Rivoluzione e Contro Rivoluzione

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Commenti del 1992


 [Nota: Nel 1992 il prof. Plinio Corrêa de Oliveira scrisse alcuni "commenti", nonché una Postfazione, al libro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», allo scopo di aggiornarlo in vista d'una nuova edizione latino-americana.]





Commento 1



Crisi nella III Rivoluzione, frutto inevitabile delle utopie marxiste

Sulla maggiore delle scale, cioè su scala internazionale, questo apogeo era notorio. Lo dice il testo un poco più avanti. Con il passare del tempo il quadro può essere dipinto con tratti ancora maggiori, sia per l'estensione e per la consistenza demografica delle nazioni realmente e completamente soggette a regimi comunisti, sia per le dimensioni della propaganda rossa e per l'importanza dei partiti comunisti nei paesi occidentali, sia, infine, per la penetrazione delle tendenze comuniste nei diversi campi della cultura di questi paesi. Tutto questo accresciuto dal panico mondiale prodotto dalla minaccia atomica che l'aggressività sovietica, servita da un innegabile potere nucleare faceva pendere su tutti i continenti.

Fattori così molteplici producevano una politica cedevole e arrendista quasi universale nei confronti di Mosca. Le Ostpolitik tedesca e vaticana, il vento mondiale d'un pacifismo favorevole a un disarmo incondizionato, il pullulare di slogans e di formule politiche che preparavano tante borghesie ancora non comuniste ad accettare il comunismo come fatto che sarebbe divenuto compiuto in un futuro non lontano: tutti siamo vissuti sotto la pressione psicologica dell'ottimismo di sinistra, enigmatico come una sfinge per i centristi, indolenti e minaccioso come un Leviatano per chi, come le TFP e quanti seguivano Rivoluzione e Contro-Rivoluzione in tanti paesi, discernevano bene l'"apocalisse" a cui tutto questo stava portando.

Allora erano pochi quanti percepivano che questo Leviatano portava in sé una crisi in crescendo, che non riusciva a risolvere perché era il frutto inevitabile delle utopie marxiste. La crisi venne crescendo e sembra aver disintegrato il Leviatano. Ma, come si vedrà più avanti, questa disintegrazione ha, a sua volta, diffuso nel mondo intero un clima di crisi ancor più letale.



Commento 2



"Perestrojka" e "glasnost": smantellamento della III Rivoluzione o metamorfosi del comunismo?

Al tramonto dell'anno 1989 ai massimi dirigenti del comunismo internazionale parve, infine, giunto il momento di fare un'enorme mossa politica, la maggiore nella storia del comunismo. Sarebbe consistita nell'abbattere la Cortina di Ferro e il Muro di Berlino, il che, producendo i propri effetti in modo simultaneo all'esecuzione dei programmi "liberaleggianti" della Glasnost (1985) e della Perestrojka (1986), avrebbe accelerato l'apparente smantellamento della III Rivoluzione nel mondo sovietico.

A sua volta lo smantellamento avrebbe attirato sul suo sommo promotore ed esecutore, Mikhail Gorbaciov, la simpatica carica di enfasi e la fiducia senza riserve delle potenze occidentali e di molti fra i poteri economici privati del Primo Mondo.

A partire da ciò, il Cremlino avrebbe potuto attendere un flusso meraviglioso di risorse finanziarie per le sue casse vuote. Queste speranze sono state molto ampiamente confermate dai fatti, dando a Gorbaciov e alla sua équipe la possibilità di continuare a navigare, con in mano il timone, sul mare di miseria, d'indolenza e d'inazione di fronte a cui l'infelice popolazione russa, soggetta fino a poco fa al capitalismo di Stato integrale, si sta comportando fino a questo momento con una passività sconcertante. Si tratta di una passività favorevole alla generalizzazione del marasma, del caos e, forse, al concretizzarsi di una crisi conflittuale interna suscettibile, a sua volta, di degenerare in una guerra civile... o mondiale.

In questo quadro hanno fatto irruzione gli avvenimenti sensazionali e brumosi dell'agosto del 1991, che hanno avuto come protagonisti Gorbaciov, Eltsin e altri coautori di questa mossa, che hanno aperto la strada alla trasformazione dell'URSS in una debole confederazione di Stati e poi al suo smantellamento.

Si parla dell'eventuale caduta del regime di Fidel Castro a Cuba e della possibile invasione dell'Europa Occidentale da parte di orde di affamati provenienti dall'Oriente e dal Magreb. I diversi tentativi di albanesi bisognosi de penetrare in Italia sarebbero stati come un primo saggio di questa nuova "invasione barbarica" in Europa. Non manca chi, nella Penisola Iberica come in altri paesi d'Europa, collega queste ipotesi con la presenza di moltitudini di maomettani, irresponsabilmente ammessi in anni precedenti in diversi punti di questo continente e con i progetti di costruzione di un ponte sullo stretto di Gibilterra, che collegherebbe l'Africa Settentrionale al territorio spagnolo, il che favorirebbe a sua volta altre invasioni di musulmani in Europa.

Curiosa somiglianza di effetti della caduta della Cortina di Ferro e della costruzione di questo ponte: entrambi aprirebbero il continente europeo a invasioni analoghe a quelle respinte vittoriosamente da Carlo Magno, cioè quelle da parte di orde barbariche o semi-barbariche provenienti dall'Oriente e di orde maomettane provenienti da regioni a sud del continente europeo.

Si direbbe quasi che si ricompone il quadro pre-medioevale. Ma manca qualcosa: è l'ardore di fede primaverile delle popolazioni cattoliche chiamate a far fronte simultaneamente a entrambi gli impatti. Ma, soprattutto, manca qualcuno: dove trovare attualmente un uomo della statura di Carlo Magno?

Se immaginiamo lo sviluppo delle ipotesi sopra enunciate, il cui principale scenario sarebbe l'Occidente, indubbiamente ci spaventeranno la dimensione e la drammaticità delle conseguenze che le stesse porterebbero con sé.

Tuttavia questa visione d'insieme non comprende neppur lontanamente la totalità degli effetti che in questi giorni ci annunciano voci autorizzate, provenienti da circoli intellettuali in palese opposizione fra loro e da imparziali strumenti di comunicazione.

Per esempio, il crescente contrasto fra paesi consumisti e paesi poveri. Oppure, in altri termini, fra nazioni ricche e industrializzate e altre che sono semplici produttrici di materie prime.

Ne nascerebbe uno scontro di proporzioni mondiali fra ideologie diverse, raccolte da un lato attorno all'arricchimento indefinito e dall'altro al sottoconsumo miserabilista. Di fronte a questo eventuale scontro è impossibile non ricordare la lotta di classe auspicata da Marx. E da questo nasce naturalmente una domanda: tale lotta di classe sarà una proiezione, in termini mondiali, di uno scontro analogo a quello concepito da Marx soprattutto come un fenomeno socio-economico all'interno delle nazioni, conflitto al quale parteciperebbe ognuna di esse con caratteristiche proprie?

In questa ipotesi la lotta fra il Primo e il Terzo Mondo servirà da travestimento attraverso il quale il marxismo, svergognato dal suo catastrofico fallimento socio-economico e trasformato, cercherebbe di ottenere, con rinnovate possibilità di successo, la vittoria finale? Una vittoria fino a questo momento sfuggita dalle mani di Gorbaciov, il quale, benché certamente non ne sia il dottore, è almeno un insieme di bardo e di prestidigitatore della perestrojka...

 Proprio della perestroijka, della quale non è possibile dubitare che sia una realizzazione del comunismo dal momento che lo confessa il suo stesso autore nel saggio propagandistico Perestrojka : il nuovo pensiero per il nostro paese e per il mondo (trad. it., Mondadori, Milano 1987, p. 37): "Lo scopo di questa riforma è assicurare [...] la transizione da una direzione eccessivamente centralizzata, e basata sugli ordini, a una direzione democratica, basata su una combinazione tra il centralismo democratico e l'autogestione". Autogestione che, per altro, era, "l'obiettivo supremo dello Stato sovietico", come stabiliva la stessa Costituzione dell'ex-URSS nel suo Preambolo.



Commento 3



Guerra psicologica rivoluzionaria: "rivoluzione culturale" e rivoluzione nelle tendenze

A partire dalla rivolta studentesca del 1968 alla Sorbona, numerosi autori socialisti e, in genere, marxisti, hanno cominciato a riconoscere la necessità, come una modalità di guerra psicologica rivoluzionaria, di una forma di rivoluzione previa alle trasformazioni politiche e socio-economiche, che operasse nella vita quotidiana, nei costumi, nelle mentalità, nei modi d'essere, di sentire e di vivere. Si tratta della cosiddetta rivoluzione culturale.

Pensano che questa rivoluzione, principalmente psicologica e nelle tendenze, sia una tappa indispensabile per giungere al cambiamento di mentalità, che renderebbe possibile l'instaurazione dell'utopia ugualitaria, perché, senza tale preparazione, questa trasformazione rivoluzionaria e i conseguenti "cambiamenti di struttura" si rivelerebbero effimeri. Il citato concetto di rivoluzione culturale comprende, con impressionante analogia, lo stesso campo già indicato da Rivoluzione e Contro-Rivoluzione nel 1959, come specifico della Rivoluzione nelle tendenze.



Commento 4



Sorprendenti calamità nella fase postconciliare della Chiesa

Sulle calamità nella fase postconciliare della Chiesa è di fondamentale importanza la dichiarazione storica di Paolo VI nell'allocuzione Resistite fortes in fide, del 29 giugno 1972, che citiamo nella versione della Poliglotta Vaticana:

"Riferendosi alla situazione della Chiesa di oggi, il Santo Padre afferma di avere la sensazione che "da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio". C'è il dubbio, l'incertezza, la problematica, l'inquietudine, l'insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. [...]

"Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l'ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli.

"Come è avvenuto tutto questo? Il Papa confida ai presenti un suo pensiero: che ci sia stato il intervento di un potere avverso. Il suo nome è il diavolo, questo misterioso essere cui si fa allusione anche nella Lettera di S. Pietro". [Insegnamenti di Paolo VI, tipografia Poliglotta Vaticana, vol. X, 1972, pp. 707-709.]

Alcuni anni prima lo stesso Pontefice, nell'allocuzione agli alunni del Seminario Lombardo del 7 dicembre 1968, aveva affermato:

"La Chiesa attraversa, oggi, un momento di inquietudine. Taluni si esercitano nell'autocritica, si direbbe perfino nell'autodemolizione. È come un rivolgimento interiore acuto e complesso, che nessuno si sarebbe atteso dopo il Concilio. Si pensava a una fioritura, a un'espansione serena dei concetti maturati nella grande assise conciliare. C'è anche questo aspetto nella Chiesa, c'è la fioritura. Ma poiché, bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu, si viene a notare maggiormente l'aspetto doloroso. La Chiesa viene colpita pure da chi ne fa parte". [Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Poliglotta Vaticana, vol. IV, 1968, pp. 1188-1189.]

Anche Sua Santità Giovanni Paolo II ha tracciato un panorama cupo della situazione della Chiesa:

"Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi. Si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni, si è manomessa anche la Liturgia; immersi nel 'relativismo' intellettuale e morale e perciò nel permissivismo, i cristiani sono tentati dall'ateismo, dall'agnosticismo, dall'illuminismo vagamente moralistico, da un cristianesimo sociologico senza dogmi definiti e senza morale oggettiva". [Discorso ai religiosi e sacerdoti partecipanti al primo Convegno nazionale italiano sul tema Missioni al Popolo per gli anni '80, del 6 febbraio 1981, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, Editrice Vaticana, vol. IV, 1, p. 235.]

In senso simile si è pronunciato posteriormente S. Em. il card. Joseph Ratzinger, prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede:

"È incontestabile che gli ultimi vent'anni sono stati decisamente sfavorevoli per la Chiesa cattolica. I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti, a cominciare da quelle di papa Giovanni XXIII e poi di Paolo VI. [...] I Papi e i Padri conciliari si aspettavano una nuova unità cattolica e si è invece andati incontro a un dissenso che -- per usare le parole di Paolo VI -- è sembrato passare dall'autocritica all'autodestruzione. Ci si aspettava un nuovo entusiasmo e si è invece finiti troppo spesso nella noia e nello scoraggiamento. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci si è invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza". E conclude: "Va affermato a chiare lettere che una reale riforma della Chiesa presuppone un inequivocabile abbandono delle vie sbagliate che hanno portato a conseguenze indiscutibilmente negative". [Vittorio Messori a colloquio con il cardinale Ratzinger. Rapporto sulla Fede, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI), 1985, pp. 27-28.]



Commento 5



L'Ostpolitik vaticana: effetti pure sorprendenti

Oggi, leggendo queste righe sull'Ostpolitik, qualcuno potrebbe chiedere, di fronte all'enorme trasformazione verificatasi in Russia, se questa non sia l'esito di una mossa "geniale" della gerarchia ecclesiastica. Il Vaticano, sulla base d'informazioni della migliore qualità, avrebbe previsto che il comunismo, corroso da crisi interne, avrebbe cominciato a sua volta ad autodemolirsi. E, per stimolare il quartier generale mondiale dell'ateismo materialista a praticare tale autodemolizione, la Chiesa cattolica, posta all'altro estremo del panorama ideologico, avrebbe simulato la propria autodemolizione. Così avrebbe attenuato in modo molto sensibile la persecuzione che allora subiva da parte del comunismo: fra moribondi, certe connivenze sarebbero immaginabili. Quindi, la flessibilità della Chiesa avrebbe creato condizioni per la flessibilità del mondo comunista.

Bisognerebbe rispondere che, se la Sacra Gerarchia sapeva che il comunismo era in condizioni tali d'indigenza e di rovina da doversi autodemolire, doveva denunciare questa situazione e invitare tutti i popoli d'Occidente a preparare le vie di quanto sarebbe stato il risanamento della Russia e del mondo, quando il comunismo fosse realmente caduto; e non doveva tacere il fatto, lasciando che il fenomeno si producesse a margine dell'influenza cattolica e della collaborazione generosa e sollecita dei governi occidentali. Perché solo facendo tale denuncia sarebbe stato possibile evitare che il crollo sovietico giungesse alla situazione nella quale si trova oggi; cioè, in un vicolo cieco, in cui tutto è miseria e imbroglio.

Comunque, è falso che l'autodemolizione della Chiesa abbia affrettato l'autodemolizione del comunismo, a meno di non immaginare l'esistenza di un trattato occulto fra i due in questo senso -- una specie di patto suicida -- un trattato, per dire il meno, privo di legittimità e di utilità per il mondo cattolico. Questo senza menzionare quanto tale semplice ipotesi comporta di offensivo per i Papi nei cui pontificati questa duplice eutanasia si sarebbe verificata.



Commento 6



L' opposizione del "profeti del buon senso"

Queste diverse forme di ottimismo finirono per contrastare in tal modo con i fatti che sono accaduti dopo le precedenti edizioni di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione che, per sopravvivere, gli spiriti seguaci di tali forme si sono rifugiati nella speranza ingannevole e puramente ipotetica che gli ultimi avvenimenti nell'Est europeo avessero determinato la definitiva scomparsa del comunismo, e perciò del processo rivoluzionario di cui era, fino a poco fa, la punta di lancia.



Commento 7



"Demonarchizzazione" delle autorità ecclesiastiche

In questa prospettiva, che ha qualcosa di storico e di congetturale, certi mutamenti di loro estranei a questo processo potrebbero essere visti come momenti di transizione dallo statu quo preconciliare all'estremo opposto qui indicato.

Per esempio, la tendenza alla collegializzazione come modo d'essere obbligatorio di ogni potere all'interno della Chiesa e come espressione di una certa "demonarchizzazione" dell'autorità ecclesiastica, la quale rimarrebbe ipso facto, in ogni grado, molto più condizionata di prima dal gradino immediatamente inferiore.

Tutto questo, portato alle estreme conseguenze, potrebbe tendere all'instaurazione stabile e universale, all'interno della Chiesa, del suffragio popolare, che in altri tempi fu talora adottato dalla Chiesa per ricoprire determinate cariche gerarchiche; e, in un passaggio finale, potrebbe portare, nel quadro immaginato dai tribalisti, a un'insostenibile dipendenza della Gerarchia dal laicato, presunto portavoce necessario della volontà di Dio.

Proprio della "volontà di Dio", che lo stesso laicato tribalista conoscerebbe attraverso le rivelazioni "mistiche" di qualche stregone, guru pentecostalista o fattucchiero; così, ubbidendo al laicato, la Gerarchia adempirebbe alla propria supposta missione di ubbidire alla volontà di Dio stesso.

Categoria: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione

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