Notre Dame: una parabola che fa riflettere

 

Alcuni avvenimenti si stagliano nella storia come parabole. Hanno una valenza simbolica. Scuotono in profondità l’anima di un popolo, di una civiltà, di un’epoca. Si direbbe che toccano l’eternità, riverberando negli splendori del Padre Eterno. A volte hanno il carattere di un ammonimento divino, richiamando alla riflessione e alla conversione. La teologia li chiama “segni dei tempi”.


L’incendio nel 2019 della cattedrale di Notre Dame, a Parigi, appartiene chiaramente a questa categoria. Come pure la sua recente restaurazione.


A Parigi è bruciata molto più di una chiesa. Notre Dame era il monumento più visitato d’Europa, era il simbolo della Francia, dell’Europa, della Cristianità, il fior fiore di quella “dolce primavera della Fede” che fu il Medioevo cristiano, e che proprio in Francia ebbe connotati archetipici.


Un incendio è sempre distruttivo. Mostra sdegno e insofferenza. Fa ricordare i grandi castighi di Dio, cancellando dalla terra ciò che non dovrebbe esistere. Le fiamme che hanno divorato la cattedrale parigina ci fanno pensare all’incendio spirituale che divampa, ormai da secoli, nella Figlia primogenita della Chiesa. “Dura cosa è per te il ricalcitrare contro il pungolo, perché colla tua ostinazione rovini te stessa!”, si lamentava nel 1911 San Pio X, rimproverando la politica anticlericale della III Repubblica.


Piangendo la distruzione di Gerusalemme, il profeta Geremia ammoniva: “Gerusalemme ha peccato gravemente, per questo è divenuta un panno immondo”. L’apostasia del popolo eletto aveva allora comportato la distruzione della Città Santa. Il rogo di Notre Dame ci deve far riflettere sullo stato de derelizione della nostra società che, di peccato in peccato, avanza verso la sua rovina, attraendo su di sé l’ira divina.


Ma ci deve far riflettere anche sull’estensione della misericordia di Dio, che ha lasciato intatta la struttura della basilica. Ricorda quella “città mezza in rovina” descritta nel terzo segreto di Fatima. “Mezza in rovina”, quindi non totalmente distrutta. Un messaggio di tragedia ma anche di speranza. Della Cristianità rimangono resti, ceneri che piangono, lucignoli ancora fumanti, ma che, con l’aiuto della grazia divina, contengono i germi della rinascita. Come dice il profeta Isaia: “Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante”.


L’incendio di Notre Dame ha scosso i francesi, che si sono riversati sulle piazze pregando il Santo Rosario e cantando inni religiosi. Possiamo scorgere in ciò il seme di un movimento di conversione? Un fatto colpiva senz’altro: a parte qualche anziano, la quasi totalità dei manifestanti era composta da giovani. La generazione di mezzo mancava quasi totalmente. Che cosa vuol dire?


Gli anziani pregavano perché erano stati così educati. La generazione di mezzo, invece, ebra di modernità, ha abbandonato quasi completamente la Fede. In tanti giovani, invece, la modernità sembra aver perso il fascino. Essi fanno un ponte fa il passato glorioso della Cristianità e il futuro, non meno glorioso, della sua restaurazione.


Così come il rogo della Basilica ha simboleggiato la derelizione della Cristianità europea, la sua restaurazione ben può essere vista come una promessa di gloriosa rinascita.