«Rivoluzione e Controrivoluzione»
Giovanni Cantoni*
È parte integrante dell’habitus mentale progressista considerare arretrata ogni cultura che non si leghi alla «civilizzazione» industriale, o in quanto da essa deriva, o in quanto a essa tende. In pratica però, nonostante questa caratteristica di fondo, diversi sono gli atteggiamenti, a seconda che la cultura in questione sia prodotta da popoli non europei o da europei che hanno lasciato in tempo la terra d’origine, portandone il ricordo e conservandone lo spirito.
Nel primo caso la disposizione d’animo dello studioso o del politico è oltremodo influenzata dal complesso del colonizzatore che intende farsi perdonare l’opera, più o meno sincera, di civilizzazione. Nel secondo caso l’ostentata superiorità si unisce al disprezzo per costumi propri che si ritrovano vivi e attuali, nonostante il passar del tempo, e che possono indurre a meditazioni serie sull’opportunità e sulla reale consistenza di certi progressi.
Questa breve considerazione era necessaria per introdurre la presentazione di un’opera che vede in questi giorni la luce in Italia e che ci giunge dal Brasile, da quel Brasile di cui è recente il rivolgimento politico [il golpe militare del 31 marzo 1964, che porta alla presidenza della Repubblica Federale del Brasile il maresciallo Humberto de Alencar Castelo Branco] che ha avuto tanto spazio sulle colonne della stampa d’informazione.
Autore dell’opera è Plinio Corrêa de Oliveira, professore titolare di Storia Moderna e Contemporanea presso la Pontificia Università di San Paolo. Eletto deputato federale a soli 24 anni con il maggior numero di voti fra i candidati di tutto il Brasile, è stato direttore del giornale O Legionário nel periodo dal 1933 al 1948 e ha ricoperto alte cariche nell’Azione Cattolica del suo paese. Dal 1951 collabora al mensile Catolicismo ed è il leader dei numerosi gruppi di amici e propagandisti che questo periodico di cultura possiede in tutto il Brasile e in altri Stati dell’America Latina. È pure autore di uno scritto su «La libertà della Chiesa nello Stato Comunista», che è stato distribuito in ambienti responsabili di tutto il mondo in occasione del Concilio Ecumenico Vaticano II, ottenendo vasto consenso; è stato tra l’altro pubblicato su Il Tempo di Roma il 4 gennaio del corrente anno.
L’opera «Rivoluzione e Controrivoluzione», che è fornita di regolare imprimatur e che porta una lettera-prefazione di mons. Romolo Carboni, nunzio apostolico in Perú, si articola in due parti ben distinte, che corrispondono ai due termini del titolo. Analizza in primo luogo tutti i fenomeni eversivi, sia sul piano politico che su quello più generale dei costumi, dalla crisi protestante al comunismo, e ne riconosce il carattere unitario come manifestazione della Rivoluzione; li considera quindi partitamente, nella loro natura di tappe del processo rivoluzionario che, attraverso l’opera di agenti moderati e l’esempio insostituibile degli estremisti, tende a realizzare l’irrealizzabile, cioè il Paradiso in terra, visto con i caratteri dell’utopia anarchica che illude le folle inumanamente organizzate nel termitaio marxista. A questo processo in continuo movimento, e i cui arresti sono solo preparazione a nuove e più violente manifestazioni sovversive, si accompagna il cedimento di ogni seria resistenza sociale, sfibrata da una continua tensione, e a esso si sanno opporre solo le soluzioni del buon senso e della pratica corta dell’uomo economico.
Per combatterlo veramente è necessario un impegno che sia totale, com’è unico il fenomeno rivoluzionario; che sia sostenuto da un’alta tensione ideale, come profonda è la tensione delle forze che spingono l’uomo e la società verso la catastrofe.
Questo impegno ha un nome preciso: «apostolato [...] controrivoluzionario», ed è vissuto da chi:
«— Conosce la Rivoluzione, l’Ordine e la Controrivoluzione nel loro spirito, nelle loro dottrine, nei loro rispettivi metodi.
«— Ama la Controrivoluzione e l’Ordine cristiano, odia la Rivoluzione e l’“antiordine”.
«— Fa di quest’amore e di quest’odio l’asse intorno a cui gravitano tutti i suoi ideali, le sue preferenze e le sue attività».
Si tratta cioè di un impegno che non può essere legato a piccoli calcoli contingenti o a visioni limitate della grande lotta che si svolge nel mondo, ma che deve avere presente il fondamento teologico di ogni verità, compresa quella politica, e quindi la necessità d’individuare il proprio nemico nell’avversario dichiarato o di fatto della verità, ricordando inoltre che una vittoria non è tale, ma è solo un successo, se non è insieme religiosa e politica, cioè a un tempo sacra e umana, risultato della collaborazione di Dio e dell’uomo.
Come si può constatare, si tratta della ripresa contemporanea delle tematiche dei grandi controrivoluzionari dell’Ottocento, di Bonald, di Maistre, di Donoso Cortés, una riproposizione sintetica e quasi catechistica, ma con la precisione con cui il Catechismo di san Pio X è sintesi dell’elaborazione teologica medioevale, e con il distacco e la sicurezza che è possibile soltanto per chi viva in una «riserva dello Spirito», di cui la Cristianità sud-americana dà esempi chiari in certi ambienti, nei quali aristocrazia del sangue e nobiltà dello spirito sono benedetti da un Clero che ama i singoli individui, ma che ricorda che la Chiesa poggia anche sull’organismo sociale e in esso s’incarna.
Le affermazioni sono in numero maggiore delle discussioni, ma, per chi legge con attenzione, le stesse parole del testo sono educative e il modo di esporre gli argomenti ha il procedere preciso di un commentarium medievale. Dopo la lettura il libro rimane, scarno nelle sue tesi — ma così vuole essere — come guida sicura nel giudizio quotidiano e come sprone a scelte importanti e lascia un gran desiderio di abbandonare un certo mondo, quello che cambia, per correre a militare nelle file dei «soldati della Controrivoluzione», che «non è [...] una semplice retrospezione dei mali causati dalla Rivoluzione nel passato, ma uno sforzo per sbarrarle la strada nel presente».
* Reggente nazionale di Alleanza Cattolica. Recensione apparsa sul Secolo d'Italia, anno XIII, n. 174, 26-7-1964, p. 10.
