2017

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Il coraggio di Scanderbeg

 

di Saul Finucci

Il principe albanese Giorgio Castriota, detto Scanderbeg (1412?-1468) aveva abbandonato un posto nell’esercito turco, dove aveva diritto al bottino di guerra e ai doni del sultano, per mettersi in una posizione decisamente meno favorevole: lottare contro lo stesso impero turco, cioè contro l’esercito più grande di allora, in grado di mobilitare decine di migliaia di guerrieri in poco tempo. Scanderberg liberò l’Albania dai Turchi e ne divenne il capo; praticò la sua fede cattolica e la difese nel suo Paese. Non a caso, papa Callisto III lo soprannominò “Scudo della Cristianità”.

Però da quel momento in poi, il Condottiero in ogni combattimento, sempre con un esercito più piccolo di quello nemico, sapeva che i Turchi lo avrebbero trattato come un traditore se lo avessero preso: probabilmente lo avrebbero lentamente scuoiato vivo, sia per punirlo sia per spaventare altri avversari dell’impero ottomano. I Turchi erano famosi, tra l’altro, per la tattica di terrorizzare i popoli non ancora conquistati con scorrerie, violenze, impalamenti e via dicendo.

In quel periodo intendevano a tutti i costi conquistare l’intera penisola balcanica. Il loro piano era quello di invadere l’Europa e trasformarla nella casa dell’islam. Non c’era trattato di pace che avesse valore per loro, quando ritenevano fosse il caso di attaccare. E l’Albanese si era messo di traverso. Finché lui visse, i Turchi non riuscirono a prendersi l’Albania, anche se ci provarono dal 1444 al 1468, anno della sua morte, avvenuta per malattia. Ciò contribuì a impedire loro, per alcuni decenni, di attaccare l’Italia.

Per resistere e contrattaccare, il principe si circondò degli uomini migliori, più fidati e capaci e cercò tutte le alleanze e i mezzi possibili per prepararsi agli scontri col nemico. Queste alleanze, dopo la sua morte, permisero a molti albanesi, durante i dieci anni in cui dovettero resistere ai Turchi senza di lui, di emigrare in Italia e conservare la loro fede.

Scanderbeg aveva imparato dai Turchi quanto valesse un esercito permanente. I Turchi avevano i giannizzeri, il corpo di soldati più efficiente e temuto di quell’epoca. Soldati di professione, ma ciecamente devoti al sultano, che consideravano come un padre. Avevano la paga più alta e il meglio del bottino di guerra. Non avendo famiglia, non avevano nemmeno radici. Oppure provenivano da famiglie nobili e cercavano la gloria nelle armi.

La guardia personale di Scanderbeg riprendeva l’idea dei giannizzeri. Molti venivano dal principato di Scanderbeg: i duemila cavalieri erano della sua città; tra loro, i seicento tra i più fedeli e migliori erano di antiche famiglie, ben conosciute dai Castriota. Tutti erano cattolici; giurarono di non sopravvivere a Scanderbeg, se questi fosse morto in battaglia. Erano i meglio armati, i meglio nutriti, i meglio pagati. Scanderbeg ne conosceva i nomi a memoria. Formavano un’élite alla quale tutti desideravano appartenere.

Il Castriota venne nominato comandante in capo dell’esercito della Lega albanese appena formata. I principi gli giurarono fedeltà, promisero di mandargli più uomini che di norma se ne avesse avuto bisogno, e si impegnarono a pagargli un contributo di 200mila ducati d’oro all’anno. Sembra che anche Napoli, Roma e Venezia abbiano offerto delle somme per aiutare gli albanesi. La Lega ebbe la benedizione apostolica. Dopo un Te Deum, Scanderbeg tornò a Kruja, dove lo aspettava Mosè di Dibra, che intanto aveva espugnato la fortezza di Sfetigrad

. Il Castriota organizzò una rete di sentinelle militari, distribuita in tutti i nodi di comunicazione tra l’Albania e Adrianopoli, capitale turca. Così riuscì sempre a sapere il numero dei nemici diretti verso di lui.

I Turchi decisero di attaccare. Il sultano Murad II mandò un esercito di 25mila uomini, di cui 15mila cavalieri, al comando di Alì Pascià, il suo miglior generale. Entrarono nell’Albania dal Kossovo.

Dei 18mila uomini che poteva reclutare subito, Scanderbeg ne chiamò 15mila, di cui settemila cavalieri. Si accampò a Torvioll, vicino a Tirana, in una piccola valle di sette miglia per tre, circondata da monti coperti di foreste. Tra gli alberi fece nascondere metà dei suoi cavalieri, lasciò in campo aperto una piccola parte dei suoi guerrieri appiedati e, con la sua guardia personale, si mosse verso Alì Pascià. Lo attirò con delle manovre nel piccolo campo dove aveva deciso di combattere. Il 28 giugno 1444, tornò nella piccola valle e schierò l’esercito. Tanush Topia a destra, con i montanari di Dukagjini e i guerrieri di Arianit Comneno. Mosè di Dibra a sinistra, con guerrieri bulgari e montanari del suo feudo. Scanderbeg al centro, con la propria guardia. In riserva, dietro agli altri, Vrana Conti con tremila uomini. Tra i boschi c’era Hamza Castriota con altrettanti guerrieri. La valle era troppo stretta per permettere ai Turchi di circondare l’esercito di Scanderbeg. Intanto, si era fatto già buio.

Il mattino seguente, tra le file dei cavalieri, Scanderbeg aveva schierato gruppi di robusti guerrieri appiedati, con lunghe picche, lunghe spade e asce. Se i cavalieri turchi avessero colpito e superato i cavalieri albanesi della prima fila, sarebbero stati infilzati, uccisi o feriti dai guerrieri appiedati, montanari kossovari e krujani. L’ingorgo formato dai cavalieri turchi, bloccati anche solo per poco dai guerrieri appiedati, avrebbe dato il tempo a Hamza Castriota di uscire dai monti boscosi con i suoi cavalieri e di colpire con una veloce carica, ai lati e alle spalle, i turchi appiedati. Perché il piano riuscisse, i cavalieri turchi dovevano attaccare per primi. Scanderbeg se lo aspettava, perché conosceva personalmente Alì Pascià. Doveva però impedire ai suoi albanesi di lanciarsi per primi e a caso: dovevano restare compatti.

Fece fare loro colazione. Un’ora dopo, erano schierati in silenzio. Guardavano davanti a sé. I Turchi suonarono tamburi e trombe. I 25mila lanciarono il loro grido di guerra. I cavalieri iniziarono a correre verso gli albanesi per distruggerli.

Scanderbeg si fece il segno della croce e gridò: “Ah, valorosi, et fedelissimi miei soldati, et fratelli, seguitemi!”. Fu il primo ad entrare in battaglia. Che durò fino alle tre del pomeriggio. Andò come lui aveva previsto. I cavalieri turchi furono bloccati. Thopia, a destra, fu messo in difficoltà, ma intervenne Hamza alle spalle dei Turchi, i cui superstiti a sinistra furono cacciati. Dall’altro lato, Mosè di Dibra corse col suo cavallo in mezzo ai Turchi che aveva di fronte e li mise in fuga. Scanderbeg, visto che le due ali dell’esercito albanese vincevano, caricò insieme alla sua guardia verso il cuore dell’esercito turco. Alì Pascià si diede alla fuga. La battaglia di Torvioll era vinta. Ottomila Turchi morirono, mentre duemila furono fatti prigionieri; 24 bandiere furono perse e l’accampamento finì nelle mani degli albanesi.

 

 

Categoria: Ottobre 2017

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