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2017

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Il Regno Unito ribadisce la sua posizione storica


di Massimo de Leonardis


Il senso profondo della Brexit è una riaffermazione di orgoglio identitario britannico. È l’opinione del prof. Massimo de Leonardis, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano, noto esperto sulla Gran Bretagna e i suoi rapporti internazionali.


Alcuni risultati politici del 2016 vanno valutati positivamente, anche se senza soverchie illusioni, poiché se la parte sconfitta sicuramente rappresentava il male, la parte vincente non è certo da giudicare in maniera del tutto positiva. Così è stato per la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti e anche per la cosiddetta Brexit. È certamente un bene che uno dei pilastri della polifonica civiltà europea abbia detto “NO” all’Unione Europea, che della Tradizione europea è la negazione.

Questo rifiuto va ad aggiungersi ai molti pronunciati quando agli elettori è stato permesso di esprimersi direttamente su progetti di integrazione europea: votarono “NO” la Danimarca nel 1992 e nel 2000, la Francia nel 2005, l’Irlanda nel 2001 e nel 2008, la Norvegia nel 1974 e nel 1992, i Paesi Bassi nel 2005 e nel 2016, la Svezia nel 2003, la Svizzera nel 1992 e nel 2014; si aggiunga la Groenlandia, nazione costitutiva del Regno di Danimarca, che nel 1982 decise di uscire dalla CEE, alla quale Copenaghen aveva aderito nel 1973.

Si tratta di votazioni significative, perché avvenute contro il parere dell’establishment, che in qualche caso ha costretto a ripeterle per ribaltare i risultati. Mai come oggi appare che la sovranità del popolo è una truffa illusoria, come avevano ben compreso pensatori controrivoluzionari quale Augustin Cochin, che illustrò il ruolo delle “società di pensiero” che manipolano l’opinione pubblica (1). «Il popolo vuole il bene; non sa dove sia; spetta ai suoi educatori mostrarglielo», scriveva Giuseppe Mazzini (2).

 

Un cattivo educatore

Tra i cattivi educatori del popolo figura uno dei “padri” dell’integrazione europea, quell’Altiero Spinelli esaltato a ogni piè sospinto, iscritto diciassettenne al Partito Comunista d’Italia e morto da deputato europeo eletto nelle liste del Partito Comunista Italiano. Nelle memorie egli ricorda la sua «solitaria meditazione» sul «linguaggio notturno» che «non è un ragionamento che si spiega alla luce del sole e si articola chiaro e comprensibile a tutti, o perlomeno a chiunque voglia far lo sforzo di capire» ed «il linguaggio diurno [che] invece non può non essere un linguaggio realista che soppesa le forze esistenti, calcola come si ingranano fra loro, com’è possibile operare su di esse e in che senso» (3).

Un approccio iniziatico che si riflette oggi nella Unione Europea. Spinelli proveniva da una famiglia atea e socialista, che non aveva fatto battezzare i figli, ai quali aveva dato nomi del tutto estranei alla tradizione cristiana: Altiero, Anemone, Asteria, Azalea, Cerilo, Fiorella, Gigliola, Veniero. Da bambino talvolta, con la sorella Azalea, preso «da improvvisa voglia di distruzione», Spinelli spezzava selvaggiamente i rami di un albero urlando a squarciagola «a morte i preti, a morte i preti!» (4).

Ferocemente anti-cristiano, capì furbescamente di avere bisogno anche dell’appoggio dei cattolici. Stupisce l’ignoranza, se non è consapevole inganno, di chi oggi lo accosta senza distinzioni a politici come Adenauer, De Gasperi e Schuman. L’Unione Europea ha rigettato le radici cristiane; che da Londra sia venuto un ulteriore colpo ad un edificio marcio non può che rallegrare. La storia sta dando ragione a Lady Thatcher, che riteneva il progetto di Stati uniti d’Europa «utopico», «inutile», «irrazionale», «destinato inevitabilmente al fallimento» (5).

«Cercare di sopprimere il senso della nazione e concentrare il potere al centro di un conglomerato europeo sarebbe altamente nocivo – sosteneva Margaret Thatcher nell’importante discorso di Bruges del 1988 (6) – L’Europa sarà più forte proprio perché ha la Francia in quanto Francia, la Spagna in quanto Spagna, la Gran Bretagna in quanto Gran Bretagna, ciascuno con le proprie abitudini, tradizioni e identità. Sarebbe follia cercare di costringerle in una specie di identità, di personalità europea». Il “leave” degli inglesi è stato innanzitutto una riaffermazione di orgoglio identitario britannico. Quell’identità britannica che ha nella Monarchia il suo riferimento più alto e fa della Regina Elisabetta II un modello, inarrivabile per qualunque politico, che incarna sacralità, carisma, dedizione al dovere e popolarità. Westminster, madre dei Parlamenti, dove ancora fino a non molti anni fa nella Camera dei Lord sedevano tutti gli eredi della nobiltà, non può che guardare con pena ad un Parlamento europeo privo di vera rappresentatività.

Il Regno Unito ha ribadito la sua posizione storica nei confronti dell’integrazione europea, fiancheggiamento ma non cessione di sovranità o perdita di identità. «We are with them, but not one of them» (siamo con loro ma non siamo uno di loro), così si era espresso Sir Winston Churchill negli anni ’50 a proposito del fallito progetto di Comunità Europea di Difesa. Nel 1968 un illustre politico conservatore, Enoch Powell, denunciò per primo i pericoli dell’immigrazione indiscriminata di extra-europei; suscitò scandalo e bruciò la sua brillante carriera, ma trent’anni dopo Edward Heath, che lo aveva silurato, ammise che le sue osservazioni non erano state «prive di preveggenza».

Gli elettori inglesi hanno respinto gli allarmismi di chi in caso di Brexit prevedeva disastri economici che al momento non si sono verificati. Essi hanno compiuto un atto di speranza nel fatto che il Regno Unito, pur non avendo più un Impero, possa ancora essere una Potenza a livello mondiale ed esercitare meglio tale ruolo al di fuori di una Unione Europea paralizzante e impotente. Bruxelles farebbe bene a stringere un accordo di associazione con uno Stato senza il quale l’Europa sarebbe ancora più debole. Sarebbe un paradosso voler “punire” Londra, dopo che si è pensato di associare la Turchia ed ancora oggi la si finanzia generosamente.

Naturalmente per altri versi il Regno Unito non è un modello lodevole. Non diversamente dalle altre nazioni europee, il processo di secolarizzazione ha fatto passi da gigante e vi sono ampie aree nelle quali il multiculturalismo ha generato enclaves dove prospera il fondamentalismo islamico (7).

La storia delle isole britanniche è ricca di luci e di ombre. Il Re Enrico VIII insignito dal Papa del titolo di Defensor Fidei per la sua difesa della dottrina cattolica contro l’eresia di Lutero trascinò poi il Regno nello scisma e da Elisabetta I fino a tempi abbastanza recenti il protestantesimo e l’“antipapismo” hanno fatto parte del carattere nazionale. Gli inglesi condannarono a morte il Re Carlo I e fecero una rivoluzione contro l’ultimo Re cattolico Giacomo II Stuart.

Dall’altro canto, la Gran Bretagna fu in prima fila contro la Rivoluzione francese e Napoleone, che ne diffuse i princìpi in tutta Europa, contro il Nazionalsocialismo e il Comunismo; però sostenne in Italia il Risorgimento anticattolico.

Dalla metà del secolo XIX si manifestò un prorompente risveglio cattolico con un ritmo di conversioni altissimo e l’adesione di grandi personalità e famosi intellettuali, poi purtroppo rallentato dall’ecumenismo introdotto dal Concilio Vaticano II. Dopo quest’ultimo, la difesa della Tradizione trovò molti paladini, e, su richiesta del cardinale arcivescovo di Westminster John Carmel Heenan, Papa Paolo VI dovette concedere fin dal 1971, ben prima che altrove, un indulto generale per la libera celebrazione in Inghilterra e in Galles della S. Messa Tridentina. Fuori dalla Unione Europea, il Regno Unito potrà scegliere meglio il suo futuro, libero dalla cupola brussellese che incarna un modello non degno della storia europea.

 

Note

1. «Esiste una volontà del popolo a priori: i princìpi. Se il popolo reale, la “moltitudine”, decide secondo quei princìpi, bene. In caso contrario è il popolo ad avere torto, ed esiste un organismo in grado di correggerlo, il popolo delle “società”» (A. Cochin, Meccanica della Rivoluzione, Rusconi, Milano, 1971, p. 146).

2. Lettera del 23 novembre 1847 a Federico Campanella in Scritti editi e inediti di G. Mazzini, Epistolario, vol. XVIII, p. 112, Imola, Galeati, 1922.

3. A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, il Mulino, Bologna, 1988, pp. 319 e 350.

4. Ibid, p. 14.

5. M. Thatcher, Statecraft: Strategies for a Changing World, HarperCollins, Londra, 2002, pp. 359 e 410.

6. Citazioni dall’estratto del discorso pubbl. in L. Levi-U. Morelli, L’unificazione europea. Cinquant’anni di storia, Società Editrice Internazionale, Torino, 1994, p. 317.

7. Cfr. G. Amato, I nuovi Unni. Il ruolo della Gran Bretagna nell’imbarbarimento della civiltà occidentale, Fede & Cultura, Verona, 2012.

Categoria: Marzo 2017

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