2013

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Trasbordo ideologico inavvertito e Dialogo

 

Per iniziativa della casa editrice Il Giglio, di Napoli, è stata pubblicata la più recente edizione di una delle opere più famose di Plinio Corrêa de Oliveira: «Trasbordo ideologico inavvertito e Dialogo». Scritta nel 1965, l’opera denuncia una delle più insidiose manovre rivoluzionarie, tesa a cambiare subdolamente la mentalità delle persone attraverso ben studiate tecniche dimanipolazione psicologica, come l’utilizzo di “parole talismano”.

 

Nel 1965 «Trasbordo ideologico inavvertito e dialogo» fu pubblicato sul mensile brasiliano “Catolicismo”.  L’anno successivo fu ristampato in un volume. Nel tempo, si sono succedute cinque edizioni in lingua portoghese, sei in spagnolo, una in tedesco e una in italiano, raggiungendo un totale di 136.500 copie diffuse.  Il saggio, inoltre, è stato pubblicato su numerose riviste brasiliane, argentine, cilene, colombiane, statunitensi, portoghesi e spagnole.

In Italia, una prima traduzione, curata da Giovanni Cantoni e da Silvio Vitale, fu pubblicata nel 1970 a Napoli, per le edizioni de «L’Alfiere». A 47 anni dalla sua uscita, l’Editoriale Il Giglio ne ha curato una nuova edizione, affidando la traduzione dall’originale portoghese a Guido Vignelli.

Benché il testo sia contestualizzato ad un preciso momento storico-politico, la tecnica del dialogo che vi è svelata e descritta nelle sue diverse fasi non ha perso di attualità poiché ha continuato ad essere utilizzata costantemente fino ai nostri giorni, producendo effetti di notevole rilievo sul piano culturale ed identitario. Effetti che il lettore potrà facilmente cogliere, anche grazie alla postfazione al testo, “Il mito del dialogo relativista. Una strategia di conquista che continua”, scritta da Guido Vignelli.

S.A.I.R Bertrand de Orléans e Bragança, Principe Imperiale del Brasile, pronipote di Teresa Cristina di Borbone-Due Sicilie, ha firmato la presentazione del volume.

Gli anni Sessanta si aprirono all’insegna di un generalizzato ottimismo, nella convinzione che, memore della lezione ricevuta dalla guerra da poco finita, il mondo si avviasse ad un’era di pace e benessere fondata su un “umanesimo laico” condivisibile da tutti, indipendentemente dalle diverse posizioni ideologiche, politiche, religiose o razziali.

Questo clima venne rappresentato in particolare da tre personaggi, attorno ai quali i mass media costruirono un alone quasi mitico che ancora resiste: il presidente USA J. F. Kennedy, che aprì il suo mandato prefigurando una “nuova frontiera ricca di sconosciute occasioni”; il leader sovietico Nikita  Krusciov, che aprì la fase della “destalinizzazione”; il pontefice Giovanni XXIII, che aprì la Chiesa “al mondo”, con l’“aggiornamento” e la forte impronta ecumenica negli anni post-conciliari.

L’impatto mediatico di queste tre icone produsse l’aspettativa di un “nuovo ordine mondiale” ormai a portata di mano, nel quale qualsiasi contrapposizione potesse essere ridotta a semplice “confronto” da appianare attraverso il “dialogo”, ed in questa prospettiva venne enfatizzato il ruolo di organizzazioni internazionali come l'ONU o la CEE, embrione della futura Unione Europea.

Si diffuse, così, l’idea che il dialogo dovesse essere lo strumento per dirimere qualunque divergenza, politica, confessionale, civile, etica. All’opinione pubblica, però, non fu spiegato che, al di sotto dell’idilliaca superficie, quella del dialogo era una tecnica precisa, che sottintendeva la negoziabilità di qualunque principio, che imponeva la rinuncia all’esistenza di qualsiasi verità, che stabiliva le premesse perché, col tempo e con una serie progressiva di mediazioni, i principi stessi finissero per essere svuotati di senso. Una tecnica che obbligava ad una continua trattativa, ad un continuo e incalzante compromesso, pur di tenere aperto il tavolo di mediazione con la parte avversa.

Sostenuto dai mezzi di informazione, in breve tempo il dialogo divenne in tutti i settori “il” valore da ricercare ad ogni costo: prescindendo dal suo contenuto e dalle conseguenze, qualunque mediazione era considerata un obiettivo positivo purché fosse frutto del dialogo tra le parti. Si affermò quindi, il primato del dialogo sulla verità: un errore sempre inaccettabile, sia quando i dialoganti sono in buona fede, sia nel caso contrario, quando la parte in buona fede è di fatto alla mercé della parte in malafede.

Ciò nonostante, negli anni Sessanta influenti élites intellettuali, mediatiche, politiche ed ecclesiastiche, soprattutto in campo cattolico, lo adottarono come approccio privilegiato alla costruzione e al mantenimento degli equilibri interni ed internazionali tra i due grandi blocchi che si fronteggiavano all'epoca. Questa adesione, in realtà, affondava le radici in una sorta di “complesso di inferiorità culturale” che già allora si era diffuso in molti ambienti di ispirazione cattolica rispetto a quelli di formazione marxista, laicista, protestantica. Molti intellettuali erano convinti, infatti, che la direzione impressa alla storia dal progresso fosse irreversibile, che il comunismo fosse una necessaria tappa del processo in cui, tutt’al più, alcuni eccessi dovevano essere smussati, che il cattolicesimo dovesse rinunciare a forme esteriori e posizioni dottrinali “integriste”, considerate inadatte alle moderne concezioni di libertà di opinione, di critica e di scelta.

A Plinio Corrêa de Oliveira va il merito di aver denunciato la dinamica progressiva, che sposta sempre più avanti il traguardo del dialogo, definendo sistematicamente ogni mediazione raggiunta come “promettente” ma “insufficiente”. In questo modo, il dialogante estremista spinge il moderato a concessioni sempre maggiori, accompagnandolo verso un inavvertito trasbordo ideologico che lo porterà ad abbandonare le posizioni tradizionali per assumere quelle rivoluzionarie. Il dialogo, infatti, è la strategia utilizzata per «creare una verità fittizia che giustifichi un accordo sociale … capace di assicurare certi risultati pratici: l’unione e la pace mondiale, il benessere, i diritti umani, l’ecumenismo, la salvaguardia della natura. Insomma, si mira a realizzare non più l’unità nella verità, ma al contrario la verità nell’unità: diventa vero ciò che mette d’accordo tutti – o almeno la maggioranza, o almeno i più influenti – mediante un compromesso che realizzi una “nuova sintesi condivisa”».

Questa tecnica, adoperata su larga scala dai progressisti di ogni matrice negli anni ’60 e ’70, non è stata abbandonata, ma al contrario è stata diffusa a tutti i livelli, rivestita da un’aura di “buonismo”, di “equilibrio”, di “rispetto delle differenze”. La sua più recente versione è quel politically correct che permea ogni settore e che viene brandito ad ogni pie’ sospinto per mettere a tacere chi osi affermare un qualsiasi principio. Quel politically correct che, tanto per fare un esempio, in nome della libertà religiosa garantita a tutti impedisce ai cattolici di mostrare i propri simboli perché non graditi ai fedeli di altro credo ed espelle Gesù Bambino dalle recite scolastiche di Natale. Quel politically correct che in pratica impedisce i cattolici di insegnare il Magistero della Chiesa in tema di omosessualità, per non essere condannati come “omofobi”. Quel politically correct che, in piena era di ecumenismo, permette l’efferata persecuzioni ai cristiani in terre a maggioranza islamica nonché nei Paesi ancora comunisti.

Quel politically correct che si sta velocemente trasformando nella dittatura del relativismo denunciata da Benedetto XVI

Categoria: Marzo 2013

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