Brasile: storica batosta per la sinistra

Il centro-destra ha stravinto le elezioni amministrative in Brasile per un margine di 9:1. Si tratta della peggiore sconfitta della sinistra. Cosa sta succedendo in questo importante Paese dell’America Latina?

 

(Brasília - DF, 15/05/2021) Presidente Jair Bolsonaro durante Ato do Movimento Brasil Verde e Amarelo na Esplanada dos Ministérios.

Foto: Clauber Cleber Caetano/PR, Flickr, CC BY 2.0

 

di Roberto Bertogna

Domenica 27 ottobre si è tenuto il ballottaggio per le elezioni amministrative in Brasile. I risultati hanno confermato l’esito del primo turno. Il centro-destra ha stravinto con un margine di 9:1. Il Partito dei lavoratori (PT) del presidente Luiz Inácio “Lula” da Silva esce pesantissimamente sconfitto. Infatti, è riuscito a prendersi un solo capoluogo, Fortaleza, una vittoria alquanto sofferta con uno scarto di appena lo 0,38% sul candidato conservatore.

Il centro-destra ha fatto man bassa dei Consigli comunali, eleggendo ben 3.300 consiglieri contro i 382 della sinistra. Il noto opinionista di sinistra Vladimir Safatle ha parlato di “ecatombe”.

Alcuni casi paradigmatici

Il caso di San Paolo è degno di nota. Con i suoi 12 milioni di abitanti il capoluogo paulista è davvero “la locomotiva del Paese”. Luogo di nascita del Partito dei lavoratori, feudo elettorale del presidente Lula, San Paolo era la piazza da conquistare. Infatti, il PT vi ha speso 14 milioni di euro in campagna elettorale, la cifra più alta nella storia del Brasile, più del doppio dei concorrenti messi insieme. Il ballottaggio è stato da manuale: da una parte il conservatore Ricardo Nunes, appoggiato dall’ex presidente Jair Bolsonaro; dall’altra Guilherme Boulos, dichiaratamente comunista, candidato del presidente Lula. Alla fine l’ha spuntata Nunes con il 59,35% dei suffragi, contro il 40,65% di Boulos.

Il consigliere comunale più votato a San Paolo è stato Lucas Pavanato, di soli 26 anni, rappresentante della nuova classe di giovani conservatori che si sta affermando nel Paese e sulla quale torneremo più avanti.

Un altro caso degno di nota è Curitiba, capitale dell’importante Stato di Paraná, ritenuta “la città più europea del Brasile”. Lì il ballottaggio è stato fra Eduardo Pimentel, del centro-destra, e Cristina Graeml, una giornalista conservatrice. Ha vinto Pimentel col 57,3%, contro il 42,6% di Graeml: un risultato comunque eccezionale, visto che era alla sua prima esperienza politica. Un noto commentatore ha detto: “La destra curitibana non si è divisa, è bensì cresciuta e moltiplicata”.

E anche qui c’è stata la gradevole sorpresa dell’elezione del giovane conservatore Guilherme Kilter, di 22 anni, il secondo più votato. 

Forse, però, la sconfitta più scottante è stata quella di Porto Alegre, capoluogo dello Stato di Rio Grande do Sul. Storico feudo della sinistra, questa volta ha vinto il candidato del centro-destra Sebastião Melo, col 61,53%, contro il 38,47% della candidata del PT Maria do Rosário.

Dittatura socialista

Alcuni commentatori di sinistra hanno cercato di minimizzare la batosta, affermando che, dopotutto, si trattava appena di “pane, latte e traffico”, cioè di politica locale spicciola. Un’analisi più attenta, invece, svela un panorama molto più complesso. Per capirlo bisogna andare indietro di qualche decennio.

Di fronte al fallimento della sinistra comunista, nel 1980 nacque a San Paolo il Partito dei Lavoratori (PT), costituto da sindacalisti dell’industria siderurgica e automobilista e, soprattutto, da militanti delle Comunità ecclesiali di base ispirate dalla Teologia della liberazione. Il Partito, che si definisce marxista, nacque con la benedizione dell’allora arcivescovo di San Paolo, il cardinale Paulo Evaristo Arns, e la consulenza di una squadra di teologi della liberazione guidata da Frei Betto (Carlos Alberto Libânio Christo, O.P.). Da allora, la Conferenza episcopale brasiliana (CNBB) è stata una sua strenua promotrice.

Il PT prese il potere nel 2002 e lo mantenne fino al 2016. La radicalità della sua politica – che mirava a emulare la Cuba castrista e la Venezuela chavista – provocò, tuttavia, un’immensa reazione popolare, di segno apertamente anticomunista, che finì col travolgere il Governo di Dilma Rousseff, che dovette quindi rinunciare per evitare l’impeachment nel Congresso.

Facendosi eco della crescente onda anticomunista, nel 2018 vinse le elezioni Jair Bolsonaro. Con l’ascesa di questo nuovo governo, i movimenti di destra apparsi sulla scia delle manifestazioni contro il malgoverno del PT acquisirono forza. Ciò che sembrava impossibile – un ampio movimento di destra conservatrice – iniziava a emergere dalle profondità del Brasile.

Per tutta risposta la sinistra si è rifugiata nella Magistratura, quasi tutta scelta dal PT e guidata dal giudice Alexandre de Moraes. Nel 2022, il Supremo Tribunale Federale (STF) ha scarcerato Lula, condannato in tre successivi gradi di giurisdizione a nove anni di prigione per corruzione. Mostrando il grado di distorsione della Legge a cui si era arrivati, il STF non dichiarò Lula innocente, bensì lo scarcerò con un atto d’ufficio, permettendo così che egli vincesse le elezioni presidenziali, d’altronde fortemente sospette di frode. Luís Roberto Barroso, giudice del STF, dichiarò: “Abbiamo vinto il bolsonarismo!”.

Da allora il cosiddetto “consorzio” – Magistratura, media mainstream e Governo federale –, col silenzio complice della CNBB, hanno unito le forze per perseguitare la destra conservatrice. Migliaia di canali YouTube, canali radiofonici e televisivi, pagine Facebook, account Whatsapp, blog e via dicendo sono stati chiusi per ordine del giudice Moraes. Centinaia di giornalisti e blogger di area conservatrice sono finiti in carcere. Altrettanti sono stati costretti a fuggire all’estero. De Moraes è arrivato all’estremo di chiudere in Brasile diverse piattaforme informatiche, come X e Telegram. Qualche mese fa, una giovane influencer è finita in carcere perché aveva scritto col rossetto sullo specchio di un bar: “La sinistra ha perso!”.

Però, come diceva il Bonaparte: le baionette sono utili per conquistare, ma non per sedervisi sopra. Una tale dittatura non può durare a lungo. E le recenti elezioni lo hanno dimostrato.

La giovane generazione

Le elezioni sono importanti non tanto in sé quanto per ciò che rivelano dell’opinione pubblica. Dal quadro elettorale brasiliano emerge con chiarezza la crescita di una corrente anticomunista, composta soprattutto da giovani. I commentatori coincidono nel dire che il socialismo non attira più i giovani. Si parla di una “sinistra dai capelli grigi”. Mentre, dall’altra parte, sorgono giovani figure di orientamento conservatore. È in atto la sostituzione del vecchio centro-destra, ancorato nella politica, con una nuova generazione di leader conservatori molto più preparati a livello intellettuale. Si parla sempre meno di “politica” e più di “movimento”. Questi giovani non si curano tanto delle sigle politiche quanto di portare avanti un programma di idee.

Bisogna menzionare, al margine, che questo giro a destra in politica è spesso accompagnato, in campo religioso, da simpatie per il tradizionalismo.

Nelle recenti elezioni non tutti questi giovani sono stati eletti. Molti sono arrivati in secondo o terzo posto. Ne escono, comunque, con centinaia di migliaia di voti in tasca, che potranno usare nelle elezioni politiche del 2026. In altre parole, è nata una realtà che potrà portare – così dicono tutti i commentatori – alla vittoria del centro-destra fra due anni. Più importante di conquistare qualche Comune o controllare qualche Consiglio comunale, è preparare l’opinione pubblica per le elezioni politiche.

Il programma ideologico di questa nuova generazione è molto chiaro: difesa della famiglia, della proprietà privata, dei valori morali nella società, rigetto dell’aborto, dell’agenda lgbt e via dicendo. 

Prendiamo l’esempio di Lucas Pavanato, il più votato a San Paolo. Presentandosi come “il candidato anti-woke”, egli ha svolto la sua campagna promettendo di “raddrizzare la città”. Pavanato vorrebbe rafforzare il ruolo del marito nella famiglia, affinché la donna abbia più tempo da dedicare ai figli. “Che la sinistra se ne faccia una ragione – ha dichiaratio – la destra è arrivata e ci rimarrà”.

Il giornalista di sinistra Josias de Souza fa un commento curioso: “Questi ragazzi della generazione Z sono molto pericolosi. Mentre sfoggiano un discorso arcaico, hanno un viso gioviale e utilizzano i mezzi di pubblicità più moderni. In realtà sono dei Neanderthal che iniettano religione nella politica brasiliana. Dall’altra parte, la sinistra non riesce ad afferrare il fenomeno, e utilizza ancora un discorso che puzza di naftalina”.   

A questo punto mi chiedo: dove andrà a finire tutto ciò?

Prendo spunto da uno slogan che è cominciato a circolare lo scorso ottobre, mese dedicato alla Madonna: “La nostra capitale è Aparecida, e non Brasilia”. Il riferimento è al Santuario della Madonna Aparecida, Patrona del Brasile. Se questi giovani emergenti, e con essi l’opinione pubblica che li segue, sapranno affidarsi alla Madre di Dio, dispensatrice di tutte le grazie, ogni impresa sarà possibile.

Se i capi di questa reazione capiranno che non sono solo leader politici bensì il punto di convergenza di un movimento che ha la vocazione di diventare una vera e propria Contro-Rivoluzione, specie se accetterà di accogliere la Grazia divina, allora il Brasile potrà sperare. Se, invece, il movimento si arenerà nelle paludi della micro-politica, allora qualcun’altro prenderà lo scettro e porterà avanti la reazione.

Spetta a noi cattolici rivolgerci alla Madonna Aparecida affinché preservi questo Paese – chiamato originariamente Terra della Santa Croce – dalle grinfie del comunismo.

 

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