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Garibaldi... ma quale “eroe”?

 

         La Rivoluzione, lo sappiamo, è in buona parte fatta da miti, cioè da racconti intessuti ad arte per presentare una versione distorta dei fatti, atta a promuovere gli ideali rivoluzionari. A volte, però, esagera. È il caso di Giuseppe Garibaldi, le cui statue – erette dalla massoneria – riempiono le nostre città. Mai si è vista una tale dissonanza tra la cultura ufficiale e la realtà storica. Ne abbiamo già parlato in questa rivista, raccontando l’esperienza sudamericana del nizzardo[1].

         È uscito di recente l’interessante libro “Garibaldi... Ma quale ‘eroe’. Il vero volto di un falso mito”. Adoperando perlopiù documenti inediti, l’autore Erminio di Biase ci racconta la vera storia del condottiero, assai diversa da quella ufficiale.

         Sarà vero ciò che dicono sulla verità storica, conservata dal folklore piuttosto che dalla storiografia erudita. Ovunque è passato, Garibaldi ha lasciato brutti ricordi nella memoria popolare. Da Napoli, dove lo chiamano Peppe o bidone, cioè Giuseppe il truffatore, fino all’Argentina, dove si canta “Celebremos porque ha muerto Garibaldi, pum!”.

         De Biase inizia dal vero aspetto fisico di Garibaldi, descritto dai contemporanei come di statura assai modesta, gambe corte e arcuate, e incedere traballante dovuto a un’ernia inguinale, rigorosamente nascosta al pubblico. I contemporanei coincidono anche nel dire che egli non capiva a fondo le cause per cui combatteva. Come sentenziò Lord Tennyson, Garibaldi aveva “la stupidità dell’eroe”. “La sua cultura è modesta e le sue idee difficilmente si elevano al di sopra dei luoghi comuni. Non è in grado di fare previsioni a lungo termine né, conseguentemente, di lavorare in funzione di risultati lontani nel tempo e nello spazio. Oltretutto, ha una scarsa memoria”, scriveva il colonnello George Cadogan, addetto militare britannico. Lo stesso Mazzini lo definì “un ignorante dalla faccia leonina e stupida”. A questo possiamo sommare il fatto che nei suoi scritti sintassi e grammatica erano speso latitanti.

         “Come semplice politico Garibaldi è niente – affermava il Times di Londra in un articolo del 1880 – La sua mente è piena di idee vaghe, impraticabili, raccattate ai piedi dei più scapigliati teorici sociali e trabalzate per un cervello troppo ardente per aspettare pazientemente la soluzione dei problemi sociali e politici. Egli è in balia a agitatori e cospiratori che speculano sulla sua grande influenza per loro fini personali”.

         Su un punto, l’opinione dei contemporanei è concorde: Garibaldi era il classico tipo orgoglioso e irascibile, sempre pronto a menar le mani.

         Il suo ego era, infatti, smisurato. Egli si autodefiniva “Gran Pontefice della Religione di Dio”, e usava “battezzare” i bambini che i suoi seguaci gli presentavano, dandogli poi nomi assurdi.

         Diversi capitoli sono dedicati alle imprese sudamericane di Garibaldi, che ebbero un’impronta più piratesca che militare. Le sue avventure iniziarono con l’attacco senza pietà contro civili disarmati nel villaggio di Imaruí, in Brasile, durante la Guerra Farroupilha. Il villaggio fu semidistrutto, le donne strupate, gli uomini arrestati, torturati o uccisi. Egli poi rapinò il villaggio, forte della sua patente di corsaro. I brasiliani lo chiamavano “lo sciacallo”. Dappertutto lasciò l’indelebile ricordo degli eccessi disumani e bestiali che consentì agli uomini al suo comando. Una memoria dell’epoca racconta: “Nessuno era in grado di fermare quei banditi insolenti, tutti perennemente ubriachi”.

         Sconfitto in Brasile dalle truppe imperiali, Garibaldi riparò in Uruguay, dove intervenne nella guerra civile allora in atto. E anche qui si dedicò a ciò che sapeva fare meglio: il saccheggio. “Le orde di barbari del pirata che risponde al nome del colonnello Giuseppe Garibaldi – racconta una cronaca dell’epoca – si abbandonarono ai più spaventosi disordini, oltraggi e soprusi, forzando ed abbattendo, in particolar modo, usci di abitazioni e negozi di cittadini, che depredarono senza scrupoli”.

         Garibaldi conservò questo brutto costume anche in Italia. Appena arrivato a Palermo nel 1860, egli saccheggiò il Banco di Sicilia di ben cinque milioni di ducati e fece depredare tutte le chiese. “Giuseppe Garibaldi non è affatto così onesto come lo si dipinge – scrive lo storico L. Mondini – il male che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirsi completamente a lui”.

         Non poteva mancare un capitolo dedicato agli avvenimenti del 1860, cioè alla cosiddetta “epopea dei Mille”, meglio definita, secondo De Biase, “un colpo di Stato sabaudo-inglese al Sud dell’Italia che abbatté Francesco II, il Re legittimo, e insediò una monarchia straniera. (...) Un’azione di autentica pirateria, condotta da un gruppo di uomini armati non aventi alcuna legittimazione giuridica”.

         Più tardi, attaccando Roma, Garibaldi si macchiò di atti vandalici, come il saccheggio dell’abbazia di Casamari, dove i suoi seguaci rubarono perfino la biancheria dei monaci... Non mancarono gli episodi di bestemmia. Infatti, le truppe garibaldine erano solite entrare nelle chiese per distruggere le immagini, buttare per terra le sacre ostie, disperdere le reliquie, imbrattare di feci gli altari e graffiare i muri con parole da lupanare.

         Eppure, su di lui si è costruito un mito che sfida perfino le leggi della fisica. Cronache dell’epoca raccontano, per esempio, che le pallottole rimbalzavano dalla sua camicia rossa. Si racconta perfino che, nella chiesa dei Riformati a Calatafimi, egli sia stato visto levitare e parlare con Nostro Signore sulla croce. Questo mito non retrocede nemmeno davanti alla verità storica, addirittura trasformando in vittorie le sue sconfitte, come quella nella battaglia di Velletri nel 1849.

         Il mito coinvolge anche persone vicine a Garibaldi, come la sua compagna Anita, ufficialmente morta di malaria quando in realtà, stando ai documenti medici, morì strangolata e, a quanto pare, dallo stesso Garibaldi.

         E così avanti, per ben 236 pagine, il libro di De Biase continua a spulciare nella vera storia di “Don Peppe”, dalla sua pietosa carriera nel Parlamento, dove non riuscì mai a fare un discorso che facesse senso, fino ai pingui compensi finanziari decretati dal novello Stato sabaudo per lui e per la sua famiglia, che così divenne milionaria, compensi prelevati dalle casse dell’ex Regno delle Due Sicilie, ossia dai cittadini che egli aveva “liberato”.

         “Buon sangue non mente”, recita l’ultimo capitolo, che racconta le vicissitudini giudiziarie degli eredi di Garibaldi, fino alla sentenza del Tribunale di Trento che, nel 1989, condannò Anita Garibaldi a pagare 58milioni di lire a una azienda pubblicitaria. Ma questo sarebbe già un altro romanzo...

 

[1]
                        [1] Augusto de Izcue, “Don José Garibaldi, ciudadano peruano”, Tradizione Famiglia Proprietà, dicembre 2018.