2020

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Plinio Corrêa de Oliveira e l’Italia

 

 

Negli anni 1930-1940 Plinio Corrêa de Oliveira fu un deciso oppositore delle dottrine fasciste, contrastate perché in discrepanza col Magistero e con lo spirito di Santa Madre Chiesa. I suoi articoli in merito si contano a centinaia. Qualcuno volle vedere in tale posizione un atteggiamento di sdegno nei confronti del popolo italiano. Difendendosi da tale calunnia, in diversi articoli per il settimanale O Legionário del quale era direttore, Plinio Corrêa de Oliveira manifestò, invece, la sua grande ammirazione per il nostro Paese e per il nostro popolo:


“In quest’epoca di nazionalismi esacerbati, il Legionário si pregia di restare cattolico, cioè universale nel senso più ampio del termine. Proprio per questo non dimostra nessun pregiudizio razzista, cioè a favore o contro una certa nazione o una certa razza. Indifferenti alle questioni politiche che riguardino cose esclusivamente temporali, siamo invece interessati fino in fondo a quelle che riguardano l’esaltazione di Santa Madre Chiesa. (…) Essere anti-italiani significherebbe odiare il popolo italiano in quanto tale. Pertanto, questo odio dovrebbe colpire tutti gli italiani senza distinzione. Ora, il Santo Padre è italiano, la maggioranza dei membri del Sacro Collegio cardinalizio sono italiani, quasi tutta la Curia romana recluta i propri elementi tra le fila del Clero italiano. I Nunzi di Sua Santità sono quasi sempre italiani e via dicendo. Essere anti-italiani implicherebbe odiare gli elementi che, nella Gerarchia della Chiesa, la Divina Provvidenza ha posto nei luoghi di maggiore responsabilità e autorità, e che proprio per questo meritano più venerazione e più amore da parte dei fedeli. Come potrebbe, allora, un cattolico essere anti-italiano?” (“7 Dias em Revista”, O Legionário, nº 405, 16 giugno 1940).


“Per quanto io sia in disaccordo con il totalitarismo oggi imperante in Italia, come posso non lodare le splendide virtù dei nostri fratelli cattolici in Italia? È contro di loro che scrivo quando critico il totalitarismo? O è, piuttosto, associandomi alle loro preoccupazioni, alle loro lotte, alle loro sofferenze che assumo questa posizione?


“Che cosa possiamo dire dei cattolici italiani? Se nei confronti dei cattolici di tutto il mondo i nostri sentimenti sono fraterni, nei confronti dei cattolici italiani c’è inoltre qualcosa di filiale. Cattolici, infatti, non sono solo i fedeli, ma anche e soprattutto lo è la Gerarchia. Ora, chi troviamo a capo dell’ammirevole e virtuosa Gerarchia italiana, se non la figura venerabile e augusta di Colui che è, come Vicario di Cristo, legge della nostra intelligenza, guida della nostra volontà, maestro di tutta la nostra dedizione, di tutto il nostro entusiasmo, di tutto il nostro amore? E se, attorno al Santo Padre, cerchiamo di discernere le figure dei suoi più stretti collaboratori, di coloro che condividono più da vicino le amarezze e le responsabilità del governo pontificio, quante e quali figure ammirevoli donate dall’Italia alla Chiesa possiamo segnalare! Come non amare un popolo a cui Dio ha dato l’onore supremo di essere colui sulle cui spalle ricadono, il più delle volte, le funzioni del governo più augusto e più arduo del mondo? È possibile amare la Chiesa e non amare l’Italia? No e poi no!


“Abbiamo volutamente omesso di citare i tanti titoli che hanno reso il popolo italiano, nell’arte e nella scienza, uno dei primi al mondo. Sicuramente titoli gloriosi. Per quanto gloriosi possano essere, rimangono però nell’ombra rispetto ai titoli soprannaturali che abbiamo sopra elencato”. (“França, Itália e Alemanha”, O Legionário, nº 454, 25 maggio 1941).


“L’Italia! Cosa significa questo Paese per un cuore ardente cattolico e latino come quello che scrive queste righe! L’Italia è la gloria della civiltà attuale e un fortissimo pilastro della Chiesa. È la vetrina in cui la Provvidenza ha voluto collocare il più grande tesoro spirituale, morale, politico, sociale e artistico del mondo: il Papa e il Vaticano. Sarebbe impossibile per me, in queste righe di legittimo patriottismo brasiliano, mescolarvi qualcosa di anti-italiano”. (“Patriotismo”, O Legionário, 10 maggio 1936).


“Il Legionário, sempre antifascista, non ha mai permesso che qualcosa di anti-italiano emergesse nelle sue pagine. Anche quando le nostre critiche al totalitarismo raggiungevano l’auge, e molti italiani arrabbiati volevano applicare all’Italia critiche che in realtà era rivolte esclusivamente al partito politico lì dominante, noi non abbiamo mai mancato di affermare che il nostro orientamento radicalmente antifascista non significava in alcun modo un orientamento anti-italiano. Oggi, con il tracollo delle armi fasciste, eccoci qui di nuovo a criticare ancora una volta il fascismo, ma anche a riaffermare ancora una volta la nostra sincera amicizia verso l’Italia”. (“7 Dias em Revista”, O Legionário, 15 dicembre 1940, n° 431).

 

Firenze e Venezia: due modi d’essere dell’anima umana

Sono stato più volte a Firenze. La cattedrale, gli Uffizi, il Palazzo della Signoria, il convento di S. Marco, perfino i ristoranti sull’Arno, ogni cosa a Firenze è un tesoro! Credo che chiunque voglia avere un minimo di cultura debba visitare questa città, o almeno informarsi su di essa. Anzi, Firenze non fu solo una grande città, ma anche un grande Stato.


Ho visitato pure Venezia. Sono due mondi completamente diversi. Questa diversità si riflette, per esempio, nell’arte. A Firenze gli artisti favoriscono le forme, dando meno importanza ai colori. Gli artisti veneziani, al contrario, danno più rilevanza ai colori piuttosto che alle forme. Sono due modi d’essere dell’anima umana, due fisionomie spirituali. Credo che le persone, e anche le nazioni, possano essere classificate secondo le loro preferenze per le forme o per i colori. Sono due varianti del genero umano.


Immaginate la ricchezza dello spirito italiano, capace di generare, in uno spazio geografico non molto esteso, due città, due nazioni, due scuole d’arte, due modi d’essere dell’anima umana così diversi. È una meraviglia!


L’anima veneziana è aperta, affabile, amena. Quella fiorentina è lucida, penetrante, intelligente.


A Venezia i colori sono paradisiaci, non solo quelli dell’arte ma anche quelli della natura. Io rimanevo estasiato contemplando quella laguna, con la sua bellezza ineffabile, che assumeva tonalità diverse mentre trascorreva la giornata. Dal sorgere del sole fino al tramonto, Venezia è una continua sorgente di panorami paradisiaci. E quei palazzi che si riflettono sulle acque dei canali! Tutto è d’una tonalità stupenda. Avevo l’impressione di essermi immerso in una pietra acquamarina.


Firenze è molto diversa. Qui troviamo la precisione nel disegno, carico di espressività.

 

Roma: nuova Gerusalemme del Re Immortale

Contrariamente a quanto molti temevano, la Città Eterna non è stata trasformata in una nuova Stalingrado. Le preghiere sono state ascoltate. Oggi la Santa Sede è al sicuro.
Tuttavia, non dobbiamo rendere grazie a Dio solo per la sicurezza del Sommo Pontefice e degli alti organi dell’amministrazione ecclesiastica. È vero che questo viene prima di tutto, poiché la Santa Sede è l’asse di tutta la vita cristiana nel mondo. Dobbiamo rallegrarci per la stessa città di Roma che, nonostante sia stata spogliata della sua prerogativa di capitale degli Stati Pontifici, che era il suo titolo più alto, rimane la cellula mater della civiltà cristiana. Essa non ha perso questo carattere, anche quando le forze anti-cristiane sono riuscite a occuparla temporaneamente.


Chiunque abbia un po’ di perspicacia capirà subito quale formidabile discredito avrebbe rappresentato per il cristianesimo e per la Chiesa la distruzione di Roma. Siccome ciò che c’è di meglio nel patrimonio dell’umanità è la civiltà cristiana, figlia della Chiesa cattolica, si comprende perfettamente la forte espressione di Pio XII, con cui accusò di “matricidio” chiunque avesse alzato la mano contro Roma.


Evidentemente, ciò che il Papa difendeva con il suo prestigio non erano solo gli aspetti urbani e materiali della città, né le rovine dell’epoca dei cesari. Solo uno spirito piccolo potrebbe pensare una cosa del genere.


Ciò che il Papa coprì con la sua ombra protettiva era il significato spirituale di Roma, la nuova Gerusalemme del Re Immortale, fondata sul sangue dei primi cristiani, la sacra reliquia di tanti martiri. Anche quando questo significato trascendente e impalpabile è collegato a certe cose materiali, è chiaro che va ben oltre. Solo un’intelligenza abbrutita potrebbe confondere lo zelo per questo significato con la difesa delle pietre. (“A incolumidade de Roma”, O Legionário, 11 giugno 1944, n° 618.)

Roma: esempio di società organica

SparitaVediamo alcune figure della collezione “Roma Sparita” del pittore Ettore Franz Roesler, che immortalò la Roma papale che stava sparendo dopo il 1870.


Che cosa era la Roma dei Papi? Era una città romana, poi medievale un po’ ritoccata dall’Ancien Régime, ma pur sempre una città eminentemente ecclesiastica. Per “città medievale” intendo una città non pianificata a priori.


Una famiglia costruiva una casa, poi nasceva un figlio e costruiva una nuova stanza nel sottotetto, nasceva un altro figlio e costruiva una torretta. Poi il nonno aveva bisogno del sole per i suoi acciacchi, quindi apriva una nuova finestra al primo piano. Nessuno si preoccupava se la casa fosse simmetrica o meno, se fosse bella o meno. Le città medievali sorgevano così, al sapore delle circostanze organiche. Per questo motivo, non avevano la monotonia delle grandi città moderne. Erano città piene di sfaccettature, dove ogni persona e ogni famiglia, al sapore delle circostanze organiche, comunicava qualcosa del proprio modo di essere, della propria fisionomia alla costruzione che si stava realizzando.


Tutte le città medievali hanno questo carattere. Ma credo che Roma sia in modo paradigmatico una città piena di fisionomia. Ed è una città eminentemente pittoresca. Il pittoresco è quella fisionomia che, a causa dell’imprevisto, fa sorridere.


C’è un altro aspetto: Roma è una città molto antica, risalente a circa sette secoli prima di Cristo. E con quel senso di conservazione che esiste in Europa, fino ad oggi alcuni edifici del tempo dei romani sono utilizzati. Un esempio è il Pantheon, dove si adoravano tutti gli antichi dè gentili. Rimase aperto al culto pagano fino al momento in cui Costantino ne ordinò la chiusura. Lungi dall’essere distrutto, però, fu trasformato in chiesa. Laddove Giove era onorato, ora è adorato Nostro Signore Gesù Cristo. Ma l’edificio si conserva.


Accanto a questi monumenti così espressivi, così notevoli, vediamo gente tranquilla che vive tra le braccia della storia e quelle della fede, con la naturalità di chi vive la quotidianità. Il Tevere, che scorre magnifico lungo Roma, sembra rappresentare il corso della storia che passa e segna il passaggio dei secoli. Il tempo passa, ma “Stat Crux dum volvitur orbis”, la croce è in piedi mentre il mondo gira! Laddove la Chiesa nel primo secolo mise la sua mano sacra, lì ci resta! Nessuno può togliere la Chiesa da Roma!

 

Orvieto: un’apoteosi di colori

OrvietoSiamo di fronte a un’apoteosi di colori su una facciata rigorosamente gotica.


Il rosone – l’unico della facciata - è all’interno di un quadrato non propriamente gotico. C’è qualcosa di classico in questo quadrato, che tuttavia si adatta così perfettamente allo stile gotico che non c’è nulla da obiettare.


Predomina il più splendido dei colori: l’oro. L’intera facciata ha uno sfondo dorato. È un mosaico di una tale qualità, così splendente e così magnifico, che sembra essere stato fatto ieri, mentre sappiano che risale al secolo XIV.


Non possiede la poesia del granito, che diventa più bello col passare del tempo. Il vecchio granito, che sfida i secoli e il clima, ha una bellezza particolare. Parla di eternità. Afferma la sua esistenza sfidando il tempo. I secoli passano, ma il granito resta.


La facciata del duomo di Orvieto, invece, sembra che sia stata terminata ieri. Gli inverni e le tragedie della storia l’hanno sfiorata senza mai scalfirla. Rimane magnifica, splendida! I mosaici di Orvieto parlano di eternità, sembrano ignorare il tempo. Il tempo non li tocca. Sono eterni e basta!


In questi mosaici si vedono diversi gruppi umani. Sopra, l’incoronazione della Madonna. Poi, a destra, a sinistra e in basso ci sono altri gruppi. Tutti molto colorati. Non sono colori stridenti, ma sì molto luminosi.


A chiunque l’abbia realizzata, è ovvio che non piacevano i colori tenui. Questi hanno una loro bellezza, che consiste nel fonderli l’uno nell’altro. Qui è ben il contrario. Questi sono colori definiti, ognuno con una vita propria. Insieme, fanno una sinfonia paradisiaca.


La bellezza dei colori applicati a una facciata dalle linee gotiche ci dà l’idea di come potrebbe essere la sintesi tra forma e colore. È una vecchia disputa tra artisti: cos’è più bello, la forma o il colore? A questo proposito ci sono due grandi scuole d’arte italiane che divergono tra di loro. La scuola fiorentina va tutta sul disegno, volutamente povera di colore per far risaltare le forme. La scuola veneziana è magnifica nei colori, essa fa solo i disegni necessari per poi colorarli in modo splendido.


Richiamo l’attenzione su un punto: molto prima che queste due scuole differissero e divenissero antagoniste nel Rinascimento, esisteva già una magnifica sintesi medievale, di cui è esempio appunto il Duomo di Orvieto.

 


Italia: un mosaico prezioso

Dicono che gli italiani siano inclini alla recitazione, che pensino in modo esuberante e parlino con molta estroversione. Secondo me, proprio questo li rende oltremodo interessanti e brillanti. Non bisogna, comunque, generalizzare perché, per esempio, l’italiano del Nord è molto meno estroverso di quello del Sud.


Che cosa dire di Venezia? Analizzando le figure dei Dogi veneziani, si nota che furono uomini intelligentissimi. Non oserei dire che certuni fossero propriamente buonissimi. Tuttavia, erano delle personalità capaci di portare in sé il mistero, che contrassegna l’incanto di Venezia. Se Venezia non fosse così misteriosa, perderebbe parte del suo fascino. In quell’immensa lacuna – un braccio di mare di una bellezza infinita – si ha l’impressione che, da dietro le finestre ogivali e dai tendaggi fastosi, ci sia un occhio che scruta, che conclude, che prende un appunto, che bisbiglia e che cospira…


Se questa mentalità – una delle più alte manifestazioni della Politica nella storia – è attribuibile ai veneziani, i piemontesi incarnano la mentalità bancaria: niente chiacchiere, niente poesia, pane al pane e vino al vino. Sono molto schietti, osservano molto, mentre analizzano le cose con oggettività.


Ebbene, non si può dire la stessa cosa del napoletano. Lì c’è il Vesuvio, la pizza, il canto… In loro l’immaginazione fa da padrona!


Esistono così tanti tipi d’italiani che si potrebbe paragonare il Paese a un immenso e prezioso mosaico.

 

Ricchezza e diversità

Per comprendere l’italianità è necessario tenere presente che essa comprende due aspetti: uno consiste nell’immaginare il mondo come potrebbe essere, cioè quello dei sogni; l’altro è la realtà concreta, nella quale gli italiani entrano con un grande senso pratico.


Nel Belpaese il senso dell’arte e il senso del commercio formano una composizione in cui non è chiaro quale dei due vinca. Dopo aver realizzato un buon affare, l’italiano canta, senza però mai perdere d’occhio la situazione del portafoglio. E passa dall’una all’altra cosa con una facilità unica.


Nell’arte italiana c’è un doppio dinamismo, sempre molto vivace, molto diverso dal vecchio stile imperiale romano. La canzone italiana, l’arte italiana, manifestano una leggerezza particolare.


Mentre gli spagnoli fanno dei salti impegnativi per raggiungere il paradiso, il carattere italiano, profondamente segnato dal Rinascimento, si eleva senza sforzo fino a raggiungere la vetta di quello che sarebbe una sorta di paradiso terrestre. Negli italiani, la vita gioiosa, la bonomia, lo spirito agile, la fraternità, l’arte di adornare ogni cosa affinché questa vita sia il più piacevole possibile è qualcosa di unico al mondo. Non corrisponde affatto allo spirito spagnolo o portoghese.


Che cosa ha generato questo spirito? Che cosa ha fatto si che in Italia sorgesse la matrice di tutte le arti dell’Occidente? Perché dobbiamo ammettere che, dal Medioevo in poi, quasi tutto ciò che esiste in campo artistico nel mondo porta il marchio italiano.


L’Italia ha acquisito senza grandi battaglie (non ne fu mai molto interessata), senza formare propriamente un grande impero come quello romano, un’influenza artistica molto più robusta di quella della Roma imperiale. L’Italia è una grande nazione, con un’enorme espressione nella storia del mondo e un’influenza molto marcata sulla storia della Chiesa.


La Chiesa è stata fondata da Nostro Signore Gesù Cristo per avere la sua sede a Roma. Il Vaticano è un fuoco di influenza italiana nel mondo. Mi fermo qui, perché è impossibile contenere in un solo commento tutte le straordinarie ricchezze e le diversità del genio italiano.

 

Genazzano: l’arte di essere povero

Genazzano 2Comentiamo questa foto del paesino di Genazzano, in provincia di Roma, che io visitai nel 1988 per andare a ringraziare la Madonna del Buon Consiglio per una grazia ricevuta.


Vedete queste due stradine, una scende e l’altra sale. Non so se riesco a rendere quanto ciò sia oltremodo pittoresco: l’imprevisto, il gusto, l’intelligenza… È il buon umore nella povertà. Questa è conformità alla povertà, il talento nella povertà. Queste popolazioni, all’epoca nemmeno molto alfabetizzate, hanno realizzato delle meraviglie che oggi i turisti vengono a contemplare da tutte le parti del mondo. Io non credo che il fondamento di ogni valore intellettuale sia il saper leggere e scrivere. Lo trovo quantomeno contestabile. Vedete queste piccole meraviglie e capirete.


Per me tutto questo è sommamente piacevole e distensivo. Infatti, sono andato in estasi girovagando per queste stradine.


La mia attenzione è stata attirata dal colore di queste pietre. Quanto è bello! Guardate come si abbina bene al colore delle pietre applicate alle pareti, formano un accostamento piacevole e spontaneo. Nessuna facoltà di belle arti è stata consultata. Una pietra è qui, un’altra là, mettile tutte insieme ed è fatta!


Richiamo la vostra attenzione su questo piccolo arco che dà accesso a una porta che conduce alla casa di fronte. Vi sono tre passaggi. Non è vero che questa casa è come un mondo privato, proprio e distinto dal resto della strada? Ogni famiglia conserva la sua individualità.


Questa è l’arte di essere poveri, che gli agitatori odierni ignorano completamente. Vedete tutti i dettagli della scena, con un magnifico sole che bagna tutto. Sono doni che Dio dà a tutti e che rendono piacevole e bella la vita del povero, cioè di quello che sa gustare queste cose. Credo che il paesino di Genazzano sia un esempio perfetto dell’arte di essere povero.


Qualcuno potrebbe obiettare: “Dottor Plinio, proprio l’altro ieri lei commentava fotografie della Germania e rimaneva estasiato con l’ordine e la pulizia dei paesini tedeschi, molto diversi da questo paesino italiano. Non vi è qui una contraddizione?” In realtà, tutto ciò mostra soltanto la diversità dei popoli. C’è una certa caratteristica pittoresca dei popoli e dei climi nordici e freddi, e c’è una certa caratteristica pittoresca dei popoli e dei climi più caldi e mediterranei. In questi ultimi regna la fantasia, l’improvvisazione, il movimento, il genio. In quelli nordici tutto è ordinato, sistemato, pulito. Sono due modi diversi e complementari di essere pittoreschi.

 

Sforzesco: la bellezza grandiosa di un castello plurisecolare

Viaggiando per l’Europa ho visitato innumerevoli castelli. Uno, molto bello e maestoso, fu il Castello Sforzesco di Milano, che visitai nel 1950. Avevo poco tempo a mia disposizione. Sono quindi entrato, l’ho ammirato e me ne sono andato. Purtroppo era ancora alquanto spoglio forse a causa della guerra, finita appena cinque anni prima.


È un castello con grandi torri, costruito con pietre scolpite in un modo molto bello. Per niente appuntite, le pietre si alzano fino a formare una cresta rotonda al centro. Il tempo li ha poi coperte con una patina dorata, o almeno così mi è sembrato. Il primo cortile interno è tutto circondato da mura. Entrando, persi ogni nozione di essere in una città. Avevo l’impressione di essere in campagna. Persi anche la nozione di essere nel secolo XX, talmente era evocativo!


Il cortile aveva al centro un giardino leggermente negligé [trascurato] ma innegabilmente poetico e affascinante, come solo gli italiani sanno fare. I suoni vi si ripercuotevano in modo particolare. Ebbi l’impressione di udire gli echi di un passato glorioso che risuonano ancora oggi.


Il castello ha vari ponti levatoi, sia sopra il grande fossato esterno che sopra quello interno. Col progredire dell’arte bellica, i ponti persero la loro funzione e furono abbassati definitivamente. Non funzionavano più, le catene erano perfino arrugginite. Credo che sia stato un errore, non avrebbero dovuto permettere che ciò accadesse.


Mentre sognavo d’essere trasportato in un altro mondo e in un’altra epoca, un turista, sbirciando la strada attraverso un buco nel muro, gridò a sua moglie: Guarda quella macchina! Pensai: che sintomo lampante di volgarità! Di fronte a una cosa meravigliosa come questo castello, il turista ha prestato attenzione al marchio di un’auto... La bellezza grandiosa di un edificio plurisecolare sfugge all’homo hodiernus, affascinato dalla meccanica.

Maria Pia delle Due Sicilie: modello di principessa cattolica

La famiglia del prof. Plinio Corrêa de Oliveira era molto legata alla Famiglia Imperiale del Brasile, che riceveva volentieri nella villa Ribeiro dos Santos, a San Paolo. Nel 1918, vi si recò per una visita di cortesia la Principessa Maria Pia di Borbone delle Due Sicilie, figlia di Alfonso Conte di Caserta, fratello ed erede di Francesco II, l’ultimo Re delle Due Sicilie. Donna Maria Pia aveva sposato Luiz d’Orleans Braganza, sopranominato il “Principe Perfetto”, Capo della Casa Imperiale del Brasile.


Trascriviamo qualche brano di una riunione in cui il prof. Plinio Corrêa de Oliveira rievocava questo episodio, spiegando il ruolo che ebbe nella sua formazione:


“Mi ricordo che avevo più o meno dieci anni. Ero un fervente monarchico e leggevo tutte le riviste che riportavano fotografie di re, regine, principi e nobili. Le analizzavo con molta attenzione.


“Per me, il modello era la favola. Dunque: un re da favola, una principessa da favola e via dicendo. Questo non era un semplice sogno infantile. O una monarchia è capace di suscitare un sentimento che evochi la favola di se stessa, o non vale niente. Purtroppo, la maggior parte delle figure mi deludevano tremendamente. Giorgio V d’Inghilterra, per esempio.


“Avevo un album dove incollavo fotografie della Famiglia Imperiale del Brasile, prese dai giornali e dalle riviste. In fondo stavo cercando qualcuno che potesse approssimarsi a questo ideale.


“Un giorno la mia governante venne nella stanza per annunciare che stava per arrivare a casa la principessa Donna Maria Pia d’Orleans e Braganza. Veniva a visitare mia nonna. Io avevo già visto alcune sue fotografie, che avevo anche ritagliato e aggiunto alla mia collezione. E avevo sempre pensato: ‘questa è una vera Principessa!’
“Adesso avevo l’occasione di scoprire se le fotografie coincidevano con la realtà.


“Dovetti cambiarmi d’abito e mettere quello di gala. Quando fui introdotto nel salotto e fui davanti a lei per salutarla, pensai tra me e me: ‘Eccola lì! L’ho trovata! Questa sì che mi dà la sensazione di essere una vera principessa!’


“Era la personificazione stessa della grandezza, ma con moltissima dolcezza. Una persona che emanava un’aria molto materna, molto degna e, allo stesso tempo, molto cattolica. Perfetta da ogni punto di vista. Era anche molto bella.


“Questo incontro ebbe non poca influenza sulla mia formazione. Mi permise di affinare tutta una serie di nozioni politiche e anche religiose. In fondo, avevo finalmente trovato un modello di principessa cattolica”.

 

La gioia che il demonio promette e non dà

IschiaScena ripresa in Italia sull’isola d’Ischia. Dopo un temporale, la natura ha recuperato i suoi aspetti sorridenti. Accompagnata dai suoi figli, o forse dai suoi nipoti, un’anziana contadina si arrampica su un pendio. Il percorso non è asfaltato, ai lati non ci sono cinema, bar, vetrine o pubblicità appariscenti. Nessuno in questo gruppo sogna di possedere una macchina, nemmeno una lambretta. Sono tutti scalzi e vestiti in modo povero.


Tuttavia, quanto sono sani! La loro anima trabocca delle gioie semplici e basilari della vita di campagna, che la secolare tradizione d’austerità cristiana fa provare così bene. Sono felici perché sono sani, perché l’aria è pura, perché la campagna è bella, perché sono radicati in un ambiente familiare pieno di amore senza sentimentalismi ma ricco di senso di sacrificio e dedizione reciproca. Nella semplicità dei loro modi, sono raggruppati attorno alla figura centrale in un atteggiamento di autentica venerazione. E in questa venerazione, quanto affetto, quanta fiducia!


Siamo lontani dal sottovalutare i beni che la civiltà e la cultura offrono. Tuttavia, viviamo in un’epoca in cui, a causa di una mostruosa deviazione dovuta al neopaganesimo, la civiltà e la cultura oggi risvegliano nell’uomo appetiti e ambizioni insaziabili. I piaceri artificiali distruggono il senso cristiano di austerità e sacrificio. Le passioni scatenate eliminano la freschezza d’animo, attraverso la quale si possono godere le soddisfazioni temperanti di una vita quotidiana dedita alla preghiera, al dovere e alla famiglia. E per le vittime di questo processo l’esistenza si trasforma in una tragica corsa alla ricerca del denaro, o in una frenetica farandola intorno ai piaceri della carne.


La vita non ci è stata data per essere felici, ma per rendere gloria a Dio. Tuttavia, è importante notare che anche dal punto di vista della felicità terrena, il neopaganesimo è un affare terribile. Perché c’è più gioia in una società austera e cristiana, anche se molto semplice, che nella pompa fallace di una super-civiltà – o forse meglio di una pseudo-civiltà – che ha messo tutta la sua felicità nelle delizie della sensualità o nelle illusioni del denaro.


Ecco la lezione che ci dà questa semplice famiglia d’Ischia!

 

 

L’uomo medievale e quello del Rinascimento

Fra Angelico è il miglior pittore di angeli che io conosca. Egli rappresenta gli angeli, con corpo umano, come creature risplendenti di grazia. I sui corpi angelici hanno una trasparenza, una freschezza, una bellezza che il corpo umano non ha. Sono creature senza peccato originale. Le sue figure superano il sesso. Hanno un’anima così pulita e onesta, che sono pronti a qualsiasi atto di virtù. Così forti che sono pronti a qualsiasi atto di governo. Così guerrieri che sono pronti a qualsiasi battaglia. Allo stesso tempo, sono molto pacifici. Tutti i contrasti si ritrovano in una sintesi magnifica. Gli angeli di Fra Angelico sono l’espressione perfetta della temperanza medievale. Dico di più: se non ci fosse stato Fra Angelico, la Chiesa sarebbe monca di un aspetto della natura angelica. Non era sufficiente S. Tommaso per comprendere la natura angelica. Serviva anche un Beato Angelico.


Vedete invece alcuni angeli di Raffaello. Egli dimostra un innegabile talento artistico. Ma dimostra anche una totale mancanza di discernimento e di buon gusto: dipinge figure grassocce, gaudenti, per niente combattive, per nulla capaci di governare né sacrali. Cioè, senza nessuna delle caratteristiche proprie degli angeli.


Il mio maggiore rigetto, però, è con i putti barocchi. Non possiamo immaginare quanto la Rivoluzione abbia lucrato con queste raffigurazioni! Quella baraonda di putti nudi, tipico dell’iconografia barocca, è riprovevole. Se quelli fossero bambini di una scuola elementare, sarebbero i birbanti della scuola. Sono bambocci grassocci, sprovveduti, con le braccia e le gambe molli, che fanno una baraonda continua, senza nessun rispetto. Avrei voglia di cacciarli via a pedate! Sono degli scemi perpetui. Io non condanno che si rappresentino gli angeli con figure di bambini, ma di bambini cretini sì.

Categoria: Dicembre 2020