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Libri su Plinio Corrêa de Oliveira

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“E’ questa la nostra finalità,
il nostro grande ideale.
Avanziamo verso la civiltà
cattolica che potrà nascere
dalle rovine del mondo
moderno, come dalle rovine
del mondo romano
è nata la civiltà medievale”.

 



CAPITOLO III

In difesa dell’Azione Cattolica


1. Pio XI e l’Azione Cattolica

Le origini dell’Azione Cattolica risalgono, in senso lato, agli anni tempestosi tra la Rivoluzione francese e la Restaurazione, quando di fronte ai crescenti attacchi alla Chiesa e alla Civiltà cristiana, si fece sempre più pressante la necessità di organizzare il laicato cattolico.

All’ex gesuita Nikolaus Albert von Diesbach (1) e al suo discepolo italiano Pio Brunone Lanteri (2), risale la costituzione dell’Amicizia Cristiana e poi dell’Amicizia Cattolica che precorrono il grande apostolato dei laici cattolici dell’Ottocento e del Novecento (3).

Sotto il pontificato di Pio IX, furono istituite varie associazioni laicali per contrastare il processo di scristianizzazione della società: il Piusverein in Svizzera, il Katholischenverein in Germania, la Asociación de Laicos in Spagna, la Union Catholique in Belgio, la Ligue Catholique pour la Défense de l’Eglise in Francia, la Catholic Union in Inghilterra, l’Opera dei Congressi in Italia. Il grande promotore dell’Azione Cattolica fu però san Pio X (4) che, nell’enciclica Il fermo proposito (5) e nella Lettera Apostolica Notre Charge Apostolique (6), ne indicò con chiarezza i principi e gli obiettivi, condannando il modernismo politico e sociale, rappresentato in Francia dal “Sillon” di Marc Sangnier (7) e in Italia dalla “democrazia cristiana” di Romolo Murri (8).


Dopo il breve pontificato di Benedetto XV, il 6 febbraio 1922 venne eletto Papa, con il nome di Pio XI, il cardinale Achille Ratti, già Prefetto della Biblioteca Vaticana, da pochi mesi arcivescovo di Milano. Fu Pio XI a dare all’Azione Cattolica la sua fisionomia giuridica e il suo valore pubblico nella Chiesa.


Fin dalla sua prima enciclica Ubi Arcano Dei, Pio XI aveva voluto incoraggiare la “santa battaglia” di “quel complesso di iniziative, di istituzioni e di opere che vengono sotto il nome di ‘Azione Cattolica’” (9). Nell’enciclica Quas Primas (10) dell’ 11 dicembre 1925, Pio XI aveva sviluppato il fondamento scritturistico, liturgico e teologico della Regalità sociale di Gesù Cristo, affermando che “errerebbe gravemente chi togliesse a Cristo-Uomo il potere su tutte le cose temporali” (11) perché, come già aveva affermato Leone XIII (12), “tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo”. Il Papa denunciava inoltre “la peste dell’età nostra” nel “cosiddetto ‘laicismo’ coi suoi errori e i suoi empi incentivi” (13).


La sua visione della storia era analoga a quella dei suoi predecessori: “Voi sapete - affermava - che tale empietà non maturò in un solo giorno, ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Invero, si cominciò a negare l’imperio di Cristo su tutte le genti: si negò alla Chiesa, il diritto - che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo - di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise alla potestà civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati; si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali pensarono di poter fare a meno di Dio, ponendo la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso” (14).

Pio XI affidava ai cattolici il compito di ricristianizzare la società, estendendo e incrementando il Regno di Cristo e a questo fine introduceva la festa liturgica di Cristo Re, da celebrarsi ogni anno nell’ultima domenica del mese di ottobre. “La celebrazione di questa festa - affermava - sarà anche di ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza, riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti” (15).

 


2. La “nuova Cristianità” di Jacques Maritain

L’opera di Jacques Maritain (16), Umanesimo integrale (17), apparsa nel 1936, fu il manifesto di una nuova filosofia della storia e della società che offriva le basi per un’evoluzione dell’Azione Cattolica in senso opposto al programma tracciato da Pio XI nella Quas Primas.

Alla Civiltà cristiana sacrale, Maritain vuole sostituire infatti l’ “ideale storico concreto di una nuova cristianità” (18), una civitas humana profana, intesa come “un regime temporale o un’età di civiltà la cui forma ispiratrice sarebbe cristiana e risponderebbe al clima storico dei tempi nei quali entriamo” (19). Alla base della sua filosofia della storia che cerca un’ipotetica “terza via”, tra “l’ideale medievale” e quello “liberale” (20), vi è la tesi deterministica dell’irreversibilità del mondo moderno e il postulato marxista del “ruolo storico del proletariato” (21).


Ciò che in ultima analisi Umanesimo integrale fa propri sono i princìpi della Rivoluzione francese, condannati dal Magistero Pontificio e destinati ad infiltrarsi sempre più massicciamente, a partire da questo periodo, negli ambienti cattolici, a tutto vantaggio del socialismo e del “progressismo”. L’opera del filosofo francese, come osserva Antonio Carlos Villaça, “ebbe un’enorme ripercussione nel pensiero cattolico del Brasile. Fu uno spartiacque. Divise profondamente. Suscitò divergenze terribili. A partire da essa, il pensiero cattolico brasiliano diverge: vi sono maritainiani e anti-maritainiani” (22).


Malgrado la dichiarata adesione di Maritain ai principi del tomismo, la sua filosofia della storia e la sua sociologia convergevano con il neomodernismo che affiorava tra giovani religiosi degli ordini gesuitico e domenicano. Sacerdoti, come il domenicano Yves Congar, erano fin da allora convinti che la loro generazione dovesse “recuperare e trasferire nel patrimonio della Chiesa qualunque elemento di un certo valore che poteva emergere da un approccio al modernismo” (23).


L’Azione Cattolica fu, con il “movimento liturgico”, il settore privilegiato dall’infiltrazione del modernismo soprattutto politico e sociale (24), che riaffiorò, dopo una sorda incubazione, all’inizio degli anni ‘30.

 


3. Il “movimento liturgico”

Il “movimento liturgico” del secolo XX appare come una deviazione, più che uno sviluppo, di quello promosso nel secolo precedente dall’abate di Solesmes dom Prosper Guéranger (25). Quest’ultimo aveva inteso il rinnovamento della vita monastica come un ritorno alla liturgia romana tradizionale, dopo le devastazioni operate dal protestantesimo e, all’interno della Chiesa cattolica, dal gallicanesimo e dal giansenismo. Il “movimento liturgico” (26), che ebbe il suo punto di partenza in Belgio (27) e il principale centro di riferimento nell’abbazia tedesca di Maria Laach (28), fu invece inteso come una “irruzione di laici nella partecipazione attiva alla vita della Chiesa” (29).

I riformatori tendevano a cancellare la sostanziale differenza tra il sacerdozio sacramentale dei presbiteri e il sacerdozio comune dei laici, proponendo una visione ugualitaria e democratica della Chiesa. Insinuavano l’idea di una “concelebrazione” del sacerdote con il popolo (30); sostenevano che si doveva “partecipare” attivamente alla Messa dialogando con il sacerdote, con l’esclusione di ogni altra forma di legittima assistenza al Sacrificio, come la meditazione, il Rosario o altre orazioni private; propugnavano la riduzione dell’altare a mensa; consideravano la comunione “extra Missam”, le visite al SS.mo Sacramento, l’adorazione perpetua, come forme extra-liturgiche di pietà; manifestavano scarsa considerazione per le devozioni al Sacro Cuore, alla Madonna, ai Santi e, più in generale, per la spiritualità ignaziana, e per la morale di sant’Alfonso de’ Liguori. Si trattava, in una parola, di una “reinterpretazione” della dottrina e della struttura della Chiesa al fine di adattarle allo spirito moderno.


Il padre José Ariovaldo da Silva, che ha tracciato una documentata storia del movimento liturgico in Brasile, ne ha fissato la data di nascita ufficiale nel 1933 (31). In quell’anno un monaco benedettino, giunto dalla Germania, dom Martin Michler (32), incaricato di svolgere un corso di liturgia presso l’Istituto Católico de Estudos Superiores, suscitò, con le sue lezioni, l’entusiasmo di alcuni studenti brasiliani (33). All’interno della Ação Universitária Católica (AUC) si formò un Centro de Liturgia, i cui lavori si inaugurarono con un ritiro tenuto dal sacerdote benedettino per sedici giovani, in una fazenda all’interno dello Stato di Rio. Fu qui che l’11 luglio 1933 si celebrò la prima Messa dialogata e versus populum, in Brasile (34). Da allora, dom Michler cominciò a dialogare settimanalmente la messa per gli universitari nel monastero di São Bento di Rio. “Iniziava così il Movimento Liturgico in Brasile” (35).

 


4. L’Azione Cattolica al bivio

In una lettera indirizzata il 27 ottobre 1935 al cardinal Leme e ai vescovi brasiliani, Pio XI auspicava la costituzione anche in Brasile dell’Azione Cattolica (36). La Ação Católica Brasileira venne fondata lo stesso anno con l’obiettivo di un apostolato “per diffondere e realizzare i princìpi cattolici nella vita individuale, familiare e sociale” (37). La sua funzione era quella di coordinare tutte le associazioni e le opere cattoliche già esistenti nel Paese, sottomettendole ad un unico orientamento. Secondo i suoi statuti, essa avrebbe dovuto collocarsi sotto l’immediata dipendenza della gerarchia ecclesiastica, esercitando la sua attività al di fuori di qualsiasi organizzazione partitica. Il 4 aprile 1937 l’Azione Cattolica venne solennemente insediata nell’arcidiocesi di Rio de Janeiro e Alceu Amoroso Lima, più noto con lo pseudonimo di Tristão de Athayde (38), fu nominato primo presidente nazionale mentre la direzione effettiva venne affidata ad una commissione episcopale composta da cinque membri. Il modello era quello italiano, che valorizzava le diocesi come nuclei relativamente autonomi all’interno delle organizzazioni e raggruppava gli associati secondo criteri di età e di sesso (39).

In Brasile esisteva già in questo momento un movimento cattolico poderoso e organizzato, che aveva la sua punta di lancia nelle Congregazioni Mariane e, al loro interno, il suo leader naturale in Plinio Corrêa de Oliveira. La creazione dell’Azione Cattolica non fu scevra di problemi, per una certa sovrapposizione organizzativa che fatalmente provocò. Al di là delle intenzioni del Pontefice, si determinò infatti una tendenza ad assorbire nella nuova struttura tutte le realtà organizzate preesistenti. I problemi non nascevano solo da contrasti organizzativi, ma dal rischio che movimenti di antiche tradizioni e di indiscusso radicamento, come le Congregazioni mariane, perdessero o diluissero la loro specifica identità. L’Azione Cattolica inoltre, in Brasile come in molti altri paesi in cui era stata impiantata, risultava più permeabile alle nuove influenze progressiste.


Mentre l’Azione Cattolica nasceva, le Congregazioni Mariane raggiungevano in Brasile il loro pieno sviluppo. Alla vigilia del 1938 si contavano mille Congregazioni Mariane con 150.000 congregati di cui oltre 25.000 a San Paolo (40). Il padre Irineu Cursino de Moura proclamava “la crociata moderna dell’esercito di Maria per la restaurazione delle reliquie religiose del nostro glorioso passato” indicando come condottieri e come “apostoli moderni della terra della Santa Croce (...) i Tristão de Athayde, i deputati Mario Ramos e Plinio Corrêa de Oliveira, e tanti altri che si sono battuti come leoni affinché la nostra costituzione fosse finalmente promulgata in nome dell’onnipotente Iddio” (41).


Tristão de Athayde e Plinio Corrêa de Oliveira apparivano come gli indiscussi leaders cattolici del Brasile, alla metà degli anni Trenta (42). Il primo, a Rio, presidente della nascente Azione Cattolica; il secondo, a San Paolo, animatore delle Congregazioni Mariane. La vita e l’apostolato di questi due uomini erano, però, destinati a divaricarsi, fino ad apparire come due itinerari speculari e contrapposti.


Ad Amoroso Lima si dovette il trasbordo dell’Azione Cattolica brasiliana su posizioni apertamente maritainiane (43). Già discepolo di Bergson, alla Sorbona, quindi convertito al cattolicesimo, Athayde seguì un’evoluzione tipica di molti intellettuali del suo tempo, dal filo-tradizionalismo al progressismo di Maritain e Teilhard de Chardin la cui opera lo riconciliò “con l’evoluzionismo che era nella spontaneità del suo pensiero” (44). Se è vero, come è stato osservato, che “dom Vital incarna la negazione dell’eclettismo, dello spirito di indeterminatezza” (45), l’itinerario eclettico di Amoroso Lima rappresentò in Brasile l’antitesi della coerenza cattolica di dom Vital (46), di cui Plinio Corrêa de Oliveira apparve come legittimo erede.


Mentre Rio de Janeiro rappresentava il polo progressista della vita religiosa del paese, personificato da Amoroso Lima, a San Paolo si sviluppò il polo tradizionale, la cui “leadership laica” si trovava, come ricorda il padre da Silva, “nelle mani di Plinio Corrêa de Oliveira” (47). L’ideologia del leader paulista, come osserva lo stesso padre da Silva, si riassumeva bene in questa frase: “Vogliamo un Brasile veramente brasiliano? Facciamone un Brasile veramente cattolico. Vogliamo uccidere l’anima stessa del Brasile? Strappiamogli la fede” (48).

 


5. L’apogeo del “Legionário”

Il 3 maggio 1938 vennero benedette le nuove officine grafiche del “Legionário” alla presenza dell’arcivescovo Duarte (49) e dell’élite ecclesiastica, intellettuale e sociale di San Paolo. Numerosi furono gli abbonati e gli estimatori della rivista che, non potendo partecipare, inviarono da ogni parte del Brasile messaggi di stima e di incoraggiamento. Tra questi merita di essere citata per esteso una lettera dell’arcivescovo Octaviano Pereira de Albuquerque, vescovo di Campos, una delle più illustre personalità del clero brasiliano, che offre un’eloquente testimonianza del clima di stima e di ammirazione che circondava in questo periodo il “Legionário”. La lettera, in data 18 aprile 1938, è indirizzata personalmente a Plinio Corrêa de Oliveira:

“Costantemente omaggiato dalla S. V. con l’invio che si degna di farmi del suo settimanale, ‘Il Legionário’, la cui lettura preferisco a quella di altre riviste, mi sento spinto a farle le mie sincere felicitazioni per il gran bene che ella va facendo alla società. La S. V., grazie all’ottimo impiego della sua attività intellettuale, mostra il dono di saper modellare l’educazione religiosa fin dai suoi più verdi anni, e di aver saputo farsi dirigere da maestri provetti, che l’hanno abilitato a diventare direttore di un organo cattolico, occupandone le colonne con argomenti utili e sostanziosi in tutte le materie che si riferiscono alla Religione e ai problemi sociali attuali, senza occuparsi in banalità e ovvietà. Ho inoltre sempre notato la gravità con cui sono trattati gli argomenti politici, mantenendo inalterate le proprie idee, ma senza acrimonia verso quelle degli avversari, evitando polemiche inutili e forse controproducenti tali da generare odii personali. Facendole i miei auguri di una felice Pasqua, prego Dio affinché continui a benedire di persona la S. V., dandogli perenne coraggio per lottare, ‘sans peur et sans reproche’, per la causa della nostra Augusta Religione. Molto amico e ammiratore della S. V.” (50).

Un’altra visita importante e significativa risale allo stesso anno. Nell’estate del 1938, giunse in Brasile il celebre padre domenicano Réginald Garrigou-Lagrange (51), per partecipare alla prima settimana di studi tomistici tenutasi a Rio, sotto la presidenza del nunzio Aloisi Masella. Il padre Garrigou-Lagrange fu poi a San Paolo, dove visitò l’equipe del “Legionário” (52). Sul numero del 18 settembre 1938, una fotografia ritrae Plinio Corrêa de Oliveira accanto al domenicano francese. Quest’ultimo così rispose ad una richiesta del “Legionário” di commentare la frase “La Chiesa non sta né a destra né a sinistra”:

“Personalmente, io sono uomo di destra e non vedo perché nasconderlo. Credo che molti di coloro che si servono della frase citata, la strumentalizzano allo scopo di lasciare la destra per scivolare a sinistra; volendo evitare un eccesso, cadono in quello opposto, com’è accaduto in Francia in questi ultimi anni. Credo anche che non bisogna confondere la vera destra con le false destre, che difendono un falso ordine, non quello vero. Ma la vera destra, che difende l’ordine fondato sulla giustizia, sembra essere un riflesso di quello che le Scritture chiamano ‘la destra di Dio’, allorché proclamano che Cristo siede alla destra del Padre e che gli eletti staranno alla destra dell’Altissimo” (53).

 

 


6. Presidente diocesano dell’Azione Cattolica

Qualche mese dopo morì l’arcivescovo di San Paolo. Il suo successore, dom José Gaspar de Afonseca e Silva (54), rappresentava un tipo umano molto diverso. Se l’aspetto di dom Duarte era quello di un uomo granitico, che incuteva rispetto e perfino timore, il tratto di dom José Gaspar era affabile e attraente. Conoscere il suo reale pensiero e interpretare le sue scelte, spesso ispirate a un forte senso politico e diplomatico, non era sempre facile. I suoi primi provvedimenti non mancarono di suscitare sorpresa. L’11 marzo 1940 egli affidò a Plinio Corrêa de Oliveira il più prestigioso degli incarichi: quello di Presidente della Giunta arcidiocesana dell’Azione Cattolica di San Paolo. Nello stesso periodo il padre de Castro Mayer fu nominato Assistente Generale dell’Azione Cattolica di San Paolo, mentre il padre de Proença Sigaud veniva designato assistente arcidiocesano della Gioventù Studentesca, maschile e femminile. Plinio Corrêa de Oliveira veniva dunque ad assumere nelle sue mani la direzione di tutte le forze del laicato cattolico di San Paolo, che allora comprendeva le organizzazioni studentesche, gli uomini e le donne di Azione Cattolica e le associazioni ausiliare come le Pie Unioni, i Terzi Ordini, le Congregazioni Mariane (55). 

Ciò non significava necessariamente una sintonia di posizioni tra il nuovo arcivescovo e il vertice di Azione Cattolica da lui designato. La strategia di dom José Gaspar consisteva nel legare a sé gli uomini, attraverso la collaborazione, piuttosto che nell’affrontarli a viso aperto, soprattutto in presenza di forti personalità come quella di Plinio Corrêa de Oliveira. La morte prematura dell’arcivescovo di San Paolo, non consente di svelare la vera natura del rapporto che intercorse tra i due personaggi.


Quel che è certo è che nella persona del dottor Plinio, dom José Gaspar aveva scelto un conoscitore profondo e sicuro dei mali che iniziavano ad infettare la grande organizzazione dell’apostolato laico. Grazie al suo incarico, Plinio Corrêa de Oliveira che, fin dal 1938, aveva già iniziato a denunciare questi mali sul “Legionário” (56), ebbe la possibilità di abbracciare con uno sguardo ampio e profondo la variegata realtà cattolica del Paese. Il giovane Presidente governò l’associazione con mano energica, reprimendo gli errori dottrinali che affioravano e cercando di modificare le nuove mentalità. Dopo tre anni di lavoro, i risultati non si fecero attendere: l’Azione Cattolica paulista conobbe una fioritura senza precedenti. Il grandioso Congresso Eucaristico del 1942 a San Paolo, rivelò a tutta l’America Latina le potenzialità del movimento cattolico brasiliano.


In questa occasione, tenendo, nella sua qualità di Presidente diocesano dell’Azione Cattolica, il discorso ufficiale davanti a un milione di persone, il dottor Plinio così delineò il ruolo storico della sua patria:

“La missione provvidenziale del Brasile consiste nel crescere all’interno delle proprie frontiere, nello svilupparvi gli splendori di una civiltà genuinamente cattolica, apostolica e romana, e nell’illuminare amorevolmente tutto il mondo col fascio di questa gran luce, che sarà veramente il ‘lumen Christi’ irradiato dalla Chiesa. La nostra indole affettuosa ed ospitale, la pluralità delle razze che qui vivono in fraterna armonia, il contributo provvidenziale degli immigrati che si sono così intimamente inseriti nella vita nazionale, e soprattutto le norme del Santo Vangelo, non trasformeranno mai i nostro aneliti di grandezza in un pretesto per gretti giacobinismi, per stolti razzismi, per criminosi imperialismi. Se un giorno il Brasile sarà grande, lo sarà a vantaggio del mondo intero. ‘Quelli che governano siano fra voi come quelli che servono’, dice il Redentore. Il Brasile non sarà grande per conquiste ma per Fede; non sarà ricco tanto di denaro quanto di generosità. Realmente, se sapremo essere fedeli alla Roma dei Papi, la nostra società potrà essere una nuova Gerusalemme, perfetta in bellezza, onore, gloria e gaudio del mondo intero” (57).

Plinio Corrêa de Oliveira volle però portare la sua opera fino alle sue ultime conseguenze. Decise così di scrivere un libro in difesa dell’Azione Cattolica, offrendo un’accurata diagnosi dei mali che la affliggevano.


Questi mali non erano ignoti al Nunzio Apostolico in Brasile, mons. Benedetto Aloisi Masella, che da tempo seguiva e apprezzava Plinio Corrêa de Oliveira, pur non conoscendolo personalmente. Egli inviò presso di lui un uomo di sua fiducia, il gesuita italiano Cesare Dainese (58), allora rettore del Colégio Loyola di Belo Horizonte, che spianò la strada a un incontro con il Nunzio. Il colloquio avvenne, poco dopo, a Rio de Janeiro. Il Nunzio era un uomo di sessant’anni, dall’attitudine riservata e dal perfetto contegno diplomatico. Ascoltò in silenzio l’esposizione del presidente dell’Azione Cattolica paulista, lo incoraggiò tacitamente e incaricò il padre Dainese di mantenere i rapporti con lui. Poco dopo padre Antonio de Castro Mayer fu promosso vicario generale dell’Arcidiocesi di San Paolo. L’intervento della nunziatura era evidente e costituiva un incoraggiamento per il progetto del dottor Plinio che si immerse nello studio dei documenti per arrivare, il prima possibile, alla composizione della sua opera.


Mons. de Castro Mayer ricorda di aver seguito tutta la stesura del libro e gli sforzi dell’autore perché la sua opera fosse perfettamente obiettiva (59). Occorreva però l’autorizzazione dell’arcivescovo di San Paolo. Questi, avute in mano le bozze del volume, rimase perplesso davanti alla fermezza di posizioni del leader paulista. Di fronte alle tergiversazioni di mons. José Gaspar, Plinio Corrêa de Oliveira, attraverso il canale di padre Dainese, si rivolse al Nunzio spiegando le difficoltà che il suo libro incontrava sul suo cammino e chiedendogli una prefazione per superare l’impasse. Mons. Aloisi Masella, dopo avere attentamente letto l’opera e compresane la portata, acconsentì di buon grado, raccomandando all’arcivescovo di San Paolo di non procrastinare più a lungo la pubblicazione. Dom José Gaspar inviò così il testo al padre de Castro Mayer, suo vicario, perché concedesse finalmente, a suo nome, l’atteso imprimatur.

 


7. “In difesa dell’Azione Cattolica”

Nel giugno del 1943, con la prefazione del nunzio Benedetto Aloisi Masella e con l’imprimatur dell’arcidiocesi di San Paolo, vide la luce Em defesa de Ação Catolica (60), firmato da Plinio Corrêa de Oliveira nella sua qualità di presidente della giunta arcidiocesana dell’Azione Cattolica di San Paolo. Il libro, diviso in cinque parti, costituiva la prima confutazione di ampio respiro degli errori progressisti serpeggianti all’interno dell’Azione Cattolica in Brasile e, di riflesso, nel mondo. 

L’opera non costituiva un trattato destinato a offrire un’idea generale dell’Azione Cattolica. “Essa è anzitutto - scriveva l’autore nell’introduzione - un’opera scritta per dire ciò che l’Azione Cattolica non è, non dev’essere, non deve fare” (61).


1) Il primo problema di fondo che l’autore affrontava era quello della “natura” dell’Azione Cattolica. “In materia di Azione Cattolica - egli aveva scritto sul “Legionário” - non c’è problema più importante di quello della natura giuridica di questa organizzazione” (62). Le nuove tesi attribuivano a Pio XI l’intenzione di conferire al laicato iscritto all’Azione Cattolica, un “mandato” nuovo all’interno della Chiesa. Plinio Corrêa de Oliveira esaminava la natura giuridica dell’associazione per dimostrare come il “mandato” conferito all’Azione Cattolica dal Pontefice non mutava in alcun modo la sua essenza giuridica, identica a quella di numerose altre opere cattoliche anteriori o posteriori alla sua nascita. L’appello di Pio XI ai laici, per quanto grave e solenne, non era diverso dagli inviti alla collaborazione loro rivolti dalla gerarchia nel corso della storia.


Nella Chiesa, rilevava il leader paulista, i laici hanno sempre collaborato con la gerarchia, fin dai primi secoli.

“Quale storico della Chiesa oserebbe affermare che ci sia stato un secolo, un anno, un mese, un giorno in cui la Chiesa abbia rinunciato a chiedere e utilizzare la collaborazione dei laici con la Gerarchia? Senza parlare delle Crociate, tipico esempio di azione cattolica militarizzata, solennissimamente convocata dai Papi; senza parlare della Cavalleria e degli Ordini cavallereschi, nei quali la Chiesa investiva i cavalieri di amplissime facoltà e incarichi apostolici; senza parlare degli innumerevoli fedeli che, attratti dalla Chiesa verso le associazioni apostoliche da essa fondate, collaboravano con la Gerarchia, esaminiamo altre istituzioni nelle quali la nostra argomentazione si dimostra particolarmente fondata. Tutti sanno che nella Chiesa esistono vari Ordini religiosi e Congregazioni che accolgono solo persone prive del crisma sacerdotale. Fra questi troviamo innanzitutto gli istituti religiosi femminili, ma anche alcune Congregazioni maschili, ad esempio quella dei Fratelli Maristi. Secondariamente, esistono molti religiosi non sacerdoti, ammessi come coadiutori negli Ordini religiosi sacerdotali. Non si potrebbe negare senza temerarietà che, in generale, i membri di questi Ordini o Congregazioni abbiano ricevuto una vocazione dallo Spirito Santo” (63).


2) Un secondo problema, altrettanto capitale, riguardava la natura del rapporto tra i laici e la gerarchia ecclesiastica. In cosa consiste la differenza tra il mandato dato da Dio alla Gerarchia e l’attività svolta dai fedeli? Si può dire che l’Azione Cattolica abbia, in quanto tale, un proprio mandato? Plinio Corrêa de Oliveira rispondeva in questi termini:

“1) Sì, se per mandato intendiamo un obbligo di apostolato imposto dalla Gerarchia.


2) No, se per mandato intendiamo che la Azione Cattolica è elemento in qualche modo integrante la Gerarchia e ha perciò parte nel mandato diretto e immediatamente imposto da Nostro Signore alla Gerarchia” (64).

Se per “mandato” si intende ogni ordine imposto legittimamente da un’autorità ad un suddito, sia la Gerarchia che il laicato lo ricevono; ciò non esclude l’esistenza di una sostanziale diversità di poteri conferiti nell’uno e nell’altro caso ai due diversi soggetti. “Da Nostro Signore la Gerarchia ha ricevuto l’incarico di governare. Dalla Gerarchia i laici riceveranno non funzioni di governo, ma compiti essenzialmente propri a sudditi” (65).


E’ a questo punto che il dottor Plinio affronta il delicato problema della “partecipazione dei laici all’apostolato della gerarchia”, secondo la nota definizione di Pio XI. Egli avverte bene infatti come la nuova concezione della partecipazione e del mandato implica una nuova “teologia del laicato”, che mira a stravolgere in senso ugualitario la stessa struttura di governo della Chiesa.


Per Plinio Corrêa de Oliveira non ci sono dubbi a questo proposito: “partecipazione”, nel senso che gli attribuisce il Pontefice e, prima ancora il Magistero della Chiesa, equivale a “collaborazione”. Il “mandato” dell’Azione Cattolica non giunge da Dio direttamente ai fedeli, ma passa attraverso la Gerarchia. Ad essa spetta dirigere l’azione dei fedeli e quindi anche dell’Azione Cattolica.

“La missione dei fedeli consiste infatti nell’esercitare, nella missione della Gerarchia, la parte di collaboratori strumentali, ossia i fedeli partecipano dell’apostolato gerarchico come collaboratori strumentali” (66).


“Affermando che la Azione Cattolica è una partecipazione nell’apostolato gerarchico, Pio XI vuole dire che essa è puramente e semplicemente una collaborazione, opera essenzialmente strumentale, la cui natura in nulla diverge, essenzialmente, dal compito apostolico esercitato dalle organizzazioni estranee al quadro della Azione Cattolica e questa è un’organizzazione-suddita, come ogni e qualsiasi organizzazione di fedeli” (67).

3) Il terzo punto toccato soprattutto nelle parti restanti del volume, riguardava le deviazioni dell’Azione Cattolica relative alla liturgia, alla spiritualità e ai metodi di apostolato e di azione.


Senza entrare nel problema della “Messa dialogata”, che esulava dal tema del suo libro, Plinio Corrêa de Oliveira accennava alle dottrine che deformavano l’insegnamento tradizionale della Chiesa.


Dal punto di vista della vita interiore, il liturgicismo che si andava diffondendo, sembrava comportare una “ascesi nuova”, legata ad una specifica “grazia di stato”, propria dell’Azione Cattolica. La liturgia, secondo le nuove tesi, avrebbe esercitato sopra i fedeli un’azione meccanica o magica tale da rendere superfluo ogni sforzo di collaborazione tra l’uomo e Dio (68). Le pratiche di devozioni (69) più comuni e ogni sforzo della volontà, dall’esame di coscienza alla partecipazione agli esercizi spirituali di sant’Ignazio, venivano sistematicamente scoraggiati, perché considerati inutili e superati. L’origine di questi errori, secondo il dottor Plinio, si trovava nello spirito di indipendenza e di ricerca del piacere che vorrebbe liberare l’uomo dal peso dei sacrifici imposti dal lavoro di santificazione. “Eliminata la lotta spirituale, la vita del cristiano appare loro come una serie ininterrotta di piaceri spirituali e di consolazioni” (70). Plinio Corrêa de Oliveira ricorda la frase di Leone XIII secondo cui “la perfezione della virtù cristiana sta nella generosa disposizione dell’anima che cerca le cose ardue e difficili” e le parole di Pio XI nella Lettera Magna Equidem del 2 agosto 1924:

“Il desiderio sfrenato di piaceri, snervando le forze dell’anima e corrompendo i buoni costumi, distrugge a poco a poco la coscienza del dovere. Di fatto sono sempre più numerosi coloro che oggi, attratti dai piaceri del mondo, niente abominano più vivamente, né evitano con maggior attenzione, che le sofferenze che si presentano o le afflizioni volontarie dell’anima o del corpo e si comportano abitualmente, secondo la parola dell’Apostolo, come nemici della Croce di Cristo. Ora nessuno può ottenere la beatitudine eterna se non rinuncia a sé stesso, non si carica della sua croce e non segue Gesù Cristo” (72).

Accanto allo spirito di preghiera, osserva inoltre Plinio Corrêa de Oliveira, occorre quello di apostolato: ma questo parte dal nostro prossimo, per poi estendersi, a cerchi concentrici, a coloro che sono più lontani.

“Non esitiamo ad affermare che prima di tutto si deve desiderare la santificazione e la perseveranza di coloro che sono buoni; in secondo luogo, la santificazione dei cattolici lontani dalla pratica religiosa; infine, e in ultimo luogo, la conversione di coloro che non sono cattolici” (73).

Il leader cattolico paulista sottolineava inoltre l’importanza dei “modi” di apostolato. In un momento in cui la politica della “mano tesa” iniziava a permeare gli ambienti cattolici, egli ribadiva il carattere eroico e soprannaturale dell’apostolato cattolico.

“Sia ben chiaro: se tanto il linguaggio apostolico impregnato di amore e dolcezza, quanto quello che incute timore e vibra di santo vigore, sono ugualmente giusti e devono entrambi essere utilizzati in ogni epoca, è anche certo che in alcune epoche conviene accentuare più la nota austera ed in altre quella dolce, senza mai portare questa preoccupazione all’estremo - sarebbe uno squilibrio - di toccare una sola nota abbandonando l’altra. In quale caso si trova la nostra epoca? L’udito dell’uomo contemporaneo è evidentemente sazio dell’eccessiva dolcezza, del sentimentalismo compromissorio, dello spirito frivolo tipici delle generazioni precedenti. I più importanti movimenti di massa, nel nostro tempo, non sono stati sollevati col miraggio di ideali facili. Al contrario, è in nome dei princìpi più radicali, facendo appello alla dedicazione più assoluta, aguzzando i sentieri aspri e scoscesi dell’eroismo, che i principali capi politici hanno entusiasmato le masse fino a farle delirare. La grandezza della nostra epoca sta appunto in questa sete di assoluto e di eroismo. Perché non saziare questa lodevole avidità con la predicazione audace della Verità assoluta e della morale soprannaturalmente eroica, qual’è quella di Nostro Signore Gesù Cristo?”(74) .

Con il termine di “eresia bianca”, egli avrebbe poi designato un’attitudine sentimentale che si manifestava soprattutto in un certo tipo di pietà sdolcinata e mascherata da “carità” verso il prossimo.

“Si dica la verità con carità, si renda la carità un mezzo per giungere alla verità, e non ci si serva della carità come pretesto per una qualsiasi diminuzione o deformazione della realtà, né per ottenere applausi, né per sfuggire alle critiche, né per cercare vanamente di accontentare tutti. Altrimenti, mediante la carità si giungerà non alla verità ma all’errore” )75).


“Un altro errore - aggiungeva - consiste nell’occultare o nello sminuire sistematicamente ciò che vi è di male nelle eresie, per convincere l’eretico che è piccola la distanza che lo separa dalla Chiesa. Nel frattempo, in tal modo, si finisce con il nascondere ai fedeli la malizia dell’eresia e si spianano le barriere che li separano dall’apostasia! E’ proprio questo che accadrà, con l’uso in larga scala, o esclusivo, di questo metodo” (76).


“Cercare di scendere sul terreno comune? Si rischia di impantanarsi nelle ambiguità, di favorire chi vuol pescare nelle acque torbide. Non rendiamo la perpetua ritirata strategica, l’uso invariabile di termini ambigui, e l’abitudine costante ad occultare la nostra Fede, una regola di condotta che, in ultima analisi, ridonda nel trionfo del rispetto umano” (77).

Al termine della lunga enumerazione di punti concernenti deviazioni nelle dottrine e nelle mentalità degli ambienti di Azione Cattolica, Plinio Corrêa de Oliveira concludeva:

“Tutte queste si legano, prossimamente o remotamente ai seguenti princìpi: una negazione degli effetti del peccato originale; una conseguente concezione della grazia come fattore esclusivo della vita spirituale; e una tendenza a prescindere dalla autorità, nella speranza che l’ordine risulti da una combinazione libera, vitale e spontanea delle intelligenze e delle volontà. La dottrina del mandato, sostenuta inoltre da autori europei molti dei quali degni di considerazione a vario titolo, ha trovato un terreno fertile nel nostro ambiente, generando frutti che molti dei suoi autori non prevedevano" (78).

Il libro, in un ambiente religioso apparentemente ancora unito ed omogeneo, ebbe l’effetto di una bomba. Esso contribuì a risvegliare la maggioranza sonnolenta, e a metterla in guardia contro la corrente progressista, le cui insidiose manovre subirono una battuta d’arresto. “Questo libro - scrisse mons. Sigaud - fu un grido d’allarme e un cauterio. Come grido d’allarme, impedì che migliaia di fedeli si consegnassero, in buona fede, agli errori e alle sregolatezze del Liturgicismo che avanzavano come un’ondata dominante” (79).


“Nella storia della Chiesa Cattolica - commentò successivamente lo stesso prelato - vi sono libri che hanno costituito una grande grazia concessa da Dio al suo popolo. (...) Essi sono grazie in quanto il loro contenuto illumina l’intelligenza con luci straordinarie; sono grazie poiché stimolano la volontà a procedere in modo tale da realizzare la volontà di Dio”. Tra questi libri, dopo aver ricordato le Confessioni e La Città di Dio di sant’Agostino, l’Imitazione di Cristo, gli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio, il Trattato della Vera Devozione di san Luigi Maria Grignion de Montofort, mons. Sigaud annovera anche l’opera di Plinio Corrêa de Oliveira nel ventesimo anniversario della sua apparizione: “Nel nostro àmbito nazionale, e mantenendo le proporzioni, si può dire che In difesa dell'Azione Cattolica fu un libro-grazia” (80).

 


8. Un “gesto da Kamikaze”

L’autore del volume non ignorava che la pubblicazione di un’opera di tal genere sarebbe equivalsa a un gesto da kamikaze: essa avrebbe certamente inferto un duro colpo al progressismo nascente, ma avrebbe anche inevitabilmente esposto a critiche e a ritorsioni il gruppo del “Legionário”, compromettendone l’influenza negli ambienti cattolici. Fu quanto puntualmente accadde a partire da quella data.

“Era un gesto da kamikaze. O esplodeva il progressismo, o esplodevamo noi. Esplodemmo noi. Negli ambienti cattolici, il libro suscitò gli applausi degli uni e l’irritazione furibonda di altri, e una profonda sorpresa nell’immensa maggioranza. La densa notte di un ostracismo pesante, totale, interminabile, scese su quei miei amici che restarono fedeli al libro. La dimenticanza e l’oblio ci avvolsero, quando eravamo ancora nel fiore dell’età: ma questo sacrificio era previsto e volontario. L’aurora, come vedremo, tornò a irradiare solo nel 1947. Ma il progressismo nascente, con il libro, accusò un colpo dal quale fino a oggi non si è riavuto” (81).

L’arcivescovo di San Paolo, mons. José Gaspar de Afonseca e Silva, non nascondeva in privato la sua preoccupazione per l’attività del movimento guidato da Plinio Corrêa de Oliveira, con l’evidente appoggio del Nunzio apostolico (82). Egli venne però improvvisamente a morire, in un incidente aereo, mentre si recava a Rio de Janeiro, il 27 agosto 1943. Il suo successore dom Carlos Carmelo de Vasconcellos Motta (83), già prima di occupare il seggio episcopale venne minuziosamente avvisato della situazione ribollente nella capitale paulista (84).


Dom Carlos Carmelo, la cui visione era opposta a quella del “Legionário” era anche di temperamento molto diverso dal suo predecessore: non era uomo da mezzi termini e affrontò di petto la situazione. Impose all’équipe del “Legionário” un “armistizio” (85) che suonò sconfessione per i suoi dirigenti. Plinio Corrêa de Oliveira perse la sua carica di presidente dell’Azione Cattolica; padre Antonio de Castro Mayer, vicario generale dell’arcidiocesi, fu retrocesso a semplice vicario economo della parrocchia di San José di Belém; padre Geraldo de Proença Sigaud venne allontanato in Spagna (86). Seguì una tempestosa campagna di diffamazione dalla quale il dottor Plinio e i suoi amici non poterono difendersi pubblicamente, a causa dell’ “armistizio” imposto dall’arcivescovo. Infine, nel dicembre del 1947, Plinio Corrêa de Oliveira fu estromesso dalla direzione del “Legionário”. Nel numero del 29 febbraio 1948, apparve un editoriale dal titolo Legionário em terceira fase in cui si annunciava l’inizio di una “nuova fase” dell’esistenza del settimanale, riassunta dal motto finale dell’articolo, non firmato: “Incipit vita nova” (87). Neppure una parola su Plinio Corrêa de Oliveira, che, al “Legionário” aveva dedicato con immensa generosità quindici anni della sua vita. In quello stesso anno, mons. Helder Câmara assunse la carica di assistente ecclesiastico della Azione Cattolica Brasiliana (88). L’atmosfera era profondamente cambiata.


Il progressismo già mostrava le linee principali di quella che sarebbe stata la tattica costante degli anni successivi. Lo stesso Plinio Corrêa de Oliveira la riassunse in questi punti:

“a) Fuga dal dibattito o dal dialogo dottrinale. Le critiche al mio libro, espresse nell’uno o nell’altro organo di stampa religiosa, erano sparse, povere di argomenti e ricche di passione. Apparivano a volte anche, implicite o velate, nei pronunciamenti di questa o quella personalità ecclesiastica.


b) Diffamazione e poi campagna di silenzio ed ostracismo. Al soffio di una campagna diffamatoria totalmente verbale, i principali soggetti che nel clero e nel laicato avevano applaudito il mio libro venivano gradualmente ridotti al silenzio, rimossi dai loro incarichi, relegati nell’ostracismo. Un ostracismo dal quale solo alcuni riuscirono a sottrarsi ammutolendosi definitivamente sul problema.


c) A viso aperto, tutto come nulla fosse stato. Soffocata in tal modo l’opposizione, alla corrente innovatrice non restava che proseguire nella sua marcia, con discrezione ma anche risolutezza” (89).

Il piccolo gruppo del “Legionário” si mantenne tuttavia compatto e fedele nella tempesta: il più anziano dei suoi nove membri aveva 39 anni, il più giovane 22 (90). A partire dal febbraio 1945 questo gruppo si riuniva, tutte le sere senza eccezioni, nella sede di via Martim Francisco 665, nel quartiere di Santa Cecilia, analizzando con preoccupazione il deteriorarsi della situazione religiosa e politica in Brasile e nel mondo.


Plinio Corrêa de Oliveira, guida intellettuale del gruppo, si sforzava di infondere in esso una profonda e vera vita interiore, nella convinzione che l’azione e lo studio dovessero alimentarsi alle fonti della preghiera e del sacrificio. Così egli spiegava la “vita interiore”.

“L’uomo deve impegnarsi in una continua analisi di se stesso. In ogni momento deve conoscere lo stato della propria anima: sapere perché sta agendo in questa o quella maniera; se gli è lecito procedere in questo o quel modo; se è conforme alla morale cattolica sentire in questo o quel modo davanti a un certo avvenimento. Questo sforzo di chiama ‘vita’. Non solo perché è così intenso e dev’essere così continuo, da costituire per l’uomo quasi un’esistenza a parte, che si dispiega su un piano più alto e più profondo di quello della sua esistenza esterna. E’ chiamato ‘vita interiore’ appunto perché esige dall’uomo la continua abitudine di analizzarsi e governarsi, agendo e vivendo ‘dentro se stesso’ in maniera incessante” (91).

Nello studio, nella preghiera e nella fraterna e quotidiana convivenza, il gruppo crebbe in unità e coesione. Questo periodo catacombale, vigilia di nuove lotte, durò tre anni (92). In questo periodo l’antica équipe del “Legionário” non cessò mai la battaglia polemica contro gli errori che prendevano piede nel mondo cattolico. Uno dei principali bersagli restò Jacques Maritain, oggetto di saggi critici scritti, oltre che dallo stesso Plinio Corrêa de Oliveira (93), da valorosi polemisti come il padre Arlindo Vieira (94)e José Azeredo Santos (95).


Tra i grandi amici del gruppo, in questo periodo di isolamento e di incomprensioni, fu il padre Walter Mariaux (96), un gesuita tedesco di forte spicco che il dottor Plinio descrisse in questi termini: “Biondo, molto alto, erculeo, pieno di salute, gesti ampi, mani da feldmaresciallo, egli dà sempre un’immediata impressione di robustezza e determinazione, che per pochi va completandosi con nuovi elementi psicologici. Non ho conosciuto personalità più ricca di aspetti contrastanti e tuttavia armonici” (97).


Nel 1949 padre Mariaux, animatore della Congregazione Mariana del collegio São Luiz, fu richiamato dai suoi superiori in Europa. Parte dei congregati da lui diretti si rivolsero allora al gruppo che sotto la guida del dottor Plinio si riuniva in via Martim Francisco. Nacque così il « Grupo da Martim », tra cui spiccavano i quattro fratelli Vidigal Xavier da Silveira, il dott. Luiz Nazareno de Assumpção Filho, il dott. Eduardo de Barros Brotero, il prof. Paulo Corrêa de Brito Filho e il giovane canonico José Luiz Marinho Villac, futuro rettore del seminario di Campos (98).

 


9. Una stella si accese nella notte...

Nel gennaio del 1947 giunse, improvvisa e inattesa, la notizia dell’elevazione di padre de Proença Sigaud a vescovo di Jacarezinho (99). Pochi mesi dopo il padre Antonio de Castro Mayer venne nominato coadiutore di mons. Octaviano Pereira de Albuquerque, Arcivescovo di Campos (100). I due sacerdoti, accantonati per l’appoggio dato al gruppo del “Legionário” e al libro Em defesa da Ação Católica, erano ora onorati da una manifestazione di fiducia della Santa Sede, che sembrava avere il significato di una riparazione. Plinio Corrêa de Oliveira ricorderà l’episodio con queste parole:

“Mi ricordo ancora un giorno del gennaio 1947, in cui diedi notizia ai miei amici che, secondo un’emittente radio, Pio XII aveva nominato il padre Sigaud vescovo di Jacarezinho. Come? Cosa? La nostra gioia era grande, ma il dubbio ancor maggiore. Durante la tempesta, il padre Sigaud era stato spedito come missionario nella lontana Spagna. Allora ritornerà? Sì, ritornerà. E la nostra gioia salì al cielo come un inno. Una stella si accese a brillare nella notte del nostro esilio, sulle rovine del nostro naufragio!


Contro ogni aspettativa, un’altra gioia ci attendeva nell’anno seguente. Una sera del marzo 1948, giungendo alla nostra catacomba, un amico mi attendeva alla porta, frizzante di gioia. Il canonico Mayer - che durante la tormenta era passato dall’alto incarico di vicario generale dell’arcidiocesi a quello di vicario della lontana, e sia pure così simpatica, Belenzinho - ci aveva appena comunicato la sua nomina a vescovo coadiutore di Campos. E’ inutile dire con quale esultanza ci felicitammo subito con lui” (101).

Il 20 novembre 1947 apparve l’enciclica Mediator Dei (102) sulla sacra liturgia. Essa intendeva correggere le deviazioni nel movimento liturgico, sviluppando l’insegnamento pontificio già iniziato con la Mystici Corporis (103). Il “Legiónario” la salutò con giubilo pubblicando il testo integrale dell’importante documento (104).


L’anno successivo, nella Costituzione Bis saeculari (105), Pio XII formulava una definizione di “Azione Cattolica” che mostrava un’evidente analogia con quella già esposta dal dottor Plinio. Fin dal 1947, contro la tendenza a livellare le forme di apostolato, riducendole alla sola Azione Cattolica, il Pontefice aveva ammonito che nel “magnifico movimento mondiale di apostolato laico, (...) bisogna evitare l’errore di alcuni che vorrebbero uniformare le attività a beneficio delle anime e sottometterle a una formula comune” (106). Questo modo di agire, ribadiva il Pontefice, “è del tutto alieno dallo spirito della Chiesa” che “favorisce una certa multiforme unità nell’esercizio di questo apostolato, dirigendolo a una meta comune mediante una fraterna collaborazione ed unendo le forze di tutti sotto la direzione dei vescovi”.


In nessun testo di Pio XII si può leggere che l’Azione Cattolica è una “partecipazione” all’apostolato gerarchico (107). “Quest’apostolato rimane sempre apostolato di laici, e non diviene apostolato gerarchico, anche quando si esercita con un mandato della gerarchia” (108). Per evitare ogni equivoco ed ambiguità il Papa usò sempre il termine di “collaborazione”.


Contro l’apostolato dei laici come emancipazione dalla Sacra Gerarchia, Pio XII affermò: “Sarebbe inoltre erroneo il vedere nell’Azione Cattolica (...) qualche cosa di essenzialmente nuovo, un mutamento nella struttura della Chiesa, un nuovo apostolato dei laici che sarebbe a lato di quello del sacerdote e non a questo subordinato. Sempre vi è stata nella Chiesa una collaborazione dei laici all’apostolato gerarchico, in subordinazione al vescovo e a coloro cui il vescovo ha affidato le responsabilità della cura di anime sotto la sua autorità. L’Azione Cattolica ha voluto dare a questa collaborazione soltanto una nuova forma e organizzazione accidentale per il suo migliore e più efficace esercizio” (109).


“In tempi recenti, cominciò a sorgere qua e là e a diffondersi largamente la cosiddetta teologia laica, e s’introdusse una particolare categoria di teologi laici, che si professano indipendenti. (...) Per contro, bisogna ritenere questo: che non vi fu mai, non vi è né vi sarà mai nella Chiesa un legittimo magistero di laici, che sia stato sottratto da Dio all’autorità, alla guida e alla vigilanza del Magistero sacro; anzi, la stessa negazione della sottomissione offre argomento convincente e sicuro criterio che i laici, i quali parlano e agiscono così, non sono guidati dallo Spirito di Dio e di Cristo” (110).

Contro l’attribuzione del potere sacrificale ai laici, il Papa ribadì che: “E’ il sacerdote celebrante, e solamente lui, che, rappresentando Cristo, compie il sacrificio; non il popolo, non i chierici e nemmeno i sacerdoti che con religiosa pietà assistono il celebrante, sebbene tutti costoro possano partecipare e partecipino in qualche modo attivamente al sacrificio. La partecipazione dei fedeli al sacrificio eucaristico - così ammonimmo nella nostra Enciclica Mediator Dei sulla sacra Liturgia - non implica altresì un potere sacerdotale. (...) Non mancano infatti coloro che non lasciano di rivendicare un potere sacrificale nel sacrificio della Messa a tutti coloro che vi assistono piamente. (...) Bisogna ritenere fermamente che questo comune sacerdozio di tutti i fedeli, per quanto alto ed arcano, differisce non solo nel grado ma anche essenzialmente dal vero e proprio sacerdozio, che consiste nel potere di operare il sacrificio dello stesso Cristo” (111).

Quasi a por fine al periodo di ostracismo, una lettera della Segreteria di Stato in data 26 febbraio 1949, firmata dall’allora Sostituto Giovanni Battista Montini, comunicò ufficialmente a Plinio Corrêa de Oliveira l’elogio e la benedizione di Pio XII per il suo volume In difesa dell’Azione Cattolica (112).

Il libro di Plinio Corrêa de Oliveira costituiva una risposta anticipata a molte teorie erronee e pericolose che si sarebbero sviluppate negli anni successivi. Le deviazioni liturgiciste e laiciste incubate nell’Azione Cattolica sono alla fine esplose come un cancro nel postconcilio, rivelando una nuova concezione della stessa Chiesa. Del resto, già in quegli anni, teologi di avanguardia come i padri Yves Congar (113) e Karl Rahner (114) si sforzavano di trarre dagli sviluppi dell’ “Azione Cattolica” una nuova “teologia del laicato” egualitaria, già implicante il sacerdozio femminile (115).

 


10. Una nuova bandiera: “Catolicismo”

Nel gennaio 1951, mons. Antonio de Castro Mayer fondò, in Campos, il mensile di cultura “Catolicismo”. Il gruppo redazionale era coordinato da José Carlos Castilho de Andrade, già segretario di redazione del “Legionário”. Antichi collaboratori della combattiva rivista erano anche Fernando Furquim de Almeida, che curava la sezione dedicata alla storia della Chiesa; Adolpho Lindenberg, autore dei commenti di economia e di politica internazionale; José de Azeredo Santos, che si occupava di filosofia e di sociologia nella rubrica “Nova et Vetera”. Plinio Corrêa de Oliveira aprì il primo numero di “Catolicismo” con un articolo, non firmato, destinato a divenire un manifesto della Contro-Rivoluzione cattolica (116). Sottolineando il senso della festa di Cristo Re, egli scriveva:

“Re celeste anzitutto. Ma Re il cui governo si esercita già in questo mondo. Re che possiede di diritto l’autorità suprema e piena. Il Re legifera, comanda e giudica. La sua regalità diventa effettiva quando i sudditi riconoscono i suoi diritti, e ubbidiscono alle sue leggi. Orbene, Gesù Cristo possiede su di noi tutti i diritti. Egli ha promulgato leggi, dirige il mondo e giudicherà gli uomini. A noi compete rendere effettivo il regno di Cristo ubbidendo alle sue leggi. Questo regno è un fatto individuale, se considerato rispetto alla ubbidienza che ogni anima fedele presta a nostro Signore Gesù Cristo. Infatti, il regno di Cristo si esercita sulle anime; e, quindi, l’anima di ciascuno di noi è una parte del territorio di giurisdizione di Cristo Re. Il regno di Cristo sarà un fatto sociale se le società umane Gli presteranno ubbidienza. Si può, dunque, dire che il regno di Cristo diventa effettivo sulla terra, nel suo senso individuale e sociale, quando si conformano alla legge di Cristo gli uomini sia nell’intimo della loro anima che nelle loro azioni, e le società nelle loro istituzioni, leggi, costumi, manifestazioni culturali e artistiche” (117).

Tra il 1951 e il 1959, con saggi di ampio respiro su “Catolicismo”, Plinio Corrêa de Oliveira gettò le basi dottrinali di quello che sarebbe stato il suo capolavoro: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. La sua visione della regalità sociale di Cristo è antitetica a quella maritainiana che si andava facendo strada in quegli anni e che il pensatore brasiliano continuò a fare oggetto di numerose critiche. Il contributo intellettuale del dottor Plinio, oltre agli editoriali, si esprimeva originalmente anche in una rubrica dal titolo Ambienti, costumi, civiltà, in cui, attraverso le analisi di quadri, fotografie, disegni, mode, egli metteva in luce i valori della civiltà cristiana e il processo di dissoluzione che li aveva colpiti, illuminando aspetti fino ad allora poco o mai considerati dagli scrittori contro-rivoluzionari (118).


“Catolicismo” iniziò intanto ad allargare la sua battaglia contro il progressismo cattolico ben al di là dei confini della diocesi di Campos. La nuova rivista si distingueva dal “Legionário” in un punto fondamentale: quest’ultimo era solo un giornale; la nuova pubblicazione si avviava a divenire l’organo di un movimento.


Plinio Corrêa de Oliveira e i suoi collaboratori avevano iniziato a viaggiare in diversi paesi dell’America del Sud e in Europa per prendere contatto con ambienti cattolici e anticomunisti di tutto il mondo. Si può immaginare l’emozione con cui il dottor Plinio per la prima volta fu a Roma, nell’estate del 1950, in occasione del Giubileo. Nella Città eterna, rivide il padre Castro e Costa, suo vecchio professore al Collegio São Luiz, fu accolto con affetto da mons. Aloisi Masella, divenuto cardinale, frequentò la migliore aristocrazia romana, fu ricevuto infine dal Santo Padre e da mons. Giovanni Battista Montini, sostituto Segretario di Stato. Nel corso dell’udienza, mons. Montini, rivolgendosi a lui e a mons. de Castro Mayer che lo accompagnava gli disse: “Professore, desidero che sappia che la lettera che le scrissi non fu mero testo di cortesia. Ogni parola venne attentamente pesata. Ho il piacere di dichiararlo qui, alla presenza di mons. Mayer” (119). Tornò a Roma, e in Europa, nell’estate del 1952. In quest’occasione, fu invitato a colazione da Otto d’Asburgo, nel castello di Clairfontaine in Francia (120). Figlio di due genitori straordinari quali gli Imperatori Carlo e Zita, il giovane Otto era un principe di grande fascino e intelligenza, che disattese le speranze di molti contro-rivoluzionari, subordinando l’impegno cattolico alla carriera politica, culminata nella sua elezione a Parlamentare europeo (121).


Una grande affinità di pensiero unì invece Plinio Corrêa de Oliveira e il principe dom Pedro Henrique de Orléans e Bragança, capo della Casa Imperiale brasiliana (122). Venendo a San Paolo, dom Pedro Henrique si recava a visitare il “gruppo di Catolicismo” sempre accompagnato da qualcuno dei suoi figli. Due di essi, dom Luiz, il primogenito, e dom Bertrand, entrarono a far parte della cerchia dei discepoli del dottor Plinio. Per i loro nomi carichi di memoria storica, e per la loro pietà e vita esemplare, essi si sarebbero distinti tra i membri preminenti di “Catolicismo” e, più tardi, della TFP.


A partire dal 1953, il gruppo di “Catolicismo” cominciò a promuovere “settimane di studio” per amici e propagandisti del giornale, che arrivò a raccogliere alcune centinaia di giovani di vari Stati del Brasile. In quello stesso anno apparve una importante lettera pastorale, dedicata ai Problemi dell’Apostolato moderno (123), redatta da mons. de Castro Mayer con la collaborazione del dottor Plinio. Essa costituì uno dei primi testi di formazione per i giovani che si riconoscevano nelle tesi del giornale.


Quando, nel gennaio del 1954, celebrò il quattrocentesimo anniversario della sua fondazione, San Paolo era una città di 2.700.000 abitanti che si espandeva a ritmo vertiginoso. Il 25 gennaio, l’arcivescovo Carlos Carmelo Vasconcellos Mota inaugurò la nuova cattedrale, iniziata quarant’anni prima da dom Duarte, nella “praça da Sé”. Nell’agosto di quell’anno, al presidente Getúlio Vargas, suicida, successe, dopo la presidenza provvisoria di João Café Filho, Juscelino Kubitschek, il “presidente bossa nova” che prometteva di realizzare “50 anni in 5” (124). “Catolicismo” cercava di dissipare quest’atmosfera di superficiale ottimismo, denunciando l’influenza crescente del comunismo nel Brasile e nel mondo e l’aumento dell’immoralità, di cui l’epidemia mondiale del “Rock and Roll” appariva come il sintomo più evidente (125). Sottolineando i limiti dell’anti-comunismo liberale (126) Plinio Corrêa de Oliveira continuava a indicare nel cattolicesimo l’unica soluzione dei problemi del tempo presente.

“Cos’è ‘Catolicismo’? Qual’è il suo posto nella casa di Dio? - scriveva, commentando l’Adorazione dei Magi nel Santo Natale 1955. - Rispondendo a questa domanda, avremo trovato il nostro stesso posto vicino a Gesù. La nostra opera è principalmente di mirra. Giornale fatto da cattolici militanti e praticanti, (...) vogliamo che esso sia un sale ben salato, una luce posta in cima al monte e ben brillante. Questo significato, Signore, ha la nostra cooperazione. Questo è il dono natalizio che abbiamo accumulato durante l’anno intero per poi offrirvelo. Altri vi offriranno l’incenso delle loro innumerevoli opere, capaci di un bene inestimabile. Noi c’inseriamo in questa grande opera bruciando abbondantemente, sul beneamato suolo brasiliano, la mirra austera ma odorifera del ‘sì, sì; no, no’” (127).

Nel 1958, con la morte di Pio XII, si chiuse un’epoca. “Catolicismo” non defletteva però dalla linea di assoluta fedeltà alla Tradizione cattolica che già era stata del “Legionário”.

“Il nostro ‘leit-motiv’ dev’essere quello secondo cui, per l’ordinamento temporale dell’Occidente, fuori della Chiesa non c’è salvezza. La Civiltà cattolica, apostolica, romana, nella sua integrità, nella sua assolutezza e minuziosità, ecco quello che dobbiamo desiderare. Il fallimento degli ideali politici, sociali e culturali intermedi è evidente. Non ci si arresta nel cammino verso Dio: fermarsi è retrocedere, fermarsi è fare il gioco della confusione. Noi solo una cosa amiamo: il Cattolicesimo integrale” (128).

La grande mèta che Plinio Corrêa de Oliveira aveva indicato nel primo numero della rivista, illuminava l’orizzonte degli anni che si avvicinavano.

“E questa è la finalità, il nostro grande ideale. Avanziamo verso la civiltà cattolica che potrà nascere dalle rovine del mondo moderno, come dalle rovine del mondo romano è nata la civiltà medievale. Avanziamo verso la conquista di questo ideale, con il coraggio, la perseveranza, la decisione di affrontare e vincere tutti gli ostacoli, con cui i crociati marciavano verso Gerusalemme. Infatti, se i nostri antenati seppero morire per riconquistare il sepolcro di Cristo, non vorremo noi - figli della Chiesa come loro - lottare e morire per restaurare qualcosa che vale infinitamente di più del preziosissimo sepolcro del Salvatore, cioè il suo regno sulle anime e sulle società, che Egli ha creato e salvato perché lo amino eternamente?” (129).

 

[1] Sul padre Nikolaus Albert Joseph von Diesbach (1732-1798) e sulle Amicizie, cfr. Candido Bona i.m.c., Le “Amicizie”, società segrete e rinascita religiosa (1770-1830), Deputazione Subalpina di Storia Patria, Torino 1962; R. de Mattei, Idealità e dottrine delle “Amicizie”, Biblioteca Romana, Roma 1980.

[2] Su Pio Brunone Lanteri (1759-1830), dichiarato venerabile nel 1967, oltre alle opere citate nella nota precedente, cfr. R. de Mattei, Introduzione a Direttorio e altri scritti del venerabile P. B. Lanteri, Cantagalli, Siena 1975; Paolo Calliari o.m.v., Servire la Chiesa. Il venerabile Pio Brunone Lanteri (1759-1830), Lanteriana-Krinon, Caltanisetta 1989. Mons. Francesco Olgiati, indicava in Pio Brunone Lanteri “uno dei simboli più eloquenti dell’apostolato in genere e dell’Azione Cattolica in specie” (Prefazione a Icilio Felici, Una bandiera mai ripiegata. Pio Brunone Lanteri, fondatore dei Padri Oblati di Maria Vergine, precursore dell’Azione Cattolica, Tip. Alzani, Pinerolo 1950, p. 6). Alle Amicizie di Diesbach e Lanteri, il prof. Fernando Furquim de Almeida dedicò un’importante serie di articoli su “Catolicismo”.

[3] Per un quadro dell’apostolato laicale nell’ultimo secolo, cfr. Silvio Tramontin, Un secolo di storia della Chiesa. Da Leone XIII al Concilio Vaticano II, Studium, Roma 1980, vol. II, pp. 1-54.

[4] Così lo definisce Pio XII nella Allocuzione per la sua beatificazione del 3 giugno 1951, in DR, vol. XIII, p. 134.

[5] S. Pio X, Enciclica Il fermo proposito  dell’ 11 giugno 1905, cit.

[6] S. Pio X, Lettera Notre Charge Apostolique, del 25 agosto 1910, in IP, vol. VI, La pace interna delle nazioni, cit., pp. 268-298 e in “Lepanto”, nn. 96-97 (marzo-aprile 1990).

[7] Sul “Sillon” di Marc Sangnier (1873-1950), cfr. le opere dell’abbé Emmanuel Barbier, Les démocrates chrétiens et le modernisme, Lethielleux, Paris 1908, pp. 358-392; id., Le devoir politique des catholiques, Jouve, Paris 1909.

[8] Su Romolo Murri (1870-1944), cfr. Maurilio Guasco, Romolo Murri. Tra la ‘Cultura Sociale’ e il ‘Domani d’Italia’ (1898-1906), Studium, Roma 1988; Benedetto Marcucci, Romolo Murri. La scelta radicale, Marsilio, Venezia 1994.

[9]Dite ai vostri fratelli nel laicato - scriveva il Papa - che quando essi, uniti ai loro sacerdoti e ai loro vescovi, partecipano alle opere di apostolato individuale e sociale, per far conoscere e amare Gesù Cristo, allora più che mai essi sono il genus electum, il regale sacerdotium, la gens sancta, il popolo di Dio che san Pietro magnifica” (Pio XI, Enciclica Ubi arcano, del 23 dicembre 1922, in IP, Il laicato, vol. IV (1958), p. 275). Tra i numerosi testi di Pio XI riguardanti l’Azione cattolica, ricordiamo la lettera al card. Bertram, arcivescovo di Breslavia (1928), quella al Primate di Spagna (1929), quella all’arcivescovo di Malines (1929), quella all’episcopato messicano (1937). Tra la bibliografia si vedano le due documentate tesi di laurea di Walter Scheier, Laientum und Hierarchie, ihre theologischen Beziehungen unter besonderer Berücksichtigung des Lehramtes unter Pius XI. und Pius XII., Pontificium Atheneum Internationale Angelicum, Freiburg im Breisgau 1964; Jean-Guy Dubuc, Les relations entre hiérarchie et laïcat dans l’apostolat chez Pie XI et Pie XII, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1967.

[10] Pio XI, Enciclica Quas Primas del 11 dicembre 1925, in IP, vol. VI, La pace interna delle nazioni, cit., pp. 307-327.

[11] Ivi, p. 315.

[12] Leone XIII, Enciclica Annum Sacrum del 25 maggio 1899, in IP, vol. I, Le fonti della vita spirituale, cit., p. 191.

[13] Pio XI, Enciclica Quas Primas, cit., p. 320.

[14] Ivi, pp. 343-344.

[15] Ivi, p. 349.

[16] Jacques Maritain nacque a Parigi nel 1882 e morì a Tolosa nel 1973. Discepolo del filosofo Henri Bergson, si convertì al cattolicesimo nel 1906, assieme alla moglie Raissa, ebrea di origine russa. Dopo essere stato vicino all’Action Française, si staccò da Maurras, proponendosi come il nuovo maître à penser del mondo cattolico. Dopo aver trascorso il periodo della guerra in America, venne nominato ambasciatore francese presso la Santa Sede (1944-1948), per poi tornare il America quale Professore all’Università di Princeton. Fu a Maritain che Paolo VI consegnò il “messaggio agli intellettuali” a conclusione del Concilio Vaticano II.

[17] Jacques Maritain, Humanisme intégral. Problèmes temporels et spirituels d’une nouvelle chrétienté, Aubier-Montaigne, Paris 1936, ora in Jacques e Raissa Maritain, Oeuvres complètes, Editions Universitaires, Fribourg 1984, vol. VI, pp. 293-642. Il volume derivava da una serie di conferenze tenute nell’agosto 1934 all’università di Santander. Louis Salleron, sulla “Revue Hebdomadaire” del 22 agosto 1936, (poi Humanisme intégral? M. Jacques Maritain, marxiste chrétien, in “L’Ordre Français”, n. 176, dicembre 1973, pp. 11-24), fin dal 1936 denunciava lucidamente come “puramente marxista” la dialettica di Maritain (ibid., p. 21). Tra i numerosi articoli su Maritain di Plinio Corrêa de Oliveira, cfr. Maritain e o ‘dogma’ de sua infalibilidade, in “O Legionário”, n. 190 (28 novembre 1943). Per un’analisi critica del pensiero del filosofo francese, cfr. inoltre Julio Meinvielle, De Lamennais à Maritain, Theoria, Buenos Aires 1967 (1945); Leopoldo Palacios, El mito de la nueva cristianidad, Speiro, Madrid 1952; Rafael Gambra, Maritain y Teilhard de Chardin, Speiro, Madrid 1969; e gli importanti articoli sulla “Civiltà Cattolica” del padre Antonio Messineo s.j.: Evoluzione storica e messaggio cristiano, n. 102 (1951), pp. 253-263; Laicismo politico e dottrina cattolica, n. 103 (1952), pp. 18-28; L’uomo e lo stato, n. 105 (1954), pp. 663-669; Umanesimo integrale, n. 107 (1956), pp. 449-463, tradotti con il titolo O humanismo integral, nei numeri 75 (marzo 1957), 76 (aprile 1957), 77 (maggio 1957) di “Catolicismo”.

[18] J. Maritain, Humanisme intégral, cit., pp. 437-526.

[19] Ivi, p. 442.

[20] Ivi, pp. 495.

[21] Ivi, pp. 552-554.

[22] A. C. Villaça, O pensamento católico no Brasil, cit., p. 14.

[23] Aidan Nichols, Yves Congar, tr. it. Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1991, p. 12. Il domenicano Yves Congar (1904-1995), allievo del padre Marie-Dominique Chenu, fu uno degli esponenti di punta della “Nouvelle Théologie”. Definito “padre e ispiratore del Vaticano II” (Bruno Forte, “Avvenire”, 23 giugno 1996), fu insignito della porpora cardinalizia, nel novembre 1994, da Giovanni Paolo II. Cfr. Marie Dominique Chenu, Le Saulchoir. Una scuola di teologia, tr. it. Marietti, Torino 1982.

[24] Sul modernismo, cfr. Cornelio Fabro c.p.s., voce Modernismo, in EC, vol. VIII (1952), coll. 1187-1196; Ramon García de Haro, Historia teológica del modernismo, Universidad de Navarra, Pamplona 1972 e, tra le opere favorevoli al movimento: Emile Poulat, Histoire, dogme et critique dans la crise moderniste, Casterman, Paris 1962; Bernard M. G. Reardon, Roman Catholic Modernism, Stanford University Press, London 1970; Thomas Leslie Loome, Liberal Catholicism, Reform Catholicism, Modernism. A contribution to a New Orientation on Modernist Research, Matthias Grünewald Verlag, Mainz 1979; Gabriel Daly, o.s.a., Trancendence and Immanence. A study in Catholic Modernism and Integralism, Clarendon Press, Oxford 1980.

[25] Su dom Prosper Guéranger (1805-1875) restauratore della vita monastica in Francia, cfr. dom Paul Delatte o.s.b., Dom Guéranger, Abbé de Solesmes, Plon-Nourrit, Paris 1909, 2 voll. (2a. ed.) e recentemente Cuthbert Johnson o.s.b., Prosper Guéranger (1805-1875): a liturgical theologian, Pontificio Ateneo S. Anselmo, Roma 1984. Cfr. anche F. Furquim de Almeida, D. Guéranger, um douto na Lei Divina, in “Catolicismo”, n. 66 (giugno 1956) e le voci di B. Heurtebize, in DTC, vol. VI (1920), coll. 1894-1898 e di Jacques Hourlier, in DSp, vol. VI (1967), coll. 1097-1106

[26] Sul « movimento liturgico », cfr. Olivier Rousseau, Storia del movimento liturgico, tr. it. Ed. Paoline, Roma 1961; Didier Bonneterre, Le Mouvement liturgique, Editions Fideliter, Escurolles 1980; B. Neunheuser, Movimento liturgico, in Nuovo Dizionario di liturgia, a cura di D. Sartore - A.M. Triacca, Edizioni Paoline, Roma 1984; Aa. Vv., Liturgia: temi e autori. Saggi di studio sul movimento liturgico, a cura di Franco Brovelli, Edizioni Liturgiche, Roma 1990. Volumi come Das christliche Kultmysterium (1932) di dom Odo Casel; Vom Geist der Liturgie (1918), Liturgische Bildung (1923), Die Sinne und die religiöse Erkenntis (1950) di Romano Guardini; Liturgie und Personlichkeit (1933) di Dietrich von Hildebrand costituirono i capisaldi del movimento.

[27] Nel congresso delle associazioni cattoliche inaugurato a Malines nel 1909 dal cardinale Mercier, dom Lambert Beauduin (1873-1960), benedettino di Mont César, aveva sostenuto, per primo, una nuova visione orizzontalistica e “comunitaria” della liturgia (B. Fischer, Das ‘Mechelner Ereignis’ vom 23. 9. 1909, in “Liturgisches Jahrbuch”, 9 (1959), pp. 203-219). Egli fu anche uno dei principali pionieri del “movimento ecumenico”.

[28] Nell’abbazia di Maria Laach, si ritrovarono uniti l’abate J. Herwegen e i suoi monaci K. Mohlberg e O. Casel, con il giovane sacerdote italo-tedesco R. Guardini e i professori J. Dölger e A. Baumstark. Per loro impulso, nel 1918, ebbero inizio le tre collane: ‘Ecclesia Orans’, ‘Liturgiegeschichtliche Quellen’, ‘Liturgiegeschichtliche Forschungen’.

[29] Erwin Iserloh, Il Movimento liturgico in HKG, tr. it. vol. X/1 (Milano 1980), p. 237.

[30] Tale principio, condannato nel Concilio di Trento (sessione 23, cap. 4, in Denz.-H, n. 1767) fu nuovamente proscritto da Pio XII (Enciclica Mediator Dei, in AAS, vol. 39, p. 556).

[31] José Ariovaldo da Silva o.f.m., O Movimento litúrgico no Brasil, Editora Vozes, Petrópolis 1983. Cfr. anche mons. Clemente Isnard o.s.b., Reminiscências para a História do Movimento Litúrgico no Brasil, appendice in B. Botte o.s.b., O Movimento Litúrgico. Testemunho e recordações, Edições Paulinas, São Paulo 1978, pp. 208-209.

[32] Dom Martin Michler (1901-1969), fu benedettino a Neusheim, a Maria Laach e a S. Anselmo in Roma, subendo l’influenza, dopo Romano Guardini, di dom Beauduin e di Odo Casel. Cfr. C. Isnard o.s.b., O papel de Dom Martinho Michler no Movimento Católico Brasileiro, in “A Ordem”, n. 36 (dicembre 1946), pp. 535-545.

[33] Alceu Amoroso Lima, che confermò di dover molto all’influenza di Michler (A. Amoroso Lima, Memórias improvisadas, Ed. Vozes, Petrópolis 1973, p. 205), vi vide “una gran luce per tutti” (id., Hitler e Guardini, in “A Ordem”, n. 36 (dicembre 1946), p. 550). A questa influenza non si sottrasse un altro intellettuale cattolico brasiliano, Gustavo Corção, che nella sua opera autobiografica A Discoberta do Outro (1944), secondo il padre da Silva “lascia trasparire la nitida influenza delle idee vitalistiche di dom Martinho Michler” (J. A. da Silva o.f.m., O Movimento litúrgico no Brasil, cit., p. 48; cfr. anche A. C. Villaça, O pensamento católico no Brasil, cit., pp. 144-145).

[34] J. A. da Silva o.f.m., O Movimento litúrgico no Brasil, cit., pp. 41-42; C. Isnard o.s.b., O papel, cit., pp. 535-539, che ricorda: “nella sala principale, egli preparò un altare per la celebrazione della messa. Ma, con nostra grande sorpresa, invece di accostare la tavola alla parete, la collocò al centro della sala e dispose un semicircolo di sedie, dicendo che stava per celebrare di fronte a noi. Fu la prima messa celebrata in Brasile di fronte al popolo!” (Reminiscências, cit., p. 218). “Dom Martinho fece tutto ciò con naturalezza, ma in quel momento egli compiva in noi una rivoluzione, rompeva un tabù, obbligandoci a seguirlo negli altri passi che ci avrebbe fatto fare” (ivi).

[35] J. Ariovaldo da Silva, o.f.m., O Movimento litúrgico no Brasil, cit., p. 43.

[36] Cfr. “A Ordem” XVI (gennaio 1936) pp. 5-11.

[37] M. Kornis, D. Flaksman, Ação católica Brasileira (ACB), in DHBB, vol. I, p. 11.

[38] Alceu Amoroso Lima, conosciuto sotto lo pseudonimo letterario di Tristão de Athayde, nacque a Rio de Janeiro l’ 11 dicembre 1893 e morì a Petrópolis il 14 agosto 1983. Nella sua formazione intellettuale svolsero un ruolo profondo l’evoluzionismo di Silvio Romero, l’idealismo di Benedetto Croce e il vitalismo di Henri Bergson, di cui nel 1913 seguì le lezioni a Parigi. Attorno agli anni ‘20, si convertì al cattolicesimo sotto l’influenza del leader cattolico Jackson de Figuereido e alla morte di quest’ultimo gli successe come direttore del Centro Dom Vital e della rivista “A Ordem”, dando inizio a una nuova fase della sua vita, che lo vide stretto collaboratore del cardinale Leme, segretario generale della Liga Eleitoral Católica (1932), primo presidente della Ação Católica Brasileira (1935-1945). Sotto l’influenza di Maritain, però, iniziò una revisione dei suoi principi filosofici e politici che lo portò a ritornare alle concezioni liberali anteriori alla conversione. In questa prospettiva ideologica promosse l’organizzazione del Partido Democrata Cristão (PDC) di cui redasse il manifesto, partecipando nel 1949 al cosiddetto “Movimento di Montevideo”, che aveva l’obiettivo di organizzare la Democrazia Cristiana in tutta l’America Latina. Salutò con entusiasmo il Concilio Vaticano II, recependo l’influenza delle nuove tendenze del progressismo cattolico. Per un’analisi del confuso e contraddittorio itinerario intellettuale di Amoroso Lima cfr. Cunha Alvarenga (José de Azeredo Santos), História das variações do sr. Tristão de Athayde, in “Catolicismo”, n. 43 (luglio 1954).

[39] Requisiti necessari definiti dagli Statuti per i militanti di A.C. erano “vita esemplare”, osservare la “pratica dei sacramenti” e aderire ai “programmi dell’Azione Cattolica Brasiliana e della rispettiva organizzazione”.

[40] P. A. Maia s.j., História das congregações marianas, cit., p. 61.

[41] Ivi, p. 93.

[42] In questo periodo, come Plinio Corrêa de Oliveira a San Paolo, “Athayde è considerato il grande leader del pensiero cattolico brasiliano, il coordinatore delle forze spirituali della Nazione. E’ acclamato come l’uomo la cui calma, prudente e fruttuosa attività ha ottenuto la splendida vittoria per le richieste cattoliche della LEC alla Assemblea Costituente Nazionale” (S. Maria Ancilla O’Neill, m.a., Tristão de Athayde and the catholic social movement in Brazil, The Catholic University of America Press, Washington 1939, p. 118). La conoscenza personale di Plinio con Alceu Amoroso Lima risale al 1930, come lo stesso Amoroso Lima ricordò sul “Legionário” (cfr. Tristão de Athayde, Bello exemplo, in “O Legionário”, n. 97 (8 maggio 1932)).

[43] Cfr. José Perdomo Garcia, El Maritenismo en Hispanoamérica, in “Estudios Americanos” (Siviglia), n. 11 (1951), pp. 567-592. A. Amoroso Lima, Maritain et l’Amérique Latine, “Revue Thomiste”, vol. 48 (1948), pp. 12-17; Eduardo Serafin de Oliveira, A influência de Maritain no Pensamento de Alceu Amoroso Lima, in “A Ordem”, n. 78 (1983). “E’ soprattutto attraverso Amoroso Lima - osserva Villaça - che Maritain va esercitando, nel rinnovamento culturale del cattolicesimo brasiliano, un’influenza profonda e decisiva” (O pensamento católico no Brasil, cit., p. 15).

[44] Marieta de Morais Ferreira, Leda Soares, Lima, Alceu Amoroso, in DHBB, vol. III, p. 1831.

[45] A. C. Villaça, O pensamento católico no Brasil, cit., p. 10.

[46] Amoroso Lima tentò poi di presentare il fondatore del Centro Dom Vital, Jackson de Figuereido, a cui egli era succeduto, come un inconsapevole “rivoluzionario”. “Per le nuove generazioni, se definissimo Jackson come rivoluzionario, saremmo più vicini alla verità che dandogli l’appellativo di reazionario, del quale egli tanto andava fiero” (Tristão de Athayde, Foi a 25 anos, in “Diário de Belo Horizonte”, 29 novembre-1 dicembre 1953). In realtà, Jackson, come osserva José de Azeredo Santos su “Catolicismo”, rappresentava “un peso scomodo per coloro che avevano abbandonato la sua bamdiera lungo la strada e che barattavano dom Vital e Veuillot con l’infausto dom La Cerda e con Maritain” (Cunha Alvarenga (José de Azeredo Santos), Jackson, um fardo incômodo, in “Catolicismo”, n. 37 (gennaio 1954), p. 4). Antonio Carlo Villaça che definisce Amoroso Lima “un liberale viscerale” osserva che “se Jackson segnò profondamente l’animo di Alceu, non gli mutò la tendenza liberale, che rimase intatta” (O pensamento católico no Brasil, cit., p. 13).

[471] J. A. da Silva o.f.m., O Movimento litúrgico no Brasil, p. 28.

[48] P. Corrêa de Oliveira, O Concilio, in “O Legionário”, n. 355 (2 luglio 1939); J. A. da Silva o.f.m., O Movimento litúrgico no Brasil, cit., p. 28.

[49]E’ con cuore di Vescovo e con tutta l’anima - affermava l’arcivescovo - che vengo oggi a darvi la mia benedizione, non solo per l’inaugurazione dei macchinari del nostro giornale, ma soprattutto per il vostro zelo e il vostro spirito di fede” (cfr. “O Legionário”, n. 295 (8 maggio 1938)).

[50] Cit. in “O Legionário”, n. 296 (15 maggio 1938). Un’altrettanto significativa benedizione speciale di Pio XII al “Legionário”, fu trasmessa l’anno successivo al dott. Plinio dal card. Leme che si trovava a Roma per l’incoronazione del nuovo Pontefice. Questo il testo della lettera, in data 5 aprile 1939: “Mio caro dottor Plinio. La ringrazio di tutto cuore per il gentile telegramma che mi ha inviato a Bahia. Le trasmetto con soddisfazione la speciale benedizione concessa dal Santo Padre al nostro intrepido ‘Legionário’ e al suo benemerito direttore, vero uomo di stampa cattolica, e ai redattori, benefattori e lettori” (cit. in “O Legionário”, n. 346 (30 aprile 1939)).

[51] Il padre Reginald Garrigou-Lagrange nacque ad Auch, presso Tarbes, nel 1877 e morì a Roma nel 1964. Allievo dei domenicani Cormier, Gardeil e Arintero, fu uno dei maggiori teologi del secolo XX. Cfr. la vastissima bibliografia in “Angelicum”, n. 42 (1965), pp. 200-272. Cfr. anche Innocenzo Colosio o.p., Il P. Maestro Reginald Garrigou-Lagrange. Ricordi personali di un discepolo, in “Rivista di Ascetica e Mistica”, n. 9 (1964), pp. 226-240; Benoît Lavaud, Garrigou-Lagrange, in DSp, vol. VI (1967), coll. 128-134.

[52] Cfr. “O Legionário”, n. 309 (14 agosto 1938) e n. 310 (21 agosto 1938).

[53] Cit. in “O Legionário”, n. 313 (11 settembre 1938).

[54] Dom José Gaspar de Afonseca e Silva, secondo arcivescovo di San Paolo, nacque a Araxá, nello stato di Minas, il 6 gennaio 1901. Venne ordinato sacerdote il 12 agosto 1923 da dom Duarte Leopoldo e Silva. Dopo aver studiato a Roma all’Università Gregoriana fu consacrato vescovo e il 28 aprile 1935 ricevette la carica di ausiliare dell’arcivescovo di San Paolo. Alla morte di dom Duarte nell’agosto del 1939, dom José Gaspar gli successe quale arcivescovo di San Paolo. Morì in un incidente aereo il 27 agosto 1943. Cfr. In memoriam de José Gaspar de Afonseca e Silva, Editora Ave Maria, São Paulo 1944; P. Corrêa de Oliveira, Probreza edificante, in “O Legionário), n. 578 (5 settembre 1943).

[55]Il nostro programma si riassume in un motto che accettiamo con entusiasmo, poiché ci viene dettato dalla natura stessa delle cose, stabilita dalla Provvidenza. E’ il distico che troviamo nello stemma dell’Ecc.mo e Rev.mo Sig. Arcivescovo metropolita: ‘Che tutti siano uno’ (...) l’unione dei cattolici non è tranquilla giustapposizione di elementi eterogenei. E’ coordinamento pacifico di persone unite da comunione di idee, da comunione di vita, da identità di azione. Quali idee, vita, azione? Le idee sono quelle della Chiesa; la vita, quella soprannaturale della grazia; l’azione, l'azione cattolica” (P. Corrêa de Oliveira, “Ut omnes unum sint”, in “O Legionário”, n. 392 (17 marzo 1940)).

[56] P. Corrêa de Oliveira, Burocracia, in “O Legionário”, n. 310 (21 agosto 1938); id., Sociologite, in “O Legionário”, n. 311 (28 agosto 1938). I titoli di questi articoli dicono già molto!

[57] P. Corrêa de Oliveira, Saudação às autoridades civis e militares, in “O Legionário”, n. 525 (7 settembre 1942).

[58]ornò in Brasile, dove occupò le cariche di Rettore del Colégio Anchieta in Nova Friburgo (nel 1934-1935 e nuovamente nel 1940-1945), del Colégio Antonio Vieira in Salvador (Bahia) di cui fu provinciale (1953-1957) e del Colégio Santo Inácio di Rio de Janeiro (1963-1964). Morì nel 1986.

[59] Mons. de Castro Mayer ricorda, ad esempio che l’opera di Plinio Corrêa de Oliveira fu letta dall’allora Priore del Monastero di San Benedetto, dom Paulo Pedrosa, e dal citato padre Cesare Dainese, direttore della Confederazione Nazionale delle Congregazioni Mariane (dom Antonio de Castro Mayer Bispo de Campos, Vinte anos depois..., in “Catolicismo”, n. 150 (luglio 1963)).

[60] Cfr. P. Corrêa de Oliveira, Em defesa de Ação Catolica, Ave Maria, San Paolo 1943.

[61] Ivi, p. 14.

[62] P. Corrêa de Oliveira, Rumos de Ação Católica sob o Pontificado de Pio XII, in “O Legionário”, n. 510 (21 giugno 1942).

[63] P. Corrêa de Oliveira, Em defesa de Ação Catolica, cit., pp. 41-42.

[64] Ivi, p. 49.

[65] Ivi, p. 52.

[66] Ivi, p. 63-64.

[67] Ivi, p. 64.

[68] Ivi, p. 94.

[69]Queste devozioni - osserva il card. Palazzini - offrono dei preziosi vantaggi (indulgenze, ecc.) e grazie particolari di ordine spirituale e anche materiale. Tutte producono effetti morali e sociali del più alto interesse. E’ nella pratica di queste devozioni, così scioccamente disprezzate o neglette dagli spiriti miopi o ciechi, che piccoli e grandi, bambini e adulti, dotti e ignoranti, hanno appreso e apprendono ad elevare la loro anima al di sopra delle volgarità o delle turpitudini di questo mondo” (Pietro Palazzini, voce Devozione, in EC, vol. IV (1950), col. 1514).

[70] P. Corrêa de Oliveira, Em defesa de Ação Catolica, cit., p. 97.

[71] Leone XIII, Enc. Auspicato concessum del 17 settembre 1882.

[72] Cit. in P. Corrêa de Oliveira, Em defesa de Ação Catolica, cit., pp. 102-193..

[73] Ivi, pp. 184-185.

[74] Ivi, p. 238.

[75] Ivi, p. 230.

[76] Ivi, p. 196.

[77] Ivi, p. 213.

[78] Ivi, p. 337.

[79] Dom Geraldo de Proença Sigaud, A Encíclica ‘Mediator Dei’ e um pouco de história da Igreja no Brasil, in “O Legionário”, n. 803 (28 dicembre 1947).

[80] Dom G. de Proença Sigaud, Um livro que foi uma graça para o Brasil, in “Catolicismo”, n. 150 (giugno 1963).

[81] P. Corrêa de Oliveira, Kamikaze, in “Folha de S. Paulo”, 15 febbraio 1969.

[82] C. Isnard, Reminescências, cit., p. 221.

[83] Carlos Carmelo de Vasconcellos Motta nacque il 16 luglio 1890 nella città di Bom Jesus de Amparo (Minas Gerais). Ordinato sacerdote il 29 giugno 1918, fu consacrato vescovo di Diamantina il 30 ottobre 1932. Il 19 dicembre 1935 fu elevato all’arcidiocesi di São Luiz de Maranhão, che resse fino al 18 agosto del 1944, quando fu chiamato a sostituire Dom José Gaspar de Afonseca e Silva, come arcivescovo di San Paolo. Governò la diocesi fino al 1964 quando fu trasferito a Aparecida subito dopo la Rivoluzione del 31 marzo. Nel febbraio del 1946 fu elevato alla porpora cardinalizia da Pio XII con il titolo di San Pancrazio. Morì in Aparecida do Norte il 18 settembre 1982.

[84] L’informatore del nuovo arcivescovo fu, a quanto sembra, il benedettino dom Paulo Marcondes Pedrosa che già abbiamo incontrato come fondatore della Congregazione Mariana di Santa Cecilia e del “Legionário” (C. Isnard o.s.b., Reminescências, cit., p. 223).

[85]Si faccia un armistizio totale e assoluto nel campo dei contendenti! Quest’orientamento vogliamo darlo non a carattere definitivo, ma solo per emergenza, poiché tali gravi questioni non sono state giudicate dalla commissione episcopale dell’Azione Cattolica” (cfr. “Revista Eclesiástica Brasileira”, n. 4 (dicembre 1944), p. 978). Cfr. anche Armistício, in “O Legionário”, n. 641 (19 novembre 1944)

[86] P. Corrêa de Oliveira, Padre Sigaud, in “O Legionário”, n. 711 (24 marzo 1946).

[87] “O Legionário”, n. 804 (29 febbraio 1948).

[88] Mons. Helder Câmara aveva attivamente partecipato alla Ação Integralista Brasileira, il movimento di ispirazione fascista di Plinio Salgado, entrando a far parte nel 1937 del consiglio supremo della AIB, composto da 12 membri. Quando nel 1946, l’arcivescovo di Rio Jaime de Barros Camâra volle farlo suo vescovo ausiliare, trovò difficoltà dalla Santa Sede, per la precedente attività politica negli “integralisti”. Il Papa negò la nomina, che arrivò solo sei anni dopo. In quell’arco di tempo dom Helder maturò il suo passaggio dall’integralismo al progressismo.

[89] P. Corrêa de Oliveira, A Igreja ante a escalada da ameaça comunista. Apelo aos Bispos Silenciosos, Editora Vera Cruz, São Paulo 1976, pp. 48-49.

[90] Gli otto compagni del dott. Plinio erano: José de Azeredo Santos, Paulo Barros de Ulhôa Cintra, José Fernando de Camargo, José Carlos Castilho de Andrade, Fernando Furquim de Almeida, José Gonzaga de Arruda, Adolpho Lindenberg, José Benedicto Pacheco Salles.

[91] P. Corrêa de Oliveira, Pio XII, in “O Legionário”, n. 553 (19 marzo 1943).

[92]La morte falciò tre lottatori in queste fila già così scarse. Il primo fu il delicato, intrepido, nobile figlio di Maria, il nostro indimenticabile José Gustavo de Souza Queiroz. Ricordo anche con rispetto e nostalgia la personalità ardente, ma allo stesso tempo taciturna e soave, di una militante della JOC (Gioventù Operaia Cattolica), Angelica Ruiz, e il volto battagliero e così distinto di quel capofamiglia modello, di quell’esimio chirurgo ammirato da tutta Santos, di quell’illustre docente universitario, di quel padre dei poveri che fu Antonio Ablas jr” (P. Corrêa de Oliveira, Nasce a TFP, in “Folha de S. Paulo”, 22 febbraio 1969). Su José Gustavo de Souza Queiroz, cfr. id., “Bemaventurados os puros, porque verão a Deus”, in “O Legionário”, n. 710 (17 marzo 1946).

[93] Il 6 febbraio 1944, Plinio Corrêa de Oliveira pubblicò e commentò su “O Legionário” il testo integrale della Lettera inviata da Maritain al giornale brasiliano “O Diario”, per rispondere alle critiche del padre Arlindo Vieira, apparse il 31 ottobre 1943 sullo stesso “Legionário” (cfr. Os “direitos humanos” e O Legionário, in “O Legionário” nn. 600 e 601, del 6 e 13 febbraio 1944). Cfr. anche id., Desfazendo explorações maritainistas, in “Catolicismo”, n. 42 (giugno 1954), pp. 5-6; id., A Comunidade dos Estados Segundo as normas de Pio XII, in “Catolicismo”, n. 43 (luglio 1954), pp. 5-6; id., Tolerar o mal em vista de um bem superior e mais vasto, in “Catolicismo”, n. 44 (agosto 1954), p. 3.

[94] A Rio de Janeiro “la principale personalità contro Maritain fu il colto e intrepido gesuita Arlindo Vieira” (P. Corrêa de Oliveira, A Igreja ante a escalada da ameaça comunista, cit., p. 45). Il padre Arlindo Vieira nacque a Capão Bonito, nello Stato di San Paolo il 19 luglio 1897. Entrato nella Compagnia di Gesù completò i suoi studi in Europa, a Roma e a Paray-le-Monial, prima di tornare in Brasile dove si dedicò all’insegnamento e poi alle missioni popolari viaggiando nei luoghi più poveri e abbandonati del Brasile. Celebrò la sua ultima Messa in Diego Vasconcelos, nel giorno del patrono della città, il 4 agosto 1963. Dopo aver distribuito la comunione, si afflosciò sull’altare, dove spirò lasciando una grande emozione nei presenti e una fama di santità che continua a circondarne la memoria. “Le sue settimane eucaristiche diventavano una rinascita spirituale delle parrocchie. I vicarii si disputavano la sua presenza. Non pochi vescovi dell’interno di Minas Gerais, di San Paolo e dello Stato di Rio de Janeiro ricorrevano ai suoi servizi. Sapeva conquistare il cuore del popolo con la sua bontà. La sua eloquenza soggiogava. Sembrava che la sua parola contenesse un vero messaggio soprannaturale” (P. A. Maia s.j., Crônica dos Jesuitas do Brasil centre-leste, Edições Loyola, São Paulo, p. 212). Sul padre Vieira cfr. Francisco Leme Lopes s.j., A mensagem espiritual do P. Arlindo Vieira s.j. (1897-1963), in “Verbum”, n. 27 (1970), pp. 3-102; id., O P. Arlindo Vieira s.j., constante evocação, in “Verbum”, n. 27 (1970), pp. 403-419.

[95] Nel settembre 1950, la rivista “Vozes” di Petropolis pubblicò un articolo di José Azeredo Santos, O rolo compressor totalitario e a responsabilidade dos católicos, in cui si criticavano le dottrine di Maritain difese da Tristão de Athayde. Nel suo numero di dicembre la “Revista Eclesiastica Brasileira” riportò l’articolo, spiegando in nota che si trattava di questioni importanti e opportune, esaminate con acutezza e buon senso. Ma nel mese di marzo fu costretta a pubblicare una nota del cardinale Vasconcellos Motta che non nascondeva la sua riprovazione per l’articolo di Azeredo Santos.

[96] Il padre Walter Mariaux, nato a Ülzen in Germania il 21 dicembre 1894, entrò nel 1913 nella Compagnia di Gesù e nel 1926 divenne sacerdote, iniziando a svolgere il suo apostolato presso le Congregazioni Mariane a Colonia (1929) e a Münster (1933). All’inizio del 1935, si trasferì a Roma, presso il Segretariato Centrale delle Congregazioni Mariane. La sua lotta aperta al nazionalsocialismo ne rese impossibile il ritorno in Germania. Così nel 1940, padre Mariaux venne destinato a sviluppare l’apostolato mariano in Brasile, dove in quello stesso anno conobbe e si legò al gruppo del “Legionário”. Tornò in Germania nel 1949, ad Hannover e poi a Monaco, dove a partire del 1953 diresse il Paulus-Kreis, la celebre congregazione Maior Latina e il segretariato nazionale delle Congregazioni Mariane. La rivista “Die Sendung” fu l’espressione del suo apostolato laicale. Morì a Monaco di Baviera il 30 aprile 1963. Padre Mariaux pubblicò con lo pseudonimo di Testis Fidelis, El Cristianismo en el Tercer Reich, La Verdad, Buenos Aires 1941, documentata e implacabile analisi dell’anticristianesimo nazionalsocialista. Sul padre Mariaux cfr. Walter Fincke, P. Dr. Walter Mariaux s.j., in “Sendung”, n. 16 (1963), pp. 97-108; Max von Gumppenberg s.j., Walter Mariaux s.j. Ein Leben im Dienste der Kongregation, in “Korrispondenz”, n. 13 (1963), pp. 177-181; Héja Gyula s.j., Father Walter Mariaux s.j. (1894-1963), in “Acies Ordinata”, nn. 31-32 (1962-1963), pp. 390-395.

[97] P. Corrêa de Oliveira, Em Itaicí, in “O Legionário”, n. 609 (9 aprile 1944).

[98] Il canonico José Luiz Villac entrò in seminario nel 1950 (padrino della sua ordinazione sacerdotale fu il dottor Plinio). Durante dieci anni fu direttore del seminario di Jacarizinho e poi di quello di Campos. Trasferitosi a San Paolo, prestò il suo servizio apostolico alla TFP e poté assistere Plinio Corrêa de Oliveira nei giorni della sua ultima malattia e morte.

[99] Mons. de Proença Sigaud fu consacrato vescovo il 1 maggio 1947 dal Nunzio Pontificio. In quest’occasione Plinio lo collegò a grandi figure dell’episcopato brasiliano quali dom Vital e Dom Duarte, “modeli di intrepida fermezza, di combattività e di santa audacia” (P. Corrêa de Oliveira, Dominus conservet eum, in “O Legionário”, n. 768 (27 aprile 1947)).

[100] Alla sua morte, nel gennaio 1949, mons. de Castro Mayer divenne vescovo di questa importante diocesi dello stato di Rio de Janeiro.

[101] P. Corrêa de Oliveira, Nace a TFP, in “Folha de S. Paulo”, 22 febbraio 1969.

[102] Pio XII, Enciclica Mediator Dei del 20 novembre 1947, in AAS, vol. 39 (1947), pp. 521-595. Cfr. J. Froger, L’encyclique Mediator Dei, in “La Pensée catholique”, n. 7 (1949), pp. 56-76.

[103] Pio XII, Enciclica Mystici Corporis del 29 giugno 1943, in AAS, vol. 35 (1943), pp. 193-248. Cfr. P. Corrêa de Oliveira, “Mystici Corporis Christi”, in “O Legionário”, n. 585 (24 ottobre 1943); Padre José Fernandes Veloso, O ‘liturgismo’ condenado pelo Santo Padre Pio XII, in “O Legionário”, n. 612 (30 aprile 1944); Padre Ascanio Brandão, Falsos profetas, in “O Legionário”, n. 616 (28 maggio 1944).

[104] P. Corrêa de Oliveira, Notas e comentários à Encíclica “Mediator Dei”, in “O Legionário”, n. 803 (28 dicembre 1947). “La pubblicazione dell’Enciclica ‘Mediator Dei’ costituisce quindi, per noi tutti, motivo di santo e vibrante giubilo” (Idem, Fé, união e disciplina, in “O Legionário”, n. 800 (7 dicembre 1947)). Il n. 803 è stato l’ultimo numero del “Legionário” sotto la direzione di Plinio Corrêa de Oliveira; è probabile che la pubblicazione di questi commenti alla Mediator Dei sia stata la goccia che fece traboccare il vaso determinando la destituzione del dottor Plinio e della sua équipe.

[105] Pio XII, Costituzione Apostolica Bis Saeculari del 27 settembre 1948. Cfr. Ludger Brien s.j., La constitution ‘Bis saeculari’, texte et commentaire, Secrétariat National des Congrégations Mariales, Montréal 1961 (4a. ed.). Mons. A. de Castro Mayer, A Constituição Apostolica “Bis Saeculari Die”. Repercussões jurídicas. Esclarecimentos doutrinários, (conferenza pronunciata a Piracicata il 9 dicembre 1948), in Las Congregaciones Marianas. Documentos Pontificios, Zaregoza 1953; cfr. anche Fr. Juan Bautista M. Ferre, o.c., Catolicismo o Capillismo, Emamevica, Madrid 1957; id., La Acción Católica Piedra de escandalo, Emamevica, Madrid 1958; Arturo Alonso Lobo o.p., Que es y que no es la Acción Católica, Impr. de Aldecoa, Madrid 1950; id., Laicología y Acción Católica, Studium, Madrid-Buenos Aires 1955; Fr. Cyrillus B. Papali o.c.d., De apostolatu laicorum, Teresianum, Roma 1962, 2a. ed.

[106] Pio XII, Radiomessaggio al Congresso delle Congregazioni Mariane in Barcellona, del 7 dicembre 1947. “E’ necessario prevenire l’errore che alcuni, mossi da buon zelo, possono fare, di voler uniformare le attività a beneficio delle anime e sottometterle tutte ad una forma comune, con miopia di concezione del tutto aliena alle tradizioni e allo spirito soave della Chiesa, erede della dottrina di san Paolo: ‘C’è varietà di doni, ma è il medesimo spirito’ (1 Cor., 12, 4). E, come negli eserciti della terra, armi e corpi diversi con la loro diversità assicurano l’armoniosa cooperazione comune che porta alla vittoria, nella stessa maniera, vicino ad altre forme di zelo, per importanti e principali che siano, la Chiesa desidera e anima l’esistenza di organizzazioni di apostolato laico, (...) che prosperino e si sviluppino nelle loro forme e metodi, essendo nell’esercito di Cristo una bella mostra della fecondità dell’apostolato cattolico, manifestato in diverse opere e organizzazioni, che lavorano tutte intensamente sotto la guida e la protezione del Capo supremo della Chiesa” (ivi; cfr. IP, vol. IV, Il Laicato, cit., p. 488).

[107] J.-G. Dubuc, Les relations entre hiérarchie et laïcat, cit., p. 56.

[108] Pio XII, Discorso al II Congresso mondiale per l’apostolato dei laici, del 5 ottobre 1957, in DR, vol. XIX, p. 461.

[109] Pio XII, Allocuzione ai dirigenti dell’Azione Cattolica italiana, del 3 maggio 1951, in IP, vol. IV, Il Laicato, cit., p. 879. Cfr. anche Pio XII, allocuzione al Congresso mondiale dell’apostolato dei laici, del 14 ottobre 1951, in IP, vol. IV, Il Laicato, cit., pp. 913 sgg.

[110] Pio XII, Allocuzione ai cardinali ed ai vescovi per la canonizzazione di Pio X, del 31 maggio 1954, in IP, vol. IV, Il Laicato, cit., pp. 972 sgg.

[111] Pio XII, Allocuzione ai cardinali e ai vescovi, del 2 novembre 1954, in IP, vol. IV, Il Laicato, cit., pp. 982 sgg.

[112] Questo il testo della lettera inviata dalla Segreteria di Stato a Plinio Corrêa de Oliveira il 26 febbraio 1949: “Illustre signore, mosso da dedicazione e da pietà filiale, avete offerto al Santo Padre il libro ‘Em defesa de Açao católica’, nel quale dimostrate pieno zelo e assidua diligenza. Sua Santita si congratula con lei per aver spiegato e difeso con acutezza e chiarezza l’Azione Cattolica, della quale possiedete una piena conoscenza e che tenete in grande stima, in tal modo che è chiaro a tutti quanto sia opportuno studiare e promuovere questa forma ausiliare dell’apostolato gerarchico. L’Augusto Pontefice fa voti di cuore affinché questo suo lavoro produca ricchi e maturi frutti e le dia non piccole né poche consolazioni. In pegno di questo augurio, le concede l’Apostolica Benedizione. Intanto, col dovuto rispetto, mi dichiaro suo devotissimo G. B. Montini”.

                Il libro aveva ricevuto inoltre l’approvazione di sei arcivescovi e quindici vescovi brasiliani (cfr. Em defesa da Ação Católica. Aprovações e encomios de autoridades eclesiásticas, São Paulo 1983).

[113] Yves Congar, Per una teologia del laicato, tr. it., Morcelliana, Brescia 1967.

[114] Karl Rahner s.j., tr. fr. L’apostolat des laïcs, in “Nouvelle Revue Théologique”, vol. 78,1 (1956), pp. 3-32.

[115]Ogni volta che qualcuno possiede legittimamente e abitualmente una parte qualsiasi di un potere liturgico o giuridico che sorpassi il diritto fondamentale di ogni battezzato, costui non è più in senso proprio laico, non appartiene più al semplice ‘popolo di Dio’. (...) In questo senso strettamente teologico, una donna può perfettamente appartenere al ‘clero’, anche se l’estensione del potere che ella può ricevere è più limitata di quello dell’uomo” (K. Rahner, op. cit., pp. 5-6).

[116] P. Corrêa de Oliveira, La cruzada del siglo XX, in “Catolicismo”, n. 1 (gennaio 1951), tr. it. La crociata del secolo XX, in “Cristianità”, n. 7 (settembre-ottobre 1974).

[117] Ivi.

[118] Una raccolta completa di Ambientes, Costumes e Civilizaçoes, contenente 185 articoli, è stata pubblicata a San Paolo nel 1982 dalla Artpress Papéis e Artes Graficas.

[119] P. Corrêa de Oliveira, ... E sobre ti está edificada a Igreja, in “Catolicismo”, n. 151 (luglio 1963).

[120] Cfr. J. S. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. II, p. 52.

[121] Un quadro della sua visione politica in Otto de Habsbourg-Lorraine, L’idée impériale. Histoire et avenir d’un ordre supranationale, con una Prefazione di Pierre Chaunu, Presses Universitaires de Nancy, Nancy 1989. All’arciduca Otto, che nel suo volume critica “la vecchia alleanza del trono e dell’altare” (p. 218) e nega l’esistenza di una minaccia islamica per l’Europa (pp. 207-209), sono sostanzialmente estranee le idee di “Cristianità” e di “Rivoluzione”, tipiche della visione contro-rivoluzionaria.

[122] Dom Pedro Henrique di Orléans e Bragança (1908-1981), sposato con la principessa Maria Elisabetta di Baviera ebbe dodici figli. Il primo, dom Luiz, nato il 6 giugno 1938, è l’attuale capo della Casa Imperiale del Brasile e il legittimo erede dinastico dei diritti alla Corona; in ordine di successione seguono il principe imperiale dom Bertrand, nato nel 1941, e il principe dom Antonio, nato nel 1950. Quest’ultimo è sposato con la principessa Cristina de Ligne, dalla quale ha avuto quattro figli, eredi a loro volta del trono brasiliano: dom Pedro Luiz (1983), dom Rafael (1986), dona Amélia (1984) e dona Maria Gabriela (1989) (cfr. A. A. dos Santos, Quém é quém na Família Imperial, in Parlamentarismo sim!, Artpress, São Paulo 1992, p. 259). “Nell’oscuro e minaccioso panorama in cui si trova il Paese - scrive Armando Alexandre dos Santos - (...), dom Luiz non solo rappresenta la nostalgia di un passato remoto e glorioso, al quale gli storici serii sono oggi unanimi nel render giustizia, ma è anche depositario della speranza in giorni migliori che ancora potranno venire” (A Legitimidade monárquica no Brasil, cit., p. 38).

[123] Cfr. mons. Antonio de Castro Mayer, Problemi dell’apostolato moderno, lettera pastorale con un catechismo delle verità opposte agli errori del nostro tempo, tr. it. Edizioni dell’Albero, Torino 1964.

[124] Cfr. Maria Helma Sinsões Paes, A década de 60., Editora Atica, São Paulo 1993, 2a. ed., p. 31. Su Juscelino Kubitschek (1902-1976), presidente dal 1956 al 1961, cfr. la voce di Silvia Pantoja e Dora Flaksman in DHBB, vol. II, pp. 1698-1717. Cfr. anche Juscelino Kubitschek, Meu caminho para Brasilia: cinquanta anos em cinco, Bloch Editores, Rio de Janeiro 1978; Edgar Carone, A quarta República, Difel, São Paulo 1980. Brasilia, la nuova capitale, iniziata nel 1955, fu inaugurata da Kubitschek e dal suo vice João Goulart, il 21 aprile 1960. A loro fianco era Dom Hélder Câmara che la esaltò come il “sogno concretizzato” (J. Kubitschek, Por que costrui Brasília, Bloch Editores, Rio de Janeiro 1975, pp. 284-285).

[125] P. Corrêa de Oliveira, Primeiro marco do ressurgimento contra-revolucionário, in “Catolicismo”, n. 86 (febbraio 1958).

[126] P. Corrêa de Oliveira, O anti-comunismo e o reino de Maria, in “Catolicismo”, n. 62 (febbraio 1956), pp. 1-2; id., Covadonga, monumento de uma epopeía negativista?, in “Catolicismo”, n. 66 (giugno 1956), pp. 1-2.

[127] P. Corrêa de Oliveira, Apparuit benignitas et humanitas salvatoris nostri Dei, in “Catolicismo”, n. 60 (dicembre 1955).

[128] P. Corrêa de Oliveira, A grande experiença de 10 anos de luta, in “O Legionário”, n. 666 (13 maggio 1945), poi in “Catolicismo”, n. 173 (maggio 1965).

[129] P. Corrêa de Oliveira, La crociata del secolo XX, cit.

Categoria: Il crociato del secolo XX: Plinio Corrêa de Oliveira

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