Cristianità: modello superato o faro per il futuro?
di Paul von Oldenburg
Di fronte al fallimento dell’Unione Europea, si propongono diverse alternative, dimenticando che l’unico modello è quello della Civiltà Cristiana che, come ricorda S. Pio X, è già esistita e si tratta solo di restaurare. Riproduciamo una conferenza tenuta dal Duca Paul von Oldenburg, della TFP tedesca, a Bruxelles, nel 2011.
Mi sento sinceramente molto onorato di rivolgervi alcuni pensieri sull’ideale della Cristianità. In un’epoca in cui il colosso dai piedi d’argilla che è questa Unione Europea, senza anima perché fondata sul relativismo dottrinale e morale, mostra segni di un crollo forse irreversibile, l’ideale della Cristianità risuona nelle nostre orecchie con un timbro nuovo.
È l’ideale di una vera fratellanza tra i popoli; di uno stato di diritto in cui tutte le persone sono rispettate, soprattutto le più deboli; di una società il cui dinamismo sgorga dalla sua cellula fondamentale, la famiglia; di una cultura che apre le anime ai grandi orizzonti spirituali; di una vita sociale dove regna l’intesa tra le classi e la cortesia piena di rispetto; di una comunità di uomini che vogliono vivere secondo la Legge di Dio e rendere al loro Creatore e Salvatore l’omaggio pubblico che merita.
Questo ideale non è una chimera. Vengono alla mente le parole infuocate pronunciate all’inizio del secolo scorso da Papa san Pio X:
“No, Venerabili Fratelli – bisogna ricordarlo energicamente in questi tempi di anarchia sociale e intellettuale, in cui ciascuno si atteggia a dottore e legislatore -, non si costruirà la città diversamente da come Dio l’ha costruita; non si edificherà la società, se la Chiesa non ne getta le basi e non ne dirige i lavori; no, la civiltà non è più da inventare, né la città nuova da costruire sulle nuvole. Essa è esistita, essa esiste; è la civiltà cristiana, è la civiltà cattolica. Si tratta unicamente d’instaurarla e di restaurarla senza sosta sui suoi fondamenti naturali e divini contro gli attacchi sempre rinascenti della malsana utopia, della rivolta e dell’empietà: omnia instaurare in Christo”.
Non è certo la casa vuota e aperta ai venti di Jacques Maritain, per cui «l’ideale democratico [è] il nome profano del cristianesimo». L’ideologia dei diritti umani e i suoi eccessi ci hanno ormai vaccinati contro il miraggio della cosiddetta modernità e la sua “marcia irreversibile” verso una maggiore uguaglianza, libertà e fraternità.
Uguaglianza, sì, ma un’uguaglianza essenziale che non elimina le disuguaglianze accidentali. Libertà, sì, ma non per il male. Fratellanza, sì, ma quella che nasce dalla grandezza della nostra condizione comune di figli di Dio ed eredi del Cielo.
Avevo vent’anni quando è crollato il Muro di Berlino e si è palesato agli occhi del mondo il colossale fallimento del socialismo reale, che non era altro che l’applicazione più radicale delle chimere della Rivoluzione francese. A tanti il merito di aver difeso i principi imperituri dell’ordine naturale e cristiano, compresa la proprietà privata e la libera iniziativa, nel corso di quegli interminabili decenni.
Ciò era tanto più lodevole perché il nemico si era infiltrato nel cuore stesso della Chiesa, in nome di una falsa concezione di carità e di giustizia sociale, secondo la quale le disuguaglianze farebbero soffrire le classi meno privilegiate, e andrebbero quindi eliminate affinché si realizzi una società più semplice e più egualitaria.
Per questi “cristiani di sinistra” il nemico intrinsecamente perverso era il capitalismo e non il socialismo. È un grande merito l’aver resistito per decenni a questa pressione della quinta colonna infiltrata nella Chiesa, mantenendo alto lo stendardo della vera dottrina sociale. Fino a che il cardinale Joseph Ratzinger pubblicò la famosa dichiarazione Libertatis nuntius, nella quale affermò una volta per tutte che il comunismo era “la vergogna del XX secolo”.
Purtroppo, vediamo qua e là nostalgici del socialismo, dai capelli grigi. Vediamo anche qualche prete, e perfino vescovo, in jeans e infradito, che denunciano le devastazioni della società consumista e rimpiangono i bei vecchi tempi dei “preti operai” e degli scioperi insieme ai sindacati di sinistra.
Questi ritardatari della Rivoluzione non sarebbero che nostalgici innocui, se non fossero le tossine rivoluzionarie che ancora circolano nella società, spingendola sempre più sulla china dell’autodistruzione.
I principi fondamentali della civiltà
Ecco perché dobbiamo ritornare ai principi fondamentali della civiltà cristiana, e della civiltà tout court. Questi principi sono condensati nell’acronimo dell’associazione che rappresento: Tradizione Famiglia Proprietà. Di questi tre principi, quello che solleva più obiezioni è ancora la proprietà privata. E questo vale in particolar modo per i cristiani di sinistra.
Quando si parla di proprietà, subito scattano slogan tipo “i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”. La tragedia di ottant’anni di comunismo e cento milioni di morti non è bastata per disintossicare molti dei nostri fratelli cattolici dal sogno socialista.
Serve una nuova pedagogia, e soprattutto una nuova pastorale, per spiegare la dottrina della proprietà privata, la sua funzione sociale e i suoi rapporti con la famiglia e la tradizione, come principi fondamentali di ogni società ben organizzata.
Vorrei menzionare a questo proposito alcune verità che, in tempi normali, sarebbero considerate lapalissiane, ma che oggi bisogna riproporre. Chi avrebbe mai immaginato cinquant’anni fa che sarebbe stato necessario giustificare il diritto alla vita del nascituro, o che il matrimonio deve essere tra un uomo e una donna?
Ebbene, oggi dobbiamo dimostrare che la proprietà, la famiglia e la tradizione sono la base naturale della società.
La proprietà
Per una catechesi sul diritto di proprietà privata bisognerebbe tornare alle grandi encicliche sociali dei Papi, e a quanto scrisse il professor Plinio Corrêa de Oliveira sulla necessità della proprietà privata per una migliore conoscenza della Legge di Dio – e quindi del Divino Autore –, per una migliore pratica della virtù della Giustizia, nonché per avere condizioni migliori per la santificazione delle anime.
I dieci Comandamenti sono lo specchio della santità divina. Rinunciare all’insegnamento dei due precetti del Decalogo che sanciscono la proprietà privata significherebbe presentare un’immagine sfigurata della Legge di Dio, e di conseguenza dello stesso Dio.
Inoltre, la nozione di “mio” e “tuo” è la base del concetto di giustizia, che, in materia economica, conduce direttamente e inevitabilmente al principio della proprietà privata. Ne consegue che, senza la conoscenza esatta della legittimità e dell’estensione – nonché dei limiti – della proprietà privata, diventa impossibile la conoscenza e la pratica della giustizia e del vero amore.
Infine, una sana formazione dell’intelligenza e della volontà favorisce la santificazione e si identifica addirittura con essa. Ora, una società in cui la proprietà privata non esiste è profondamente contraria al sano sviluppo di queste facoltà dell’anima e, quindi, alla santificazione.
In altre parole, il comunismo è incompatibile con la santificazione degli uomini.
Pierre de Lauzun dimostra che il regime di proprietà collettiva comporta quattro conseguenze: “1. I migliori vengono sfruttati dagli altri; 2. Sorgono costantemente discussioni; 3. I compiti meno attraenti non vengono più svolti; 4. I beni sono trascurati. Quindi, la situazione diventa particolarmente immorale”.
Attraverso il suo ingegno, l’uomo tende a procurarsi tutto ciò che è necessario al suo bene. Da ciò gli viene il diritto di cercare le cose di cui ha bisogno e di prenderne possesso quando esse non hanno alcun proprietario. Da ciò nasce anche il diritto di provvedere ai propri bisogni in modo stabile, per affrontare il futuro, appropriandosi della terra e coltivandola con strumenti di lavoro da lui stesso prodotti. In breve, è perché ha un’anima che l’uomo tende inconfutabilmente a possedere dei beni.
La proprietà privata è quindi il modo naturale in cui l’uomo può essere e sentirsi sicuro del suo futuro e padrone di sé stesso. Abolire la proprietà privata, lasciando l’individuo inerte in mano allo Stato, significa privare la sua mente di alcune condizioni fondamentali al suo normale funzionamento. Così si distorce gravemente l’anima. Il che, per esempio, spiega la tristezza che caratterizzava le popolazioni sottoposte al comunismo.
Senza cadere nell’utopia di una società in cui ogni individuo è proprietario, e quindi non ci sono più dipendenti, si deve affermare che la distribuzione la più ampia possibile della proprietà e della libera iniziativa promuove il bene spirituale e culturale degli individui, delle famiglie e della società. Al contrario, la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, con la conseguente proletarizzazione degli individui, crea condizioni altamente sfavorevoli alla santificazione e alla formazione culturale dei popoli, delle famiglie e degli individui.
È vero che i documenti papali hanno denunciato con veemenza gli abusi che si sono verificati in materia di proprietà privata. Tuttavia, l’abuso condannabile e dannoso che gli uomini fanno di un’istituzione, non significa assolutamente che questa istituzione non sia intrinsecamente eccellente.
La famiglia
La famiglia è il principale corpo intermediario fra l’individuo e lo Stato. Diciamo una parola sulle relazioni intime, sulle affinità profonde, sulle vere simbiosi che esistono tra proprietà privata e famiglia.
Proprio come un uomo ha il diritto di possedere proprietà, ha il diritto di sposarsi e creare una famiglia. Da questo diritto nascono per i genitori alcuni doveri. In primo luogo, l’obbligo di sostenere le spese di manutenzione della casa e l’educazione dei figli. Pertanto, i coniugi e i figli hanno un diritto naturale a un reddito e al patrimonio accumulato. Questo diritto è anteriore a eventuali diritti della società.
Considerati in funzione della famiglia, gli argomenti a favore della proprietà privata escono enormemente rafforzati, perché per un capofamiglia lavorare, risparmiare e prosperare non è più un diritto ma un dovere.
Proprietà e famiglia hanno in ultima analisi la stessa radice: la natura umana. È la sua natura spirituale che porta l’uomo a stabilire legami più diretti e stretti con certi oggetti e certe persone. Diventare proprietario di una casa, avere una famiglia, sono situazioni che gli danno una sana sensazione di pienezza della personalità. Al contrario, vivere come un atomo isolato, senza famiglia o beni personali, circondato da estranei, gli dà una sensazione profondamente innaturale di vuoto, anonimato e solitudine.
In altre parole, il desiderio di formare una famiglia e l’ambizione di diventare proprietario hanno una radice comune e sono reversibili tra loro.
Ciò è talmente vero che Fustel de Coulanges, nel suo capolavoro La città antica, osserva che la parola latina familia, e il suo correlativo greco oïkos, non esprimevano il concetto di generazione o di parentela (per questo c’era la parola gens, derivata dal greco génos), ma il significato di “proprietà”. Familia originariamente significava campo, casa, denaro, gli schiavi, insomma il patrimonio familiare che passava di generazione in generazione.
Questi antichissimi rapporti tra famiglia e patrimonio sono inoltre più evidenti in ciò che riguarda i beni spirituali che i genitori trasmettono ai figli: i loro talenti, la loro la cultura, la loro psicologia, la considerazione e l’influenza sociale di cui sono circondati, e via dicendo.
Chi nasce da genitori particolarmente dotati da Dio di beni spirituali – o anche materiali – è legittimamente più favorito dalla culla rispetto ad altri nati da genitori con qualità medie. Queste disuguaglianze iniziali nella vita non sono solo giuste ma essenziali per il progresso sociale.
Sono giuste, perché, come ha detto concisamente San Tommaso d’Aquino: “È legge naturale che i genitori accumulino beni per i loro figli e che questi ne siano poi gli eredi”. Il compianto Papa Pio XII trasse le conseguenze da questo principio quando affermò, senza paura di essere “politicamente scorretto”: “Le ineguaglianze sociali, anche quelle legate alla nascita, sono inevitabili: la natura benigna e la benedizione di Dio all’umanità illuminano e proteggono le culle, le baciano, ma non le pareggiano”.
In queste disuguaglianze legate alla nascita, ciò che ha più valore, secondo i Papi, non è l’eredità materiale ma quella spirituale, trasmessa soprattutto dall’influenza reciproca di coloro che vivono nella stessa casa, e dall’atmosfera di una patria ricca di elevate tradizioni intellettuali, morali e soprattutto cristiane.
Per questo Leone XIII dichiarò nella Rerum Novarum: “I socialisti, sostituendo alla provvidenza dei genitori quella dello Stato, vanno contro la giustizia naturale e disciolgono la compagine delle famiglie”.
Azzerare i contatori a ogni generazione equivale, di fatto, a commettere una grave ingiustizia nei confronti dei genitori che si sono sacrificati per trasmettere ai figli una situazione migliore.
E non è tutto. Anche penalizzare i genitori con pesanti tasse di successione reca un grave danno al progresso sociale. Perché, se togliamo ai genitori il diritto di trasmettere la maggior parte dei propri beni ai figli, si elimina una delle motivazioni più stimolanti per il lavoro.
La mancanza di questa motivazione è stata anche la causa principale del fallimento del socialismo reale nei paesi comunisti dell’Europa orientale. Lo stacanovismo non riuscirà mai a sostituire, come incentivo al lavoro, l’amore libero e disinteressato che i genitori portano ai loro figli, carne della loro carne e sangue del loro sangue.
Diciamolo forte e chiaro: il diritto all’eredità è l’istituzione in cui la famiglia e la proprietà si abbracciano.
Ma in queste intime relazioni fra famiglia e proprietà manca ancora un traguardo importante: la tradizione.
Tradizione
Questa eredità spirituale, che deriva da fattori genetici e dall’atmosfera culturale di una famiglia, fissa nello stesso lignaggio, nobile o plebeo che sia, alcuni tratti della fisionomia e della psicologia che costituiscono il legame tra le generazioni. Gli antenati si perpetuano in un certo modo nei loro discendenti, distillando di generazione in generazione lo stile particolare della vita domestica, attività professionale o servizio pubblico. Così alcune famiglie si trasformano in veri e propri “clan” o addirittura “dinastie”.
La tradizione è proprio questa distillazione, nei secoli, del patrimonio morale e culturale proveniente dalle diverse famiglie che costituiscono un popolo. Ecco perché la tradizione non è un passato stagnante, come la sinistra vorrebbe farci credere, ma l’esatto opposto. La tradizione è la vita che il seme riceve dal frutto che lo contiene. Vale a dire una capacità di germinare a sua volta e produrre qualcosa di nuovo che non è l’opposto del vecchio, ma il suo sviluppo armonioso.
Ecco perché la tradizione e le élite tradizionali sono una condizione essenziale per il vero progresso delle nazioni. Non solo nella nostra vecchia Europa, ma anche nella giovane America.
Non lo dico io, lo dice lo stesso Pio XII. Ecco le sue luminose parole:
“Per testimonianza della storia, là ove vige una vera democrazia, la vita del popolo è come impregnata di sane tradizioni, che non è lecito di abbattere. Rappresentanti di queste tradizioni sono anzitutto le classi dirigenti, ossia i gruppi di uomini e donne o le associazioni, che danno come suol dirsi, il tono nel villaggio e nella città, nella regione e nell’intero paese. Di qui, in tutti i popoli civili, l’esistenza e l’influsso d’istituzioni eminentemente aristocratiche nel senso più alto della parola, come sono talune accademie di vasta e ben meritata rinomanza”.
L’esistenza e l’influenza di istituzioni aristocratiche è quindi una questione di giustizia, perché è la conseguenza logica e naturale della famiglia e dei suoi riflessi nella tradizione e nella proprietà privata.
Naturalmente, le classi superiori non devono impedire l’ascesa e il riconoscimento graduale delle persone e delle famiglie meritevoli. Le classi superiori non devono diventare “caste” chiuse, ma permeabili all’avanzamento sociale che eleva certe famiglie alla classe sociale immediatamente superiore, a volte addirittura fino al vertice del corpo sociale. Questi nuovi elementi rappresentano per il corpo sociale altrettante cellule piene di energia che sostituiscono quelle che cominciano a perdere vitalità.
Ma la natura non procede a passi da gigante. Napoleone disse che l’educazione di un bambino inizia duecento anni prima della sua nascita, e aveva perfettamente ragione. L’elevazione delle famiglie è qualcosa di graduale. L’avanzamento sociale fulmineo è l’eccezione.
Le élite tradizionali sono il risultato della natura umana creata da Dio. E, per quanto riguarda il matrimonio, fondamento della famiglia, è stato elevato al rango di Sacramento da Nostro Signore.
L’odio religioso alla tradizione, la famiglia e la proprietà
Se ne deduce che l’odio mostrato dalla sinistra – di tutti i colori, rosso, rosa o verde – alla tradizione, alla famiglia e alla proprietà, come ostacolo alla collettivizzazione dell’individuo, è in fondo un odio religioso che si rivolta contro l’ordine divino, contro Dio stesso.
È questo odio per l’ordine naturale e divino che portò Danton a dire che “i bambini appartengono alla repubblica prima di appartenere ai loro genitori”; che portò Robespierre ad augurare l’allontanamento dei bambini dalla propria famiglia all’età di dodici anni per essere educati dallo Stato: “non possiamo educare signori ma cittadini”.
Fu anche questo odio per la famiglia a spingere uno dei leader della Rivoluzione russa, Liadov, a chiedersi: “È possibile educare l’uomo collettivo in una famiglia individuale? La nostra risposta è categorica: no! Per pensare collettivamente un bambino dev’essere cresciuto in un’atmosfera collettivista. Prima il bambino verrà portato via da sua madre e affidato ad un asilo nido, tanto più avremo la garanzia che sia sano”.
Non c’è alternativa:
– o riconosciamo la persona umana ed i suoi diritti naturali – diritto di proprietà, diritto alla famiglia, diritto di comportarsi liberamente secondo quanto detta la ragione – e ne accettiamo le conseguenze;
– o cerchiamo di forzare la natura con un costoso apparato statale al servizio di un’ingegneria sociale utopica il cui risultato inevitabile è lo schiacciamento dell’individuo, l’impoverimento della popolazione e la dittatura.
La deriva che ha preso l’Unione Europea sta dimostrando che quest’ultima strada porta a un vicolo cieco. Ma i nostri dirigenti, ancora inebriati da falsi sogni, non vogliono ammettere che la strada del progresso passa attraverso il rispetto di questi tre pilastri fondamentali di ogni civiltà e, in particolari della civiltà cristiana, che sono Tradizione, Famiglia e Proprietà.
Per portare a termine il compito assegnatomi, non mi resta che ritornare al concetto di Cristianità, di cui ho parlato all’inizio della mia presentazione.
In una triste “Lettera ai cattolici di Francia”, datata 1996, i vescovi francesi affermano: “Accettiamo senza esitare a inserirci, come cattolici, nel contesto culturale e istituzionale di oggi. (…) Rifiutiamo ogni nostalgia per le epoche passate [e] non sogniamo un impossibile ritorno a ciò che era chiamato Cristianità”.
Secondo i vescovi francesi, “la crisi che stiamo attraversando non è dovuta fondamentalmente al fatto che alcune categorie di cattolici hanno perso la fede o volto le spalle ai valori della Tradizione cristiana [né] all’ostilità degli avversari della Chiesa”, ma semplicemente perché “il mondo e la società stanno cambiando. (…) Un mondo sta svanendo e un altro sta emergendo... mentre la figura del mondo che stiamo cercando di costruire ci sfugge”.
In altre parole, la Chiesa ha perso il treno della modernità e deve saltare sull’ultimo carro prima che sia troppo tardi!
Per questo, continuano i vescovi francesi, “dobbiamo riconoscere il carattere positivo della laicità [perché] l’opposizione tra una tradizione cattolica, controrivoluzionaria e conservatrice, e una tradizione repubblicana, anticlericale e progressista, è quasi del tutto tramontata”.
Dobbiamo, altresì, “riconoscere il valore del pluralismo [giacché] nuove tradizioni religiose e spirituali, in particolare l’Islam, sono ora presenti nel nostro Paese e dimostrano vitalità”.
Il dialogo multiculturale e interreligioso, ecco la formula proposta come panacea per risolvere tutte le sfide del nuovo millennio!
Noi invece dobbiamo proclamare che il cristianesimo ha lasciato in Europa una magnifica eredità di civiltà e cultura che deve essere assunta senza riserve, senza complessi e senza falsa modestia.
I nostri Paesi sono indissolubilmente legati ai valori cristiani che li hanno fondati. Non è diluendoli nel calderone multiculturale che l’Occidente supererà la grave crisi religiosa e morale che sta attraversando. La posta in gioco è alta, perché non si tratta solo del futuro dell’Europa, ma anche del futuro dell’umanità.
Permettetemi di chiudere con le parole di Giovanni Paolo II a Santiago di Compostela, nel 1982:
“Io, Giovanni Paolo, figlio della Nazione polacca, che si è sempre considerata europea, per le sue origini, tradizioni, cultura e rapporti vitali, slava tra i latini e latina tra gli slavi; io, successore di Pietro nella Sede di Roma, Sede che Cristo volle collocare in Europa e che l’Europa ama per il suo sforzo nella diffusione del Cristianesimo in tutto il mondo; io, Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale, da Santiago, grido con amore a te, antica Europa: “Ritrova te stessa. Sii te stessa”. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Torna a vivere dei valori autentici che hanno reso gloriosa la tua storia e benefica la tua presenza negli altri continenti. Ricostruisci la tua unità spirituale. (…) Tu puoi essere ancora faro di civiltà e stimolo di progresso per il mondo. Gli altri continenti guardano a te e da te si attendono la risposta che san Giacomo diede a Cristo: “Lo posso””.
