Manifesti e documenti delle TFP

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Lettera aperta all'Arcivescovo di Santiago del Cile

 

A Sua Eccellenza
Monsignor Juan Francisco Fresno
Arcivescovo di Santiago

 


La Sociedad Chilena de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad (TFP) chiede la possibilità di esporre rispettosamente a Vostra Eccellenza, con tutta la franchezza che le circostanze esigono, un problema la cui vastità e la cui gravità crescono giorno dopo giorno, e che potrà portare mali gravissimi e forse irreparabili alla Chiesa e al Cile, se non si darà a esso una soluzione la più tempestiva e la più completa possibile.


Lo facciamo senza nessun interesse personale, dopo matura riflessione e mossi esclusivamente dalla voce delle nostre coscienze cattoliche, che non ci perdonerebbero di non avere preso posizione di fronte alla situazione che veniamo a descrivere.


Prima di presentarle l’insieme dei fatti la cui interpretazione ci sembra incontestabile, vogliamo chiarire un punto.


Monsignore potrà esaminare la documentazione che offriamo; si tratta di una corretta trascrizione di quanto diversi ecclesiastici hanno scritto, rispettando accuratamente il contesto in cui si trovano le citazioni. Abbiamo letto e riletto i documenti, e abbiamo trovato in essi solamente una chiara prova di tutto quanto affermiamo.


Tuttavia, se in qualcosa a Vostra Eccellenza oppure a qualche teologo parrà che le citazioni non permettano di concludere quanto qui si sostiene, siamo disposti a offrire tutta la nostra collezione di testi affinché si comprenda la estensione del male. Oppure per completare questa o quella citazione utilizzata, che venga giudicata insufficiente.


In tutto questo agiremo da membri della Chiesa discente, sempre disposti ad accogliere, nei termini stabiliti dal diritto canonico, quanto la Chiesa docente determini.


Passiamo, dunque, a esporre una situazione che lacera i nostri cuori di cattolici. Crediamo che Vostra Eccellenza non si meraviglierà – in questa epoca di dialogo, quando si ammette persino che i cattolici frequentino false religioni, e si espone in pubblico quello che in altri tempi restava circoscritto alla sfera della discussione privata – che ci rivolgiamo al nostro Pastore alla presenza di tutto il Cile, soprattutto perché ci limitiamo a prendere in esame episodi clamorosamente notori, fatti conoscere in pubblicazioni della Chiesa, comprese alcune di carattere ufficioso.


1) Una crisi politico-istituzionale che cela una sovversione religiosa


La normalità istituzionale, obiettivo e speranza dei cileni nel 1983


Per il paese, il problema centrale del momento consiste nel trovare il modo di raggiungere una completa normalità istituzionale, rafforzando nello stesso tempo la difesa della nazione di fronte alla costante aggressione della setta comunistica, promossa attraverso la guerra psicologica e il terrorismo. Circostanze diverse hanno contribuito quest’anno a fare sperare che fosse stata trovata una felice soluzione a questo problema.


Da una parte, a molti è parso che dieci anni bastassero per cicatrizzare le ferite lasciate in mezzo a noi dai tragici mille giorni di governo di Unidad Popular. Un decennio di pace e di tranquillità, nel quale il braccio armato della sovversione è stato smantellato e la economia riorganizzata, ha creato la sensazione che il pericolo comunistico fosse divenuto insignificante. Persino gli stessi leader di sinistra sembravano più prudenti e sensati.


D’altra parte, le nomine episcopali di questo anno, soprattutto la indicazione di Vostra Eccellenza per la arcidiocesi di Santiago, sono parse un felice complemento per garantire in modo definitivo la conquista precedente. Tutto il paese – e non soltanto le pecore che cominciavate a pascolare – ha accolto con gioia la designazione del fino ad allora arcivescovo di La Serena a occupare la più importante sede del paese. Le Vostre dichiarazioni, segnate da un forte tono di moderazione; i richiami al dialogo e alla intesa; la missione di unire i cileni a Voi affidati da Giovanni Paolo II; infine, la generosa accoglienza riservataVi dal governo, dai mezzi di comunicazione sociale e dalla opinione pubblica, hanno fatto concepire molte speranze. L’ora della intesa nazionale, solida e generosa, sembrava essere suonata.


Si aggiunga a quanto detto il fatto che è molto probabile che la porpora cardinalizia sarà tra breve concessa all’arcivescovo di Santiago. Questa condizione metterà ancora di più in risalto la naturale funzione di guida che, come Pastore della principale arcidiocesi del Cile, avrete all’interno dell’episcopato nazionale e Vi permetterà di essere un normale vincolo di unione tra il Cile e la Santa Sede. Vostra Eccellenza avrà in questo modo una posizione privilegiata per chiarire a Roma i problemi cileni, così come per ottenere l’indispensabile appoggio del Vaticano per decisioni richieste dalle circostanze.


Il contributo che può dare mons. Fresno


Infatti, data la indole cattolica, pacifica e ordinata del cileno e trovandosi unite condizioni così favorevoli, si potrebbe fare molto. L’arcivescovo di Santiago, grazie alla enorme influenza che esercita sul resto del paese, può – non abbiamo dubbi nell’affermarlo – contribuire come un elemento fondamentale a una intesa nazionale, vasta quanto possibile, e senza indebolire per nulla la sicurezza interna del paese.


Questo, il popolo lo intuisce. Da ciò le speranze che ha riposto nella Vostra persona.


Infatti, in verità, come diminuirebbero gli ostacoli alla intesa; come diventerebbe più facile l’accordo circa il rispetto della dignità umana, compresa quella del malfattore; come diventerebbe più realizzabile la graduale attenuazione delle misure eccezionali, la correzione di abusi e l’avvicinamento della piena normalità istituzionale; quanto più raggiungibile si farebbe l’accordo sulle riforme economiche e sociali richieste dalla situazione; infine – ed è la cosa più importante -, quanti falsi problemi di coscienza cadrebbero e quante verità si eleverebbero se l’arcivescovado di Santiago non lasciasse la sia pure minima ombra di dubbio circa la posizione della Chiesa di fronte al socialismo e al comunismo!


Il presupposto fondamentale della pace sociale: eliminare radicalmente la infiltrazione di sinistra nella Chiesa ed elevare le barriere ideologiche contro il marxismo


Non è difficile immaginare come cambierebbero le cose se si ripetessero in modo categorico le condanne che da più di un secolo i Sommi Pontefici sono venuti proferendo contro il comunismo; se si proibisse in modo tassativo, come lo ha fatto Pio XI nella enciclica Divini Redemptoris, qualunque collaborazione con la setta socialcomunistica e i sacerdoti si dedicassero a predicare la dottrina tradizionale della Chiesa, offrendo il santo Sacrificio, amministrando i sacramenti e pregando per la concordia nazionale.


Se accadesse tutto questo, il comunismo sarebbe ridotto a una espressione minima e controllabile. Esso non ha mai conquistato l’appoggio della maggioranza de sé solo, senza compagni di strada, senza cinghie di trasmissione che nascondono e moltiplicano la sua azione in mezzo ai non comunisti. Soprattutto, la sua nocività diventa terribilmente contagiosa quando conta sulla collaborazione ecclesiastica. Ha avuto ragione Che Guevara affermando che la identificazione tra il cattolicesimo e la rivoluzione rende questa ultima invincibile (1).


La confusione tra cattolicesimo e marxismo rende impossibile la convivenza civile: verso la «nicaraguizzazione» del paese. Ridotto il comunismo alle sue dimensioni reali ed elevate alte e ardite le barriere ideologiche, morali e religiose che difendono il popolo dal marxismo, riesce facile intendersi sui destini del paese.


Al contrario, quando si crea l’equivoco e si confonde la difesa dei diritti umani con agitazione sociale e libertà per la guerriglia, catechesi con marxismo e teologia con sovversione, il problema della convivenza pacifica diventa insolubile.


Lo si voglia oppure no, questa è la sostanza della crisi cilena. Se la Chiesa dissiperà con chiarezza meridiana questa confusione, la pacificazione e la normalizzazione istituzionale saranno obiettivi raggiungibili e facili da realizzare. Ma se persiste questo caos ideologico – la cui conseguenza logica e naturale è il caos politico -, le misure eccezionali saranno inevitabilmente l’unico mezzo per tentare di arrestare nei suoi effetti un male che non è stato corretto nelle sue cause. Diversamente potremo cadere nella «nicaraguizzazione» del paese, cioè in un regime filocomunistico con sacerdoti come ministri dello Stato, e «Chiesa Popolare» e «comunità di base» come cellule di sostegno nella opinione pubblica, che si trasformerebbero rapidamente in organi di delazione e di intimidazione degli avversari del regime. Non è di troppo ricordare che padre Miguel D’Escoto, attuale ministro degli Esteri del Nicaragua, ha esercitato il sacerdozio per molti anni in Cile.


Pertanto, o cessa l’attuale stato di confusione ideologico-religiosa, oppure non sfuggiremo alla alternativa repressione-«nicaraguizzazione».
Come si vede, la responsabilità della Chiesa è grande, non soltanto dal punto di vista religioso, ma anche da quello temporale, sempre distinto ma spesso connesso con la materia spirituale. Si spiega allora il fatto che molte speranze siano riposte nell’indirizzo che Vostra Eccellenza darà al governo della arcidiocesi di Santiago.


2) Scogli apparenti


Negli ultimi mesi alcuni accadimenti hanno cominciato a dissipare le speranze che si erano formate.


Violenza nelle manifestazioni di protesta


Le cosiddette «proteste pacifiche» hanno mostrato l’altra faccia della realtà. Esse non sono state capaci di rispettare i limiti legali e hanno debordato in vandalismi di ogni genere. La intesa desiderata non è risultata così facile: la libertà per la protesta pacifica ha fornito occasione perché l’insulto, la pietra, la barricata, la pallottola e il saccheggio prendessero il posto dell’argomento e della rivendicazione civile.


Dialogo interrotto


D’altra parte, neppure il dialogo politico intavolato sotto gli auspici dell’arcivescovado tra il governo e la opposizione politica è risultato facile. Dopo un certo tempo, si è insabbiato. Le posizioni erano irriducibili, e le richieste della opposizione più sproporzionate di quanto si fosse pensato in un primo momento.


Il sinistrismo nella Chiesa, autentico ostacolo alla pacificazione


I timori precedentemente indicati sono soltanto la parte evidente con cui, per un inspiegabile pudore, si vuole coprire una realtà più profonda che, con maggiore o minore chiarezza, tutti i cileni intuiscono.


Posizioni estremistiche di teologi cattolici producono scandalo


Alcuni atteggiamenti di influenti personalità ecclesiastiche giunti a conoscenza del pubblico hanno mostrato che la moderazione di mons. Fresno non era seguita da tutta la Chiesa di Santiago. E, benché alcuni pensino che è necessario attendere un certo tempo perché il mutamento di indirizzo si manifesti, altri osservano che, nella situazione critica attraversata dal paese, non si può aspettare di più; e temono che grande parte dell’organismo ecclesiastico abbia assunto una tale autonomia, che ormai non sia più possibile arrestarlo. Per altro, è quanto si osserva in Nicaragua: si è temporeggiato con il progressismo e si è lasciata a esso briglia sciolta perché collaborasse con la rivoluzione sandinista. Oggi sembra lo si voglia frenare, ma ormai è tardi perché ritorni indietro senza problemi.


Paura di una guerra religiosa


La grande paura che sta assalendo i cileni sta nel fatto che percepiscono che il paese non si trova assolutamente di fronte a una esplosione frutto di scontenti popolari, ma a pochi passi da uno scontro tra un rilevante settore della struttura ecclesiastica, che non abbiamo dubbi nel valutare come il più dinamico, e lo Stato. Oppure – il che, nel caso concreto, sarebbe peggio – davanti alla capitolazione di questo di fronte a quello. Infatti, come vedremo, è in germe una guerra religiosa molto singolare nella quale si invertono le parti tradizionali: la instaurazione di uno pseudo-ordine cristiano verrebbe assunta questa volta dalla religione, e la difesa dei resti cristiani della civiltà occidentale dallo Stato.


Questo è il vero problema. Infatti, in verità, che rilievo ha la intransigenza di un Gabriel Valdés, che chiede la immediata rinuncia del presidente, di fronte alla giustificazione morale della insurrezione armata, prospettata da un importante professore di teologia morale della Pontificia Università Cattolica al popolo semplice di una delle zone più agitate del paese? Che portata ha il rifiuto di dirigenti politici a condannare chiaramente il comunismo, limitandosi a formulazioni ambigue, se paragonato con la predicazione chiara in favore di una stabile collaborazione con il comunismo per la costruzione di una «nuova società», postulata dalle file della Chiesa in bollettini che dipendono dalla conferenza episcopale? Oppure la affermazione che il regime di Unidad Popular ha rappresentato il passaggio liberatore di Dio attraverso la storia, e che l’attuale regime è il «male assoluto», affermazioni queste diffuse negli ultimi bollettini dell’arcivescovado?


Infine, che cosa sono i debordamenti delle manifestazioni di protesta in confronto alla pretesa giustificazione degli espropri illegali di terreno, qualificati da un vescovo ausiliare di Santiago «come modi originali di accesso alla proprietà, come un diritto che la economia liberale individualistica riconosce soltanto alla forza del denaro» (2)?


Attualmente in Cile non vi sono sovversivi più radicali di certi sacerdoti


Con tristezza, certo, ma con tutta chiarezza, dobbiamo affermare che questi e altri atteggiamenti di una parte del clero della arcidiocesi di Santiago, che passeremo a riferire, mostrano chiaramente che in Cile non vi è attualmente né istituzione né persona alcuna che sia così radicalmente sovversiva quanto lo sono alcuni ecclesiastici. Mentre i partiti politici e i dirigenti sindacali fanno sforzi – almeno apparentemente – per moderare le proprie posizioni, il settore del clero più direttamente legato a una certa «pastorale aggiornata» avanza senza inibizioni verso il massimo del sinistrismo.


Tuttavia, la opinione pubblica non vede chiaramente questa situazione. Troppo poco è stato fatto conoscere da parte dei grandi mezzi di comunicazione sociale: qualche presa di posizione di padre Aldunate e di mons. Hourton, e niente più.


Ebbene, se tutto il Cile sapesse quanto il clero sta sostenendo nei quartieri popolari, chi non si spaventerebbe? Un linguaggio insultante che di per sé chiude le porte del dialogo; termini di una volgarità che nessun periodico oserebbe riprodurre; concetti freudiani scardinatori della famiglia, che scandalizzerebbero persino l’amorale partito socialista francese; una dottrina, insomma, di carattere completamente sovversivo.


Esageriamo? Monsignore potrà giudicare da sé stesso, esaminando le citazioni che passeremo a trascrivere. Queste sono soltanto una parte, relativa agli ultimi mesi, della documentazione accumulata dalla TFP.


È opportuno chiarire fin da subito che, denunciando l’atteggiamento sovversivo di certi sacerdoti, la TFP non vuole con questo affermare che non vi siano stati eccessi condannabili nell’attuale regime, e neppure che il sistema socioeconomico vigente non abbia dato occasione ad abusi, che è necessario correggere. Sostiene semplicemente che il regime al quale ci vogliono portare questi religiosi è intrinsecamente pieno di abusi e violento.


Spiando la pastorale «popolare» attraverso il buco della serratura


I bollettini dell’arcivescovado di Santiago per le vicarie della Zona Sud e della Zona Ovest, pubblicati a partire dal luglio scorso, costituiscono prove eloquenti di quale è il tipo di lavoro «pastorale» che il clero di sinistra sta svolgendo nei quartieri popolari della capitale. Il bollettino della Zona Sud viene distribuito in 37 parrocchie di San Miguel, La Granja e Gran Avenida. Quello della Zona Ovest è diffuso in 23 parrocchie di Estación Centrale, Las Rejas, Pudahuel, Maipú e Quinta Normal. In totale, sessanta parrocchie popolari, ubicate in zone nelle quali i disordini hanno raggiunto la maggiore violenza. È interessante chiedersi, allora, se in questi quartieri il clero è fattore di stimolo alla pacificazione e al dialogo, oppure se, al contrario, pone ostacoli alla intesa e incita alla violenza. E analizzare in concreto quale è stato il suo atteggiamento nelle proteste e nelle violenze recenti.


La dottrina della «non violenza attiva»


Tre bollettini dipendenti dall’arcivescovado di Santiago trascrivono una pubblicazione del SERPAJ Chile, Servicio Paz y Justicia, intitolata La non violenza attiva in 10 punti. È molto illuminante cominciare da questa perché riassume il pensiero e la strategia politico-sociale che ispira l’azione del clero nelle zone più agitate di Santiago, fra i cui risultati figurano appunto le manifestazioni di protesta (3).


Non si tratta di un «no» alla violenza


Nei primi paragrafi della pubblicazione si avverte che la violenza compie spesso funzioni necessarie e che non si tratta propriamente di condannarla oppure di respingerla, ma di cercare la efficacia nella azione.


«La violenza non è sempre opera della malizia e della cattiva volontà. Essa compie spesso nella nostra società funzioni necessarie, quando difende la libertà oppure combatte per la giustizia. Né si tratta tanto di condannare la violenza quanto di cercare una alternativa alla violenza. La non violenza non si definisce così per il solo rifiuto dei mezzi violenti: essa implica la ricerca e la messa in opera di metodi e di tecniche realmente efficaci» (4).


Condanna della violenza del «ricco» e giustificazione di quella dell’«oppresso»


«Non è permesso condannare parallelamente “tutte le violenze, qualsiasi esse siano e da qualsiasi parte vengano”. Non dobbiamo porre sullo stesso piano la violenza dei ricchi e dei potenti […] e la violenza degli oppressi, che si sforzano di conquistare la loro dignità e la loro libertà». Si noti, a questo punto, come appaia chiaro, nel contesto della dichiarazione, che non si fa riferimento all’abuso del ricco, ma che si tratta di una accusa generica e senza sfumature a un ordine sociale in cui esistano ricchi, ossia nel quale vi sia proprietà. Si osservi, d’altro canto, che «la violenza degli oppressi» è stata prima indicata come giusta e necessaria nella citazione al punto a.


Piuttosto che rassegnarsi, resistere con violenza


«Se, di fronte alla ingiustizia, la opzione fosse solamente tra la resistenza violenta e la collaborazione rassegnata, allora sarebbe meglio scegliere la prima […]».


Rispetto e solidarietà con i cultori della violenza


«[…] quanti hanno scelto questa vita [cioè la resistenza violenta] prendendo su sé stessi i rischi maggiori [!], meritano il nostro rispetto e la nostra solidarietà».


Monsignore può immaginare lo scandalo che si produrrebbe se un uomo politico di sinistra facesse una affermazione di questo genere, offrendo rispetto e solidarietà – cioè collaborazione – con l’azione di guerriglia e violenta. Sarebbe troppo, e nessuno si meraviglierebbe se fosse processato. Ebbene, questa affermazione in bocca a un socialista oppure a un comunista sarebbe incomparabilmente meno pericolosa di quanto la sia diffusa da ecclesiastici, in bollettini dell’arcivescovado divulgati in parrocchie delle zone più turbate, in tempi di agitazione.


Una battaglia inequivocabilmente politica


«IV. – La battaglia non violenta comporta una attenzione particolare alla dimensione politica degli avvenimenti. Esige: […] una analisi politica ed economica rigorosa, un progetto politico e la elaborazione ed esecuzione di una strategia». Si tratta della definizione degli elementi del programma di un partito politico …


La loro strategia è orientata a esigere il potere


«L’azione non violenta pretende di esaurire i mezzi di persuasione, ma non si limita a essi. Giunto il momento, essa non teme il ricorso a mezzi di pressione e di sollecitazione che tendano a fare cedere l’avversario e a porre fine alla ingiustizia […].


«[…] questa strategia non punta alla presa del potere da parte del popolo, ma al suo esercizio da parte del popolo. La non violenza ci porta allora ad azioni di rottura verso l’ordine stabilito, e può giungere fino alla disubbidienza civile, quando le possibilità offerte dalle leggi siano state esaurite senza successo» (5).


Organizzare l’aggressione in caso di resistenza


«La non violenza non fa proprie […] le asserzioni abusivamente semplificatrici del pacifismo e dell’antimilitarismo […] [Essa] si sforza di cercare i mezzi per una difesa civile non violenta, che possa permettere alla popolazione di organizzare una autentica resistenza in caso di aggressione».


È di grandissima importanza tenere presente la metodologia qui propugnata, perché, attraverso una inversione del significato normale delle parole, chiama «resistenza» popolare quanto in realtà è una autentica aggressione, e «aggressione» quanto è la legittima difesa della società. Inoltre, spiega il significato della «non violenza»: non va scatenata, fino a quando non si siano organizzate le condizioni perché abbia successo.


La meta della «non violenza» assomiglia all’obiettivo finale del comunismo russo


«La non violenza ci porta a combattere […] la incapacità del capitalismo (6) a organizzare la società secondo le esigenze della giustizia […]. La non violenza, per il dinamismo specifico del suo spirito e dei suoi metodi, ci spinge a promuovere un “socialismo dal volto umano” fondato sulla corresponsabilità e sulla autogestione». Si confronti questa meta con quanto si legge nel preambolo della Costituzione russa: «l’obiettivo supremo dello Stato sovietico è edificare la società comunista senza classi, nella quale si svilupperà la autogestione sociale comunista» (7).


Come giustificare, Eccellenza, questi dieci principi aggressivamente rivoluzionari, propugnando una «non violenza» puramente eufemistica, nella quale il «non» è un momentaneo e semplice accorgimento prudenziale strategico … finché siano garantite le condizioni di successo?


Come farsi una ragione del fatto che una predicazione sovversiva di questo calibro abbia libero corso? Il solo fatto di essere pubblicata su bollettini dell’arcivescovado la rende intoccabile al punto che l’autorità civile debba porgere l’altra guancia? Se un semplice laico può usare la forza per difendersi dalla aggressione fisica di un sacerdote, lo Stato non ha forse il diritto e il dovere di difendere la collettività da una sovversione che, come abbiamo appena mostrato, viene apertamente insufflata da ecclesiastici?


Gli ultimi bollettini dell’arcivescovado e le manifestazioni di protesta: la «non violenza» in azione


Padre Jesús Herrero S.M., decano delle otto parrocchie del quartiere José Maria Caro, parroco di San Juan Bautista, quartiere Dávila (8)


Carabinieri e forze armate: pazzi e assassini con una furia delirante e da drogati


«La forza scatenata da carabinieri e da reparti dell’esercito può essere qualificata come folle, selettiva, distruggitrice, assassina e, in definitiva, inutile […] i vetri delle loro case […], sistematicamente distrutti, la proprietà privata e il focolare profanati; rubate oppure rotte anche le cose di casa, piatti e bicchieri, con una furia delirante e da drogati» (9).


La violenza estremistica: «uno sfogo chiamato violenza per semplice analogia»


Rispetto alla violenza scatenata dagli estremisti, padre Herrero dice: «Chiamare violenza le barricate, i tagli della luce, le grida e gli insulti (spesso provocati) significa parlare analogicamente della violenza [!]. Non fare differenze significa confondere, e in ultima analisi non sapere di che cosa si sta parlando, né a chi ci si riferisce».


«La violenza degli abitanti della periferia la chiamerei “sfogo” [!]. Non sono qualificato a giudicare la sua moralità concreta e ancora meno nel contesto in cui si è manifestata. Ma dobbiamo certamente condannare la violenza di 18 mila uomini armati, con ordine di sparare, compiuta senza controllo e senza discernimento. Questa violenza è “protetta”. Sappiamo che non vi è tribunale che valga a giudicarla […]. La violenza di chi è ridotto in povertà è come la febbre nella malattia […]. Non dico che questa violenza è buona. Sostengo che deriva da una malattia di cui tutti siamo responsabili, perciò non la giudico, ma della quale responsabilità le autorità di governo sono molto più colpevoli».


Vi è obiettività in questa descrizione? Non vi è un virtuale rifiuto al dialogo autentico, quando si deformano le cose in questi termini? D’altra parte, nessun civile parla o scrive con un linguaggio così estremistico.


Gli ultimi dieci anni giustificano la rivolta


Ma il responsabile spirituale del quartiere Caro va anche più oltre, e senza reticenze insegna ai lettori del bollettino arcivescovile che, anche prima di quella che egli chiama violenza assassina, delirante e da drogati messa in opera dal regime, già era giustificata la ribellione contro il governo.


«Se teniamo conto degli affronti e delle beffe sopportate dai poveri per generazioni e specialmente in questi ultimi dieci anni, non possiamo tacere o esprimerci ambiguamente. Non sarebbe evangelico e neppure cristiano. La violenza sofferta in una permanente oppressione, in una disoccupazione senza futuro, vivendo ammassati in abitazioni indegne o precarie, sarebbe sufficiente per giustificare la ribellione di cui ha parlato Paolo VI, parlando di situazioni di oppressione evidenti e prolungate».


Purtroppo, la prospettiva «pastorale» di padre Herrero non costituisce una eccezione. Sia detto di passaggio che un altro articolo di padre Herrero, pubblicato su questo stesso bollettino, contiene espressioni oscene che in Cile nessun periodico avrebbe osato trascrivere, eccezione fatta per l’epoca di Allende. Al massimo, i più audaci avrebbero messo le iniziali di quanto il bollettino arcivescovile trascrive integralmente: «O tempora! O mores!».


Lasciamo da parte questa notazione dolorosa e proseguiamo.


Padre Ronaldo Muñoz SSCC., curato delle parrocchie San Pedro y San Pablo, e Santa Rosa: «Violenza e protesta in Cile» (10)


Allende: il passaggio liberatore di Dio attraverso la storia


«Negli ultimi decenni prima del ‘73 [perciò, compreso il periodo di Allende] le maggioranze popolari e i settori medi di più recente formazione avanzano significativamente sulla via di farsi soggetti attivi nei processi sociali […]. In questa via i cristiani riconoscono il passaggio attraverso la nostra storia del Dio che ha liberato Israele».


Il pronunciamento delle forze armate e dei carabinieri qualificato come sovversione militare


Questo passaggio di Dio – secondo padre Muñoz – è stato interrotto dalla reazione dei gruppi privilegiati, che hanno organizzato una «ascesa della violenza» contro Allende … «fino alla sovversione militare, all’attacco armato al palazzo presidenziale, alla eliminazione oppure alla prigione e all’esilio delle autorità governative, alla tortura sistematica e al massacro di migliaia di dirigenti del popolo, della campagna e della città». Benché sia faticoso capire come un sacerdote possa giungere a rovesciare così i concetti, fino al punto da dichiarare che il marxismo – sovversivo per definizione – è stato il «passaggio di Dio» attraverso la storia, e che, al contrario, il movimento popolare-militare che ci ha liberati dagli artigli della Russia sarebbe «sovversione»; benché tutto questo sia aberrante e contrario alla dottrina tradizionale della Chiesa, e contrasti con la moderazione che la struttura ecclesiastica ostenta di fronte ai settori medi e alti della società, è necessario segnalare che costituisce una realtà molto frequente nella «pastorale popolare». Troviamo costantemente, in bollettini e in pubblicazioni religiose, l’apologia di Allende e la denigrazione del regime che gli ha fatto seguito.


Vita pacifica oggi, per generare in essa le condizioni della insurrezione armata di domani


Dopo avere sostenuto che gli ultimi dieci anni di governo hanno instaurato «un sistema di violenza, discrezionale oppure istituzionalizzata», che crea «una situazione sociale di violenza» e configura «il peccato sociale», padre Muñoz scrive: «Per affrontare questa violenza imperante, il popolo oppresso si trova di fronte a due opzioni strategiche […] la protesta pacifica e l’azione violenta».


«La strategia della protesta pacifica, nelle attuali circostanze, presenta l’inconveniente di unire in un solo movimento la lotta popolare con la protesta e la rivendicazione di settori socioeconomici e politici, che hanno già dato prove sufficienti di non credere nella democrazia, se non quando questa conviene ai loro interessi di classe. Ma, d’altra parte, questa sembra essere per il momento l’unica strategia realizzabile per abbattere la dittatura». I «compagni di strada» lascino maturare la situazione: saranno usati solamente come un ariete per abbattere il governo …


«Inoltre – continua padre Muñoz –, questa strategia, strada facendo, unisce il popolo, aggiungendo tutte le volte più gente a una posizione più cosciente e più attiva ed esercitandola nella azione organizzata e combattiva. Quanto alla alleanza con noi di interessi contrapposti, si tratta di una sfida che in ogni modo il popolo dovrà affrontare attraverso una lotta sociale e politica di maggiore respiro […]».


La insurrezione violenta è lecita e legittima. Tuttavia non si danno le condizioni per la sua realizzabilità


«La opzione strategica della insurrezione violenta […] problema urgente e grave […] dobbiamo prospettarla a tre livelli:


«a) Se una insurrezione violenta sia legittima; […] crediamo di sì: tra noi si realizza chiaramente il caso di tirannia evidente e prolungata, che attenta gravemente ai diritti della persona e si danneggia pericolosamente il bene comune del paese (Paolo VI). Si tratta di un caso contemplato tradizionalmente dalla Chiesa come giustificante la insurrezione, anche – se non vi sono altri mezzi – violenta.


b) «Ma non tutto quanto è legittimo e lecito in via di principio è storicamente realizzabile. Nel nostro caso pensiamo che la insurrezione violenta – almeno a breve e a medio termine – non sia realizzabile.. non costituisce una via realistica per abbattere la dittatura […] perché questa strategia smobilita il popolo e lo rende sempre più dipendente dai gruppi attivistici. Ma anche per ragioni militari […]».


L’atteggiamento predicato da padre Muñoz, se fosse diretto contro il regime comunistico, sarebbe giusto e adeguato. E questo diciamo non per faziosità, ma perché il comunismo è la negazione di tutti i diritti. Ma il religioso applica questa dottrina non al comunismo, ma a una situazione nata proprio da una reazione cattolica e anticomunistica.


Si pone allora la domanda: non è forse naturale che il popolo cattolico cileno sia traumatizzato e giustamente allarmato, vedendo applicare questo criterio alla situazione attuale del paese, che in nessun modo presenta quella negazione completa di diritti che si dà, per esempio, in Russia?


E’ possibile non considerare sovversivo questo modo di presentare la «visione cristiana» della protesta? Sinceramente, chi può pensare che questa sia la dottrina di Nostro Signore Gesù Cristo? Tuttavia, nel seminario maggiore di Santiago, durante la 3ª Protesta Nazionale, un gruppo di futuri sacerdoti non ha preso parte al pranzo per pregare e riflettere su questo documento di padre Muñoz (11).


Padre José Aldunate S.J., professore di teologia morale della Università Cattolica e curato della parrocchia di San José de Garin, Pudahuel-Norte: «Una vita contro la violenza» (12)


Per essere brevi, ci limitiamo solamente a quanto esplicita oppure radicalizza i testi precedenti.


«La violenza nel nostro continente viene anzitutto dalla destra»


«La radice di questa violenza sta nello sfruttamento del lavoro sul capitale [deve avere voluto dire il contrario …]. Da questa violenza economica alla violenza assassina vi è solo un passo […]. Lo ha già detto il poeta: “il denaro arma il braccio assassino”» (il teologo gesuita si riferirà qui al comunista Neruda?).


«Il dovere di combattere la violenza»


Padre Aldunate propugna il dovere cristiano di resistere a questa «violenza», rifiutandosi di collaborare con essa. E definisce come principali collaboratori e responsabili «quanti partecipano attivamente al regime e lo appoggiano incondizionatamente nella sua azione […] quanti difendono globalmente il regime […] quanti non dicono nulla […] quanti non fanno nulla mentre devono fare e lottare per porre fine alla situazione. Quanti si tengono da parte “per non avere problemi” […]. Tutti costoro, infatti – lo diciamo responsabilmente -, sono corresponsabili della violenza intrinseca del regime, e pertanto corresponsabili della disoccupazione, dello sfruttamento, dei salari bassi: anche della tortura, dell’esilio, degli scomparsi di cui non si sa nulla, degli assassini. Non possono lavarsi le mani di tutto questo come Ponzio Pilato».


Cioè, chiunque non segua con precisione il comportamento di sinistra di padre Aldunate diventa ipso facto reo dei peggiori delitti. In fondo, si predica la schiavitù più completa al suo peculiare modo di vedere le cose.


Si crederebbe, leggendo le parole sopra citate, che stia parlando del dovere di coscienza di un cattolico in un regime comunistico, intrinsecamente perverso. Ma non è così: contro questo ormai non si parla. La condanna del religioso cade su chi reagisce di fronte alla immoralità e al delitto del marxismo. Ancora di più: su chi semplicemente si astenga dal collaborare con questo delitto.


Ma padre Aldunate non si ferma e invita a una insurrezione contro il governo


«I carabinieri, i dipendenti statali e comunali, i professori, gli operai delle imprese statali […] se non vogliono essere collaboratori devono avere chiaro che non sono con il regime […] quando possano, dovranno in qualche modo esprimere la protesta dei loro spiriti di fronte a queste violenze». Questo incitamento ai carabinieri è particolarmente grave, perché prospetta nelle forze dell’ordine un problema di coscienza che, se fosse ascoltato, potrebbe chiaramente concorrere a portare il paese a una guerra civile.


E’ insurrezione generalizzata


«In un certo senso, tutto il Cile si trova in questa situazione di conflitto. Tutti paghiamo l’IVA […] e questa IVA serve al regime per mantenersi […]. Collaboriamo assoggettandoci a questo “ordine”, osservando i regolamenti del traffico, non sporcando i muri né i marciapiedi, portando il nostro contributo affinché il volto del Cile appaia “pulito, ordinato e in pace”, mentre la realtà del regime si avvicina a quella dei “sepolcri imbiancati, ma dentro pieni di corruzione” (Mt. 23, 27)»


Tutto teso a eliminare il regime stesso


Il sacerdote gesuita sostiene, poi, che «la nazione è nel peccato, un peccato collettivo», e che la conversione rispetto a questo «peccato» consiste nel negare «questo ordine», «denunciandolo e in ultima istanza facendola finita con esso […]. Si tratta di un gesto di conversione [!] […]. Si tratta di fare pubblica professione del fatto che non stiamo con un regime che sorge dal peccato e che porta al peccato […]».


«Il nostro proposito ultimo consiste evidentemente nel porre fine al regime di violenza. In quanto servitori del Regno dobbiamo cercare un cambiamento radicale delle strutture dirigenti. Per conseguire questo fine, possono darsi diverse opzioni, che ciascuno deve fare responsabilmente […]».


Alcuni lo faranno direttamente colpendo dove si deve colpire


«[…] Gli uni lotteranno più direttamente per abbattere la violenza, opponendo alle forze della oppressione la forza della resistenza. Compiono azioni effettive per rompere le strutture di oppressione e respingere le forze che le sostengono. Queste azioni sono chiare nella loro realtà: colpiscono dove si deve colpire; ma talora sono meno chiare nel loro significato […] possono dare luogo ad altri abusi. Vi sono altri gesti […]. Si tratta della “semplice disubbidienza legale”. In modo particolare, la sfida alla oppressiva tutela della “Sicurezza interna dello Stato”. Nel mondo operaio, questa forma si esprime nella disubbidienza alla legislazione sul lavoro e nello sciopero illegale. Queste ultime forme di protesta appartengono a quanto si è chiamato “non violenza attiva”» (13).


Monsignore, Le chiediamo di prendere in considerazione la portata di queste affermazioni. Pensi, poi, all’effetto di esse sul cuore sensibile degli umili abitanti della periferia a cui si rivolge questo bollettino dell’arcivescovado. Che enorme e falso problema di coscienza si sta ponendo in queste anime? Non vi sarà forse chi le difenda e chi predichi la pace cattolica, la riconciliazione nel Sacro Cuore e nel Cuore Immacolato di Maria?


Padre Aldunate si fa più concreto: prendere a sassate, bruciare, aggredire e saccheggiare … gesti che è necessario comprendere


Nel bollettino dell’arcivescovado del mese di luglio, il moralista gesuita analizza la protesta del 14 giugno e dice: «Ma la violenza prima è quella del regime e dei suoi elementi polizieschi […] e parapolizieschi […]. Perciò una protesta non violenta indica certi gesti simbolici che devono essere compresi. Ostacolare un momento il traffico, tirare pietre a un consiglio di quartiere, oppure a un municipio, bruciare un simbolo del potere oppressore […] sono gesti che dicono qualcosa a chi voglia ascoltare e che non devono essere interpretati come una semplice violenza. Ancora una considerazione. Di fronte alla violenza stabilita sarebbe farisaico scandalizzarsi se un gruppo di giovani supera un poco i limiti […]. Soltanto una aggressione e un saccheggio sembrano essere stati pianificati da qualche gruppo per castigare furbi di professione o prepotenti governativi colpevoli di abusi».


Si direbbe che le parole del sacerdote hanno avuto eco, poiché diversi «atti simbolici» come quelli predicati in questo articolo sono proprio accaduti nella Zona Ovest: Incendio premeditato al municipio di Pudahuel, Nove detenuti per avere preso a sassate autopompe, sono titoli di El Mercurio (14); Carabiniere ferito da una pallottola a Pudahuel (15); Attentato contro sede CEMA nel comune di Pudahuel (16); Altro attentato incendiario al municipio di Pudahuel (17). Queste sono alcune notizie che abbiamo preso a caso; se si facesse una ricerca specifica, ne comparirebbero molte di più …


E questo è solo l’inizio, il segnale di partenza


«Tuttavia resta un lungo cammino per[ché] quello che è stato chiamato “movimento operaio” o “movimento popolare” riconquisti oggi la sua dignità, i suoi diritti, il posto che gli spetta nella marcia del paese. Ma il segnale di partenza sembra sia stato dato» (18).


Che altri simboli aspetta il «moralista» in questa ascesa, alla quale dà un segnale di partenza come questo? Aspetta forse che dalla pietra si passi alla bomba? Dal consiglio di quartiere e dal municipio all’assalto alla prefettura e a La Moneda? Dal saccheggio e dalla aggressione ai governativi al linciaggio e alla vendetta popolare, anche per i sospettati di opporsi ai suoi disegni, come Robespierre all’epoca della Rivoluzione francese?


Insieme all’invito a comprendere e all’incitamento alla violenza precedenti, padre Aldunate mostra la massima intolleranza verso le forze dell’ordine.


Si leggano queste parole del religioso sugli avvenimenti dell’11 e del 12 agosto: «I massacri dell’11 e del 12 […]. Non per forza della natura, né per errori meccanici, né semplicemente per il cattivo uso dell’ordine. In questa occasione la disgrazia umana è stata opera cosciente dell’essere umano […]. Questo è il male assoluto […] e questo è quanto scopriamo dietro le inesperienze dei coscritti […]. Scopriamo pratiche e ideologie inumane che sono state inculcate per dieci anni […] pratiche: brutalità e torture, assassini e rapimenti, perquisizioni e te ro, licenziamenti e minacce, segnale di coprifuoco e censura, ecc. ecc.»


«[…] Queste pratiche di morte sono state interiorizzate dagli uomini ai quali affidiamo le armi. E hanno trovato la loro espressione nei giorni del massacro […] l’ambiente familiare è divenuto trincea da espugnare […] e ogni giovane che cammina per la via è sospetto e perciò stesso merita calci e bastonate» (19).


Necessita a questo punto qualche commento? Il senso «pastorale» delle parole del professore di teologia morale è troppo chiaro, cosi come lo è quello delle parole del sacerdote responsabile delle otto parrocchie del quartiere Caro, Jesú Herrero, e di padre Muñoz, curato di Santa Rosa, prima esaminate. Sorprende che, di fronte a questo, le più alte autorità religiose, ostentando di non sapere, si presentino come arbitri imparziali della riconciliazione nazionale e non adottino misure contro questa autentica sovversione che si pratica al riparo dei loro sacri manti. Perché, se siamo seri, non possiamo fare a meno di concludere che la sovversione del PC, del PS, del MIR, del MAPU c di altri gruppuscoli è una bambinata accanto a questo. È uno zero a sinistra che, grazie alla sovversione religiosa, diventa uno zero a destra, e, perciò, pericoloso.


Omelia di padre Oscar Jiménez S.J. – responsabile delle parrocchie del decanato di Pudahuel Sur e parroco di Cristo de Emmaús – nella giornata di digiuno e di preghiera indetta dal SERPAJ e trascritta sullo stesso bollettino della Zona Ovest del settembre 1983: il governo sarebbe inimmaginabilmente brutale, incivile e anticristiano


«Questo Vangelo […] ci permette di capire […] gli avvenimenti che sono accaduti qui, in questo paese, nei giorni 11, 12 e 13 agosto. Credo che tutto quello che potevamo immaginare o pensare che un potere politico avrebbe potuto fare di fronte a un popolo, sia stato superato di fronte all’orrore di questo sangue sparso e al sopruso che abbiamo potuto constatare esercitato verso tante persone che sono state così vilmente, direi, offese nei loro diritti».


«[…] Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a nessun sopruso, e il sopruso al quale questo paese ha assistito in questa occasione supera tutto quanto una società civilizzata e che si dice cristiana può accettare».


Come ci sarebbe piaciuto sentire parole di questo tenore contro gli abusi, le violenze e i soprusi commessi durante il regime di Unidad Popular! In ogni caso, il sacerdote decano di Pudahuel Sur pone qui gli accadimenti dei giorni 11, 12 e 13 agosto sul piano di uno «spargimento di sangue» che, secondo lui, supererebbe persino i genocidi nazi-comunistici in Germania, in Russia, in Cina e in Cambogia, per citare quelli che vengono più rapidamente in mente e le cui vittime assommano a decine di milioni. Comunque sia, i giudizi del sacerdote sono oggettivamente inimmaginabili e superano in parzialità tutto quanto si sarebbe potuto pensare. Ma la omelia continua.


Collaborare con il fronte ampio della opposizione politica


«[…] Non si può essere indifferenti a tutto quello che stiamo vivendo. Non soltanto alla repressione, non soltanto alla barbarie di questo regime, ma anche agli sforzi che fanno organizzazioni politiche e sociali, in questo momento, per tentare di uscire da questa situazione di peccato, di schiavitù e di repressione».


Incitamento alla ribellione violenta?


«Che cosa hanno fatto della dignità dell’uomo? Che cosa rimane di degno per questo popolo cileno? […] che cosa resta? […] tutti i diritti offesi! Allora, almeno, difenderemo la nostra dignità umana, l’unica cosa che ci rimane nella vita».


Questa evidente drammatizzazione tende a preparare psicologicamente i fedeli perché, quando la «sinistra cattolica» pensi sicure le condizioni di successo, si possa dare il colpo finale. Poi, diranno che si è trattato di una ribellione popolare …


Predica di padre Antonio Ghyselen O.M.I., decano di Santa Rosa, sulla 4ª Protesta Nazionale, trascritta sul bollettino della Zona Sud del settembre 1983


Se il bollettino di settembre della Zona Ovest porta la «descrizione» e il «giudizio» del responsabile delle parrocchie di Pudahuel Sur che abbiamo appena visti, il bollettino della Zona Sud dello stesso mese trascrive una predica di padre Antonio Ghyselen O.M.I., pronunciata nel corso di una riunione delle comunità del decanato di Santa Rosa, definita «atto di preghiera», durante la quale si è ricordata la morte di una bambina «assassinata nella 4ª Protesta», secondo il bollettino arcivescovile, e si è recitato il poema tendenzioso «a una bambina che è morta per una pallottola».


Il sacerdote decano di Santa Rosa e responsabile delle otto parrocchie dei comuni di San Miguel e di La Granja fa riferimento ai deplorevoli fatti che hanno provocato la morte della bambina nei seguenti termini: «Marcelita Marchant è stata vilmente assassinata come rappresaglia contro tutto un popolo che in forma pacifica ha espresso il suo malessere e il suo scontento, di fronte a dieci anni di violenza istituzionalizzata». Poi, padre Ghyselen generalizza questa gravissima accusa di assassinio con spirito di vendetta, non riconoscendo attenuanti e indicando il colpevole, il governo, della morte di altri 24 cileni nel corso di questa «pacifica» protesta dell’11 agosto.


E continua la «predica» di chi per missione divina dovrebbe pronunciare parole di equità, di pace e di verità: al popolo si «nega così ogni tipo di speranza, non si è fatta giustizia per loro, ma contro di loro. I lavoratori […] hanno voluto dialogare e siccome hanno ragione li hanno incarcerati, barbaramente torturati, fatti sparire e assassinati a sangue freddo, senza che potessero difendersi […] e tutto questo perché i lavoratori hanno aperto la loro bocca e hanno detto una parola piena di grazia: giustizia».


Si possono non riconoscere le leggi del regime: «abbiamo scoperto i limiti del sistema»


Padre Ghyselen propone la seguente «profetica» conclusione circa i risultati delle manifestazioni di protesta: «Anche, e soprattutto, annunciamo un Vangelo, una buona notizia: si può vivere nella intemperie, si può vivere nella opposizione. Non dipendiamo dalla volontà dei nostri oppressori. Possiamo sfidare le loro organizzazioni, non prestare ascolto ai loro slogan, ignorare la loro propaganda, non riconoscere le loro leggi ingiuste. Essi decretano la nostra morte politica, ma noi viviamo. Lavoreremo nelle loro fabbriche, nei loro campi, nei loro uffici, nei loro ospedali, nelle loro scuole, e nelle università, ma non come schiavi, ma imparando a usare ciò che un giorno sarà di tutti». Curiosamente, un mese dopo questa predica, 4 mila abitanti del decanato di cui è responsabile, non riconoscendo la legge, sono andati a vivere «nella intemperie» «espropriando» terreni della Università del Cile e di privati.


«Abbiamo scoperto i limiti di questo sistema: non è onnipotente. E ancora di più: esiste ormai in germe il potere che domani lo abbatterà. Stiamo sperimentando questo nuovo potere che ci libera dalla paura […] Dio ci spinge a edificare un presente, una zona liberata nella quale già possiamo vivere la giustizia e la fraternità».


I campi «Mons. Juan Francisco Fresno» e «Cardenal Raúl Silva Henriquez» sono stati installati su terreni nei quali poteva entrare solamente chi mostrasse un salvacondotto concesso dagli organizzatori dell’«esproprio». Sembrano essere le «zone liberate» alla quali alludeva il sacerdote; restano ora da realizzare gli «espropri» di fabbriche, di campi, di uffici, di ospedali, ecc.


Benedizione ecclesiastica degli «espropri»


Padre Guido avalla la violenza che potrebbe verificarsi negli «espropri»


Padre Ghislain Peters Ross, parroco della chiesa di San Cayetano del quartiere La Lengua, più noto come padre Guido, ha presenziato come «testimone e sacerdote» all’«esproprio» del 26 settembre. Il citato sacerdote, in una intervista alla rivista Hoy, risponde alla seguente domanda: «Si parla di giungere “fino alle ultime conseguenze”. Quale sarà l’esito [dell’«esproprio»]?».


Risposta: «Vi è molta gente che sente di non avere niente da perdere. L’ultima cosa sarebbe perdere la vita. E a questo punto penso alla frase del Vangelo: “Non vi è amore più grande di quello di chi dà la vita per i suoi amici”. Oppure per i figli delle generazioni venture. Spero che non si giunga a questo, però, a un certo momento, gli abitanti della periferia sono capaci di essere molto eroici e sono disposti a lottare per il loro futuro. Credo che la storia saprà valutare questa dedizione» (20).


La «benedizione» di mons. Hourton


Mons. Hourton, in un articolo sulla rivista Análisis, scrive: «In Cile molti accessi a una proprietà minima di un palmo di terra per vivere – “Operazione Sitio” – si sono realizzati storicamente partendo da un «esproprio». Inoltre, la operazione si fa tanto “alla cilena”, cioè tanto rispettosamente, senza animosità, con umiltà, con sacrificio, con dialogo anche se con decisione, che i sociologi potrebbero tranquillamente descriverli e valutarli come modi originali di accesso alla proprietà e come invocazione di un diritto che la economia liberale individualistica riconosce ormai soltanto alla forza del denaro» (21).


3) L’Academia de Humanismo Cristiano promuove l’edonismo più impudico


Il Circolo di Studi della Donna della Academia de Humanismo Cristiano, dipendente dall’arcivescovado di Santiago, pubblica riviste che, oltre a essere socialistiche sul piano politico, sono immorali sul piano dei costumi. Sulle loro pagine si promuovono l’orgoglio e la sensualità, che sono rispettivamente le cause dell’ugualitarismo e della licenza.


Nei bollettini n. 11 e n. 12 si trova il più spinto femminismo. La decenza non permette di analizzare la materia in essi affrontata, che forse non sarebbe eccessivo qualificare come porno-rivoluzionaria. Vi si difendono il vizio solitario, il concubinato, l’aborto e si presenta come ideale la Svezia.


«Ma fino a ora nel mondo occidentale solamente la Svezia sembra abbia conseguito qualcosa che somiglia al modello di società ideale» (22).


I bollettini presi in esame sono stati pubblicati prima delle recenti nomine alla direzione della Academia de Humanismo Cristiano. Speriamo che vengano prese misure efficaci a proposito di questo circolo.


4) Il Regno di Cristo e il «regno di Marx» coinciderebbero in concreto


Mons. Hourton e padre Aldunate, attraverso il bollettino Cristo Dialogante, che dipende dalla conferenza episcopale cilena, nel numero del giugno 1983, sostengono la più completa collaborazione tra cristiani e marxisti.


Mons. Hourton, «comprensivo» con il tiranno Jaruzelski


Il vescovo ausiliare di Santiago, così critico nei confronti del regime cileno, si rivela, ciononostante, estremamente comprensivo nei confronti del tiranno comunista polacco, generale Jaruzelski.


«Jaruzelski si comporterebbe più da nazionalista che da comunista, dimostrando una sorprendente capacità di dialogo, di patteggiamento e di avversione alla violenza». Sembra ironico: forse mons. Hourton vorrà per il Cile il «dialogo», il «patteggiamento» e la «pace» vigenti nella Polonia comunistica e nelle «democrazie popolari»?


Il vescovo ausiliare di Santiago continua: «La coincidenza di credenti e di non credenti, di cristiani e di marxisti […] non dovrebbe essere considerata come infrazione alla unità della fede cattolica […] neppure a causa dei fallimenti che abbia avuti». Non si potrebbe essere più temporeggiatori. Il Pastore insegna alle sue pecore a venire a patti con il lupo comunista …


Più che compagni di strada: abbraccio tra il Regno di Cristo e il regno di Marx


Da parte sua, padre José Aldunate S.J. ripresenta una teoria che permetta un completo abbraccio tra cattolici e comunisti nella costruzione di una nuova società, nella quale si potrà essere «forse qualcosa di più di un semplice compagno di strada».


Il professore di teologia morale spiega: «Ma, di fatto, entrambi i Regni [quello di Nostro Signore Gesù Cristo e quello dell’ateo Marx] definiscono uno stesso cammino e coincidono in concreto. La differenza sta nel fatto che il marxista non sa se il suo può essere più di una utopia, il cristiano sa che il suo sarà anche realtà».


Squalificazione della dottrina cattolica tradizionale


Le posizioni collaborazionistiche con il comunismo di mons. Hourton e di padre Aldunate, esposte nella rivista che dipende dalla conferenza episcopale cilena, hanno prodotto scandalo. Diverse persone hanno messo in rilievo la contraddizione esistente tra questa posizione e la dottrina cattolica. Padre Aldunate ha risposto dicendo: «Si ripetono condanne prevaticane del marxismo che ormai non sono più valide, si perde una prospettiva storica che è essenziale per interpretare dottrine e leggere l’attualità» (23). Con un tratto di penna il sacerdote gesuita toglie autorità a più di cento anni di insegnamento pontificio sul marxismo e insiste nella collaborazione con il comunismo. I marxisti, sostiene il citato religioso in risposta al giornale La Segunda, «non sono tutti santi ne molto meno, ma di molti che conosco Cristo ci direbbe, come nel Vangelo, che “ci precederanno nel Regno dei Cieli”» (24).


Un nuovo stile di essere Chiesa, stile «marxista» e «sovversivo»


La rivista Pastoral Popular, pubblicazione ecumenica spagnola e latinoamericana, porta un articolo di padre Aldunate intitolato Persecuzione alla Chiesa in Cile, in cui spiega quello che chiama un nuovo stile di essere Chiesa e che fa pensare a un’altra religione. Prima, la Chiesa era «una», «santa», «cattolica» e «apostolica». Oggi sarebbe «marxista» e «sovversiva».


«Questo è il nuovo stile di essere Chiesa sorto in diversi settori dell’America Latina, essere Chiesa dei poveri. Questo stile è “sovversivo”, “ marxista” e intollerabile per buona parte dei poteri costituiti […]. Ma è  nota essenziale della Chiesa di Cristo oggi. Effettivamente, sono state note particolarmente significative della vera Chiesa di Cristo, in altri tempi, quelle tradizionali: che la Chiesa fosse “una’: “santa”, “cattolica” e “apostolica”. Oggi la nota che rende particolarmente credibile la Chiesa di Cristo, quella che avalla la sua missione, è la difesa dell’uomo e dei suoi diritti, l’impegno per la completa liberazione dei nostri popoli oppressi, soprattutto economicamente e politicamente» (25).


L’Accademia delle Scienze dell’URSS – Istituto de América Latina vede in questo atteggiamento del clero cileno la causa del futuro trionfo della Rivoluzione


Clodomyro Almeyda, nel suo articolo Riflessioni sul processo di costituzione delle avanguardie nella Rivoluzione latinoamericana, svolge questa significativa considerazione: «[…] l’ultimo versante […] venuto a incorporarsi all’insieme di forze rivoluzionarie […] è quello che si presenta caratterizzato dal segno cristiano nel suo impegno politico. Frutto […] dei cambiamenti prodotti nel seno della Chiesa cattolica in seguito al Concilio Vaticano II […] e dell’impegno pratico nella lotta di ecclesiastici e di laici; il cristianesimo radicalizzato e combattente ha anche arricchito considerevolmente il contenuto nazionale […], confermando in pratica il giudizio di Che Guevara, quando faceva notare che, se il cristianesimo popolare si fosse confuso con il movimento rivoluzionario, la forza di quest’ultimo lo avrebbe fatto diventare incontenibile» (26).


Lo stesso autore, sulla rivista Análisis, in un numero patrocinato dalla Academia de Humanismo Cristiano, celebra ciò che chiama la chiusura definitiva della breccia tra la Chiesa e il marxismo.


«Ma la chiusura definitiva della breccia tra la Chiesa e il movimento operaio e popolare, il superamento del divorzio politico tra cattolici, laici e marxisti, si sta conseguendo nel calore del loro sforzo comune e solidale nella resistenza contro la dittatura […] e in questo processo è stata determinante la condotta […] del cardinale Raul Silva Henriquez […]. Giunga a lui per mio mezzo il più fervido e sentito omaggio di riconoscenza e di ammirazione dei democratici e dei socialisti cileni, per bocca di uno di questi ultimi […]. Voglia la lucidità del popolo cileno che sia definitivamente sotterrato nel passato il tempo del “comunismo intrinsecamente perverso”». Si veda da queste dichiarazioni quanto è precisa la formula e quanto danno dà al comunismo.


«Noi che, da una diversa prospettiva di vita, siamo immersi nello stesso impegno di lavorare, senza venire meno, per una società più giusta e senza classi – il che, nella lettura cristiana della realtà, vuole dire che il Regno dei Cieli deve cominciare a costruirsi sulla Terra -, salutiamo questo reincontro e crediamo che la fraternità potrà venire domani come risultato del comune impegno di fare imperare il Regno della Giustizia, fuori dal quale non può fiorire l’amore» (27).


Gli articoli del ministro degli Esteri di Allende e attuale segretario generale del PS cileno, pubblicati in riviste patrocinate rispettivamente dalla Accademia delle Scienze dell’URSS e dalla Academia de Humanismo Cristiano dell’arcivescovado di Santiago, si collegano perfettamente con quanto dicono mons. Hourton, padre Aldunate e tanti altri. Purtroppo, bisogna confessare che abbondano le ragioni per cui i comunisti possono essere contenti. Si tratta di una felicità che non si situa solo a livello teorico.


Il vicariato per la Pastorale Operaia propone un governo di transizione che riprenda leggi di Unidad Popular


Il bollettino informativo Dialogando, del vicariato per la Pastorale Operaia dell’arcivescovado di Santiago, nel numero del settembre 1983, riporta le conclusioni dell’incontro di dirigenti organizzato da tale vicariato.


In esso si propone un «progetto alternativo, che potrebbe anche costituire proprio un Programma Minimo per un governo di transizione». Nel suo contenuto si evidenzia: «Riprendere alcuni elementi dei due governi precedenti a quello attuale come: a) Riforma Agraria [!]; b) Riforma Educativa [la temibile ENU]; c) definizione delle aree economiche [legge che socializza la economia in radice]», e altre dello stesso tenore (28).


Che cosa si può notare? La deformazione della dottrina cattolica, l’estremismo sovversivo, la mancanza di obiettività e il partitismo politico a cui sono vicini quanti dovrebbero essere araldi della pace e della concordia, non superano ogni immaginazione? Insistiamo: si pensi che questo è detto nelle zone più turbolente da labbra sacerdotali e diffuso con il patrocinio dell’arcivescovado, in momenti in cui il paese vive giorni di agitazione. Neppure i comunisti osano essere tanto chiari. Per moltissimo meno, il direttore della rivista Análisis è stato processato. Per moltissimo meno, altri sono stati mandati in esilio. Come comprendere tanta condiscendenza verso questa azione che è enormemente più dannosa e che contiene in germe la disintegrazione nazionale?


Infatti, si deve ricordare, davanti a tutto questo, quanto è stato proposto nella assemblea dei vescovi del 1977: «La soppressione di ogni propaganda o influenza marxistica nell’atmosfera del paese ha indubbiamente lasciato il nostro popolo più sensibile al messaggio del Vangelo. Il popolo cileno ha bisogno di ascoltare una voce che parli alla sua mente e al suo cuore insieme. Questa funzione è stata compiuta dal marxismo con molta efficacia, e, in fondo, a detrimento della predicazione del Vangelo. La riduzione della influenza marxistica tende a fare aumentare la influenza cristiana, purché questa appaia al popolo come sostitutiva piuttosto che come antagonistica» (29).


Sembra che le parole episcopali non siano cadute nel vuoto e che la influenza «cristiana» stia realmente sostituendo la influenza marxistica, almeno all’interno degli ambienti cattolici fino a qui citati. L’antagonismo tra le concezioni più diametralmente opposte che possano esistere è sostituito da una collaborazione intima e spregiudicata. Forse il vescovo che ha fatto questa proposta e la distinta assemblea che lo ascoltava non volevano arrivare proprio a questo limite estremo. Tuttavia, i fatti dimostrano che questa collaborazione si sta verificando in modo rilevante, sia oppure non sia conseguenza di una ambiguità così imprudente.
Fino a questo momento, questo equivoco non è stato sciolto.


Conclusione: un appello alla preghiera e alla azione, e una richiesta a mons. Fresno


Ricapitolazione


Dopo avere letto la documentazione precedente parrebbe a prima vista superfluo ripetere quale è il fattore principale e più dinamico della sovversione, l’ostacolo di fondo alla intesa tra i cileni, avendo di mira la normalità istituzionale.


Tuttavia, questo fattore è spesso sottovalutato – specialmente tra le classi medie e alte -, grazie alla azione di molteplici artifici di guerra psicologica, che si incaricano di nasconderlo. In questo senso, l’azione su alcuni settori delle classi dirigenti non è stata difficile, poiché sembrerebbe che per debolezza di spirito spesso i più agiati non vogliano vedere la realtà così come è. Per tranquillizzarli basta che intorno a loro non si diano molti casi di estremismo troppo scandalosi; e siccome la quasi totalità dei fatti qui riferiti accadono e sono diffusi nell’ambiente popolare, essi non li conoscono.


Sovversione ecclesiastica che sembrerebbe impensabile …


Dobbiamo, dunque, insistere. Una parte del clero molto ben dislocata nella struttura ecclesiastica di Santiago, avendo a propria disposizione influenti strumenti di espressione della Chiesa e applicando tecniche e metodi caratteristici della guerra psicologica rivoluzionaria totale (30) prepara un sommovimento sociale e religioso di una portata che l’uomo comune non sarebbe capace di concepire neppure in sogno. A questo proposito vi è padre Aldunate per aprire gli occhi a quanti non vogliono vedere: si tratta di imporre lo stesso « regno di Marx» con un impeto che il più convinto dei marxisti invidierebbe. Dunque, secondo il citato religioso, per i cristiani questa utopia «sarà anche una realtà»! Si tratta della Chiesa «marxista» e «sovversiva» e non più della Chiesa «una, santa, cattolica e apostolica».


Questa opera sovversiva non è fatta senza riflettere. Al contrario, sfruttando i fallimenti della violenza puramente temperamentale, non si vuole avventurare in una insurrezione armata – anche avendo le possibilità di vincere -, senza avere prima preparato con estrema cura le condizioni per mantenersi durevolmente al potere. Questo è il senso soggiacente della cosiddetta dottrina della «non violenza attiva»: evitare che scoppi prematuramente la insurrezione armata per garantire meglio la sua vittoria al momento giusto.


Frattanto, per affrettare la venuta di questo momento, questi religiosi si dedicano a «coscientizzare» gli abitanti della periferia. Cioè, ad attizzare odi, a creare, a fomentare e a portare al loro parossismo le ragioni di scontento e a favorire le agitazioni. Vi saranno condizioni propizie per prendere d’assalto il potere e per appiccare l’incendio al paese solamente quando il popolo sarà sufficientemente galvanizzato dalla rivoluzione. Prima di allora, fare esplodere una insurrezione sarebbe una imprudenza e una espressione di irresponsabilità. Vi è padre Muñoz per spezzare risibili ottimismi, quando sostiene che non è giunta l’ora; che il popolo non li sosterrebbe più se predicassero la violenza; che per il momento l’unico mezzo per abbattere il governo sta nella formazione di un fronte ampio di opposizione, capace di attirare l’appoggio del centro decisionale del paese; infine, che non sono preparati per uno scontro militare.


In sintesi, Eccellenza, la documentazione presentata in questo manifesto mostra una volta di più che la gravissima situazione denunciata nel nostro libro La Iglesia del Silencio en Chile. La TFP proclama la verdad entera (31) continua a svilupparsi liberamente all’interno della struttura ecclesiastica, nonostante alcune apparenze distensive di superficie; il che fa prevedere una riedizione corretta e aumentata dei mali che il paese ha vissuto. Facciamo notare che le citazioni qui riportate sono una piccola parte del molto materiale che la TFP ha classificato nei suoi archivi. Se le circostanze lo richiederanno, si vedranno il modo e la forma per farlo conoscere per esteso alla opinione pubblica… e che supera quella del sinistrismo politico o sindacale più radicalizzato.


Accanto a questo, Monsignore, che peso possono avere altri fronti sovversivi di sinistra, siano essi politici o sindacali? Come comprendere il fatto che si dia tanta importanza agli aspetti epidermici della realtà – che non corrispondono per nulla al vero sentire del paese – e che si trascuri quello che è propriamente sostanziale?


Non siamo sostenitori della licenza morale o politica e perciò non possiamo concordare con quanti chiedono libertà perché il Partito Comunista possa esistere, diffonda le sue idee e faccia proselitismo. Tuttavia, se si dovesse scegliere fra il tollerare il PC oppure tollerare la agitazione di sinistra clericale, diremmo che il pericolo costituito dal Partito Comunista è considerevolmente minore, tra le altre cose perché la opinione pubblica è molto più prevenuta contro di esso e lo rifiuta naturalmente. Lo abbiamo già detto: se la Chiesa in Cile mettesse in chiaro, di fronte a tutti, la irriducibile opposizione esistente tra essa e il marxismo, grande parte dei problemi che affliggono il paese sarebbero risolti o sulla via di risolversi.
Purtroppo, la chiarezza della vera dottrina non regna in questo campo. Né si potrebbe dire che viene diffusa una dottrina equivoca. Si diffonde piuttosto, e apertamente, una sorta di «socialcomunismo cattolico»: proprio quello che, secondo Che Guevara e Clodomiro Almeyda, rende la rivoluzione invincibile …


Come affrontare allora questo problema? Che cosa fare?


Vigilare e pregare


Anzitutto, Monsignore, pregheremo e consiglieremo molti di farlo. Sappiamo che, se in qualsiasi epoca la preghiera è la cosa più importante, essa lo è particolarmente nelle situazioni difficili e nei momenti di afflizione. Oggi, quando vediamo tanti rappresentanti della santa Chiesa compromessi con il male, fino al punto che Paolo VI è giunto a parlare di un misterioso «processo di autodemolizione» che la corrode dall’interno; quando in un passato recente abbiamo visto nel nostro paese la collaborazione ecclesiastico-marxista portata all’estremo che sacerdoti di Cristo si sono potuti autodefinire «sacerdoti per il socialismo»; quando stiamo vivendo cose come quelle che in questa occasione abbiamo riferite; quando l’acqua pura e chiara dei cristianesimo è avvelenata da ministri che dovrebbero essere garanti della sua cristallinità e della ortodossia; quando accade tutto questo, la preghiera virile dell’uomo di fede si rende assolutamente indispensabile.


Sappiamo, Monsignore, che sarà necessario chiedere con insistenza, perché senza lo speciale aiuto di Dio, che si ottiene per mezzo di Maria santissima, non vi è semplicemente soluzione. La preghiera retta rafforza, orienta, garantisce l’azione ed è capace di ottenere l’impossibile, di muovere le montagne.


Perciò, seguiamo il divino consiglio: «Vigilate e pregate per non cadere in tentazione», raccomandando a tutti i cileni che hanno fiducia in noi di comportarsi così in questa ora cruciale.


Il coraggio di vedere la realtà così come essa è


In questo ordine di cose affermiamo, Monsignore, che la cosa più importante sta nell’avere il coraggio di vedere la realtà come essa si presenta. Come il medico che cerca di identificare la malattia, distinguendo e discernendo tra i sintomi veri e quelli apparenti, per subito applicare la cura certa; così anche nella situazione cilena è assolutamente indispensabile cominciare con il vedere con coraggio il cancro che si è incistato negli ambienti religiosi, rendersi conto della sua enorme gravità e lavorare per impedire che si impadronisca della parte sana della nazione. È quanto abbiamo cercato di fare, da figli della Chiesa, nella presente analisi. Ed è quanto, per il bene de! Cile, insisteremo perché tutti facciano: ciascuno nella sua sfera specifica metta in guardia contro questo pericolo, susciti reazioni salutari e combatta la indifferenza e la insensibilità dei vigliacchi, che si rifiutano di vedere, per non dovere lottare. Pensiamo che, in questo senso, sarà loro di valido aiuto questo manifesto.


Illuminare gli «utili idioti» e i «compagni di strada»


Questa azione illuminante non può essere sottovalutata. Infatti, quando esiste una congiunzione di idee, di propositi e di sforzi in pieno sviluppo come quella che abbiamo descritto, il semplice fatto di svelarla pone fine al clima di sprovvedutezza che è a essa assolutamente necessario per fare progressi. Azioni e denunce come questa evitano che molti «utili idioti» si lascino trascinare, abbagliati da promesse ingannevoli oppure da suggerimenti di collaborazione, che li portano a lavorare per quello che naturalmente rifiuterebbero.


Qualcosa di nuovo che nasce, una grande speranza


Niente ci sembra più efficace, in questo senso, che seguire il valido esempio delle madri cattoliche di Pudahuel che, affrontando minacce e rappresaglie, hanno resa pubblica una lettera diretta a Vostra Eccellenza, nella quale denunciano l’azione filocomunistica di sacerdoti e di religiose nelle loro parrocchie; oggi, la sua eco risuona in tutto il Cile. Niente di più lecito e di più adatto alla presente situazione di atteggiamenti come questa supplica filiale.


Il grido di dolore di queste madri è un sintomo di qualcosa di nuovo che sta nascendo in Cile. Da tutte le parti e in tutte le classi sociali sono sempre più numerose le persone che, di fronte alla straordinaria gravità della crisi moderna e agli assurdi del mondo contemporaneo, non si rassegnano a essa, ma chiedono e si preoccupano; si sentono isolate e cercano un aiuto; abbandonate, e chiedono un appoggio; confuse, e chiedono un chiarimento. Formate alla scuola della sofferenza, sanno e accettano con naturalezza e senza risentimento che questo mondo è una valle di lacrime e un campo di battaglia. Con anime di questa tempra possono essere iniziate imprese solidamente fondate e di vasta portata. La speranza del paese sta nel germinare di profonde risoluzioni che va manifestandosi nell’anima della nazione.


Richiesta a mons. Fresno per una soluzione totale di un male così estremo


Monsignore, a questo punto della nostra presa di posizione ci rivolgiamo filialmente a Vostra Eccellenza.


La preghiamo di non valutare le considerazioni esposte come se fossero una censura alla Sua persona. E non pensi neppure che, per il fatto di denunciare l’enorme disaccordo esistente tra quanto queste pubblicazioni dicono e quanto la TFP sostiene essere la vera dottrina cattolica, non siamo disposti a confidare nel nostro Pastore.


Questa associazione, cosciente del fatto che tutti operiamo sotto lo sguardo di Dio, dà a questa pubblicazione il carattere di una espressione filiale di nostre apprensioni di fronte a un insieme di mali che vediamo accumularsi anno dopo anno e che consideriamo nefasto per la Chiesa e per la nazione; e prende come testimone della stessa tutta la popolazione di Santiago. In essa ci limitiamo a mostrare una situazione di suo pubblica. Vostra Eccellenza potrà vedere che non abbiamo addotto niente che abbia carattere privato oppure sia fondato su semplici sospetti. Tutto questo è pubblico, notorio, provato e affidato a organi di diffusione di massa.


D’altra parte, constatiamo con tristezza che questo quadro desolante, che da molto tempo avrebbe avuto bisogno di una urgente soluzione, non è stato fino a ora corretto. Tuttavia, e nonostante la estrema gravità della situazione, vi è ancora tempo e vi sono ancora possibilità per porvi rimedio.


Di conseguenza, supplichiamo Vostra Eccellenza di correggere nel più breve tempo possibile queste anomalie.


A nostro modo di vedere, nessuna misura sarà efficace, se non si tratterà di una cura totale. Si rende necessario che almeno i sacerdoti la cui azione è stata qui denunciata, e tanti altri che si possono considerare fondatamente sulla stessa linea, siano immediatamente allontanati dai loro incarichi.


Non sappiamo cosa la Chiesa farà di questi sacerdoti. Sappiamo soltanto una cosa: devono essere posti in uno stato nel quale non possano continuare a essere dannosi ai fedeli, perché, dato il limite estremo al quale le cose sono giunte, questo è un obbligo della autorità ecclesiastica e un diritto dei fedeli. Spetta alla sapienza di questa stessa autorità determinare quali potranno essere questi incarichi, sapienza che deve essere totalmente attenta ai giusti reclami dei fedeli.
Se nonostante tutto, né la preghiera, né questa filiale e serena espressione dei nostri cuori addolorati, fossero capaci di interrompere questo processo che avanza sinistramente verso il caos e verso la instaurazione di un regime comunistico sullo stile di quello de! Nicaragua, la TFP avrebbe davanti a Dio la coscienza tranquilla, per avere fatto tutto quanto era in suo potere per evitare questa calamità per la fede e questa disgrazia per la patria.


Ma avvertiamo fin da ora che, in questo caso, il Cile – più che al tempo di Allende – potrà cessare di essere governato da dirigenti del proprio paese e cominciare a esserlo da parte di fantocci di Mosca, come accade a Cuba e in Nicaragua. Tuttavia, non per questo la TFP perderà le speranze; essa sa che anche in questa situazione potrà essere fatto qualcosa che le circostanze indicheranno. E questo, perché il Cile è giovane e soprattutto perché è profondamente cristiano. Perciò, non incrocerà mai le braccia, anche quando fossimo di fronte a situazioni apparentemente irrimediabili.


Chiediamo alla Madonna del Carmelo che sappia risvegliare, come lo ha fatto tante volte nella nostra storia, la fibra eroica che fa nascere le maggiori dedizioni nelle situazioni più disperate; in modo che mai in Cile possa trovare eco il grido maledetto «meglio rossi che morti». Ma che invece risuoni con ardire l’autentico proclama dell’uomo di fede: né rossi, né morti, ma cristiani indomiti verso la vittoria!


Siamo certi, Monsignore, che l’arcivescovo di Santiago si unirà alla nostra preghiera e alla speranza che ci muove.


Chiedendo la benedizione di Vostra Eccellenza per questa associazione, ci sottoscriviamo con venerazione e stima.


Sociedad Chilena de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad
Felipe Lecaros Cocha – Dirigente

Ritardo Del Campo Besa – Segretario dell’ufficio stampa
Santiago, 8 dicembre 1983

Festa della Immacolata Concezione della Vergine Maria
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NOTE
(1) Cfr. CLODOMIRO ALMEYDA. Reflexiones sobre el proteso de costitución de las vanguardias en la Revolución Latinoamericana, in América Latina, n. 7, luglio 1983. Si tratta di una pubblicazione della Accademia delle Scienze dell’URSS- Istituto de América Latina, edita dalla Editorial Progreso, a Mosca.
(2) Brano di un articolo di mons. Hourton sulla rivista Análisis, cit. in La Segunda, 20-10-1983.
(3) Cfr. il bollettino della Zona Ovest, giugno 1983; il bollettino della Zona Sud, agosto 1983; e il bollettino Dialogando, organo del vicariato per la Pastorale Operaia, n. 70, settembre 1983.
(4) Tutte le sottolineature, in questa come nelle citazioni seguenti, sono nostre.
(5) Il testo allude alla «democrazia diretta», alla idea del governo dei soviet, modernamente chiamata «autogestione». È molto illuminante a questo proposito la lettura del magistrale messaggio del professor Plinio Corrêa de Oliveira sul socialismo francese, per comprendere il contesto ideologico in cui si situa la offensiva «non violenta». Cfr. P. CORRÊA DE OLIVEIRA, Il socialismo autogestionario: rispetto al comunismo, una barriera o una testa di ponte?, in Cristianità, anno X, n. 82-83, febbraio-marzo 1982.
(6) Si noti che non ci si riferisce ai suoi abusi, ma al sistema in genere.
(7) Constitución. Ley Fundamental de la Unión de Repúblicas Socialistas Soviéticas, del 7 ottobre 1977, trad. in castigliano, Editorial Progreso, Mosca 1980, p. 5.
(8) Cfr. il bollettino della Zona Sud, settembre 1983.
(9) Si noti che non vengono attaccati abusi che possono essere accaduti, ma che si generalizza in modo evidentemente infondato.
(10) Cfr. il bollettino della Zona Ovest, luglio 1983.
(11) Cfr. il bollettino del vicariato Sud, agosto 1983.
(12) Cfr. il bollettino della Zona Ovest, giugno 1983.
(13) Ibidem.
(14) Cfr. El Mercurio, 18-10-1983.
(15) Ibid., 19-10-1983.
(16) Ibid., 24-10-1983. [CEMA è la sigla di una istituzione grosso modo corrispondente all’ONMI (ndr)]
(17) Cfr. La Segunda, 28-11-1983.
(18) Bollettino della Zona Ovest, luglio 1983.
(19) Ibid., settembre 1983.
(20) Hoy, 5/11-10-1983.
(21) Análisis, n. 66, 12/25-10-1983, p. 24.
(22) Bolletino del Círculo de Estudios de la Mujer, n. 12, p. 19.
(23) El Mercurio, 4-10-1983.
(24) La Segunda, 29-8-1983.
(25) PADRE JOSÉ ALDUNATE S.J., Persecución a la Iglesia en Chile, in Pastoral Popular, vol. XXXIV, n. 1-2, 1983.
(26) C. ALMEYDA, art. cit.
(27) IDEM, in Análisis, 2/16-8-1983.
(28) Cfr. Dialogando, n. 71, settembre 1983. [ENU è la sigla del progetto allendista di scuola unificata di Stato (ndr)]
(29) Documentos del Episcopado de Chile 1974-1980, p. 231.
(30) Due scritti dell’insigne pensatore cattolico e uomo d’azione professor P. Corrêa de Oliveira spiegano la natura e la portata della guerra psicologica: cfr. P. CORRÊA DE OLIVEIRA, Rivoluzione e Controrivoluzione vent’anni dopo in IDEM, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3ª ed. it., accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977, pp. 167-195; e IDEM, Trasbordo ideologico inavvertito e dialogo, trad. it.; Edizione de L’Alfiere, Napoli 1970.
(31) Cfr. SOCIEDAD CHILENA DE DEFENSA DE LA TRADICIÓN, FAMILIA Y PROPIEDAD, La Iglesia del Silencio en Chilo V La TFP proclama la verdad entera, ed. dell’associazione, Santiago 1976.

Categoria: Manifesti e documenti delle TFP

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