2016

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La persecuzione religiosa in Spagna

di Giovanni Formicola

 

«España ha dejado de ser católica» («La Spagna ha smesso di essere cattolica»). Con questo grido empio, il presidente Manuel Azaña incitava ulteriormente la persecuzione religiosa in Spagna, che lasciò sul campo 6.845 martiri e più di settemila chiese distrutte. Nell’ottantesimo anniversario della reazione dei cattolici, l’Alzamiento, qualche opportuna riflessione.

 

Il 2016 è ricco di ricorrenze delle lotte dei cattolici contro il comunismo nel secolo XX:

Novant’anni dall’insorgenza armata popolare, detta Cristiada, in Messico, contro la persecuzione anti-cattolica da parte del governo laicista e massonico (1926-1929). Ottant’anni dall’Alzamiento militare e di popolo contro il tentativo di fare in Spagna «come in Russia» (1), contro Dio, contro la famiglia, contro la proprietà (1936-1939). Sessant’anni dalla rivolta ungherese contro l’oppressione sovietica (23 ottobre-11 novembre 1956).

La prima fu una spontanea reazione di popolo in nome di Cristo Re (cristeros vennero chiamati gl’insorgenti da cristoreyes, caricatura del loro grido di battaglia e invocazione finale, ¡Viva Cristo Rey!), per difendere la libertà di vivere e professare la fede anche nella sua pubblica dimensione, ma non ebbe alcun progetto politico.

La terza, fu un eroico fenomeno d’insofferenza e reazione all’oppressione comunista, subito represso anche per l’ignavia occidentale, ma che non trovò mai piena consapevolezza per l’assenza di leaders autenticamente anticomunisti, essendo state eliminate o rinchiuse in prigione le guide naturali del popolo, a cominciare dal primate d’Ungheria, il cardinale Jozsef Mindszenty (1892-1975).

L’Alzamiento spagnolo, invece, fu un fenomeno globale, all’interno del quale si scorgono, ancorché non in purezza, le linee che dividono nella storia dell’Occidente cristiano la Rivoluzione e la Contro-Rivoluzione (2). Cioè, da un lato, un ulteriore episodio dell’aggressione all’ordine religioso, morale, culturale, politico, sociale ed economico scaturito dalla prima evangelizzazione, e dall’altro la difesa di quel che ne sopravviveva, in vista d’una sua completa restaurazione. In ultima analisi, in Spagna, in quegli anni, la consapevolezza della curvatura anche religiosa e anti-religiosa dello scontro fu tutt’altro che assente e ininfluente. Preferisco, perciò, soffermarmi su questo tra gli eventi di cui ricorre nel 2016 un anniversario tondo.

 

“Assalto al Cielo”

Nella Spagna degli anni 1930 è in atto un vero e proprio «assalto al Cielo» (3), e la reazione è piuttosto una cruzada (4) che la difesa di uno specifico ordine socio-economico, ancorché sia stata anche questo.

Tale «assalto al cielo» ha radici profonde nell’ottocento, ed è la continuazione del progetto rivoluzionario, che è politico e religioso, sociale e culturale, economico e morale, cui si prova a dare cruento compimento con una violenta accelerazione, che combina i metodi d’azione «legali» con quelli illegali, in prospettiva insurrezionale.

Già all’inizio del XX secolo, la semana trágica di Barcellona del luglio 1909, uno degli episodi più violenti dello sforzo ormai quasi secolare di sovvertire la Spagna cattolica, sconvolge il grande architetto e candidato alla beatificazione Antoni Gaudì (1852-1926) per la furia cieca con la quale vengono colpiti dai rivoltosi rossi gli ecclesiastici, i religiosi e le religiose, le chiese e i conventi (5).

Nella primavera del 1931 si svolge una tornata elettorale amministrativa. I partiti d’ordine e monarchici conseguono la maggioranza nel paese, ma vengono sconfitti nelle città principali. Imprevedi- bilmente il re, mal consigliato, abdica. Il 14 aprile 1931 viene proclamata la Repubblica, la seconda nella storia spagnola, che viene «festeggiata» con i consueti assalti a chiese e conventi, incendiati e profanati (6).

La governa una coalizione tra i socialisti ed i repubblicani di sinistra, che vince le elezioni politiche del giugno 1931. Subito il nuovo governo espelle dal territorio nazionale alcuni vescovi, tra i quali il primate di Spagna, l’arcivescovo di Toledo, il cardinale Pedro Segura y Sáenz (1880-1957). La curvatura radicale e massimalista della politica della coalizione è plasticamente manifestata dalla nota espressione del leader massone e repubblicano, nonché capo del governo e poi presidente della Repubblica, Manuel Azaña Díaz (1880-1940): «España ha dejado de ser católica» («La Spagna ha smesso di essere cattolica») (7).

È evidente il carattere piuttosto programmatico che descrittivo di tale dichiarazione, che trova sanzione nella nuova Costituzione. Questa riduce la Chiesa al rango di una qualsiasi associazione, le nega ogni sostegno economico pubblico, le impedisce di esercitare l’industria, il commercio e l’insegnamento (in altri termini è impedita alla Chiesa ogni presenza pubblica organizzata, sussumibile nelle tre categorie d’opera indicate), ne mette i beni a disposizione della nazione, cioè li rende suscettibili d’esproprio senza condizione, introduce il divorzio.

Segue il decreto di scioglimento della Compagnia di Gesù e di nazionalizzazione del suo patrimonio. In attuazione del dettato costituzionale, viene promulgata nel 1933 la Ley orgánica de Confesiones y Congregaciones Religiosas, che proibisce ogni manifestazione di culto al di fuori degli edifici religiosi se priva di autorizzazione amministrativa, impone la rimozione dei simboli ed immagini religiose da scuole, edifici pubblici, piazze e strade e la tassazione della loro esibizione da parte dei fedeli, incentiva la laicizzazione dei matrimoni, dei funerali e dei cimiteri.

 

Parla Pio XI

Si fa sentire a questo punto la protesta del pontefice Pio XI (1922-1939), che nella lettera enciclica Dilectissima nobis così si esprime «[…] non possiamo non levare la voce contro la legge testé approvata “intorno alle confessioni e congregazioni religiose”, costituendo essa una nuova e più grave offesa non solo alla religione e alla Chiesa, ma anche a quegli asseriti principi di libertà civile sui quali dichiara basarsi il nuovo Regime Spagnolo. […] E vogliamo qui riaffermare la Nostra viva fiducia che i Nostri diletti figli della Spagna, compresi della ingiustizia e del danno di tali provvedimenti, si varranno di tutti i mezzi legittimi che per diritto di natura e per disposizione di legge restano in loro potere, in modo da indurre gli stessi legislatori a riformare disposizioni così contrarie ai diritti di ogni cittadino e così ostili alla Chiesa» (8).

Il riferimento al diritto naturale viene letto come una sorta di autorizzazione morale anche al ricorso ai rimedi estremi. In ogni caso, il disordine legislativo interagisce con quello sociale, esasperandolo fino al parossismo, e suscita una prima reazione.

 

La sinistra si scatena

Alcuni partiti d’ordine si coalizzano nella Confederación Española de Derechas Autónomas (CEDA), che, alleata con il Partito radicale guidato dal massone Alejandro Lerroux García (1864-1949) (9), vince con gli altri partiti di destra le elezioni che si svolgono alla fine del 1933 (10), le prime in cui il suffragio è esteso alle donne. La sinistra non accetta il risultato delle urne. E quando nell’ottobre del 1934 tre componenti della CEDA entrano nella compagine ministeriale ne fa pretesto per tentare l’insurrezione, che però riesce solo nelle Asturie, dando luogo a quell’«ottobre rosso» (11) tra le cui vittime la Chiesa ha già riconosciuto dei martiri.

Questo tentativo rivoluzionario costituisce la premessa immediata dell’Alzamiento Nacional, in quanto segnala chiaramente le intenzioni della sinistra spagnola: instaurare, anche con la violenza (12), una repubblica socialista e collettivista che proceda ad estirpare la religione sin dalle sue radici dal suolo di Spagna (13).

Con la vittoria delle sinistre unite nel Frente Popular alle elezioni del febbraio 1936 la situazione precipita.

Esse sono indette anticipatamente perché il presidente della Repubblica, Niceto Alcalá Zamora (1887-1949), cattolico centrista (sostanzialmente un democristiano che guarda a sinistra e di fede repubblicana) scioglie le Cortes, rifiutando di dare l’incarico di formare il governo al leader della CEDA, José Gil Robles (1898-1980), nonostante esistesse una maggioranza parlamentare pronto a sostenerlo. I brogli elettorali, le violenze, le divisioni della destra, la costituzione di una «terza forza» cattolica, danno al blocco delle sinistre, per effetto della legge elettorale e per l’arbitrario annullamento delle elezioni nelle circoscrizioni in cui aveva vinto la destra, una forte maggioranza parlamentare.

Si scatenano immediatamente la violenza nelle piazze e la repressione di Stato. Il governo libera con un’amnistia ad hoc i rivoluzionari del ‘34 ancora imprigionati. Per i partiti e per gli uomini di destra, ma soprattutto per i cattolici, gli ecclesiastici, i religiosi e le religiose, per la Chiesa e per le chiese, in Spagna l’aria si fa irrespirabile (14).

Nei pochi mesi che vanno dal febbraio al giugno 1936 si contano 269 uccisi, 1287 feriti, 251 chiese incendiate o profanate, di cui 160 completamente distrutte (15). Numerosissime sono le sedi dei partiti di destra devastate, le proprietà dei militanti distrutte o danneggiate, gl’imprigionamenti pretestuosi ed illegittimi (16).

Il 12 luglio 1936 il deputato monarchico José Calvo Sotelo (1893-1936) viene prelevato e barbaramente ucciso dalle Guardias de Asalto, una milizia istituita dai governi di sinistra come contraltare alla Guardia Civil, ritenuta prevalentemente di orientamento monarchico e conservatore. È quella che di solito si definisce «la goccia che fa traboccare il vaso».

 

L’Alzamiento

Il 17 luglio nel Marocco spagnolo, il 18 luglio nel territorio metropolitano, un gruppo di alti ufficiali dell’esercito si solleva contro il governo del Fronte Popolare. L’Alzamiento ed il conseguente conflitto vengono compresi come «crociata» in difesa della Fede, come la definì la «Lettera collettiva dell’Episcopato spagnolo ai vescovi di tutto il mondo», datata 1° luglio 1937. Lo stesso Francisco Franco Bahamonde (1892-1975) dichiarava: «La nostra non è una guerra civile […] ma una crociata […]. Sì, la nostra è una guerra religiosa. Noi combattenti, non importa se cristiani o musulmani, siamo soldati di Dio e non ci battiamo contro gli uomini ma contro l’ateismo e il materialismo» (17).

 

Una Chiesa martire

La persecuzione religiosa – si badi, già in corso dal 1931, con continuità – nella zona controllata dai rossi, si sfrena tremenda e sanguinaria. Non più solo le leggi, non più solo la violenza diffusa contro i suoi edifici, i suoi simboli, i suoi uomini e le sue donne, ma una vera e propria sistematica volontà di cancellare il cristianesimo dalla Spagna eliminando i cristiani, di realizzare con ogni mezzo quello che abbiamo definito piuttosto un proposito che una constatazione – «España ha dejado de ser católica» – fanno della Chiesa spagnola di quegli anni una Chiesa martire. La cifra della II Repubblica spagnola è il martirio dei credenti: essa è animata dall’odio satanico (18) contro Dio ed i suoi servi. Odio il cui «perché» è rinvenibile nelle ideologie degli odiatori, e che sono le ideologie della Rivoluzione moderna: il radicalismo laicista «giacobineggiante» e massonico, il socialcomunismo marxista, l’anarchismo.

È noto che non la pena, ma la causa fa i martiri. E tali sono, per la Chiesa coloro che vengono uccisi in odium fidei, o in odium Christi, o in odium Ecclesiae, e accettano, senza cercarla temerariamente, la morte per amor di Dio, perdonando i loro carnefici. Dunque, oltre le disposizioni morali della vittima, oggettivamente se c’è un martire, c’è un odiatore attivo di Cristo, della Fede, della Chiesa. Se il martirio è diffuso nello spazio e duraturo nel tempo, se ingente è il numero delle vittime, allora esso è l’effetto di una persecuzione organizzata.

Nella Spagna di quegli anni, a giudizio di mons. Antonio Montero Moreno, vescovo emerito di Badajoz, si è verificato un episodio senza precedenti – neppure al tempo delle persecuzioni romane – nella storia della Chiesa universale: il sacrificio cruento (non senza accanimento, torture, mutilazioni e, più in generale, ricorso a modalità particolarmente crudeli ed efferate), che ha assunto il carattere di un’autentica strage, in poco più di un semestre ed in un territorio limitato, di quasi settemila tra vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose. E gli ecclesiastici, secondo lo stesso mons. Montero, non sono che una modesta percentuale nella tremenda statistica delle vittime nella zona rossa uccise in odium fidei, cioè perché cattoliche (19). Il fatto e l’entità di questa persecuzione, espressione di un odio singolare, sono certificati dal numero dei martiri già riconosciuti dalla Chiesa – che è infallibile quando canonizza – e di quelli prossimi al riconoscimento: fra gli uni e gli altri, si avanza a tappe forzate verso i duemila! (20)

 

Oltraggi e profanazioni

Innumerevoli, poi, sono gli oltraggi sacrileghi al SS. Sacramento, la distruzione o la profanazione blasfema ed iconoclasta delle chiese, degli arredi e dei vasi sacri, delle reliquie, dei luoghi di culto, dei simboli della fede, persino dei cimiteri e dei cadaveri dei religiosi. Sono noti i casi delle processioni burlesche che non risparmiavano l’Ostia santa (una di queste costò la vita a Toledo ad un dirigente comunista locale, che vestiva i paramenti sottratti al vescovo, ma fu, purtroppo per lui, preso sul serio da un miliziano, cui non parve vero poter piantare una pallottola in corpo all’odiato successore degli apostoli), come note sono le «fucilazioni» del S. Cuore, del Cristo del Cerro de los Angeles presso Madrid e di quello del Tibidabo presso Barcellona, nonché la riesumazione dei cadaveri mummificati di suore esposti al pubblico dileggio a Barcellona, ed in altre città della zona rossa.

Contrariamente a quel che si può credere, la distruzione delle chiese spesso non fu affatto l’effetto di una irrefrenabile furia popolare, ma un’operazione sistematica, deliberata dalle autorità locali repubblicane come un semplice atto amministrativo. Così, ad esempio, stabilì la giunta comunale di Castellón de la Plana a proposito della Iglesia Mayor, per la cui demolizione si consideravano, secondo quanto è restato agli atti del consiglio, “più importanti le ragioni morali di quelle di ordine materiale, (giacché) quella casaccia rappresenta qualcosa di così infame che è assolutamente urgente che si proceda al suo abbattimento”.

Né la persecuzione può essere spiegata, né tanto meno giustificata – se mai si potesse – come reazione all’Alzamiento. Come s’è detto, essa inizia nel 1931, i primi martiri riconosciuti sono del 1934 in occasione dell’«ottobre rosso» asturiano, l’«olocausto» (21) vero e proprio si consuma nel 1936, con propaggini fino al 1939, a guerra ormai perduta, testimonianza ultima di un odio inestinguibile.

È un agire dominato dall’ossessione di un morbo epidemico che reclama misura di radicale disinfezione. Come osservava una poetessa inglese, Sylvia Townsend Warner [1893-1968], dopo aver visitato cosa restava delle chiese di Barcellona, esse «erano state pulite esattamente come si fa con la camera di un malato dopo una pestilenza. Ogni cosa che poteva conservare il contagio era stata distrutta» (22).

La paura della contaminazione che emana dagli oggetti sacri ispira ai comitati rivoluzionari la diffusione di bandi che imponevano, spesso sotto pena di morte, la consegna di tutte le immagini, libri di pietà, rosari ed altri oggetti di culto posseduti dai privati perché fossero dati alle fiamme. Le parole di un ministro cattolico del governo repubblicano, il basco Manuel Irujo Ollo (1891-1981), contenute nel memorandum sulla situazione della Chiesa nel territorio controllato dalla Repubblica, da lui presentato il 7 gennaio 1937 al Consiglio dei ministri, chiariscono definitivamente, se ancora ce ne fosse bisogno, le intenzioni dei rossi: «Tutte le chiese sono state chiuse al culto. Esso è pertanto totalmente sospeso» (23). L’«assalto al Cielo» sembra riuscito.

 

Ragioni dell’Alzamiento

Ma la resistenza e la reazione di una parte della Spagna ripristineranno l’antico culto religioso, che già aveva animato la Reconquista fondando l’identità nazionale.

Sono note le condizioni che rendono lecita la disobbedienza civile, la resistenza attiva e poi la stessa insorgenza in armi contro il potere costituito. Il Catechismo della Chiesa Cattolica le riassume al n. 2243. Di fronte alla grave illegittimità d’origine o d’esercizio del potere politico, occorre che non vi siano altri rimedi, che questi non siano peggiori del male che affrontano, e che vi sia una ragionevole speranza di successo. Il giudizio sulla sussistenza di tutte queste condizioni è affidato al prudente apprezzamento di chi si trovi nelle condizioni di avere autorità sociale. Oggi non è difficile comprendere come tale giudizio sia stato all’epoca correttamente formulato da chi aveva titolo per farlo.

Il governo del Fronte Popolare si era insediato grazie a violenze, brogli, falsificazioni di atti e illegittimi annullamenti di risultati elettorali; la sua azione era rivolta contro una parte cospicua della società, informata com’era ai principi della lotta di classe e contro la religione, sì da tramutarlo in autentico «nemico pubblico»; violava costantemente le norme più elementari del diritto naturale, dal diritto alla vita a quello di proprietà; l’anarchia dilagava ed il bene comune era in grandissimo pericolo: nessuno era più sicuro di sé, né delle sue cose, a cominciare dalla Chiesa cattolica. L’aggressione durava almeno dalla proclamazione della II Repubblica nel 1931, come abbiamo cercato di evidenziare, e consisteva in un’azione combinata «dal basso» (i disordini sociali, le violenze, i saccheggi, gli omicidi, tollerati quando non fomentati dalla parte repubblicana), e «dall’alto» (le leggi, l’esercizio della giurisdizione, i provvedimenti amministrativi, l’indifferenza connivente con le violenze rosse quando al potere erano le sinistre massoniche e marxiste).

Era evidente che non si potesse fare altro, anzi che l’Alzamiento fosse un preciso dovere morale. Infatti, la causa era giusta (la difesa dei diritti naturali e del vero ordine sociale e morale, gravemente violati e sovvertiti, a cominciare dalla possibilità di vivere e praticare liberamente e pacificamente la Fede). Si possedeva la forza per agire, ed insorgere era ormai, nonché un’offesa al bene comune – dopo l’assassinio da parte di una milizia di Stato, non da parte di incontrolados, di uno dei leader dell’opposizione parlamentare a seguito di un suo discorso con il quale denunciava le violenze nelle piazze e da parte degli organi dell’amministrazione – l’ unico modo per salvaguardarlo.

Del resto, e conclusivamente, che l’Alzamiento fosse praticamente richiesto dalla situazione lo riconosce un autorevole esponente repubblicano: «Ecco che cosa scriveva in quei giorni [primavera 1936] il repubblicano Miguel Maura [Gamazo (1887-1971)] (già ministro dell’Interno nel 1931): I cittadini pacifici, dalle simpatie politiche più diverse credono che ormai la costituzione sia lettera morta e che insulti, violenze, incendi, omicidi, distruzioni di proprietà non contino più per il codice penale se coloro che li commettono si pongono sotto l’egida stellata della falce e del martello. Noi repubblicani democratici che abbiamo fatto i più grandi sforzi personali per collaborare con il regime veniamo chiamati fascisti. Se la repubblica significa tutto questo, essa è condannata a una rapida estinzione per mano di coloro che si ergono a suoi difensori o, più probabilmente, da una reazione proveniente dalla direzione opposta» (24).

Così come un altro esponente repubblicano deve riconoscere che l’intervento dei militari sia stato oggettivamente difensivo ed abbia prevenuto un’accelerazione violenta del processo rivoluzionario in atto, di cui sarebbero state occasione le «olimpiadi proletarie» organizzate, come alternativa a quelle «fasciste» di Berlino, per la fine di luglio a Barcellona: «Di fatto nel luglio del 1936 si organizzava già la distribuzione delle armi tra le milizie marxiste, e ciò, per noi che vivevamo a Madrid, risultava chiaro, in quanto uno dei capi rivoluzionari affermava che (citato da F. Suarez, in Razòn Española, n. 16, pag. 32), “non vi è altra verità se non quella che i militari ci anticiparono, per evitare che arrivassimo noi a scatenare la Rivoluzione”». (25)

 

La voce della Chiesa

Il giudizio sulla situazione, e quindi sulla legittimità e persino doverosità dell’intervento dei militari e del popolo cattolico in armi, è confermato dalla Chiesa universale.

Fin da subito, il Papa Pio XI, che già si era espresso con la citata enciclica Dilectissima nobis, dichiara la posizione della Chiesa sul conflitto in atto in Spagna e sulle parti che ne sono protagoniste, sebbene non senza riserve circa alcuni eccessi nel condurre la lotta e soprattutto sulle contaminazioni ideologiche di tipo fascista del bando nacional. Egli, in Castelgandolfo il 14 settembre 1936 (a meno di due mesi dall’Alzamiento, dunque), così si pronuncia in un’allocuzione rivolta a circa cinquecento profughi dalla Spagna rossa:

«Si direbbe che una satanica preparazione ha riaccesa, e più viva, nella vicina Spagna quella fiamma di odio e di più feroce persecuzione confessatamente riserbata alla Chiesa ed alla Religione Cattolica, come l’unico vero ostacolo al prorompere di quelle forze che hanno già dato saggio e misura di sé nel conato per la sovversione di tutti gli ordini, dalla Russia alla Cina, dal Messico al Sudamerica [...]. La Nostra benedizione s’indirizza, in maniera speciale, a quanti si sono assunti il pericoloso compito di difendere e restaurare i diritti e l’onore di Dio e della religione, che è come dire i diritti e la dignità delle coscienze, condizione prima e la più solida di ogni benessere umano e civile»(26).

Il giudizio (e le riserve) vengono confermati nel Radiomessaggio al Mondo intero del 24 dicembre 1936 (27).

La Chiesa in Spagna non è da meno. Con coraggio, determinazione e prontezza benedice nella sua sostanza l’Alzamiento nacional ed esorta i cattolici a sostenerlo. Prima, con un’Istruzione pastorale dei vescovi di Vitoria e Pamplona (6-8-36), poi con una lettera pastorale del vescovo di Salamanca (30-9-36), e con quella del Cardinal Isidro Gomá y Tomás (1869-1940), arcivescovo di Toledo e Primate di Spagna (30-1-37). Poi, con la famosa Lettera collettiva dell’Episcopato spagnolo ai vescovi di tutto il mondo dell’1 luglio 1937, che meriterebbe uno studio a parte. Ci limitiamo a qualche brano:

«Anche se la guerra fosse di solo carattere politico-sociale, è stata così grave la sua ripercussione nell’ordine religioso, ed è apparso così chiaramente, fin dai suoi inizi, che una delle parti belligeranti mirava alla eliminazione della religione cattolica in Spagna, che noi, Vescovi cattolici, non possiamo re-starne al di fuori senza lasciare abbandonati gli interessi di Nostro Signor Gesù Cristo, e senza incorrere nel tremendo appellativo di “canes muti”, con il quale il Profeta censura coloro che, dovendo parlare, tacciono di fronte alla ingiustizia».

Il giudizio non cambia con la conclusione della guerra. Il nuovo Papa Pio XII indirizza l’1 aprile 1939, il giorno stesso della proclamazione della vittoria, un telegramma di felicitazioni al generale Franco, e quindici giorni dopo un radiomessaggio al popolo spagnolo, «con immensa gioia […] per il dono della pace e della vittoria» (28). Il Primate di Spagna così scrive: «Sono l’anima cattiva dell’anti-Spagna e l’anima buona della Spagna ad essersi affrontate sui campi di battaglia. È l’anima della nostra nobile storia, la vecchia anima dei nostri padri che ha sbarrato il passo all’anima bastarda dei figli di Mosca» (29).

 

Luci ed ombre

Se in tutti i fenomeni storici coesistono luci ed ombre, nemmeno la cruzada spagnola si sottrae a tale legge della storia, che altro non è se non il peccato originale all’opera. Ma se non mancarono le ombre dal lato degl’insorgenti – soprattutto a causa della contaminazione nazional-socialista, storicamente forse inevitabile e comunque dottrinalmente rivoluzionaria – dall’altro fu il dominio delle tenebre. Duemila martiri riconosciuti – da una sola parte – lo dimostrano al di là d’ogni ragionevole dubbio.

Nella Madrid del 1936 la sinistra faceva sfilare le donne in corteo al grido «Hijos sì, maridos no», ed uno degli slogan più diffusi, che s’insegnava anche ai bambini, era «Ni Dios, ni patria, ni padres». Anche questo dimostra come – pur volendo «fare come in Russia» – la Rivoluzione in Spagna fosse non solo socio-economica, ma avesse una chiara, esplicita, consapevole ed intenzionale curvatura culturale non solo irreligiosa, ma esplicitamente anti-cattolica.

La società, tuttavia, rivela allora la presenza di anticorpi capaci di sconfiggere il morbo. La guarigione però, si deve constatare con il senno di poi, fu solo apparente. Infatti, oggi è in atto – e non solo in Spagna, ma in tutto l’Occidente ch’è stato Cristianità – con altri mezzi, la stessa guerra contro la Chiesa, la religione, la famiglia, l’ordine morale e la dimensione sociale della verità sull’uomo: i figli senza marito e la cancellazione della stessa parola «padre» sono un fatto. Ancora una volta in Spagna si muove un’avanguardia che dà «l’assalto al cielo», assalto che, nonché respinto, si rivela perciò essere stato solo rinviato. E la società sembra non avere più a sufficienza gli anticorpi per combattere il ricorrente morbo. Per tante ragioni, non ultima lo sbandamento pastorale che si manifesta a partire dagli anni 1960. Gli sconfitti di ieri sembrano i vincitori di oggi. Ottant’anni dopo, complicato dall’«irreparabile fuga del tempo», il nodo rivoluzionario è ancora tutto da sciogliere, e lega ancora in indissolubile intreccio la religione, la cultura e la politica.

 

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1. «Siamo decisi a fare in Spagna quello che è stato fatto in Russia» (El Socialista, 9-2-1936, cit. in GABRIELE RANZATO, La grande paura del 1936. Come la Spagna precipitò nella guerra civile, Laterza, Roma-Bari 2011, p. 67). L’autore è dichiaratamente filo-repubblicano e anti-franchista, il che rende particolarmente attendibili le informazioni e le considerazioni contenute in questa e nelle altre sue opere che utilizzo.

2. Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario (1959-2009) a cura di Giovanni Cantoni, Sugarco, Milano 2009.

3 Cfr. ESTANISLAO CANTERO NUÑEZ, 1936. «L’«assalto al cielo»: la guerra civile spagnola. Le cause dell’«Alzamien-to», in Cristianità, 1996, n. 258. «Assalto al cielo» è la definizione che Karl Marx (1818-83) diede dell’impresa rivoluzionaria della Comune di Parigi (1871) (cfr. VLADIMIR IL’IČ «LENIN» (1870-1924), Stato e rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 98).

4. Il primo ad utilizzare il termine è il vescovo di Salamanca (poi primate di Spagna) mons. Enrique Pla y Deniel (1876-1968), nella sua lettera pastorale Las dos ciudades del 30-9-36: «[…] no se trata de una guerra por cuestiones dinásticas ni formas de gobierno, sino de una Cruzada contra el comunismo, para salvar la religión, la patria y la familia». La qualifica di cruzada, poi, viene ratificata nella Lettera Collettiva dei vescovi di Spagna.

5. JUAN JOSÉ NAVARRO ARISA, Gaudí. L’architetto di Dio, Paoline, Milano 2003, p. 199.

6. Il manifesto del Partito Socialista incitava a «[…] distruggere la Chiesa e cancellare da tutte le coscienze la sua nociva influenza» approvando l’incendio di conventi e chiese come modo privilegiato di trattare le «carogne ecclesiastiche» (cit. in PÍO MOA, Le origini della guerra civile spagnola, Meridiana, Firenze 2006, p. 159).

7. Discorso alle Cortes Costituyentes del 14-10-1931, nel quale ebbe pure a proclamare che il governo intendeva «[…] transformar el Estado y la sociedad españoles hasta la raíz […] que es en rigor la implantación del laicismo del Estado con todas sus inevitables y rigurosas consecuencias».

8. http://www.vatican.va/holy_father/pius_xi/encyclicals/documents/hf_p-xi_enc_19330603_dilectissima-nobis_it.html

9. Per comprendere meglio il clima della Spagna di quel tempo, può essere utile ricordare come si esprimeva solo qualche anno prima lo stesso Lerroux, leader del governo di centro-destra: «Bisogna saccheggiare la civiltà decadente e miserabile di questo paese […]; bisogna sollevare il velo delle novizie e innalzarle a ruolo di madri; […] bisogna distruggere la Chiesa» (cit. in P. MOA, op. cit., pp. 30-31).

10. Nel corso della campagna elettorale «Le destre subirono la maggior parte delle perdite e non assassinarono nessuno» (P. MOA, op. cit., p. 175).

11. Quando, secondo il liberale e già ministro della Repubblica, Salvador de Madariaga y Rojo (1886-1978), «[…] la sinistra spagnola ha perduto ogni parvenza d’autorità morale per condannare la ribellione del 1936» (España. Ensayo de historia contemporánea, Espasa-Calpe, Madrid 1978, p. 363, cit. in VICENTE CÁRCEL ORTÍ, Buio sull’altare. 1931-1939: la persecuzione della Chiesa in Spagna, Città Nuova, Roma 1999, p. 77). Essa è stata definita «[…] la convulsione rivoluzionaria più violenta di quante ne avesse conosciute l’Europa in sette decenni, all’infuori di quella bolscevica» (P. MOA, op. cit., p. 138).

12. «In che modo dovremo raggiungerli [i nostri obiettivi]? In ogni modo possibile! Già lo abbiamo detto mille volte. Il nostro obiettivo è la conquista del potere politico. Il metodo? Qualunque potremo impiegare!» (Francisco Largo Caballero (1869-1946), capo del PSOE, il Partito socialista spagnolo, cit. in G. RANZATO, La Guerra di Spagna, Giunti, Firenze 1995, p. 48).

13. Ulteriormente indicativo del clima dell’epoca e dell’orientamento delle forze rivoluzionarie è il soprannome del mini-stro dell’interno della Generalitat della Catalogna, Eloy Vaquero: «Matacristos» (P. MOA, op. cit., p. 68).

14. «[…] Azaña già il 17 marzo scriveva al cognato: “Ho perso il conto delle località in cui hanno bruciato chiese e conventi» (G. RANZATO, La grande paura, cit., p. 214).

15. Quesi i dati forniti da José Maria Gil Robles al Parlamento (cfr. F. J. F. DE LA CIGOÑA, art. cit., p. 17)

16. Ranzato – lo ricordo, dichiaratamente anti-fascista e anti-franchista – non può che constatare «[…] un avanzato sfacelo dello Stato di diritto» (La grande paura, cit., p. 269), che portava addirittura a non eseguire le sentenze di assoluzione dei militanti di destra, che venivano perciò trattenuti in carcere (ibid., p. 273). Egli è costretto a riconoscere che è «[…] discutibile […] perpetuare l’immagine della Spagna della primavera 1936, come quella di un paese di democrazia liberale accettabilmente funzionante, capace di garantire la continuità del suo sistema […] al riparo di qualsiasi pericolo di sovvertimento rivoluzionario, che sarebbe stato trascinato alla guerra civile solo da una sollevazione militare reazionaria e fascista» (Ibid., p. 316).

17. Intervista del 16-11-’37, cit. in PAUL PRESTON, Francisco Franco. La lunga vita del caudillo, Mondadori, Milano 1997, p. 292.

18. Questo l’aggettivo adoperato da Papa Pio XI in un’Allocuzione ai rifugiati spagnoli.

19. Cfr. mons ANTONIO MONTERO MORENO, Historia de la persecución religiosa en España. 1936-1939, BAC, Madrid 1961, pp. XIII-XIV, e pp. 762 e ss., cit. in MIGUEL AYUSO TORRES, El sentido de un conflicto, in Iglesia Mundo, cit., p. 6, e in MANUEL DE TUYA, O. P., Teología del martirio, ibidem, p. 27.

20. Il 28 ottobre 2007 furono beatificati a Roma 498 martiri. Allora la più grande beatificazione di massa della storia. Ma il 13 ottobre 2013 il record viene superato: i martiri beatificati in un’unica soluzione sono 522!

21. Così V. C. ORTÍ, in La gran persecución. España, 1931-1939. Historia de cómo intentaron aniquilar a la Iglesia católica, Editorial Planeta, Barcelona 2000, p. 18. E le cifre non gli danno torto: «a Lérida è stato ucciso il 65,8% del clero diocesano (270 sacerdoti su 410); a Tortosa il 61,9% (316 su 510); a Tarragona il 32,4% (131 su 404); a Vich il 27,1% (177 su 652); a Barcellona il 22,3% (279 su 1.251); a Gerona il 20% (194 su 932); a Urgel il 20,1% (109 su 540) e a Solsona il 13,4% (60 su 445)» (IDEM, Intervista all’agenzia on line «Zenit» [www.zenit.org], 3 maggio 2004). I dati sopra riportati sono relativi alla Catalogna. Per il resto della «zona rossa»: Barbastro, 88%, Malaga, 48%, Minorca 49 %, Segorba, 55%, Toledo 48%, Madrid 30% (334), Valencia 27% (327), (cfr. G. RANZATO, La guerra civile spagnola, cit., p. 293).

22. Ibidem, pp. 301-02.

23. Cit. in G. RANZATO, La guerra di Spagna, cit., p. 75.

24. ARRIGO PETACCO, ¡Viva la muerte! Mito e realtà della guerra civile spagnola 1936-39, Mondadori, Milano 2006, p. 18.

25. ÁLVARO D’ORS (1915-2004), La violenza e l’ordine, Marco editore, Lungro di Cosenza [CS] 2003, p. 21.

26. PIO XI, Allocuzione ai Rifugiati spagnoli, del 14-9-36, in Insegnamenti pontifici, a cura dei Monaci di Solesmes, vol. V, La pace internazionale, pp. 223-226.

27. Ibidem, pp. 226-227.

28. In Insegnamenti pontifici, op. cit., pp. 235-40.

29. ISIDRO GOMÁ Y TOMÁS (1869-1940), Por Dios y por España, Casulleras Librería, Barcelona 1940, p. 314, cit. in G. Ranzato, Un evento antico e un nuovo oggetto di riflessione, in Guerre fratricide, cit., p. XXIII.

Categoria: Ottobre 2016

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