2011

Condividi questo articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to Twitter

Fukushima: fra scienza e propaganda

 

“Cento volte peggio di Cernobyl”; “Rischio di inverno nucleare”; “Nuvola radioattiva sull’Europa”; “Radiazione oltre la soglia mortale”... Ecco alcuni titoli di giornali di queste ultime settimane.

Dopo il cataclisma, a dir poco apocalittico, che ha colpito il Giappone lo scorso marzo, lasciando sul campo più di ventimila morti, un numero incalcolabile di sfollati e danni per svariati miliardi di dollari, i mezzi di comunicazione hanno seguito, quasi in tempo reale, la crisi creatasi nel complesso nucleare di Fukushima, seriamente danneggiato dall’evento sismico. Successive esplosioni all’interno dei reattori hanno surriscaldato il sistema, provocando fughe di vapore radioattivo e costringendo il governo nipponico a evacuare per precauzione le popolazioni vicine.

Nel clima fortemente emotivo generato da questa propaganda, mentre gli ambientalisti di ogni sfumatura cavalcavano l'onda della propaganda, diversi governi sono stati costretti a rivedere le rispettive politiche nucleari. Mentre in Germania (che dipende al 27% da questa fonte di energia) il cancelliere Angela Merkel compiva un clamoroso dietro front, che le è costato una cocente sconfitta elettorale nel Baden-Württemberg, in Italia il presidente Berlusconi, incalzato dall’opposizione, abrogava le norme per la realizzazione di nuovi impianti.

Senza voler in alcun modo negare o diminuire la gravità dell’incidente, né il rischio delle sue eventuali conseguenze, è lecito però domandarsi dove finisce il fatto scientifico e dove comincia invece la propaganda.

Un abbozzo di risposta lo ha dato il prof. Wade Allison, Senior College Lecturer in Physics dell’università di Oxford, nel Regno Unito.

“Più di ventimila persone sono morte per lo tsunami e i superstiti soffrono fame e freddo, ma i mezzi di comunicazione si concentrano sulla radiazione nucleare, per la quale nessuno è morto ed è altamente improbabile che venga a morire”, dichiara il noto specialista in temi di energia nucleare.

Anche il paragone con Cernobyl non regge. Secondo il Rapporto definitivo delle Nazioni Unite, pubblicato lo scorso febbraio, il numero totale delle vittime in Ucraina fu di 28 operai e 15 bambini, per questi ultimi dovuto a tumori nella tiroide, facilmente evitabili con l’ingestione di iodo, cosa che stanno facendo, in modo preventivo, in Giappone. Il Rapporto ONU accenna anche a un massimo di 4.000 presunte vittime di tumori (che non sarà possibile associare al disastro) nell’arco di 80 anni. Siamo comunque lontanissimo dai 6 milioni — sì, 6 milioni! — sventolati da Greenpeace. E lontanissimo anche dai 60mila denunciati dal Gruppo dei Verdi nel Parlamento Europeo.

In Giappone, invece, nessun informe fa menzione di vittime per la radiazione, né attuali né presunte.

Segnalando come i reattori oggi in uso negli Stati Uniti e in Europa siano molto più moderni — e quindi molto più sicuri — di quello di Fukushima, che era ormai in fase di disattivazione proprio perché obsoleto, il prof. Wade ridimensiona la portata delle misurazioni di radiazione: “Il livello più alto misurato in una prefettura giapponese è stato di 12kBq per metro quadrato (per l’isotopo cesio-137). La mappa divulgata dalle Nazioni Uniti sul disastro di Cernobyl mostrava invece picchi di 3.700kBq” (1).

In altre parole, il rischio radioattivo in Giappone è pari allo 0,3% rispetto a quello di Cernobyl.

Un altro radioisotopo importante è lo iodo-131, che può produrre tumori alla tiroide. Ma questo radioisotopo viene prodotto soltanto mentre il reattore è attivo, e si deteriora rapidamente quando viene spento. La sua vita è di appena otto giorni. I reattori di Fukushima non contengono iodo.

“La gente ha paura delle radiazioni, perché non le può  né sentire né vedere — commenta il fisico nucleare britannico — Tuttavia, la natura sa come trattarle. In questi ultimi anni si è scoperto che le cellule viventi sostituiscono e riparano se stesse in vari modi se vengono danneggiate dalle radiazioni ionizzanti”.

“I pazienti di tumori fanno un ciclo di radioterapia nel quale di solito ricevono una dose di 20.000 mSv (2) anche sui tessuti sani e vitali vicini al tumore trattato — prosegue Allison, che è anche medico — Questo è 20mila volte superiore ai limiti ritenuti normali. Questi tessuti sani sopravvivono perché il trattamento si sviluppa lentamente, su molti giorni, dando il tempo alle cellule di svolgere le operazioni di riparazione e sostituzione”.

Lo studioso inglese ritiene che le misure preventive messe in campo dal governo giapponese, anche se lodevoli nelle intenzioni, siano esagerate e contribuiscano a creare un clima di eccessiva preoccupazione. E cita un rapporto del governo svedese pubblicato nel 2002, nel quale si ammette che la reazione dopo il disastro di Cernobyl fu esagerata e causò gravi danni all’economia.

Un esempio è stato il divieto ai bambini di Tokio di bere acqua dal rubinetto, giacché in alcuni campioni erano stati riscontrati fino a 200Bq di radiazione per litro. Ora, commenta Allison, il corpo umano possiede già una radioattività naturale di 50Bq per litro. Una temporanea esposizione a 200Bq non causerebbe danni percettibili. Anche perché le cellule umane hanno meccanismi di autodifesa assai sofisticati.

Il prof. Wade, che è autore del libro «Radiation and Reason» (Oxford University Press, 2009), suggerisce che, in questi casi, i politici e i giornalisti vengano affiancati da scienziati, così da evitare estrapolazioni propagandistiche.

1. Un Becquerel (Bq) è una misura della radioattività. Una quantità di materiale radioattivo ha una attività di 1Bq se c’è un decadimento di un  nucleo al secondo, 1kBq = 1.000 nuclei che decadono in un secondo.

2. Un sievert (Sv) è la misura della radiazione assorbita da una persona.

Categoria: Giugno 2011

Iscriviti alla Newsletter

captcha 
Inoltre se desiderate essere invitati alle riunioni pubbliche in una delle città sopra elencate, Vi preghiamo di selezionare la casella corrispondente.
FacebookTwitter