2012

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Cardinale Mindszenty: un ricordo personale

 

   Ho conosciuto il cardinale Mindszenty nel 1975, poche settimane prima della sua brusca scomparsa. Ero a Bogotá, in Colombia, come volontario della TFP, e Sua Eminenza era venuto per visitare la piccola ma dinamica colonia ungherese, “i miei sudditi”, come egli li chiamava, in riferimento al fatto che, secondo la vecchia tradizione del Regno, in caso di trono vacante, l’arcivescovo di Esztergom Primate d’Ungheria diventava ipso facto il Reggente. E, infatti, nei vari incontri intimi con la sua gente, ai quali ebbi l’onore di essere invitato, gli si tributavano onori ispirati all’antico protocollo di Corte.

   Accolto in modo ufficiale nella zona VIP dell’aeroporto El Dorado dall’arcivescovo di Bogotá e dalle autorità civili, in mezzo ai flash dei giornalisti, il prelato ungherese ebbe uno dei quei gesti di audacia che lo contraddistinguevano: si svincolò con forza dalle guardie del corpo, piantò  letteralmente in asso le autorità e corse fino a un ampio balcone per esortare la folla che lo acclamava nella grande lobby sottostante. “Sono venuto qui per voi — disse in ungherese — Sono venuto per portarvi coraggio perché voi avete saputo resistere. L’Ungheria vive! Non lo dimenticate mai!”. Poi, sporgendosi dalla balaustra, si rivolse al gruppo (50 membri) della TFP colombiana che, con tanto di cappe vermiglie e stendardi, lo acclamavano. Ci impartì una solenne benedizione.

   Nei giorni successivi, Sua Eminenza alloggiò nel Collegio Ungherese, dove ricevette in udienza diversi gruppi di connazionali. Insieme ad altri colleghi della TFP, ebbi l’onore di partecipare a tre di questi incontri. József Mindszenty era piuttosto basso, carnagione olivastra e occhi che, a seconda dell’espressione del viso, ora si aprivano smisuratamente ora si stringevano al punto da farlo sembrare quasi un orientale. Erano, comunque, sempre vivacissimi.

   Cosciente della sua dignità, manteneva sempre un atteggiamento altero ma, allo stesso tempo, benevolo, direi quasi di dolcezza. La sua fisionomia, sempre composta e serena, rivelava tuttavia grande sofferenza. Ogni tanto, un piccolo gesto lasciava intravedere che qualche segno, nel suo sistema nervoso, era rimasto delle terribili torture subite nelle carceri comuniste.

   Accompagnato dal suo segretario privato e da un assistente designato dal Vaticano, il prelato parlava piano, esclusivamente in ungherese o latino, misurando ogni parola ed evitando con cura i temi più scottanti.

   Nel terzo incontro, invece, siamo riusciti a vederlo in privato. Era un’altra persona! Parlando in francese e dandoci pacche amichevoli sulle spalle disse con l’entusiasmo di un bambino: “Io vi conosco molto bene! Andate avanti figli miei!” Ne approfittammo per dargli una lettera del prof. Plinio Corrêa de Oliveira che lo invitava a recarsi a San Paolo del Brasile, cosa che egli accettò molto volentieri.

   Fu allora che egli poté esprimersi con più libertà riguardo all’Ostpolitik vaticana, vale a dire la politica di distensione con i governi comunisti dell’Est europeo. I cattolici migliori, diceva, erano chiaramente quelli che si opponevano al comunismo in nome della Fede. Vedere le alte autorità religiose del Paese giurare fedeltà al Governo comunista, arrecava loro non solo un grande dolore ma anche un profondo senso di smarrimento e di orfanità. Lo scopo del suo viaggio, di carattere prettamente pastorale, era di mostrare agli ungheresi che la fiamma della speranza raggiava ancora.

   L’ultimo giorno, le autorità aeroportuali ci permisero di accompagnare il Cardinale fino alla scaletta dell’aereo, che egli salì con passo vivace. Sulla soglia, egli si girò verso di noi e, agitando la mano, disse ad alta voce, in un miscuglio di francese e portoghese: “Jusqu’à São Paulo!”. Dopodiché diede solennemente la benedizione. Attorno a noi gli ungheresi, inginocchiati sulla pista, singhiozzavano esclamando fra le lacrime: “Il nostro Re va via! Il nostro Re va via!”

    La porta dell’aereo si chiuse e le guardie aeroportuali ci allontanarono per permettere le manovre di decollo. In poco tempo, l’aereo si perse fra le nuvole.

   Poche settimane dopo, la notizia inaspettata: Sua Eminenza, il cardinale Jószef Mindszenty, arcivescovo di Esztergom, Primate d’Ungheria e Reggente del Regno Apostolico, era morto nel corso di un intervento chirurgico.

(Julio Loredo)

Categoria: Marzo 2012

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