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2015

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Io Non sono Charlie Hebdo. Allora, chi sono?

 

di Alejandro Ezcurra

 

L’orribile massacro perpetrato lo scorso 7 gennaio da estremisti islamici contro il personale del settimanale satirico “Charlie Hebdo”, insieme ad altri due attacchi terroristici con vittime, hanno suscitato un’immensa commozione, richiamando la condanna e lo sdegno di tutto il mondo. Eccezion fatta, è chiaro, per certi ambienti islamisti, dove il massacro è stato, invece, festeggiato con grande schiamazzo. Si parla di “11 settembre” francese, anzi europeo.

Rapidamente, con l’agilità e la concisione proprie dello spirito francese, il giornalista Joachim Rancin ha sintetizzato il biasimo in tre parole: “Je suis Charlie” (Io sono Charlie). I francesi, e quindi tutti, sono stati invitati a identificarsi con quella frase, diventata lo slogan delle manifestazioni in Francia e nel mondo. La frase vorrebbe esprimere rifiuto al crimine perpetrato e solidarietà per le vittime.

 

Un equivoco e una trappola

Tuttavia, la frase è restrittiva perché si riferisce a un solo aspetto di ciò che è accaduto. Induce inoltre a un equivoco che nasconde una trappola ideologica.

In effetti, la tragedia non si è limitata all’attacco a “Charlie Hebdo”. È stata una sequenza di tre atti terroristici consecutivi nei quali, oltre ai dieci membri del personale della rivista, sono stati uccisi anche tre poliziotti e quattro civili, clienti di un negozio alimentare ebraico. Pertanto, la frase “Io sono Charlie” ha qualcosa di esclusivista, diremmo proprio di discriminatorio, nei confronti delle altre vittime.

La frase racchiude anche un errore dottrinale poiché suggerisce che il ripudio di tali attacchi, e la compassione per le diciassette vittime, implica necessariamente l’identificarsi con “Charlie Hebdo”, e quindi con la linea editoriale della rivista. Questo, per un cattolico, è semplicemente inaccettabile.

Almeno in una delle sue caratteristiche essenziali, “Charlie Hebdo” non è molto diverso dall’estremismo islamico.

Gli jihadisti praticano una forma di barbarie crudele, omicida, selvaggia, che vuole imporre con la forza uno stato di cose in base al loro fanatismo religioso. Anche “Charlie Hebdo” pratica una forma di fanatismo neobarbaro, senza spargimento di sangue, ma altrettanto inaccettabile: ciò che più di un analista ha chiamato “terrorismo della bestemmia” (1). Consiste nel calpestare ogni regola di convivenza civile, offendendo pesantemente chiunque la pensi in modo diverso, oltraggiandolo in modo crudele e selvaggio.

Con il pretesto di essere una rivista “satirica”, i redattori e vignettisti di “Charlie Hebdo” si celavano dietro la “libertà di espressione” per esercitare una forma di barbarie intellettuale di ispirazione atea e anarchica. Si tratta di un aspetto della Rivoluzione culturale che cerca di imporre ciò che Papa Benedetto XVI definì “dittatura del relativismo”.

Impossibile riprodurre in questa sede le vignette con le quali, per esempio, “Charlie Hebdo” scherniva la Santa Chiesa Cattolica. Chi può dimenticare la vignetta in cui la Santissima Trinità era raffigurata come un atto omosessuale? Oppure la copertina che mostrava un frontale della Madonna mentre dava alla luce il nostro Divino Salvatore? Oppure quella in cui Papa Francesco era ritrattato nudo, come una danzatrice di night club?

Il peccato di blasfemia è sempre grave. Oltre a ferire direttamente Dio, i santi e le cose sacre, svela un male intrinseco: l’odio verso Dio. Sottolineando l’estrema gravità di tale peccato, il «Catechismo della Chiesa Cattolica», al n° 1864, ricorda: “La bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata”.

Il convivio civile, non solo in Occidente ma in ogni civiltà degna di questo nome, si è sempre cimentato su un chiaro senso della dignità umana e del rispetto dovuto ai nostri simili. Nella civiltà cristiana, quel senso di dignità e di rispetto ha raggiunto un apice, generando bellissime forme di cortesia ispirate a due virtù: la giustizia, che dà a ciascuno ciò che gli è dovuto, e la carità, che aggiunge un ulteriore sentimento di compassione nei confronti dei più bisognosi.

Dalla pratica di queste virtù fiorì quella eccellenza nei rapporti sociali che contraddistingueva il cristianesimo europeo, sintetizzata da Talleyrand in una formula poi diventata celebre: “la douceur de vivre”, la dolcezza di vivere.

La Francia era il “Regno cristianissimo”, la culla della douceur de vivre, il paradigma della delicatezza e della cortesia più raffinata. Leggendo le mostruosità neobarba- riche di “Charlie Hebdo”, non possiamo fare a meno di esclamare col profeta Geremia: “Quomodo obscuratum est aurum!”, Come si è annerito l’oro! (Lam, 4, 1).

 

Je suis Charlie Martel

Sommandoci al generale sdegno, preghiamo per tutte le vittime della barbarie omicida islamica, compreso il personale di “Charlie Hebdo”, su cui invoca la misericordia di Dio e lo sguardo materno della Madonna. Ma, allo stesso tempo, ripudia con forza la neobarbarie culturale rivoluzionaria, della quale il settimanale satirico francese è diventato il paladino.

Diciamo, quindi, categoricamente: “Io NON sono Charlie Hebdo”. Chi siamo allora?

Siamo cattolici, apostolici, romani che, di fronte all’avanzare della neobarbarie contemporanea, nelle sue molteplici forme, affermiamo come unica risposta il ripristino della vera civiltà, ossia la Civiltà cristiana: la pace di Cristo nel regno di Cristo.

In questo senso, ci identifichiamo piuttosto con quell’altro slogan sfoggiato in diverse manifestazioni: “Je suis Charlie Martel”, un riferimento a Carlo Martello che, nel 732, sconfisse i musulmani nella battaglia di Poitiers, fermando così l’invasione dell’Europa cristiana. Se oggi esiste la civiltà in Europa, è dovuto anche a lui. Ma, possiamo sperare che la civiltà moderna produca un nuovo Carlo Martello?

 

 Note_________________________________________________

1. Si veda “Il terrorismo della bestemmia, strumento della rivoluzione culturale socialista”, in Sociedad Española de Defensa de la Tradición Familia y Propiedad, España, anestesiada sin percibirlo, amordazada sin quererlo, extraviada sin saberlo. La obra del PSOE, Editorial Fernando III el Santo, Madrid 1988, pp. 401-454.

Categoria: Marzo 2015

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