2014

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Editoriale: Delenda est Austria

 

“Delenda est Austria”. È il titolo, e la conclusione, di un articolo scritto dal duca Litta Visconti Arese nel luglio 1918, e pubblicato sulla “The North American Review” (vol. CCVIII, n. 752). Finita la guerra 1914-1918, bisognava distruggere l’impero austriaco. Lo avevano decretato le forze socialiste, lo avevano proclamato i settori liberali, lo avevano deciso le logge massoniche, come dimostra lo storico François Fetjö in «Requiem per un impero defunto. La dissoluzione del mondo austro-ungarico» (Mondadori, 1990).

Il torto dell’Austria? Essere una “monarchia papista”, come affermava con sdegno il primo ministro francese Georges Clemenceau. Cioè una nazione, o meglio un impero, che all’ideale di Fede cattolica univa inscindibilmente un ideale di Civiltà cristiana. Era proprio questo, forse, che dava tanto fastidio alle forze rivoluzionarie. Nonostante deformazioni e manchevolezze, l’Austria esalava ancora il profumo del Sacro Romano Impero, del quale era erede, soprattutto attraverso la dinastia degli Asburgo. Questo, per la Rivoluzione, non era tollerabile.

In extremis, l’imperatore Carlo, palesemente esente da colpa politica poiché era asceso al trono quasi sul finire del conflitto, si appellò al presidente statunitense Woodrow Wilson, la stella ascendente nel panorama mondiale. Da oltreoceano arrivò la stessa sentenza: l’impero andava abolito e l’Austria smembrata in nome della libertà e dell’uguaglianza.

Finiva l’egemonia della Vecchia Europa, iniziava quella di una certa cultura americanista diffusa soprattutto dal cinema di Hollywood, dai nuovi ritmi musicali e dalle mode. Fu la più profonda rivoluzione culturale di tutti i tempi. Non fu la fine del mondo. Ma certamente fu la fine di un mondo.

Dal punto di vista della Chiesa – cioè dal punto di vista principale – fu l’inizio del secolo che vide l’aggravarsi fino al parossismo di quel misterioso processo di “autodemolizione” denunciato da Paolo VI nel 1968, che portò la Chiesa da una “primavera” a un “duro inverno”, nelle parole dell’allora cardinale Joseph Ratzinger.

Il 1917 segnò, però, anche l’inizio della grande speranza quando, apparendo ai tre pastorelli a Fatima, la Madonna promise il trionfo del suo Cuore Immacolato. Promessa che implica la fine del processo rivoluzionario che ci ha condotto a questa situazione, e l’affermazione del suo contrario, cioè un consolidamento della Chiesa e una restaurazione della civiltà cristiana.

Promessa fatta anche dal Sacro Cuore di Gesù quando, apparendo a santa Margherita Maria Alacoque nel 1668, disse: “Io regnerò, malgrado i miei nemici e chiunque cercherà di opporsi. Satana finirà umiliato, e con lui tutti i suoi seguaci”.

Due promesse che oggi, nel centenario della Prima guerra mondiale, non possiamo non ricordare.

Categoria: Giugno 2014

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