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2013

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Intervista a Guido Vignelli, curatore dell’edizione

 

Contro il dialogo relativista: attualità di una storica denuncia

 

Perché mai ristampare un libro di quasi 50 anni fa, che tratta questioni legate alla sua epoca?

Il saggio del prof. Plinio Corrêa de Oliveira prende spunto da vicende passate come la “distensione” tra Est ed Ovest. Tuttavia esso ha una indiscutibile attualità, perché analizza, denuncia e confuta un metodo propagandistico – quello del “trasbordo mediante dialogo” – che viene ancor oggi usato dalle forze rivoluzionarie per traviare l’opinione pubblica, soprattutto se cristiana. Pertanto questo saggio resta uno strumento indispensabile, sia perché smaschera e confuta il falso dialogo pacifista e relativista, sia perché permette di sostituirlo col vero dialogo, ossia quello apostolico e apologetico.

Questo libro è un classico del pensiero cattolico contro-rivoluzionario, tuttora fondamentale per tre motivi. Primo: fece, a suo tempo, una profetica denuncia del “dialogo” pacifista e relativista, prevedendone le rovinose conseguenze che poi si sono realizzate; secondo, esso mantiene una scottante attualità, che ci permette di cogliere ed evitare analoghi pericoli incombenti; terzo, esso delinea una strategia di riscossa, che contribuirà a salvare la residua civiltà cristiana dalle insidie che la minacciano; se infatti il recente passato ha dato ragione all’Autore, ancor più gliene darà il prossimo futuro.

 

Quali sono le differenze tra il “dialogo” di ieri e quello di oggi?

Tra gli anni Sessanta e Ottanta, il metodo del “trasbordo mediante il dialogo” fu usato soprattutto  per impedire all’Occidente e alla Chiesa di combattere il comunismo e il progressismo. Oggi invece quel metodo è usato, nel campo religioso, per disorientare e addormentare i cristiani e, nel campo culturale, per intimorire e paralizzare l’Occidente e per favorire il potere mondialista emergente. Si pensi al ruolo, oggi, svolto dal “dialogo” nel dibattito su immigrazione, globalizzazione, multiculturalismo, solidarismo, soprattutto nel dibattito sul problema islamico.

Secondo i promotori più esigenti del “dialogo”, esso non si sarebbe realizzato in modo abbastanza radicale e audace, perché la tesi e l’antitesi, invece di scontrarsi producendo la sintesi, si sono accomodate in ipocriti compromessi, impantanando così il processo rivoluzionario. Pertanto il nuovo contesto rivoluzionario ha imposto al “dialogo” una metamorfosi. Lungi dall’attenuare le “diversità” riducendole a un minimo comun denominatore, il nuovo “dialogo” mira a esasperarle fino a suscitare uno scontro capace di creare una sintesi. Infatti, le forze dominanti, da quella mass-mediatica fino a quella terroristica, spingono opposte fazioni ideologiche, politiche e religiose a radicalizzare le loro “identità” (vere o fittizie) per suscitare uno scontro multipolare che produca un “salto di qualità” capace di avviare “un  nuovo inizio” facendo ripartire la rivoluzione in crisi.

Ad esempio, alcuni sostengono che, per realizzare quella solidarietà universale che sola salverà la pace, bisogna andare oltre il dialogo, passando dalla “condivisione con l’altro” alla “inclusione dell’altro” e infine alla “identificazione con l’altro” mediante “reciproca accoglienza” e “piena integrazione” in un nuovo sistema multiculturale e multireligioso. Pertanto, si pretende che l’europeo, soprattutto se cristiano, abbia l’obbligo di assicurare non solo ospitalità territoriale e assistenza sociale, ma anche “ospitalità ideologica”, diritti politici e riconoscimenti giuridici a tutte le etnie, tribù, comunità e sette religiose immigrate.

 

Come vanno realizzandosi le condizioni di questo nuovo “dialogo” conflittuale?

Ormai l’opinione pubblica benpensante, per quanto avvelenata dal relativismo e indebolita dalla corruzione morale, sta rendendosi conto che questa “solidarietà fra estranei” produrrà non la pace, ma anzi la conflittualità permanente e la guerra civile planetaria. Allora il nuovo “dialogo” serve a superare la resistenza dei “moderati” usando gli stessi metodi di quello vecchio, ossia sfruttando le loro debolezze. Questo procedimento si svolge in un clima di ricatto psicologico, di pressione mediatica, d’insicurezza politica, di rivolta sociale, di persecuzione giudiziaria, talvolta anche d’intimidazione terroristica. Infatti, le sette rivoluzionarie stanno propagando una cristianofobia che pretende di ridurre al silenzio, all’isolamento e all’impotenza quelle forze cattoliche che sono in possesso della verità e tentano di farla rispettare nella vita civile.

Di conseguenza, i poteri laicisti stanno organizzando una nuova persecuzione anticristiana fatta in nome del “pluralismo”, della “libertà” e della “uguaglianza” anti-discriminatoria. Ormai ad essere vietate non sono più solo le verità soprannaturali, ma anche quelle naturali che favoriscono la rinascita religiosa; ad essere attaccata non è più solo la Chiesa nel suo potere, ma anche nella sua mera influenza e anzi nella sua stessa sopravvivenza. Mass-media, università, magistrature, autorità politiche e religiose combattono non solo il generico Cristianesimo, ma anche la Chiesa cattolica, il clero e il Papa, avvertendoli che si trovano in stato di libertà vigilata e ammonendoli ad attenersi al “religiosamente corretto”, se non vogliono essere annientati. Pertanto, la difesa della fede cristiana è ormai diventata anche una questione di libertà religiosa, culturale e politica; ma questa libertà possiamo riconquistarla solo guarendo dal morbo relativista, rifiutando il dialogo pacifista e soprattutto recuperando lo spirito della militanza cattolica.

La riscossa cristiana presuppone una rinascita spirituale che si basa sul rilancio della Chiesa come società militante, della vita cristiana come lotta. Bisogna opporre quello spirito d’intransigenza, di missione e di crociata, che ieri ha costruito la Cristianità, a quello spirito del dialogo pacifista, relativista ed egualitario, che oggi tenta di distruggerla.

La battaglia per la verità è giunta alla fase cruciale, per cui ogni prospettiva di “mediazione” e di compromesso è destinata al fallimento. I timidi e distratti uomini d’oggi iniziano ormai a rendersene conto perché costretti dalla dura lezione dei fatti, perché patiscono nella loro vita quotidiana le dolorose conseguenze della pubblica apostasia. Ma il prof. Corrê de Oliveira aveva compreso e insegnato tutto questo molto tempo fa, svolgendo quel ruolo profetico tipico di chi illumina le future generazioni preparandole alla loro missione: «Facesti come quei che va di notte / portando il lume dietro, e a sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte» [Dante Alighieri, La Divina Commedia - Purgatorio, canto XXII, vv. 67-69]. Anche per questo, la futura Cristianità restaurata lo celebrerà usando le parole incise sulla sua tomba: vir catholicus, totus apostolicus, plene romanus.

Categoria: Marzo 2013

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