Interviste a Plinio Corrêa de Oliveira

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La coerenza di una vita

intervista a Plinio Corrêa de Oliveira

 

 

Nel 1988, le TFP commemorarono sessant’anni di infaticabili battaglie del professor Plinio Corrêa de Oliveira in difesa della Chiesa e della civiltà cristiana. In quell’occasione, il leader cattolico diede un’intervista al mensile “Catolicismo”, organo della TFP brasiliana, ricordando alcuni aspetti della sua epopea.

 

 

plinio1Catolicismo: Dott. Plinio, potrebbe descrivere com’era la situazione della Chiesa in Brasile nel 1928, quando si tenne a San Paolo il congresso della Gioventù cattolica, al quale Lei partecipò, iniziando così la sua militanza nel movimento cattolico?

 

Plinio Corrêa de Oliveira: Il movimento cattolico cominciava il suo periodo di ascesa, spinto principalmente dalle Congregazioni mariane, allora in forte espansione.

Fino a quell’epoca la situazione era stata molto diversa. Un uomo che si comportava da cattolico era malvisto. Considerati stravaganti dalla maggior parte delle persone, i pochi membri delle Congregazioni mariane erano messi ai margini della vita sociale. Agli inizi degli anni Venti la situazione iniziò a capovolgersi, fino al punto che verso il 1930 era prestigioso militare nelle file cattoliche. Basti dire che la Federazione Mariana di San Paolo dovette aprire processi giuridici contro alcuni commercianti che vendevano, a persone non appartenenti all’associazione, imitazioni del distintivo usato dai congregati mariani, poiché sembrava decorativo ostentarlo sul risvolto della giacca.

Il movimento mariano si caratterizzava per un’intensa sete di autenticità cattolica, uno spiccato fervore religioso, una sempre crescente devozione alla Santissima Vergine, nonché un atteggiamento decisamente anticomunista. Inoltre, in forma più sfumata sebbene effettiva, era ostile a ogni sorta di manifestazione anticristiana della Rivoluzione francese e delle sue sequele ideologiche e culturali, maturati nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento.

Va notato che le crisi interne, allora incipienti nei nuclei direttivi degli ambienti religiosi d’Europa e degli Stati Uniti, non erano ancora arrivate in Brasile. La Chiesa viveva in una pace religiosa completa, la fiducia tra i cattolici era totale, c’era grande concordia tra le associazioni religiose, tutto il laicato cattolico era sottomesso alla Sacra Gerarchia. In una parola, il Brasile godeva soavemente e fecondamente la pace religiosa che san Pio X aveva ottenuto per la Chiesa a costo di eroici sforzi contro l’eresia modernista. A nessuno veniva in mente che un cattolico praticante potesse avere un’intenzione sleale, malevola, o che potesse svolgere attività clandestine all’interno della Chiesa per favorire i suoi nemici.

Tutto ciò dimostra che non è oggettiva l’idea secondo la quale la grande novità del movimento cattolico, alla fine degli anni Venti, sarebbe stata la nascita di cenacoli di letterati e di intellettuali cattolici, che pubblicavano riviste di circolazione ristretta e davano conferenze in ambienti piccoli. Se questi cenacoli avevano prestigio, era meno per il valore - senza dubbio innegabile - di alcuni loro membri, che per la ripercussione che la loro voce aveva sulla moltitudine di organizzazioni religiose che, contemporaneamente alle Congregazioni mariane, si stavano allora diffondendo rapidamente in Brasile. Il grande vento di rinnovamento veniva soprattutto dal Movimento mariano e dalle associazioni affini. In esse rifulgevano l’entusiasmo, la partecipazione massiccia, l’ortodossia senza macchia. In pochi anni quel movimento si trasformò in una forza nazionale, cosa facile da dimostrare attraverso i fatti che avvennero in occasione della Costituente del 1934.

 

 

In questo contesto nacque l’idea della Lega Elettorale Cattolica?

 

Sì. Sebbene più del 90% della popolazione brasiliana fosse cattolica, c’erano ragioni per le quali non si poteva pensare alla formazione di un partito politico cattolico. Mi rendevo, però, conto che si doveva fare qualcosa contro il laicismo che dominava la vita ufficiale dello Stato e che, di fatto, ignorava la schiacciante preponderanza cattolica della popolazione. Perciò pensai alla fondazione della Lega Elettorale Cattolica (LEC).

 

 

Lei afferma che la sua partecipazione fu determinante nella fondazione della LEC. Tuttavia non vi è traccia di questo negli scritti degli storici che hanno trattato l’argomento. Essi menzionano Alceu Amoroso Lima ed Heitor Silva Costa, l’architetto del monumento a Cristo Redentore di Rio de Janeiro.

 

Un giorno, leggendo il giornale cattolico “La Croix”, di Parigi, mi accorsi dell’esistenza della Fédération Nationale Catholique, diretta dal generale de Castelnau, un cattolico praticante che si era distinto durante la prima Guerra mondiale. Scrissi alla FNC chiedendo una copia degli statuti. Seppi allora che, prima di ogni elezione, la FNC inviava a tutti i candidati un questionario per interrogarli circa la loro posizione in temi che interessavano la dottrina della Chiesa. In seguito, la FNC pubblicava le risposte, che servivano quindi da orientamento per il voto cattolico.

Proposi allo scrittore Alceu Amoroso Lima – con il quale iniziava un’amicizia che in seguito sarebbe stata più stretta e che le polemiche sull’Azione Cattolica, il maritainismo e il liturgicismo avrebbero rotto all’inizio degli anni ’40 – di adattare quel sistema al Brasile. Alceu mi rispose che stava proprio pensando a qualcosa del genere con l’ing. Heitor Silva Costa, di  Rio de Janeiro, e che il cardinale Leme (arcivescovo di Rio) era già stato consultato a riguardo. I suggerimenti che presentai furono presi come base del progetto. La LEC fu costituita in seguito a conversazioni tra noi tre.  Il cardinale Leme inviò una circolare a tutti i vescovi, raccomandando la creazione della LEC nelle rispettive diocesi. L’arcivescovo di San Paolo, mons. Duarte Leopoldo e Silva, mi offrì quindi di essere Segretario Generale dell’organizzazione in quello Stato.

Quando furono indette le elezioni per la Costituente, il Vicario Generale di San Paolo, mons. Gastão Liberal Pinto – poi vescovo di San Carlos – mi informò confidenzialmente che mons. Duarte aveva tastato il terreno con i politici di San Paolo, concordando con loro la costituzione di una lista unica che raggruppasse tutte le correnti che si opponevano al presidente Getúlio Vargas. Anche la LEC doveva farne parte.

 

 

L’adesione alla Lista Unica, auspicata da mons. Duarte, non comprometteva il carattere apartitico della LEC?

 

Dopo aver rovesciato il Governo del presidente Washington Luiz, Getúlio Vargas era diventato un dittatore. Invece di procedere immediatamente alla democratizzazione politica - che era la finalità dichiarata della sua rivoluzione - fece in modo di perpetuarsi nella Presidenza federale.

Le persone di spicco nella vita pubblica di San Paolo consideravano la sua politica fondamentalmente anti-paulista. Liberale con gli altri Stati, egli trattava invece San Paolo con pugno di ferro.

Andò quindi prendendo forma, nelle élite di San Paolo, l’impressione che il presidente Vargas intendesse conservare il potere eternamente. Per questo, però, doveva abbattere il potere politico ed economico di San Paolo, il più ricco e potente stato della Federazione. Numerosi episodi consolidarono ulteriormente tale impressione. Il profondo malessere che tutto ciò generò nella popolazione paulista ebbe conseguenze gravissime.

Nel 1932 scoppiò a San Paolo la Rivoluzione costituzionalista che, sebbene sconfitta, creò nel paese un ambiente che rendeva impossibile al Governo federale non convocare elezioni per una Assemblea costituente.

Anche se divisi da profonde differenze ideologiche, i due maggiori partiti politici paulisti (il Partito repubblicano paulista e il Partito democratico) scelsero di dimenticare le discrepanze e di unirsi per l’interesse dello Stato. Ritenevano che San Paolo continuasse ad essere minacciato, tanto profondamente che già si delineava una deplorevole tendenza separatista in alcuni settori della popolazione.

Formarono, dunque, una coalizione che operava molto al di sopra degli obiettivi politici dei rispettivi partiti, capendo che un aggruppamento di tipo politico non avrebbe rappresentato tutta l’ampiezza dello scontento pubblico di San Paolo. Perciò coinvolsero tutte le forze che potevano rappresentare lo Stato. Facevano parte della Lista Unica, per esempio, l’Associazione commerciale e la Federazione dei volontari della rivoluzione del ‘32, assieme alla Lega elettorale cattolica. Tutti facevano parte di questa Lista Unica a uguali condizioni.

In questo modo, la coalizione rappresentava la quasi totalità di San Paolo.  L’adesione della LEC alla Lista Unica per San Paolo Unito non aveva, quindi, il carattere partitico che qualcuno oggi immagina. È importante far notare, inoltre, che la Lista Unica accettava le idee sostenute dai cattolici.

 

 

Come avvenne che la LEC lanciò la sua candidatura e come si spiega l’altissimo numero di voti che ottenne?

 

Dopo l’adesione della LEC alla Lista Unica, mons. Gastão Liberal Pinto mi informò che mons. Duarte aveva indicato una rosa di quattro nomi come possibili candidati, e tra questi c’era il mio. Fu convocata una riunione del comitato direttivo della Giunta Arcidiocesana della LEC, alla quale non partecipai per evitare che i membri si sentissero messi sotto pressione. Tutti i quattro furono approvati all’unanimità.

La candidatura fu per me motivo di un durissimo problema di coscienza. Io ero troppo giovane, avevo appena ventitré anni. Mi sembrò che il venerando arcivescovo mi avesse scelto a causa della notorietà che avevo acquisito tra i congregati mariani. Pensai che, se era questo il solo motivo, forse avrei preferito che egli scegliesse un altro nome a lui più gradito. Io avrei lavorato per costui come per me stesso, poiché l’importante non era la mia persona né la mia elezione, ma che la Chiesa fosse ben servita, che prevalessero le posizioni cattoliche e che fosse perfettamente obbedito l’orientamento ecclesiastico.

Consultai un insigne sacerdote gesuita, Padre José Danti, rettore del Collegio San Luigi, e gli esposi i fatti. Egli mi rispose: “Lei mancherebbe al suo dovere di cattolico se non accettasse la candidatura. Vedo in Lei un genuino desiderio di obbedire il suo arcivescovo. Se, invece, Lei lascia vacante il posto, potrebbe occuparlo un altro meno fedele alla Gerarchia”. A quel punto accettai.

Nelle elezioni, io conquistai un decimo di tutto l’elettorato di San Paolo, più del doppio del secondo candidato eletto. Fu un grandissimo trionfo per il movimento cattolico, perché io avevo fatto propaganda soltanto all’interno delle associazioni religiose.

 

Dal punto di vista cattolico, che frutti portò la Costituente del 1934?

 

La nuova Costituzione, promulgata in nome di Dio, ristabiliva l’insegnamento religioso nelle scuole statali, proibiva il divorzio, riconosceva effetti civili al matrimonio religioso e introduceva cappellanie nelle Forze Armate e nelle prigioni. Tutte le proposte cattoliche erano state accolte.

 

 

Verrebbe da dire che la Chiesa in Brasile andava incontro a giorni di splendore, forse verso l’apogeo della sua influenza. E invece…

 

L’immane crisi che oggi colpisce la Chiesa non esplose da un momento all’altro, come un boato. Essa affonda le radici immediate nell’epoca di cui stiamo parlando.

La magnifica concordia tra i cattolici, cui accennavo prima, cominciò a essere minata da idee che oggi noi chiameremmo progressiste. Erano diffuse da abili agenti di propaganda, europei e nordamericani di entrambi i sessi, così come da brasiliani che tornavano dall’Europa imbevuti di una nuova mentalità religiosa. Tutto ciò era presentato come il soffio di un’aria nuova e vitale, che avrebbe schiuso per la Chiesa un’epoca di luce e di rinnovamento. In nome della libertà, si lanciava una specie di lotta di classe tra laici e clero. A pretesto di fare apostolato “di frontiera”, la linea tra ambienti cattolici e mondani tendeva a relativizzarsi, con sfavorevoli riflessi sul piano morale.

Questa situazione è descritta e denunciata nel mio libro «In difesa dell’Azione Cattolica», scritto nel 1943. La Prefazione fu scritta da mons. Benedetto Aloisi Masella, allora Nunzio Apostolico in Brasile e in seguito cardinale. Nel 1947, ricevette una lettera di encomio dalla Segreteria di Stato di S.S. Pio XII, firmata in nome del Pontefice da mons. Montini, futuro Paolo VI.

Non posso dilungarmi su questo libro. Basti dire che le preoccupazioni che in esso sollevavo erano lontane dall’essere infondate. Antonio Gramsci, non sospetto perché uno dei maggiori teorici della strategia comunista, se non il maggiore, si domandava poco dopo la I Guerra mondiale: “Come, e per quali vie, la concezione socialista del mondo potrebbe dar forma a questo tumulto, a questo agitarsi di forze elementari?”. Egli stesso dava questa suggestiva risposta: “Il cattolicesimo democratico fa quello che socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida” [Antonio  Gramsci, Il “biennio rosso”, la crisi del socialismo e la nascita del partito comunista (1919-1921), II, pp. 43-44].

Dall’esterno delle mura cattoliche, e con intenzioni radicalmente opposte alle mie, Gramsci vedeva la medesima realtà che vedevo io. La Chiesa fu fondata da Nostro Signore Gesù Cristo come società gerarchica. Se, per assurdo, potesse morire, la sua democratizzazione, voluta dal teorico comunista, la condurrebbe al suicidio.

 

 

A proposito del suo libro, alcuni storici sollevano un problema. Dicono che Lei vi segnala degli abusi senza fornire prove né indicazioni precise.

 

La mia intenzione era tentare di soffocare il male causando il minimo di rancore e la minima divisione possibile negli ambienti cattolici. Perciò era necessario condurre la battaglia nell’ordine delle idee, evitando di attaccare le persone e menzionando soltanto gli oppositori che avessero pubblicato qualcosa sull’argomento. Se io fossi sceso nel concreto, citando nomi e luoghi, mi avrebbero accusato di “mancanza di carità”.

È importante notare che, all’epoca in cui infuriava la polemica intorno al mio libro, io non ricevetti da parte degli ambienti rimproverati nemmeno una richiesta di precisazione. Tutti sapevano benissimo a cosa mi riferissi. È evidente che i miei oppositori avevano paura di chiedere spiegazioni, rischiando di ricevere una risposta fin troppo precisa, più di quanto avrebbero desiderato. Tale assenza di richieste di spiegazione mostra che le accuse del libro erano fondate.

Il fatto che il Nunzio ne abbia scritta la prefazione, mostra che il prelato, al quale spettava la supervisione di tutto il mondo cattolico brasiliano, era ben cosciente degli errori e li riteneva molto pericolosi.

Inoltre, se le mie accuse non fossero altro che malevole illazioni, perfino calunniose, non credo che Pio XII mi avrebbe scritto quella lettera, sei anni dopo, cioè con la polemica ormai placata. La lettera era molto esplicita nell’elogiare il mio libro. E tutti sappiamo che, sulle cose cattoliche, la Santa Sede è ben informata.

 

 

Non manca chi minimizza l’importanza di quella missiva, adducendo che il Vaticano risponde sempre a tutti e in modo piuttosto uguale.

 

In un’udienza che mi concesse a Roma nel 1950, mons. Montini mi disse esplicitamente che ognuna delle parole di quella lettera era stata soppesata con attenzione.

D’altronde, c’è chi trova somiglianze tra ciò che io scrissi nel lontano 1943 sul progressismo teologico e morale, allora incipiente, e le considerazioni del cardinale Ratzinger nel celebre «Rapporto sulla fede», del 1984. Come sarebbe stato meglio per la Chiesa se io mi fossi sbagliato! Come sarebbe stato meglio se quegli errori non fossero esistiti e non si fossero diffusi dappertutto!

 

 

La situazione da Lei trattata nel 1943 continua anche oggi? Come vede la battaglia fra opposte posizioni nella Chiesa? Quale sarà il futuro?

 

Io contemplo quel passato remoto e prossimo con la tranquillità di coscienza di chi ha fatto il proprio dovere. Parlo di passato remoto e prossimo perché le polemiche e le lotte che culminarono con la pubblicazione di «In difesa dell’Azione Cattolica» non sono finite. Anzi, da allora infuria una battaglia ideologica che ha raggiunto proporzioni molto superiori a ciò che avrei potuto prevedere in quegli anni.

Quale sarà il futuro? Solo Dio lo sa. Chi fa il proprio dovere fa la volontà di Dio. E chi fa la volontà di Dio, sotto la protezione della Santissima Vergine, affronta il futuro sempre con fiducia.

 

 

Cambiando di tema, Lei aveva lo sguardo rivolto anche verso l’Europa e altri paesi dell’America Latina?

 

Io ero stato in Europa fra il 1912 e il 1913. Avevo 4-5 anni. Tornai nel Vecchio Continente soltanto nel 1950, ormai quarantenne, e poi nel 1952 e 1959. Feci una serie di viaggi in Portogallo, Spagna, Francia, Germania, Inghilterra e Italia. Paradossalmente, fu proprio in conseguenza di questi viaggi che presi la decisione di sondare le possibilità di espansione del nostro movimento in altre nazioni dell’America del Sud e, dopo, anche negli Stati Uniti e in Canada.

 

 

Come mai? Lei non trovò in Europa quello che sperava?

 

Per risponderle dovrei spiegare l’idea che mi ero fatto dell’Europa.

Il Brasile è figlio del Portogallo, che appartiene alla famiglia delle nazioni europee che avevano costituito la civiltà cristiana occidentale. Nel caso di San Paolo, si aggiungeva una forte influenza della cultura francese. Io sono stato formato in un ambiente ancora molto influenzato dall’Europa precedente alla Prima guerra mondiale, quindi un’Europa con alcuni governi monarchici e altri repubblicani, che però conservavano un’aria aristocratica. Pensavo che le tradizioni che vedevo in Brasile avrebbero dovuto essere naturalmente molto più vive in Europa. Ovvio! L’Europa possiede tuttora i monumenti dell’antica Cristianità; è stata teatro degli avvenimenti che costituiscono quel glorioso passato; vi risiedono tuttora molte delle stirpi che hanno dato origine a queste tradizioni, e via dicendo.

È facile capire come io potessi pensare che queste tradizioni fossero più radicate in Europa che in Brasile o in altri paesi americani, e che fosse quindi facile trovarvi spiriti desiderosi di agglutinarsi in un movimento contro-rivoluzionario. Andai in Europa con l’aspirazione intensa di conoscere persone disposte a questo, al fine di poter unire gli sforzi in una lotta che, per sua natura, è universale. L’obiettivo dei viaggi era, dunque, entrare in contatto con organizzazioni conservatrici e tradizionaliste.

 

 

Con movimenti cattolici no?

 

Certamente. Volevo conoscere ecclesiastici e laici antiprogressisti, cioè persone che, in campo cattolico, reagivano contro il maritainismo, il liturgicismo, gli errori che penetravano nell’Azione Cattolica e via dicendo. Giacché erano reazioni di carattere sostanzialmente contro-rivoluzionario, speravo di trovare in quegli ambienti un appoggio speciale, una buona accoglienza, una particolare possibilità di espandere la lotta contro il nemico comune: la Rivoluzione.

 

 

Lei viaggiò con grandi speranze.

 

Andai in Europa con l’anima piena di speranze, è vero. Presi contatto con molti dirigenti di movimenti, in generale uomini colti e di prestigio, che mi ricevettero in modo cortese. Ebbi, però, la fondata impressione, forse a causa dei traumi ancora non cicatrizzati della guerra, che fossero uomini seguiti da movimenti non all’altezza del loro valore. Vi erano, ovviamente, persone idealiste, ma erano poco numerose. Di conseguenza, le possibilità di espansione di questi movimenti sembravano, in quel momento, assai limitate.

Notai, poi, profonde divergenze fra i vari dirigenti: tutti litigavano con tutti. Questo contribuiva a creare un quadro fosco della Contro-Rivoluzione in Europa. C’erano luminose eccezioni, purtroppo non numerose.

Tornando dall’Europa, arrivai alla conclusione che dovevo prima impegnarmi nella diffusione nelle Americhe degli ideali ai quali mi ero consacrato, salvo poi, grazie alla risonanza di tale diffusione, presentarmi nuovamente in Europa con qualcosa in mano.

Da allora, quanto sono cambiate le cose nel Vecchio Continente! Oggi gli ideali della tradizione, della famiglia e della proprietà fioriscono in sei importanti paesi dell’Europa: Germania, Spagna, Francia, Inghilterra, Italia e Portogallo. E ci sono speranze di espandersi in altre nazioni.

 

 

Lei si aspettava una particolare espansione in Brasile?

 

Certo che me la aspettavo. Mi sembrava, però, che da sola l’espansione in Brasile non avrebbe potuto dare al nostro movimento uno spessore capace di impressionare gli europei.

Era un circolo vizioso. Il nostro movimento trovava difficoltà per espandersi in Brasile perché non c’erano gruppi simili in altri paesi. Cosa comprensibile perché, non avendo un’esperienza storica sufficientemente antica, il Brasile osserva con molta attenzione ciò che succede all’estero. Ma per crescere all’estero era necessario prima crescere qui. Appunto, un circolo vizioso.

 

 

In quel frangente, non le restava altra scelta che trovare simpatie tra i suoi vicini ispano-americani.

 

Esattamente. Per una serie di circostanze fortuite, verificai che l’idea che mi ero fatto dei paesi ispano-americani era incompleta. Era ovvio che anche in essi soffiasse forte lo spirito della Rivoluzione. Notai, però, che vi erano nuclei di resistenza contro-rivoluzionaria assai definiti, non solo nelle élite ma anche in ampi settori della popolazione. Per me fu una sorpresa molto importante. Promossi allora diversi viaggi, miei e di colleghi del nostro movimento, nei paesi dell’America Latina, al fine di prendere contatti e invitare persone alle Settimane di studio che organizzavamo a San Paolo.

 È in quest’ottica che si inseriscono le mie visite, all’inizio degli anni Sessanta, in Argentina e in Uruguay. Nel 1964 stavo per andare in Cile, da Buenos Aires, quando ricevetti una chiamata che mi avvisava che mia madre era in pericolo di vita. Fui obbligato a tornare precipitatamente a San Paolo. Comunque, la mia intenzione era andare in Cile e forse in Perù. A Buenos Aires strinsi relazioni con i valorosi e intelligenti membri del gruppo della rivista “Cruzada”, che in seguito avrebbero fondato la TFP argentina.

 

 

Quando cominciò a interessarsi agli Stati Uniti?

 

Come tutti, anch’io credevo che il cinema di Hollywood presentasse il ritratto fedele dell’America del Nord. Pensavo, cioè, che i nordamericani avessero costruito un paese di cui Hollywood era l’immagine. A poco a poco, però, attraverso le notizie che mi arrivavano dagli Stati Uniti e dai paesi che mantenevano con gli Stati Uniti relazioni più strette, cominciai a capire che anche in quella grande nazione c’erano nuclei di resistenza contro-rivoluzionaria molto forti. Nacque, quindi, il desiderio intenso di iniziare una serie di viaggi per prendere contatti. Oggi esiste la TFP nordamericana, quella canadese e un Ufficio TFP in Costa Rica, grazie al quale è stato possibile stabilire interessanti contatti nei paesi dell’America Centrale.

 

 

Lei mai abbandonò l’idea di poter rianimare in Europa la reazione contro-rivoluzionaria?

 

Evidentemente no. Feci nuovi viaggi in Europa nel 1952, 1959 e 1962. Quest’ultimo durante la prima sessione del Concilio, occasione in cui la TFP brasiliana aprì un ufficio a Roma, che ci permise di prendere un grande numero di contatti e di avvicinare diversi movimenti. Questo fu facilitato dal fatto che la TFP cominciava ad avere una grande risonanza. A quell’epoca scrissi il libro «La libertà della Chiesa nello Stato Comunista», pubblicato a Roma da “Il Tempo” e diffuso ampiamente tra i Padri Conciliari e i giornalisti presenti nella Città Eterna.

 

 

In questi viaggi Lei cercava di conoscere solo persone che condividevano pienamente gli ideali controrivoluzionari?

 

La sua domanda mi dà l’opportunità di chiarire un punto importante. È evidente che, oltre alle persone che la pensano nello stesso modo, si deve cercare di raggiungere anche quelle che la pensano in modo diverso. Il cancelliere tedesco Konrad Adenauer aveva un principio d’azione che mi piace ricordare. Per lui, il primo obbligo di un partito politico o corrente di opinione è attrarre quelli che la pensano allo stesso modo, salvo poi preoccuparsi anche degli altri. È un principio di evidente senso comune che le TFP adottano. Perciò, cerchiamo dapprima adesioni e simpatie da parte degli ambienti che hanno un pensiero simile al nostro, salvo poi ampliare il raggio d’azione.

 

 

Lei come affrontava negli anni Cinquanta il pericolo comunista?

 

Prima di risponderle, mi permetta di raccontare un ricordo personale che la aiuterà a calarsi nel clima che si viveva allora in Europa. In quel periodo c’era una grande paura che, da un momento all’altro, la Russia potesse invadere la Germania, e quindi l’Europa. In un’occasione fui ospite, nel castello di Berg, del principe Alberto di Baviera, capo della Casa reale di Wittelsbach. La sera, la sua sposa, la principessa Maria, e sua suocera ebbero la gentilezza di accompagnarmi fino alla mia stanza. Nel congedarsi per la notte, la Principessa mi disse: “Vede questa piccola scala? Se durante la notte Lei sente rumori, sappia che sono i comunisti che stanno arrivando. Deve scendere di corsa per quella scala e saltare su quel camion parcheggiato fuori, che ci porterà in Svizzera”. Questo la dice lunga sull’aria che tirava in Europa a quell’epoca.

I giovani di oggi non hanno la minima idea di quanto i paesi europei fossero depressi in quel periodo, a causa della guerra. Vivevano ancora sotto il segno della tragedia e stentavano a riprendersi. Mi ricordo di aver visto nella piazza centrale di Colonia greggi di capre pascolare in mezzo alle rovine. Ogni tanto, alcuni pastori le richiamavano suonando un corno. Questo capitava in una città con il prestigio e la cultura di Colonia! In tali circostanze, che in maggiore o minore misura si ripetevano per tutta Europa, non si poteva sperare a breve in una forte reazione anticomunista.

Fu allora che, dagli Stati Uniti, cominciò a soffiare sul mondo una forma nuova di anticomunismo: il maccartismo [dal nome del senatore Joseph McCarthy, ndr]. Era un anticomunismo che poneva l’accento molto meno sul dibattito ideologico che sull’orrore causato dalla repressione poliziesca, dalla miseria e dal totalitarismo dei regimi comunisti. Il maccartismo non accettava, ovviamente, l’ideologia comunista, ma il suo cavallo di battaglia non erano tanto le dottrine quanto il sentimento d’orrore. Era, per così dire, un anticomunismo umanitario.

 

 

Molti lettori vorrebbero, senza dubbio, che Lei approfondisse il suo pensiero sul maccartismo e spiegasse la sua posizione di fronte alla minaccia comunista.

 

Ringrazio per la domanda, che mi dà l’opportunità di chiarire un punto sul quale si è fatta non poca confusione. Per la maggior parte dei maccartisti, sbarrata la strada al comunismo, la civiltà moderna sarebbe proseguita indefinitamente per le vie del liberalismo capitalista. Non prendevano minimamente in considerazione che il mondo occidentale fosse vittima di un processo rivoluzionario che lo avrebbe portato, alla lunga, di nuovo al comunismo e perfino oltre. Per tali maccartisti, liberato dal comunismo, l’Occidente avrebbe dovuto progredire ab infinito sulle vie del capitalismo. Questo era, anzi, ciò che la maggior parte dei nordamericani sperava per il proprio paese.

D’altronde, molti maccartisti credevano che fosse astuto e politicamente efficace distinguere tra comunismo e socialismo, salvo poi stabilire con quest’ultimo un regime di comprensione e di simpatia in chiave anticomunista. Secondo costoro, il socialismo poteva diventare una forza ausiliare nella lotta contro il comunismo. Vinto il comunismo con l’appoggio dei socialisti, era tutto risolto! Ecco la loro strategia.

Su questo punto il mio pensiero è diametralmente opposto. Per prima cosa, il comunismo non era l’unico male che si doveva combattere. Anche il socialismo, per non parlare del liberalismo, erano mali da affrontare. In secondo luogo, a mio parere il pericolo principale non era l’eventualità di una guerra, convenzionale o atomica, per imporre il comunismo. La cosa più pericolosa, a mio avviso, era il graduale scivolare del mondo occidentale verso il comunismo e oltre, attraverso forme di essere, di vivere e di pensare sempre più rivoluzionarie. La graduale radicalizzazione delle tendenze rivoluzionarie in Occidente era, senza dubbio, il male principale che andava combattuto. Nel mio libro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» affermo che, anche se un cataclisma portasse via l’Unione Sovietica, basterebbero cinquant’anni perché il comunismo rinasca dalla stessa civiltà occidentale, minata da tanti fattori di disgregazione.

Il maccartismo era un movimento molto coeso e possedeva una macchina propagandistica di tutto rispetto. Si poteva concepire come un alleato naturale nella lotta anticomunista poiché, creando orrore nei confronti del comunismo, provocava un certo ripiegamento degli stessi socialisti, dividendo quindi la sinistra. Alla fine, però, sia i liberali sia i socialisti erano compagni di viaggio del comunismo, a volte inconsapevoli, ma pur sempre compagni, come lo erano stati i seguaci della Rivoluzione francese.

È risaputo che, nelle sue fasi finali, la rivoluzione del 1789 ebbe sviluppi comunisti. Mi riferisco a François Babeuf e alla Cospirazione degli uguali, del 1796. Insisto in questa idea-chiave: il comunismo era incubato nello stesso pensiero liberale e democratico. Da questa visione deriva il grande impegno delle TFP di combattere i sintomi di corruzione e di mettervi in guardia l’opinione pubblica. Non tutti si rendono conto che queste tendenze conducono al comunismo.

 

 

Sin dai suoi primi passi, dunque, Lei non è mai stato esclusivamente un anticomunista.

 

Ovviamente no. La lotta della Contro-Rivoluzione non è mai stata esclusivamente anticomunista. Essa ha come obiettivo quello di denunciaretendenze ed idee che, sulla china del processo rivoluzionario, portano gradualmente al comunismo e vanno pure oltre, verso ciò che in «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» chiamo la quarta Rivoluzione. E questo non solo perché tali tendenze e idee portano al comunismo, ma perché sono intrinsecamente cattive. In campo spirituale, la nostra lotta ha il fine di mostrare la contraddizione del progressismo con la dottrina cattolica.

Sono sicuro che, agendo in questo modo, aiutiamo numerosi cattolici a rifiutare l’abbraccio mortale dei progressisti e dei socialisti che, nella stessa Chiesa, si adoperano per indebolire le barriere dottrinali che separano i fedeli dal comunismo.

Per questo, già nel 1943, quando scrissi «In Difesa dell’Azione Cattolica», avevo la certezza che stavo creando ostacoli alla penetrazione, esplicita e implicita, del comunismo negli ambienti cattolici. Tutta la mia lotta può essere vista sotto questa luce. È necessario ricordare, per esempio, che la mia opposizione al nazismo e al fascismo si doveva al fatto che vedevo in essi una forma falsa di anticomunismo. Se avessero vinto loro la guerra, sono convinto che avrebbero attuato politiche di stampo socialista che avrebbero aperto di nuovo la porta al comunismo.

Le TFP sono una forza anticomunista, ma di un anticomunismo speciale, giacché tengono in considerazione che l’avanzata del comunismo non si realizza soltanto con l’appoggio dei marxisti dichiarati, ma anche con quello di tutta la coorte di innocenti utili e di compagni di viaggio di vario tipo.

 

 

Innocenti utili?

 

È così che si dice in Brasile. Nel mondo ispanico dicono “idioti utili”. Confesso la mia preferenza per quest’ultima formula.

Adottando posizioni ideologiche che tendono al comunismo, questi idioti utili collaborano, in definitiva, alla sua vittoria. Perciò la nostra opposizione al comunismo non è diretta solamente contro il comunismo radicale, ma anche contro gli idioti utili e i compagni di viaggio di vario tipo che lo favoriscono.

 

Un anticomunismo aggiornato.

 

Sì, grazie a Dio.

 

 

Nell’aprile 1959, Lei pubblicò il suo capolavoro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione». Qual è stato il principale frutto della sua divulgazione?

 

«Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» ha prodotto molti frutti positivi, perlopiù all’interno della famiglia spirituale delle TFP. All’epoca del movimento di “Catolicismo”, dunque negli anni Cinquanta, si cominciò a delineare un problema, non ancora esplicito ma che, giorno più giorno meno, sarebbe venuto a galla. “Catolicismo” lottava contro un’infinità di cose: l’immoralità e i suoi veicoli (televisione, cinema, radio), la riforma agraria socialista, il protestantesimo, il comunismo, il progressismo religioso, l’arte moderna e un lungo eccetera.

Istintivamente ci rendemmo conto che c’era un comune denominatore fra tutti questi mali che combattevamo, e che poi avremmo chiamato Rivoluzione. In concreto, però, com’era il volto della Rivoluzione? Quali i suoi principi dinamici? Come combatterla? Il nostro ideale era fattibile? Erano domande che alla fine sarebbero venute a galla, e alle quali mi sembrò necessario dare una risposta. Dalle questioni non chiarite nascono perplessità, e spesso soluzioni sbagliate alle quali in seguito è difficile rinunciare. Era quindi necessario chiarire quanto prima tali questioni per mantenere l’unità del movimento.

 

 

Gli ideali della TFP sono contenuti nel libro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione»?

 

Sì, ma non solo. «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» mostra la fisionomia della TFP. In questo saggio, la TFP si autodefinisce per intero e presenta al pubblico il proprio corpus dottrinale. «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» mostra che la causa della TFP non solo è buona ma ha la sua ragion d’essere. Lo stendardo rosso aureo della TFP simboleggia una serie di posizioni dottrinali molto più belle dello stendardo stesso.

 

 

Ci permetta un’ultima domanda. Abbiamo appena commemorato i suoi sessant’anni di lotta al servizio della Chiesa e della civiltà cristiana. Più di uno avrà forse pensato che sia arrivato il momento del riposo meritato. E, invece, Lei sembra più intenzionato che mai a continuare a combattere come se fosse ancora quel primo giorno del Congresso della Gioventù Cattolica a San Paolo, nel lontano 1928. Che cosa la spinge?

 

La forza interiore che mi spinge viene dalla Fede, dalla Speranza e dalla Carità: io credo; credendo, spero; e sperando, amo. E scendo in battaglia con tutte le mie forze. Grazie alla Santissima Vergine, vedo che la mia lotta contro-rivoluzionaria è, da vari punti di vista, più impegnativa, più complessa, più intensa che mai. Sento che siamo al culmine della battaglia. Ringrazio la Madonna per la forza che mi dà per parteciparvi.

 

 

(Tratto da Entrevistando a Plinio Corrêa de Oliveira, in Carlos Federico Ibarguren e Martín Jorge Viano, Un ideal, un lema, una gesta. La cruzada del siglo XX, Artpress, San Paolo 1990. Traduzione di Mauro Viscuso. Il titolo è redazionale.)

Categoria: Interviste a Plinio Corrêa de Oliveira

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