il libro. Perfino il Primo ministro Donald Tusk lo criticò. Ovviamente, Walesa stesso negò ogni collaborazione, a volte scivolando sulle prove presentate dai ricercatori, a volte semplicemente insultandoli.

Una seconda svolta nell’identificazione della vera identità di “Bolek” arrivò nel 2016, poco dopo la scomparsa del generale Czeslaw Kiszcak, già Capo dei servizi segreti e ultimo ministro degli Interni comunista. Lasciando la carica, egli aveva portato a casa diverse scatole con documenti segreti che poi conservò durante gli anni della transizione. Dopo la sua morte, avvenuta il 5 novembre 2015, la vedova rese pubblico questo archivio. Tra i documenti c’era, per esempio, la dichiarazione originale con la quale Walesa si impegnava a collaborare con i servizi, nonché ricevute da lui firmate accettando pagamenti in contanti per le informazioni trasmesse. L’autenticità di tali documenti non può essere messa in dubbio, il che ha indotto la maggior parte dei difensori del leader di Solidarnosc a cambiare posizione.

Anche di fronte all’evidenza, Walesa continua a negare tale collaborazione, mentre la cerchia più stretta dei suoi sostenitori parla di “un momento di debolezza giovanile”, che non dovrebbe inficiare il giudizio complessivo positivo. Non possiamo, però, schivare una domanda: fino a che punto la collaborazione con il Servizio di sicurezza, ormai inconfutabile, influenzò la sua carriera prima sindacale e poi politica?

Per gli storici polacchi, la domanda è cruciale per capire fino a che punto non solo l’operato di Solidarnosc, ma anche i successivi eventi della transizione del sistema politico, furono in buona misura pilotati dai servizi comunisti. La domanda è particolarmente scottante per ciò che riguarda la presidenza di Lech Walesa (1990-1995), segnata da sostanziali concessioni alla Russia, dall’appoggio alle élite comuniste riciclatesi nel nuovo regime e da una certa freddezza con l’Occidente.

Il dibattito è aperto.

 

 

Categoria: Ottobre 2017

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