2019

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L’Amazzonia dal punto di vista dei nativi

 

di Jonas Marcolino de Souza Macuxí

 

ll Sinodo Panamazzonico afferma di fondarsi sull’“ascolto”. Eppure, non ha ascoltato la vera voce dei nativi amazzonici. Nel corso del Convegno a Roma dell’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira, l’avvocato Jonas Macuxí, leader indigeno di Roraima, ha smascherato l’azione della Teologia della liberazione e dei missionari “aggiornati”, presentando il vero punto di vista dei nativi.

 

Con orgoglio vengo a rappresentare i popoli nativi dell’Amazzonia in questo convegno organizzato dall’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira. Apprezzo l’invito a parlare in questo luogo simbolico, questa piattaforma per il mondo, la Roma eterna del millenario Impero e dei Papi.

Urî Jonas Marcolino, macusi, brasiliano, Maikan Pisi Wei Tî´pî po, tîko´mansen urî. Sono Jonas Marcolino, Macuxí, brasiliano, vivo nella terra indigena Raposa Serra do Sol.

I migliori complimenti all’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira perché dà voce agli indigeni brasiliani dell’Amazzonia. La nostra leadership e la nostra lotta vengono da lontano. Nel 2008 eravamo a San Paolo al seminario “Amazzonia, minaccia alla sovranità - farsa o realtà?”, un’iniziativa patrocinata da oltre cento associazioni.

Durante questo seminario, io, come leader indigeno Macuxí e uno dei direttori dell’Associazione di difesa degli indigeni del Nord Roraima, ho dichiarato che fino all’età di diciotto anni mi dedicavo esclusivamente alla caccia e alla pesca. Sono nato da genitori analfabeti, sono diventato un insegnante di matematica e mi sono laureato in Giurisprudenza. Io e il mio popolo siamo totalmente contrari alla demarcazione della nostra Riserva.

Siamo la maggioranza e non siamo stati ascoltati né dal governo socialista del PT né dalla Corte Suprema. Interpellato dalla stampa, sono stato chiaro sulla situazione dei Macuxí che vivono in quella Riserva: ci sono circa dodicimila Macuxí a Raposa Serra do Sol. Noi, che siamo contro la demarcazione della Riserva, rappresentiamo il 70%.

Siamo integrati, utilizziamo l’elettricità, le automobili, gli autobus e abbiamo villaggi produttivi. Vogliamo accedere a questi strumenti, vogliamo progredire. Il problema è che alcuni ritengono che nel XXI secolo ci siano ancora persone che possano sopravvivere cacciando e pescando. La FUNAI (Fundação Nacional do Indio) vieta l’accesso allo sviluppo. Questa politica ci condanna a vivere in un passato primitivo.

 

L’Amazzonia dal punto di vista dei nativi

Alcuni popoli indigeni vivono nelle Americhe da molto prima che arrivassero i portoghesi e altre nazioni del Vecchio Mondo. Lì hanno vissuto e combattuto, alcuni si sono estinti e altri sono emigrati.

Nel corso di secoli, in Amazzonia è arrivato un po’ di tutto: esploratori, avventurieri, pirati, missionari, naturalisti, botanici, zoologhi, etnologhi, antropologhi e scienziati. Molti erano gli studiosi che vedevano l’opportunità e la possibilità di offrire un nuovo stile di vita agli indigeni.

Tutto questo processo di incontri con culture diverse ha consentito, in realtà, un interscambio e una parziale fusione con tradizioni, comportamenti e sentimenti estranei all’identità indigena. Si condivideva una stessa storia. Si è trattato di un processo naturale e non imposto

. Disgraziatamente il frutto fecondo di questo processo di interscambio culturale fu avvelenato dai missionari della cosiddetta Teologia della liberazione, da alcuni membri di movimenti ecologisti e ambientalisti, nonché da alcune ONG, che con il pretesto di tutelare i poveri indigeni hanno in realtà raccolto ingenti somme di denaro, più per interessi propri e dei propri finanziatori piuttosto che per i nativi dell’Amazzonia. Le influenze esterne sono state davvero moltissime.

È a partire dalla metà del XX secolo che entrano in scena molti sostenitori degli indios, i cosiddetti “indigenisti”, religiosi e civili, politici e ONG sia nazionali che internazionali. Costoro seguivano l’ideale indigenista ispirato a una nuova concezione della Chiesa cattolica, profeticamente denunciato nell’opera del 1977 di Plinio Corrêa de Oliveira «Tribalismo indigeno, ideale comunista-missionario per il Brasile del 21° secolo».

Questi nuovi missionari hanno lavorato sodo per realizzare il falso ideale descritto dal Professor Plinio. Volevano tornare indietro nella storia, prendendo l’aborigeno per modello. Volevano distruggere, smantellare, diffamare, separare e lottare. L’esatto opposto di ciò che noi volevamo.

Noi indigeni non intendiamo affatto tornare al passato. Noi vogliamo godere di tutte le libertà e di tutti i diritti umani fondamentali, inalienabili e indispensabili per garantire una piena dignità umana. Migliaia di indigeni sono già pienamente integrati nella civilizzazione universale, non vivono più nell’età della pietra e non praticano il cannibalismo. Le pochissime tribù che ancora oggi praticano l’infanticidio in Brasile lo fanno perché la legge glielo consente ritenendo tale barbara pratica espressione di una tradizione culturale, in totale spregio del diritto inviolabile alla vita, alla libertà, alla sicurezza e alla dignità.

Molte pratiche tra gli indigeni in Amazzonia, come camminare per lunghe distanze, trasportare manioca nello zaino, o caricare tronchi sulla spalla o paglia sulla testa, sono pratiche necessarie per la sopravvivenza e non per tradizione o valore culturale.

In Roraima, il primo contatto permanente tra indiani e bianchi avvenne con l’inizio della costruzione del Forte São Joaquim, nel 1775, per volere della corona portoghese, dove confluiscono i fiumi Uraricoera e Tacutu, che formarono il Rio Branco. Fu usato lavoro schiavo, compresi gli indigeni. La Fazenda São Marcos fu fondata nel 1787.

Il processo di interazione tra indiani e bianchi ha indubbiamente portato alla reciproca assimilazione della cultura di entrambi i popoli e alla loro successiva integrazione. I missionari cattolici e protestanti hanno iniziato il lavoro di evangelizzazione tra le popolazioni indigene nelle regioni di Surumu e Cotingo in modo permanente dalla seconda decade del XX secolo.

Tra i cattolici, spicca come grande missionario l’arcivescovo Dom Alcuin. L’autore Zé Massaranduba afferma: “Dom Alcuin ha vissuto in modo permanente con gli indiani. Parlava fluentemente la lingua macuxí. Oltre a celebrare Messe, battesimi e matrimoni, ha lavorato nei campi, partecipato alle danze di parichara, alleluia, Tukui e guadagnato la fiducia degli indiani”. Tra i missionari protestanti, Harold Burns si distinse perché rimase tra i Macuxí dal 1950 al 2006, fondando tre grandi chiese evangeliche, a Contão, Araçá e Pacu. In queste comunità indigene, i balli di Natale sono stati sostituiti da Conferenze natalizie e cerimonie.

Nel 1939 fu aperto il primo commercio locale a Surumu, che nel 1960 sarebbe stata elevata alla categoria di villaggio.

Nel 1949 furono istituiti la Missione di São José, l’Ospedale di São Camilo e la Scuola di Padre José de Anchieta, dove lavoravano principalmente i missionari della Missione della Consolata, iniziando una nuova fase nella storia delle popolazioni indigene dello stato di Roraima.

Questa missione era iniziata bene, ma in seguito, con l’arrivo dei nuovi missionari della Teologia della liberazione, queste stesse strutture - Missione, Ospedale e Scuola - vennero utilizzate per attuare una politica opposta: quella di smantellare l’economia locale, che si basava sull’allevamento di bestiame, sulla cultura del riso e sull’agricoltura di sussistenza.

Questo processo di smantellamento culminò con la chiusura delle fattorie negli anni Novanta e la fine della coltivazione del riso nel 2005, a seguito della sfortunata demarcazione della riserva Raposa Serra do Sol.

È interessante notare che allora gli indiani erano già integrati, un’integrazione che ebbe il suo apice con la prestigiosa presenza del maresciallo Cândido Rondon nei villaggi indigeni Macuxí dello stato di Roraima. Rondon è stato un eroe unico. Dopo la sua morte, la sua figura ha ispirato università, professionisti, accademici, esercito e marina nella creazione del Progetto Rondon, che ha portato gli studenti universitari a conoscere la realtà brasiliana e a partecipare al processo di sviluppo di queste regioni lontane. Questa istituzione diventò permanente nel giugno 1968, al tempo del governo militare, con il motto: “Integrare, non consegnare”, che sostituì il primo “La giungla non è nostra nemica”.

L’Amazzonia, sebbene appartenga al Brasile, spesso non è così amata e ambita dalla maggior parte dei brasiliani. Tuttavia, noi indiani e amazzonici in generale, abitanti di questo immenso territorio, lo amiamo e lo difendiamo in modo incondizionato, perché tutta la nostra vita dipende da esso, con le sue immense risorse idriche e naturali.

Dobbiamo unire le persone che hanno uno spirito altruistico per offrire agli indiani un’istruzione tecnica, scientifica e umanistica di qualità, libertà economica, sicurezza, pace e armonia per garantire un presente e un futuro felice e dinamico.

 

La nuova missiologia

I missionari della Consolata arrivarono nel territorio di Rio Branco nel 1948 per continuare la missione iniziata dai Benedettini, avendo come scopo la catechizzazione degli indiani.

Negli anni Settanta, però, arrivarono i nuovi missionari collegati alla Teologia della liberazione e iniziò il cambiamento, con effetti nettamente negativi.

Faccio un esempio. I fazendeiros facevano un grande sforzo per aiutare e far crescere la Missione di São José, donando ogni anno 100, 200 e persino 300 buoi alla Missione. Non avrebbero mai immaginato che i nuovi sacerdoti missionari, che loro pure trattavano con il massimo rispetto e affetto, avrebbero usato queste risorse per espellerli dalla regione.

Perfino i comandamenti della legge di Dio furono rovesciati.

Edmilson das Neves, popolarmente noto come Nêgo da Guanabara, afferma che nel 1971 Padre Jorge celebrò il suo matrimonio nella comunità indigena di Contão. All’epoca, Padre Jorge predicava la parola di Dio e parlava dei Dieci Comandamenti, tra cui “Non rubare”. Già a metà degli anni Ottanta, quando Edmilson incontrò di nuovo questo sacerdote nella comunità di Canta Galo, gli chiese perché avesse cambiato la sua predicazione inducendo gli indigeni a rubare il bestiame ai fazendeiros, contraddicendo ciò che egli stesso predicava prima. Padre Jorge rispose: “Esistono molti tipi di furto. Furto per necessità, perché qualcuno è cleptomane e così via…” Edmilson conclude: “Padre Jorge parlò e parlò fino a quasi convincermi che rubare è giusto”.

Allo stesso modo, racconta il Tuxaua [Capo] Hilario che Suor Augusta, dopo una Messa, ancora all’interno della chiesa, chiese agli indiani di espellere il fazendeiro dalla fattoria di Aratanha. Per farlo, avrebbero dovuto tagliare il filo della recinzione. Se l’agricoltore avesse riparato la recinzione, gli indiani avrebbero dovuto uccidere il suo bestiame fino a costringerlo ad andarsene. Così gli indiani avrebbero riavuto le loro terre rubate dai bianchi. Esistono molte storie di questo genere, che mostrano l’enorme inversione di tendenza introdotta dalla Teologia della liberazione.

Oltre alla predicazione del furto, c’è il sospetto di tradimento e di morte.

Nonna Monica, un’anziana della comunità di Camararém, racconta ad esempio che Padre Jorge Dalden arrivato a Maturuca chiese il permesso di vivere lì. Il Tuxaua Lauro Merikior, in un gesto di umanità, lo accolse. Dopo alcuni mesi, il prete scomparve dalla comunità, portando con sé il giovane Jaci. Quando tornarono, il Tuxaua Lauro morì improvvisamente. Per Nonna Monica, fu Padre Jorge a far uccidere il Tuxaua Lauro Merikior, per permettere che Jaci ne prendesse la carica, e raggiungere così il suo scopo nella regione. Lauro Merikior aveva ereditato il bastone di capo da suo padre Meriquior, che lo aveva ricevuto dal maresciallo Rondon.

Potrei moltiplicare racconti di questo genere. Questi religiosi propagano la Teologia della liberazione sotto l’egida del comunismo, e viceversa. In tre decenni, sono riusciti ad annullare tutto ciò che era stato costruito nello stato di Roraima in più di un secolo. Un secolo di prosperità basato sulla libertà economica, sulla proprietà privata e sui principi dell’economia capitalista, con un’enfasi sul principio della libertà nel lavoro. In breve tempo tutto fu distrutto in nome di un primitivismo rivoluzionario.

Un’altra tattica fu la divisione dei villaggi. Le grandi malocas, descritte nel Diario di Rondon, furono disgregate in numerose piccole comunità, ognuna con un capo, allo scopo di occupare più spazi. I grandi capi persero la loro influenza, poiché un semplice capofamiglia poteva essere un tuxaua con lo stesso potere di un grande tuxaua. In questo modo, i nuovi missionari furono in grado di inserire come capi persone con le loro stesse convinzioni, invitati poi a partecipare a grandi assemblee, che potevano durare intere settimane, nelle quali era loro fatto una sorta di lavaggio del cervello, la cosiddetta “conscientizzazione”. È così che hanno consolidato il comunismo nelle comunità indigene.

Questi missionari predicavano una società comunista, in cui non ci sono padroni e operai, e dove i beni sono messi in comune. Ma, secondo un filosofo inglese, “lo svantaggio del capitalismo è l’ineguale distribuzione della ricchezza; il vantaggio del socialismo è la distribuzione equa delle miserie”. Secondo il dottor George Bry, uno dei maggiori difensori del principio della libertà nel lavoro, “senza libertà e senza proprietà, una società è immobilizzata nell’inerzia e nella miseria”.

Tutto questo processo di introduzione del comunismo tra gli indigeni non aveva legittimità nelle nostre idee. Furono religiosi della Teologia della liberazione, come Padre Jorge, Padre Sabino, Padre Pedro, Padre Tiago, Suor Augusta, Suor Teresa e altri che hanno indottrinato gli indigeni, spingendoli a rubare e uccidere i proprietari, insegnando loro a odiare chi non fosse della corrente liberazionista, a invadere la proprietà privata, a rigettare l’energia elettrica, le strade, a opporsi alla presenza dell’Esercito e così via. Ci hanno insegnato persino a odiare i propri parenti di sangue. In questo modo, il proprio fratello, il padre, il cognato è diventato un nemico. Dividere il popolo è un’opera tipicamente satanica. Questi non possono essere i frutti di uomini e donne di Dio. Questa politica di divisione e isolamento degli indigeni veniva attuata praticamente in tutto il Brasile.

 

La Funai (Fundação Nacional do Indio)

Nel 1993, la Comunità indigena di Contão utilizzava già l’energia elettrica, l’acqua corrente e persino un’antenna parabolica comunitaria. In quello stesso anno ricevemmo un documento sottoscritto dai capi villaggio e leader della comunità indigena di Surumu, in cui affermavano di essere contro i bianchi e i politici, contro le strade, l’energia elettrica, l’Esercito e le bevande alcoliche. Noi, indigeni che godevamo del benessere dovuto a quelle cose da più di cinque anni, non abbiamo potuto stare zitti. Nel settembre dello stesso anno, abbiamo deciso, quindi, di costituire la Società di Difesa degli Indigeni Uniti di Raraima-SODIURR, per promuovere lo sviluppo socio-economico e culturale delle nostre comunità.

A quel tempo, sotto il coordinamento del vescovo Dom Aldo Mongiano, la FUNAI (Fundação Nacional do Indio) della diocesi di Roraima si unì al CIMI (Conselho Indigenista Missionario) e ad alcune ONG, allo scopo di confinare gli indiani nelle Riserve, senza la presenza dei bianchi (tranne loro, ovviamente…). Questa politica di isolamento fu attuata in tutto il Brasile, specialmente con gli indiani Yanomai e Wamiri-atroari.

Ma i nativi confinati nelle Riserve non sono affatto liberi, sono controllati dagli “indigenisti” che godono di privilegi a discapito degli stessi indigeni. Ho potuto verificare personalmente la mancanza di libertà quando io e altri due macuxi abbiamo tentato di andare a vivere una settimana tra gli indigeni wamiri. Giunti al posto di confine della Riserva, strettamente sorvegliato, e chiuso ogni giorno dalle 18,00 alle 06,00, il capo della comunità, Mário Paroê, ci intimò di andare nella città di Manaus per chiedere l’autorizzazione a soggiornare nella riserva, autorizzazione che poi ci fu negata.

Racconto un altro fatto, successo nel 1987 e sul quale ci sono i verbali delle testimonianze. In un’assemblea di tuxaua a Surumu, i partecipanti furono sfidati dai missionari a uccidere il maggior numero di bestiame dei fazendeiros. Il Tuxaua Sivaldo, della comunità indigena di Ticoça, riferisce che nei giorni successivi alla sfida era normale trovare tre o quattro mucche morte ogni mattina. Questa strage di bestiame fece arrabbiare i fazendeiros, che rafforzarono perciò la sicurezza, anche con agenti di polizia e guardie private. Il signor Jair Reis, considerato uno dei più grandi fazendeiros, mi disse nel 1993 che avevano sempre rubato in media circa il 5% della sua mandria, ma dal 1987 in poi ne avevano rubato il 50%. In queste condizioni non fu più in grado di rimanere nella zona. Se ne andò.

Era il consolidamento del piano strategico del vescovo Dom Aldo Mongiano, che mirava a sconvolgere e distruggere l’economia di Roraima. Purtroppo, vi riuscì.

La diocesi di Roraima si è opposta al concetto di integrazione e di assimilazione. I vescovi e i sacerdoti della Teologia della liberazione vogliono liberare gli indiani dai bianchi, salvo poi loro stessi soggiogarli.

Dai frutti possiamo sapere chi è buono e chi no. In Amazzonia ci sono centinaia se non migliaia di ONG, alcune brasiliane altre straniere. Tra queste spiccano Greenpeace, il Club di Roma, Survival International, ISA, MST, CIR, SODIUR e altre. Ad eccezione di Sodiur, tutte le altre ONG sembrano seguire il documento stilato dal Consiglio mondiale delle Chiese indirizzato alle organizzazioni missionarie in Brasile, approvato nel luglio 1981.

Il primo paragrafo afferma che l’Amazzonia è patrimonio dell’umanità. Il possesso di questa vasta area da parte dei paesi amazzonici sarebbe semplicemente circostanziale. Ciò per decisione unanime delle organizzazioni membri del Consiglio, e per decisione filosofica dei vari Consigli di difesa degli Indigeni e dell’Ambiente. Diamo un’occhiata ad alcuni brani del documento:

- È nostro dovere mantenere la foresta pluviale amazzonica e i suoi esseri viventi – gli indiani, gli animali selvatici e gli elementi ecologici – nello stato in cui la natura li ha lasciati prima dell’arrivo degli europei;

- È nostro dovere garantire la conservazione del territorio dell’Amazzonia e dei suoi abitanti aborigeni, affinché possano essere sfruttati dalle grandi civiltà europee, le cui aree naturali siano state ridotte a un limite critico;

- L’indigeno deve essere consapevole che il missionario è l’unica salvezza.

Nonostante il documento sia stato ritenuto apocrifo da alcuni, è proprio quello che vediamo applicato. Il comportamento ostile degli indigeni nei confronti di qualsiasi bianco che non sia missionario della Teologia della liberazione, i discorsi per la preservazione dell’ambiente, le proteste contro l’apertura di strade nelle riserve indigene e contro tutto ciò che la civiltà chiama progresso, sono cose pubbliche e notorie nell’Amazzonia.

Sono state le ONG, guidate dal CIMI, a esercitare pressione sul Parlamento affinché approvasse il capitolo VII della Costituzione federale, che contiene gli articoli 231 e 232 riguardanti gli indiani. Per gli studiosi, l’articolo 231 ha posto fine alla politica di integrazione inaugurata dal Maresciallo Rondon: “Sono riconosciuti agli indios la loro organizzazione sociale, i costumi, le lingue, credenze e tradizioni, e i diritti originari sulle terre che occupano tradizionalmente, spettando all’Unione la loro demarcazione, la protezione e il rispetto di tutti i loro beni”.

L’interpretazione letterale di questo articolo implica nel riconoscimento di tutti i mali – infanticidio, cannibalismo, guerre, ecc – che c’erano fra gli indigeni prima dell’arrivo degli europei.

 

Conclusione

La nostra linea sta guadagnando sempre più spazi fra le popolazioni indigeni, che così si staccano dalla sciagurata dittatura dei missionari della Teologia della liberazione legati al CIMI e alle ONG indigeniste. Il monopolio di capi come Raoni, ricevuto da Papa Francesco e dal presidente francese Macron, sta finendo: essi non rappresentano i popoli dell’Amazzonia. Col presidente Bolsonaro adesso abbiamo più libertà.

Lo scorso 24 settembre, in occasione dell’apertura della sessione delle Nazioni Unite, il presidente brasiliano ha portato con sé l’india Ysani Kalapalo con il sostegno delle associazioni indigene che rappresentano almeno cinquantadue popoli amazzonici.

Le testimonianze ottenute dalla rivista Catolicismo confermano il desiderio di nuovi leader come l’india Kaynä Munduruku. Kaynä mostra che la situazione è cambiata per le popolazioni indigene: “Ci stiamo risvegliando, vogliamo più libertà e non accettiamo che gli antropologi e gli indigenisti impongano la nostra identità. Noi sappiamo chi siamo, e non abbiamo bisogno degli antropologi”.

Conclude Kaynä: “Dobbiamo dare alle popolazioni indigene l’opportunità di lavorare. Non possiamo continuare a vivere con l’aiuto dello Stato, questa non è una vita buona e sana. L’indio deve produrre. Non è pigro, egli è capace e ha una grande intelligenza. Sa come piantare, come produrre, ha solo bisogno di opportunità. Con il loro lavoro, gli indigeni daranno un grande contributo all’economia brasiliana”.

In conclusione:

La maggioranza assoluta degli indiani dell’Amazzonia aspira alla piena libertà, affinché possa avere un’educazione di qualità, sviluppare al massimo il proprio potenziale, la propria volontà, il proprio spirito creativo e le proprie iniziative. Vogliamo diventare grandi imprenditori di attività nostre e produrre da noi ricchezza.

Tutto ciò sarà possibile se ci sarà l’unione tra indiani, neri, bianchi, gialli, meticci… Se ci sarà un’unione di sforzi, idee e risorse, insomma, se ci sarà l’unione di tutti i brasiliani con spirito di umanità e di virtù, che lottano per la libertà e la dignità di tutti, senza discriminazioni.

Concludo congratulandomi ancora una volta con l’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira per aver dato voce ai brasiliani nativi dell’Amazzonia e lamentando che il Sinodo Panamazzonico che inizia domani non abbia invitato alcuna voce indigena discordante da questa missiologia descritta nel mio intervento oggi.

Nella campagna piemontese Napoleone si rivolse ai suoi soldati con le seguenti parole:

“Avete vinto sanguinose battaglie senza cannoni, avete attraversato fiumi impetuosi senza ponti, avete percorso incredibili distanze a piedi nudi, accampato innumerevoli volte senza mangiare nulla, tutto grazie alla vostra audace perseveranza! Ma, guerrieri, è come se non avessimo fatto nulla, perché c’è ancora molto da realizzare!”. Abbiamo ancora molto da fare per garantire agli indiani una vita di pace, armonia e prosperità. Grazie!

Categoria: Dicembre 2019

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