2013

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Il sacco dimenticato

 

di Pier Paolo Picano

 

È poco ricordato il fatto che la Basilica di San Pietro in Vaticano sia stata saccheggiata dai Saraceni nel lontano 846. Evento che si colloca in un tempo di molto antecedente al periodo delle Crociate, facendoci comprendere bene, attraverso la semplice narrazione dei fatti, quanto e quale fosse la pericolosità, l’audacia e la forza del mondo islamico.

In quegli anni, sul soglio pontificio era Sergio II, che apparteneva ad una nobile famiglia romana. Papa anziano e malato, passò il potere nelle mani del fratello Benedetto, vescovo di Albano, a cui affidò il governo della città di Roma. Sergio II si prodigò molto per il restauro di numerosi siti religiosi, tra i quali la Schola cantorum e la chiesa di San Martino ai Monti.

Roma, abitata oramai da non più di trentamila persone, era cinta dalle poderose mura volute dall’imperatore Aureliano tra il 270 e il 273. L’antica Basilica, edificata per volere di Costantino durante il pontificato di Silvestro I, era ubicata fuori le mura. Vasta come un campo di calcio, alta oltre 30 metri, poteva già considerarsi un’imponente e magnifica costruzione a gloria dell’apostolo Pietro, ivi sepolto. Roma, comunque, nell’immaginario di un pirata arabo del IX secolo, doveva ancora destare sogni di un ricco e facile bottino. Inoltre, essendo essa il centro della religione cristiana il saccheggio aveva una valenza non solo remunerativa ma soprattutto simbolica.

L’impero carolingio si era sfaldato e diviso. Il re dei franchi occidentali Carlo II, nell’845 aveva subito l’umiliazione del saccheggio di Parigi da parte dei Vichinghi. Lotario I, re d’Italia e imperatore augusto, aveva da poco terminato una lunga guerra civile con i fratelli e governava con fatica e deboli forze. L’impero bizantino avrebbe perso proprio in quel tempo (dal 827 al 902) la Sicilia conquistata dagli arabi.

I Longobardi, che dominavano l’Italia da tre secoli, erano ormai in declino per l’avanzare dei Franchi, il sopraggiungere degli Arabi e le lotte intestine. Il panorama non era, quindi, dei più felici.

Nella notte tra il 25 e il 26 agosto dell’846, i pirati arabi, dopo aver attaccato Civitavecchia, Porto (l’odierna Fiumicino) e Ostia, risalirono il Tevere con 73 navi, 11mila uomini e 500 cavalieri (cifre del Liber pontificalis) e puntarono dritti sulla Città Eterna, avendo a disposizione, per i tempi, un esercito considerevole.

La città, difesa dalla milizia cittadina e dalle imponenti mura Aureliane, non fu violata, i difensori, combattendo tenacemente, scagliarono frecce e pietre contro gli invasori. Gli Arabi non erano preparati ad un assedio e tanto meno possedevano l’artiglieria necessaria per far breccia nelle antiche mura romane. Allora, rivolsero tutte le loro brame sulla Basilica di San Pietro che, posta al di fuori delle mura, fu difesa da un manipolo di valorosi, composto da Sassoni, Frisoni e Franchi, militiae rispettivamente di tre scholae di pellegrini, che erano di stanza nelle strutture destinate alla loro accoglienza nei pressi proprio del colle Vaticano (basti ricordare, una su tutte, S. Maria in Sassia, destinata appunto ai pellegrini sassoni). Nonostante la fiera e nobile resistenza furono annientanti. Una volta vinti, la Basilica fu alla mercede degli invasori. Furono trafugati tutti i tesori, distrutte le immagini sacre, devastata la stessa tomba dell’Apostolo Pietro.

Nell’antica Basilica secoli di devozione avevano accumulato preziosi tesori. L’antica croce d’oro innalzata sulla tomba dell’apostolo, la mensa di argento donata da Carlo Magno, le porte bronzee con preziose lamine d’argento, le rifiniture in oro che rivestivano il pavimento del confessionale.

Le fonti riportano che i pirati musulmani, mentre erano intenti a riservare lo stesso trattamento alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, (anche qui fu profanata la tomba dell’Apostolo delle genti), furono attaccati improvvisamente dai contadini della zona. Si dispersero non potendo così completare lo scempio perpetrato invece nella Basilica ove era sepolto l’apostolo Pietro ridotta ad un bivacco per lungo tempo.

I musulmani, poi, attraversarono la via Appia fino a Fondi, che saccheggiarono e distrussero. La situazione fu risolta dall’intervento prima del duca Guido I di Spoleto e poi dal duca di Napoli, Sergio I, che inviarono truppe e navi a fronteggiare gli invasori. I Saraceni dopo aver seminato ogni sorta di devastazione e saccheggio sul loro cammino e aver, per fortuna vanamente, tentato un assalto al monastero di Montecassino, si accinsero ad attaccare la città di Gaeta. Ma dopo alcuni scontri e trattative, indeboliti nel numero e fiaccati dalla resistenza incontrata, gli assalitori ripresero il mare. Una tempesta li colse e la loro flotta fu annientata.

Approfittando del ritiro dei Saraceni e della loro momentanea disfatta, il successivo papa, San Leone IV, romano di origine longobarda, incominciò e finì in breve tempo la costruzione delle mura (848-852) a difesa della basilica di San Pietro e dei borghi circostanti (anche grazie al sostegno finanziario dell’imperatore Lotario), chiamate poi, proprio in suo onore, mura Leonine. Le mura, a forma di ferro di cavallo, correvano, per orientarsi con occhi moderni, da Castel Sant’Angelo fin quasi a lambire il Tevere all’altezza del ponte Principe Amedeo. Lunghe più di tre chilometri, avevano ben 44 torri e tre porte d’ingresso. Ancora oggi possiamo ammirare la maestosità, la forza e la bellezza di quelle fortificazioni, anche se oggi avremmo bisogno di mura spirituali, ben più alte e solide, per contrastare i nemici, che si presentano all’inizio del XXI secolo, molto più numerosi, insidiosi e pericolosi.

Categoria: Ottobre 2013

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