2013

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Diritto ed omosessualità

di Claudia Pilato

 

La famiglia, società radicata nel diritto naturale, è sempre più l’oggetto di una sorta diraffinata “ingegneria sociale” che la modella e la costruisce al sapore delle leggi

 

Nel panorama giuridico internazionale, si fa strada il principio secondo cui l’orientamento sessuale non è più un fattore determinante nella regolamentazione dei rapporti familiari, compreso l’affidamento dei minori. Con sempre maggiore frequenza, si rivolgono alla Corte europea dei diritti dell’uomo coloro i quali, in virtù del diritto al rispetto della vita privata e familiare, riconosciuto dall’articolo 8 della Convenzione, intendono costruire una famiglia al di fuori dei canoni tradizionali.

Così la famiglia tradizionale non è più considerata l’unico centro di sviluppo dei rapporti familiari. Si è delineato un mutamento della piattaforma teoretica del diritto: la famiglia adesso viene progettata, modellata e costruita dal diritto, come si trattasse di un’opera di raffinata ingegneria sociale, senza schemi predefiniti.

A differenza di altri paesi, in cui tale mutamento è divenuto, per espressa disposizione di legge, principio insindacabile, nel nostro Bel Paese, le cose stanno diversamente, poiché essendo il matrimonio “tradizionale” garantito a livello costituzionale è più difficile che il legislatore ordinario emani una legge in aperto contrasto con le norme della Costituzione. Nonostante ciò i nostri giudici, sulla scia dello scenario europeo, facendosi arbitrariamente interpreti della sensibilità sociale, hanno provato a tracciare regole diverse che mirano a distruggere la famiglia quale istituto naturale che preesiste al diritto.

Diverse infatti sono le pronunce della Corte di Cassazione (tra tutte la n. 4184 del 2012 e la n. 601 del 11 gennaio 2013) che riconoscono alla coppia omosessuale il «diritto a un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata», sul presupposto che all’interno di una società “aperta” e pluralista come la nostra, è «stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico, della stessa esistenza del matrimonio». Ciò che è più sconcertante è che il comune denominatore di tutte queste sentenze è rappresentato dalla affermazione secondo cui, «in mancanza di certezze scientifiche e dati di esperienza che attestino il contrario, quello offerto da una coppia di omosessuali deve essere considerato un ambiente educativo di tutto rispetto».

Ne segue che l’eventuale dannosità, per l’equilibrato sviluppo del bambino, rappresentata dal fatto di vivere in una famiglia composta da una coppia omosessuale non può basarsi su un mero e retrogrado pregiudizio frutto di convinzioni morali, culturali o religiose, ossia di “preconcetti soggettivamente  accettati come veri”, ma deve essere provato e dimostrato volta per volta.

Paradossalmente sono proprio gli autori di codeste sentenze che, disinteressandosi del tutto della stragrande maggioranza dei dati raccolti dalla più validata letteratura psico-sociale a livello mondiale, si preoccupano di dare voce e autorevolezza a quattro sofismi artatamente richiamati dalla comunità omosessuale e privi di riconoscimento scientifico. Così pronunciando, i nostri giudici, in nome e in difesa di un pluralismo morale (sarebbe meglio dire di un relativismo etico) oltrepassano le finalità assegnate alla loro funzione di garanti, legittimi difensori ed interpreti della legge. Auspicano che al più presto il nostro legislatore riconosca e dia tutela giuridica a tutta una serie di posizioni giuridiche che, per loro intrinseca natura, dovrebbero essere sottratte al diritto: mi riferisco al matrimonio omosessuale e alla omogenitorialità (cioè la genitorialità come diritto delle coppie omosessuali attraverso l’istituto dell’adozione o le tecniche di procreazione medicalmente assistita).

Ciò che più sorprende è soprattutto la miopia di fondo che sembra aver colpito i giudici italiani, posto che l’art. 29 della Costituzione, sembra sufficientemente chiaro allorquando dichiara che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Da codesta norma costituzionale si evincono infatti alcune conclusioni irrefutabili: 1) Con il verbo “riconoscere” il costituente ha inteso sottolineare che vi sono delle dimensioni della realtà e del giuridico che pre-esistono all’ordinamento, non in quanto meta-normative, ma in quanto la loro normatività è meta-statuale e lo Stato non può che limitarsi ad accogliere ciò che lo precede. 2) La famiglia è una società naturale, nel doppio senso di unione tra uomo e donna come previsto dalla natura, e nel senso che essa attiene all’ambito del diritto naturale, cioè quel diritto che in quanto tale non può essere soppresso, escluso o modificato dal diritto positivo, cioè dalla volontà legislativa dello Stato; 3) La famiglia è tale in quanto fondata sul matrimonio, cioè su una disciplina giuridica che ne sancisca la fuoriuscita dal sentimentalismo del privato e ne cristallizzi la rilevanza pubblica e sociale.

Inoltre non bisogna dimenticare che il termine matrimonio deriva etimologicamente dal latino matris munia, cioè doveri della madre, per cui naturalmente non può che contemplare la relazione tra l’ordine delle diverse generazioni, cioè il rapporto tra genitori e figli, ovvero tra coloro che generano e coloro che sono generati.

Se il nostro legislatore, sulla scia delle ultime pronunce della Cassazione, andasse contro il diritto naturale, succederebbe il caos: «Se si tolgono le evidenze che accomunano qualsiasi uomo, a prescindere dal contesto e dalla tradizione da cui proviene, si cade nell’arbitrarietà»; prevarrebbe «il diritto del più forte, di chi urla di più. Se si salta il fondamento del diritto che è nella legge naturale, e nella ragione umana che la riconosce, la giustizia muore. Non possiamo neppure parlare più di diritti universali». È quanto afferma lo psichiatra Italo Carta , docente di Clinica Psichiatrica presso l’Università degli Studi di Milano. Queste sentenze aboliscono l’evidenza e, quando si abolisce il principio di evidenza naturale, la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi.

Pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti, ma soprattutto dei più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali. In assenza di questa diversità sessuale il benessere del bambino è a rischio. È insito nel bambino un bisogno di divisione dei ruoli, di sapere “chi fa che cosa” e “da chi mi posso aspettare questo atteggiamento e da chi mi posso aspettare quell’altro.

Inoltre le coppie omosessuali, nel continuare a rivendicare l’esistenza di un loro presunto diritto alla omogenitorialità, violano il diritto fondamentale di ogni bambino a crescere con genitori di sesso diverso. Un tale diritto non può e non deve esistere in quanto i diritti si hanno sulle cose e non sulle persone.

I magistrati Guido Piffer, presidente di sezione del Tribunale di Milano, Tomaso Emilio Epidendio e  Giuseppe Ondei, presidente della sezione famiglia e minori del Tribunale ordinario di Brescia, hanno scritto un articolo critico verso la sentenza della Cassazione del 2012 , affermando: «lo spirito del tempo si incarna in quello che potremmo definire un “approccio sentimentale” alla giustizia», in quanto «si privilegiano le soluzioni che sentiamo emotivamente come giuste». Non avviene più l’analisi degli argomenti a favore e contro sulla base della legislazione vigente, ma si sceglie la soluzione che si “sente” come giusta e si passa, poi, a cercare gli argomenti a sostegno, spesso senza neppure preoccuparsi della loro coerenza e scientificità, creando conflitti molto aspri su questioni delicatissime.

Lucetta Scaraffia, docente di Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Roma La Sapienza, ha parlato della minaccia che grava su quanti si oppongono a questi “matrimoni”: essi sarebbero contrari all’uguaglianza dei gay, quindi omofobi . “Come se l’uguaglianza fra i cittadini dovesse essere ratificata dalla cancellazione di ogni differenza, negando in questo caso quella sessuale. La storia e il diritto insegnano che l’uguaglianza fra i cittadini deve essere sempre commisurata alle differenze che la realtà stabilisce fra loro. Il matrimonio non è solo un contratto come tanti altri che può funzionare o meno, ma è il legame istituzionale alla base di una famiglia, è l’istituzione nata per proteggere e garantire la filiazione, stabilita in modo da determinare i diritti e i doveri che passano fra le generazioni. Dal momento che una coppia omosessuale non prevede la filiazione, è una realtà diversa”.

L’utopia dell’uguaglianza, che ha già portato tanti danni nel Novecento, si presenta così sotto nuove vesti, chiedendo di dichiarare uguali legami che non lo sono. Dire che il matrimonio fra una donna e un uomo è uguale a quello fra due omosessuali costituisce una negazione della verità che intacca una delle strutture base della società umana: la famiglia. Non si può fondare una società su queste basi senza pagare poi prezzi altissimi, come è già avvenuto in passato quando si è cercato di realizzare una totale uguaglianza economica e sociale.

Non c’è ombra di dubbio: stiamo assistendo ad una disarticolazione delle categorie mentali dell’umano, ad una forma di atrofia e cecità intellettiva che rischia di far perdere di vista la cosa più importante: difendere il bambino, la cui innocenza e il cui candore viene continuamente imbrattato dal sudiciume della sensualità umana.

Categoria: Marzo 2013

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