2019

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Il barocco andino e la “grazia battesimale” dell’America Latina

 

di Alejandro Ezcurra

 

La civiltà cristiana ha lasciato in America Latina un’ammirevole eredità culturale e artistica che attira sempre più l’attenzione degli studiosi. Tale patrimonio è particolarmente ricco in Perù, in virtù di circostanze storiche e geografiche che risalgono alle origini del cristianesimo nel Nuovo Mondo. Ecco un esempio di buona “inculturazione”, molto diversa da quella proposta oggi dal Sinodo Panamazzonico.

 

L’evangelizzazione dell’America spagnola e portoghese fu un’impresa missionaria senza pari nella storia della Chiesa. Iniziata allo scoccare del Cinquecento, appena un secolo e mezzo dopo era ormai praticamente giunta a compimento su un territorio di oltre 20 milioni di chilometri quadrati: dal Cile all’attuale stato nord-americano dell’Oregon. Un risultato così eccezionale che Papa Giovanni Paolo II potè affermare che, mentre le nazioni europee avevano impiegato diversi secoli per convertirsi, “le nazioni dell’America Latina sono nate cristiane”.

L’eroico sforzo per civilizzare i popoli nativi, giuntamente all’opera evangelizzatrice, fece prevalere le usanze cristiane sulle sordide abitudini pagane come il cannibalismo, i massacri rituali, la poligamia, l’incesto, l’aborto, l’infanticidio e altre abominazioni. E mentre la civiltà cristiana si estendeva e prosperava, addolcendo ovunque i costumi, fioriva anche l’ammirevole talento indigeno, dando origine a un meticciato culturale che produsse espressioni artistiche di straordinario valore.

 

Il Perù e l’espansione del cristianesimo latinoamericano

Per l’espansione di quel primo cristianesimo nell’emisfero meridionale, il Perù ebbe un ruolo provvidenziale, molto analogo a quello della Roma imperiale nella propagazione della Chiesa primitiva. La sua posizione geografica, al centro della costa sudamericana del Pacifico, e l’unità politico-amministrativa raggiunta dagli Incas nel secolo XV, offrivano ottime condizioni per l’avventura evangelizzatrice.

All’arrivo degli spagnoli, l’Impero Inca o Tahuantinsuyo (Federazione dei Quattro Suyo) si estendeva per oltre 5 mila chilometri, dalla Colombia all’Argentina. Su questo immenso territorio si parlava il quechua, originario del Cusco e imposto dagli Incas come lingua franca, esattamente come il latino nelle regioni dominate da Roma. Così, quando al Tahuantinsuyo subentrò il Vicereame del Perù, esso divenne naturalmente l’epicentro dell’emergente civiltà cristiana, sia negli aspetti religiosi sia in quelli socio-culturali.

Un centro per eccellenza di questa irradiazione fu la città di Cusco, l’antica capitale imperiale inca, situata vicino al versante orientale delle Ande. Lì emerse una scuola d’arte autoctona, che raggiunse l’apogeo verso la fine del secolo XVII, sia nell’arte sacra che in quella profana.

Incorporando in una felice sintesi elementi europei e indigeni, questa scuola - chiamata per l’appunto cusqueña - estese la sua influenza su tutto il Vicereame del Perù, ossia su buona parte dell’America meridionale.

Dopo un inizio timido e incerto, in cui l’architettura, la musica e la pittura ricevettero varie influenze - fiamminga, italiana, tedesca e persino gotica (in un’epoca in cui questo stile era già stato abbandonato in Europa) - lo stile autoctono infine si consolidò, assumendo quindi il nome di “barocco andino”. A differenza del barocco europeo, che rappresenta piuttosto una fase di declino rispetto allo stile ogivale del Medioevo - una diminuzione di tono e di profondità, dovuta all’influenza del naturalismo, accompagnata dalla mondanità e dalla conseguente perdita dello spirito soprannaturale - il barocco andino mostra invece una nota di candore e di senso soprannaturale che, nella relativa rusticità delle forme, conferisce a tutte le sue espressioni un grande fascino. È lo stile che esprime al meglio l’identità cattolica dell’America Latina, mostrando l’intensità della grazia che convertì quei popoli incorporandoli nel cristianesimo. In questo stile possiamo intravedere, se così possiamo dire, l’“innocenza battesimale”, cioè il fascino dell’ingenuità del neo- convertito. Ecco la sua nota più caratteristica e il suo punto di massima attrazione.

 

Meticciato culturale

Le grandi città del Tahuantinsuyo erano poche e distanti tra loro. L’Impero era, piuttosto, costellato di piccoli centri urbani, fortezze, santuari, centri di stoccaggio di cibo per l’esercito e luoghi di riposo per i viaggiatori chiamati tambo. Ma la popolazione risiedeva soprattutto nelle aree rurali, ed era dunque molto dispersa.

Il lavoro missionario iniziò perciò col raggruppare quelle popolazioni sparpagliate nelle cosiddette doctrinas, cappelle molto semplici circondate da case per i religiosi ed altre costruzioni. Successivamente, le doctrinas furono trasformate in villaggi, con una vita urbana incipiente. Al meno un migliaio degli attuali comuni del Perù provengono da queste doctrinas.

Per evangelizzare queste popolazioni, i missionari applicarono una metodologia davvero geniale, che oggi sarebbe chiamata “inculturazione”, senza però i vizi dell’inculturazione predicata oggi dalle correnti progressiste che consiste nell’accettare promiscuamente gli elementi buoni e cattivi delle culture pagane native. Con un tatto straordinario, quei religiosi cercarono di salvare e di preservare ciò che nelle usanze aborigene apparteneva alla legge naturale, dandole un senso cattolico e ripulendole da ciò che era invece sbagliato.

Un esempio tipico fu la processione del Corpus Domini a Cusco.

Gli Incas erano oltremodo inclini alle grandi e solenni celebrazioni. Ogni solstizio di inverno, che nell’emisfero meridionale corrisponde al 21 giugno, adoravano il Dio Sole, chiamato Inti, realizzando in suo onore, a Cusco, una grande processione, allo stesso tempo magnificamente sontuosa e orribilmente macabra. Dissotterravano i cadaveri mummificati dei monarchi defunti, li ornavano con ricchi tessuti, gioielli e piume, li ponevano sopra lettighe magnificamente addobbate e li portavano in corteo per la città. Ogni mummia aveva il suo seguito di nobili e di guardie del corpo, preceduti da musicisti e ballerini. Donne vestite di gala bruciavano palissandro e altri legni profumati. La chicha, bevanda a base di mais fermentato, scorreva abbondantemente e la cerimonia finiva nell’ubriachezza generale.

Una volta conquistato Cusco, gli spagnoli fecero sparire quelle mummie, dando loro degna sepoltura in un luogo segreto, fino ad oggi sconosciuto. Con tatto, invece di sopprimere la cerimonia, i missionari la adattarono alla solennità del Corpus Domini, che cade nello stesso mese. In questo dimostrarono un notevole senso psicologico. Il falso Dio Sole cedette il passo al Sole di Giustizia, il Santissimo Sacramento, portato in una grande custodia di argento massiccio. Gli orrendi corpi mummificati degli Incas furono sostituiti da splendide e graziose immagini protettrici delle chiese di Cusco – la Madonna di Betlemme, San Giuseppe, San Sebastiano, San Cristoforo, San Biagio e altri – splendidamente vestite. Ogni statua aveva il suo seguito di portatori, musicisti e turiferari.

Questa festa del Corpus Domini “inculturata” soddisfaceva appieno il gusto degli indigeni per il meraviglioso e il fasto. In pochi anni la festa raggiunse un tale prestigio, che da ogni regione del Vicereame, e fino dall’America Centrale, i villaggi inviavano le proprie statue per parteciparvi. In alcuni momenti la processione ebbe più di quattrocento statue! Anche ai nostri giorni, il Corpus Domini di Cusco è una delle più grandi e pittoresche feste del Perù, che attira nella Città Imperiale folle sempre crescenti di fedeli e turisti.

 

I mitologici huamingas diventati arcangeli archibugieri

Un altro magnifico esempio di “inculturazione” si diede nell’adattamento del culto agli huamingas nella forma di arcangeli archibugieri, tipici della Scuola di Cusco.

La mitologia precolombiana adorava esseri invisibili, metà uomo e metà uccello rapace, chiamati huamingas. Avevano il corpo di un guerriero alato con testa di falco. Nel periodo Inca, gli huamingas furono accreditati come spiriti guardiani dell’Inca e della sua famiglia. E anche qui, con grande senso psicologico, i missionari seppero trasferire questo culto a esseri immaginari al culto dei veri angeli. Per questo crearono un’iconografia completamente originale, in cui gli angeli appaiono come guerrieri alati, riccamente vestiti e impugnando pistole o archibugi. In questo modo davano l’idea di guerrieri estremamente potenti e allo stesso tempo estremamente nobili, simili ma di gran lunga superiori agli inesistenti huamingas. Il risultato di questa trasposizione si rivelò un completo successo: in tutto il Vicereame del Perù, e anche oltre, i nativi adottarono questa iconografia come propria.

Un evento pittoresco, accaduto qualche anno fa, illustra la persistenza di questo culto. Nel 1993, alcuni dipinti di arcangeli archibugieri nella chiesa del villaggio indigeno di Calamarca, in Bolivia, dovettero essere restaurati. Furono dunque portati al Museo Nazionale d’Arte nel cuore della capitale, La Paz. Gli abitanti di Calamarca, indigeni dell’etnia pacajes, inizialmente si opposero al trasferimento, acconsentendovi solo a condizione che una delegazione del paese accompagnasse i dipinti durante tutto il tempo del restauro, per proteggerli. Fu così che uno stuolo di indiani armati di fucili rimase nella capitale, davanti alla porta del Museo, per l’intera durata del restauro, più di sei mesi. Questo zelo dimostra fino a che punto i nativi si identificarono con l’iconografia barocca in generale, e con i “loro” angeli in particolare.

 

Una riflessione alla luce della fede

In tutte le Ande, con Cusco al centro, il viaggiatore può trovare fino ad oggi, anche in luoghi molto remoti, bellissimi esempi di arte barocca andina: chiese ed edifici civili in pietra scolpita, con ammirevoli dettagli, come portici, torri, campanili, sculture, soffitti a cassettoni finemente scolpiti, grandi altari dorati, immagini policrome, una grande varietà di dipinti su affreschi o su legno e tessuto, magnifiche cornici, pezzi di argenteria e via dicendo.

Questo magnifico tesoro è figlio del doppio impulso, missionario e civilizzatore, della Chiesa, nato dalle mani di generazioni successive di artisti indigeni e meticci, per lo più anonimi. È degno di nota che fino ad oggi queste opere d’arte continuino ad essere realizzate in Perù e in Ecuador in stile barocco andino. E anche i magnifici pezzi musicali barocchi prodotti in quell’epoca, e a lungo caduti nell’oblio, godono oggi di un rinnovato e sorprendente pubblico favore.

Dalla seconda metà del XVIII secolo, tuttavia, le idee illuministe penetrate negli ambienti colti e nella stessa monarchia spagnola, portarono a un declino dello spirito missionario in America. A ciò si aggiunsero le convulsioni della Rivoluzione francese, che provocarono la disgregazione dell’impero spagnolo in decine di repubbliche liberali, segnando l’inizio di un periodo di forte instabilità politica, sociale e religiosa. Con ciò, l’evangelizzazione di quelle vaste regioni ebbe una battuta d’arresto, e il processo di civilizzazione, che è il suo frutto naturale, si troncò quando c’era ancora molta strada da fare.

A partire dalla seconda metà del secolo XIX, sotto i pontificati del Beato Pio IX e dei suoi successori, Leone XIII e San Pio X, la Chiesa in America Latina riuscì a recuperare molto del terreno perduto. Ci fu una chiara rinascita della fede e della cultura cristiana tradizionale. Purtroppo, dopo la prima Guerra mondiale, con la diffusione prima dell’American way of life e poi del Comunismo, iniziò un processo inverso di scristianizzazione neopagana, che continua oggi a produrre la sua devastazione.

Così, lo sviluppo culturale e artistico dell’America spagnola, di cui il barocco andino costituisce un’auge, è come rimasto fermo nel tempo, in uno stato di vita latente. Nessun stile successivo è riuscito a tradurre la vera identità spirituale del Paese.

Ma le opere del barocco andino sono tutt’ora visibili. Ci stupiscono e ci invitano a riflettere su quel magnifico passato, nonché sullo splendore culturale che la Cristianità americana avrebbe potuto raggiungere se gli uomini avessero corrisposto alla grazia di Dio.

Tale riflessione, fatta alla luce della Fede, porta a una certezza: l’“era dell’Immacolata” che San Massimiliano Kolbe previde “per il mondo intero” in sintonia con le promesse di Fatima, metterà fine a tale stagnazione. E anche in America Latina, il “continente della speranza”, il cristianesimo riprenderà il suo cammino ascensionale, in tutti i campi, compresso quello della cultura.

Quale sarà, in quella rinascita, il ruolo del barocco andino e dei suoi derivati?

La storia non va indietro. Non ci sono ritorni al passato. Ma il passato può ispirarci. E nel caos diffuso in cui stiamo entrando - che sta mettendo il Perù e la nostra intera area di civiltà in una situazione paragonabile a quella del figlio prodigo del Vangelo – l’unica via di uscita è il ritorno alla “casa paterna”, cioè allo spirito cattolico del passato.

E in quel ritorno, le meraviglie del barocco e la “grazia battesimale” che simboleggia fungeranno senza dubbio da pista di decollo, da punto di partenza, da ispirazione e da guida per i nuovi stili che emergeranno in armonica continuità con esso.

Categoria: Dicembre 2019

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