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2013

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Pauperismo e amor di Dio

 

Togliendo all’uomo la possibilità di contemplare la bellezza,si offusca il suo istinto di Dio, si indebolisce la sua intelligenzae volontà, si deforma la sua sensibilità.

 

Fino a non molto tempo fa, la propaganda presentava la società dei consumi come il paradigma del futuro, in base all’idea che la felicità dell’uomo è direttamente proporzionale ai beni che consuma. Siccome per consumare è necessario produrre, alla maggior produzione di beni seguirebbe una maggior felicità.

Non entriamo nell’analisi di questo paradigma, discutibile sotto non pochi punti di vista. Costatiamo soltanto che, da questa prospettiva, le ricche nazioni capitaliste, con gli Stati Uniti in testa, rappresentavano il futuro, così come le misere nazioni socialiste, tra le quali Cuba, rappresentavano il passato, destinato a essere travolto dalla locomotiva del progresso. Il crollo del regime sovietico non ha fatto che confermare questo paradigma.

Tuttavia, già da qualche anno, le trombe della propaganda hanno cominciato a suonare anche un’altra melodia. Come reazione (in parte comprensibile) al consumismo sfrenato, si comincia a diffondere l’idea che tale ritmo di consumi stia esaurendo le risorse naturali e che, di conseguenza, se resta inalterato, condurrà necessariamente al suicidio planetario. Per la stessa salvezza del genere umano si impone, quindi, una drastica diminuzione dei consumi in nome di un nuovo paradigma: il pauperismo. Presentato talvolta con vesti cristiane, questo paradigma comincia a farsi largo.

Nella nuova prospettiva, il pauperismo alla cubana rappresenterebbe il futuro, e il consumismo all’americana il passato. Questo nuovo paradigma, curiosamente, taglia trasversalmente gli antichi blocchi ideologici, trovando anche molti adepti in certi ambienti di destra.

Possiamo notare l’influenza del nuovo paradigma, che si potrebbe definire anche “sub-consumista”, per esempio nel campo dell’alimentazione, dove si vanno generalizzando gli alimenti light. Se paragoniamo la cucina light con le robuste abitudini alimentari vigenti tradizionalmente da noi, possiamo facilmente comprendere come essa rappresenti un passo verso il “sub-consumismo”.

Il “sub-consumismo” si manifesta anche in campo culturale. Prendiamo, per esempio, l’arredamento. Ormai la mobilia lussuosa, o anche semplicemente di buon gusto, è andata fuori moda, sostituita da quella strettamente funzionale, tipo Ikea. Non si usano più tende di damasco né tappeti persiani né vasellame di porcellana. Sono troppo “appariscenti” per lo spirito moderno, improntato alla semplicità.

O ancora il campo dell’abbigliamento. Sono ormai passati i tempi in cui ci si abbigliava con decoro, cercando la bellezza e la distinzione, anche nel quotidiano. Oggi la divisa standard, uguale per uomini e donne, è jeans, maglietta e scarpe da tennis. Tutto tende al “casual”.


Pauperismo e socialismo

Il pauperismo era una caratteristica dei regimi socialisti. Ineludibile conseguenza dell’applicazione dei postulati marxisti era la crescente miseria in cui cadevano le infelici nazioni comuniste, in preda ai tremendi stenti e privazioni imposti dal sistema collettivista. Questo scenario si realizzò in larga misura nell’URSS, dove il popolo è stato ridotto a un livello di consumi minimo in cui mancava non solo ogni elemento di comodità, ma pure molti tra quelli essenziali.

Cuba, a sua volta, ha spinto questo pauperismo ancora più lontano, abituando la sua popolazione a un livello di vita tanto basso da sembrare innaturale per chi è inserito nella logica della mentalità consumista occidentale. Tuttavia, nella prospettiva del nuovo paradigma pauperista, l’esperienza cubana acquista un valore quasi profetico. Non per nulla certi teologi della liberazione latinoamericani, che soggiornano regolarmente a Cuba, vedono nell’isola caraibica una “realizzazione del Regno di Dio nella storia”.

Presentato sotto vesti cristiane, il pauperismo assume a volte le fattezze della “semplicità evangelica”, basata sull’idea che l’uomo deve accontentarsi dell’essenziale, senza pretendere niente di più. Qualsiasi desiderio di acquisire cose che vadano oltre l’essenziale ferisce la naturale uguaglianza fra gli uomini, giacché qualcuno avrà più degli altri. Tutti poveri, ecco il nuovo paradigma.

Bisogna dire, invece, che tale pauperismo, da non confondere con la scelta religiosa della povertà, è l’antitesi dell’amore di Dio.


Consumismo e vita cristiana

L’uomo sulla terra espia il peccato originale e i suoi peccati attuali. Questa è veramente una “valle di lacrime”, come recita la Salve Regina. Allo stesso tempo, però, la terra è prodiga di manifestazioni della misericordia e della bontà divine, fatte per soddisfare la naturale necessità che l’uomo ha di un equilibrato benessere, proveniente dal giusto consumo dei beni terreni. Il fatto che alcuni uomini ne abusino non inficia un principio di fondo, ossia che il giusto consumo è inerente alla natura umana.

L’uomo non può vivere in uno stato di cronica penuria, gemendo dolorosamente per la mancanza di cose che soddisfino i suoi giusti desideri, e non solo i suoi bisogni primari. Lo stesso san Tommaso, e con lui la dottrina dei romani pontefici, spiega che un certo grado di benessere e di felicità è necessario alla natura umana.

Il pauperismo cancella dalla vita qualsiasi ornamento che la renda in qualche modo gradevole, qualsiasi elemento di bellezza e di grazia che contribuisca a elevare lo spirito verso le cose superiori e renda relativamente sopportabile questo esilio. La vita si trasforma in una sequenza di strettezze senza fine, passando dal degrado materiale anche a quello morale, potendo far precipitare l’uomo rapidamente nella disperazione.

Il problema, però, va molto più in fondo, toccando la stessa sorgente dell’amore di Dio.

 

La distruzione dell’istinto di contemplazione

In termini assoluti, non era necessario che Dio creasse l’universo, con le sue diverse categorie di esseri. Una volta creato, però, Egli avrebbe potuto farlo solo tenendo conto della finalità più perfetta di tale opera, cioè la Sua propria gloria. Le creature glorificano Dio fondamentalmente per il fatto di essere, e poi realizzando pienamente la propria finalità nell’insieme del creato. Ogni essere riflette una certa perfezione di Dio. Nell’insieme, la creazione riflette Dio totus sed non totaliter.

Qual è la gloria che l’uomo deve dare a Dio? Consiste anche nel conoscere e amare Dio attraverso la somiglianza del Creatore rispecchiata nel creato. L’anima possiede un istinto innato che la porta a cercare nelle cose ciò che più le parla di Dio. Si tratta di un desiderio naturale che spinge l’anima a salire, attraverso le perfezioni progressivamente più sublimi e trascendenti degli esseri creati, fino all’Essere immutabile, trascendente, eterno, cioè Dio.

Un obiettivo fondamentale del processo rivoluzionario che sta devastando la Cristianità è diminuire nell’uomo la spinta alla contemplazione, distruggendo in lui la percezione dei trascendentali dell’essere: unum, verum, bonum e pulcrum, cioè l’unità, la verità, la bontà e la bellezza.

Possiamo dire che la confusione, il caos e la conseguente perdita del senso della gerarchia nel mondo odierno colpiscono la visione dell’unum. Il relativismo filosofico, morale e religioso offusca la percezione del verum. L’immoralità e l’amoralità prevalenti nella società contemporanea contribuiscono a oscurare quella del bonum. Infine, la concezione pauperista tende a distruggere nelle anime e nella società la percezione del pulchrum.

Spegnendo il dinamismo della contemplazione dei trascendentali dell’essere nelle anime, la Rivoluzione porta subdolamente l’umanità verso l’ateismo, oppure verso forme di panteismo che escludono la trascendenza di Dio.

 

La distruzione della bellezza

Si noti che, in ogni fase storica dell’assalto rivoluzionario contro il cristianesimo, si è manifestato il desiderio di distruggere negli uomini la percezione della bellezza. Nella Rivoluzione protestante si è manifestato l’odio contro lo splendore della Chiesa, per esempio nel campo liturgico e nell’ornamento dei luoghi di culto. Nella Rivoluzione francese si è manifestato l’odio contro il tonus aristocratico proprio al regime monarchico. Nella Rivoluzione comunista si è manifestato l’odio contro l’eleganza della società borghese. Nella Rivoluzione sessantottina si è manifestato l’odio contro qualsiasi distinzione, sia essa nel campo dell’abbigliamento, del linguaggio, dell’arte e via dicendo.

 

Il pauperismo offusca l’istinto di Dio

Il pauperismo è profondamente innaturale, giacché tende a deformare gli istinti più radicati dell’anima umana. L’istinto fondamentale della creatura razionale è la ricerca della felicità, che la condurrà verso Dio. L’uomo tende alla felicità per un istinto innato e non può, senza violenze gravi contro la natura, discostarsi dal suo fine ultimo, che è la conoscenza e l’amore di Dio.

Sebbene la vera felicità si raggiunga solo nel Cielo, in questa vita l’uomo può già godere di una certa felicità che, anche se imperfetta, possiede qualche somiglianza con quella celestiale. Nella vita terrena, la felicità che più si assomiglia a quella del Cielo è data dalla contemplazione disinteressata della bellezza specchiata nella creazione. Conoscendo la bellezza nel creato, la stessa anima diventa bella. Per connaturalità, ciò la porta a voler la suprema bellezza divina.

Afferma in proposito san Tommaso: “Quando gli uomini vedono un effetto, sentono naturalmente il desiderio di conoscerne la causa, da ciò nasce l’ammirazione”. Possiamo quindi affermare che lo spettacolo della bellezza nelle cose create sveglia l’ammirazione, e questa a sua volta accende l’istinto di Dio, ossia il desiderio di conoscere la Causa ultima. Di conseguenza, dice il Dottor Angelico: “È evidente che nessun uomo può discostarsi volontariamente dalla felicità, giacché la cerca in modo naturale e necessario, fuggendo la miseria”.

 

Il pauperismo indebolisce l’intelligenza

Solo l’uomo è capace di tendere verso la felicità, perché questa è un bene della ragione. Ora, per trovarla l’uomo deve muoversi verso un fine, che è Dio. Uno dei modi più diretti con cui l’anima razionale si muove verso Dio è conoscendo le Sue vestigia nella creazione, attraverso la contemplazione della bellezza nelle cose create. Da questa contemplazione, per un istinto naturale, nasce il desiderio di vedere Dio stesso. Dice S. Paolo: “Dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rom. 1,20).

Di conseguenza, quanta più bellezza troverà l’uomo nel mondo materiale, più la sua anima si eleverà verso Dio. Diventa quindi evidente la necessità, sia per la perfezione dell’uomo sia per la gloria di Dio, che nelle realtà visibili si manifesti e risplenda la bellezza nelle sue varie forme.

In senso contrario, ammonisce S. Paolo, a coloro che “pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie (…) si è ottenebrata la loro mente ottusa”. Su costoro, dice l’Apostolo: “Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore” (Rom. 1, 21-24). A partire dal rifiuto della bellezza, si apre la strada per un mondo orrendo.

 

Il pauperismo indebolisce la volontà e deforma la sensibilità

Analogamente a quanto accade con l’intelligenza, anche la volontà tende a indebolirsi in conseguenza del vivere in una società modellata dal pauperismo. In un ambiente privo di ornamento e di bellezza, la volontà tenderà con meno vigore verso la piena realizzazione umana. Così come la contemplazione della bellezza del mondo sensibile è un punto di partenza dell’intelligenza per la conoscenza di Dio, tale contemplazione è anche in grado di risvegliare, sviluppare e arricchire gli atti della volontà e i processi affettivi che spesso li precedono.

La volontà è una facoltà spirituale cosciente e libera. È pertanto in grado di superare l’assenza dei movimenti istintivi della sensibilità. Perciò, almeno teoricamente, l’uomo può dirigere la propria volontà verso il suo fine ultimo anche in assenza di stimoli sensibili, mosso appena dalla forza della sua conoscenza astratta di Dio.

Siccome, però, la natura umana non è angelica, ma un insieme di spirito e di materia, è necessario che, almeno in parte, l’appetito della natura istintiva preceda la volontà. Per esempio, al membro di una tribù primitiva della Nuova Guinea riuscirà difficile analizzare con l’intelligenza, aderire con la volontà e godere con la sensibilità la bellezza estetica di un’opera d’arte barocca, o la qualità di un vino pregiato. Questo non per un difetto delle sue capacità intellettive, che sono uguali per tutti gli uomini, ma a causa della rusticità dell’ambiente in cui vive.

Nelle società private di ornamento e di bellezza, l’impulso della volontà verso il suo fine ultimo, che è Dio, tende a indebolirsi perché, come ricorda san Tommaso, “così come ognuno è, tale gli sembra il suo fine”. In tali società, gli individui sono portati a una sorta di ateismo empirico.

 

La ricchezza materiale

Abbiamo parlato della bellezza nella creazione e della sua importanza per l’amore di Dio. Dobbiamo adesso stabilirne la correlazione con l’abbondanza dei beni materiali.

La strada principale dell’anima per elevarsi alla conoscenza di Dio, e quindi raggiungere la propria felicità, è la contemplazione della bellezza nelle cose create. Da qui la necessità dello splendore e del decoro nell’ordine materiale, affinché l’anima possa esercitarvi le facoltà naturali che meglio la ordinano a Dio.

Orbene, la ricchezza materiale è una delle condizioni che favoriscono la creazione dello splendore inerente al bello. Così come, al contrario, la miseria generalizzata tende a produrre bruttezza. Per bocca del re Davide, la divina Sapienza considera felice un popolo che possiede abbondanza di beni materiali: “I nostri granai siano pieni, trabocchino di frutti d’ogni specie; siano a migliaia i nostri greggi, a miriadi nelle nostre campagne; siano carichi i nostri buoi. Nessuna breccia, nessuna incursione, nessun gemito nelle nostre piazze. Beato il popolo che possiede questi beni: beato il popolo il cui Dio è il Signore” (Sal., 144, 13-15).

Commenta S. Tommaso: “Gli uomini stimano che vi è qualche felicità in questa vita, per una certa somiglianza con la vera beatitudine. E non hanno del tutto torto”. L’esatto opposto della concezione pauperista.

Le ricchezze sono una manifestazione dell’abbondanza dei doni di Dio. Questo vale non solo per le grandi ricchezze ma anche per quel grado di superfluo che ogni uomo dovrebbe avere per decorare la propria vita, dandogli un grado di dignità e di splendore necessario per mantenere vivo il dinamismo dell’anima verso il trascendente. In altre parole, si tratta non solo della ricchezza dei ricchi, ma anche di quella del popolo.

L’arte popolare, per esempio, è una forma preziosa di ricchezza materiale, che conferisce dignità e decoro alle classi più umili. L’arte popolare suppone un’anima aperta alla bellezza. E ciò è possibile solo in popoli nei quali il sentimento religioso è forte.

A maggior ragione lo sono i palazzi, i monumenti, le grandi istituzioni, in altre parole tutto ciò che richiede non solo nobiltà di animo, ma anche ampie risorse materiali per costruire. Queste sono le forme del bello che poi vanno in beneficio di tutto il corpo sociale.

 

Il pauperismo è contro l’amore di Dio

In conclusione, si può dire che il pauperismo porta con sé la premessa che l’uomo non deve combattere i suoi appetiti disordinati né le circostanze esterne sfavorevoli, per abbellire moralmente la propria anima e perfezionare il mondo che lo circonda. Il pauperismo rinuncia a quello stimolo verso l’alto che, invece, dovrebbe caratterizzare la vita cristiana. Da un certo punto di vista, costituisce una vera e propria avversione nei confronti di Dio, che riverbera il non serviam satanico, con gravi conseguenze sul piano morale, sociale, politico ed economico.

Il pauperismo è un peccato contro Dio perché nega al Creatore l’onore e la gloria a Lui dovute in modo assoluto, rinunciando al retto uso dei beni della terra. Il pauperista è come il servo infedele del Vangelo che seppellisce il talento che suo Signore gli aveva dato, senza farlo fruttificare.

Il pauperismo è un’ingiustizia contro la società, poiché impedisce lo sviluppo armonioso dell’ordine naturale che, come insegna il Magistero sociale della Chiesa, nel terreno dei beni materiali raggiunge il pieno sviluppo nel regime di proprietà privata.

Il pauperismo è un’aggressione contro la natura umana, giacché atrofizza le potenze dell’anima, privando l’uomo dei mezzi adeguati per raggiungere il suo fine ultimo, che è la felicità.

Categoria: Giugno 2013

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