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Distrutta la legge morale trionfa il positivismo

 

di Samuele Maniscalco

Stretta nella morsa di un’isteria collettiva e sfigurata da un imbarbarimento morale, l’Italia sprofonda in una crisi che rischia di fuorviarla irrimediabilmente.

L’Italia ha smesso da anni di essere quella “eccezione” che per molto tempo l’ha resa unica nel consesso delle grandi nazioni europee su quei temi detti etici. La Legge naturale è stata distrutta, mentre gradualmente è andata sempre più affermandosi una visione positivistica secondo cui il diritto deve fondarsi esclusivamente sulla statuizione di norme da parte del legislatore, che perciò si sente svincolato da qualsiasi legge superiore.

 

Cosa è stato smantellato negli ultimi anni

Oggi non esistono più campi della condotta morale che non siano stati stravolti dal legislatore o dalla magistratura. Basta dare uno sguardo veloce a quanto successo negli ultimi anni.

Se è vero, tanto per fare un esempio, che l’unione tra due persone dello stesso sesso non è equiparata all’unione matrimoniale, è anche vero che esse possono unirsi legalmente tramite unione civile e, nel caso che uno dei due abbia avuto una prole da un’unione precedente, richiederne l’adozione. Questa era almeno la situazione all’epoca del governo Renzi (2016). Gli anni successivi hanno visto i tribunali italiani sfornare sentenze sopra sentenze che hanno indebolito sempre più il vincolo sponsale.

Parimenti, la legalizzazione di una pratica che ancora ripugna alla maggioranza degli italiani, ovvero l’utero in affitto, va piano piano insinuandosi nel nostro ordinamento giuridico grazie a una magistratura compiacente e alle spinte che in tal in senso vengono dall’Unione Europea.

Sul finire del governo Gentiloni (dicembre 2017) abbiamo avuto invece l’approvazione del testamento biologico, anticamera perfetta per l’approvazione tout court dell’eutanasia di cui diremo qualcosa dopo.

Poi, durante il governo Conte I (giugno 2018 - agosto 2019), la battaglia per l’inasprimento delle pene contro la cosiddetta omotransfobia ha ripreso vigore con Alessandro Zan, deputato PD e attivista LGBT, che aveva fatto suo il DDL presentato tempo prima da un altro esponente PD, anche questi attivista LGBT, Ivan Scalfarotto.

Il DDL Zan non è ancora passato perché ha trovato molti ostacoli, ma questo non può farci dormire sogni tranquilli. Se quello che ha scritto Alberto Mingardi è vero, e cioè che “nel mezzo della pandemia, i giovani italiani si sono mobilitati per un’unica battaglia, quella sul ddl Zan” (1), allora ci sono tutti i campanelli di allarme per ritenere che a breve anche questo bastione verrà abbattuto.

 

Un treno chiamato eutanasia

Fare una cronaca esaustiva di come le forze politiche di sinistra, in unione con quelle del mondo radicale, cerchino da anni di rendere l’eutanasia un fatto normato, esula dalle intenzioni di questo articolo. Quello che qui interessa è fare il punto della situazione.

Da quando l’Associazione Luca Coscioni (fondata nel settembre 2002) si è intestata questa battaglia, e da quando a portarla avanti con tenacia ci si è messo l’attivista radicale Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione, il treno chiamato eutanasia è andato a velocità spedita. utti ricorderanno la strumentalizzazione del caso Piergiorgio Welby (2006) e, più recentemente, quella del “dj Fabo” (2017): in entrambi i casi, soprattutto nel secondo, l’azione di Cappato fu fondamentale. Non possiamo non ricordare anche la vicenda di Eluana Englaro (2009), dove pure l’attivista radicale ebbe un ruolo, e l’anno 2012, quando lanciò la campagna Eutanasia Legale.

Fu comunque con il caso di Fabiano Antoniani che il tesoriere dell’Associazione Coscioni fece fare un notevole balzo in avanti alla causa eutanasica accompagnando l’uomo, rimasto tetraplegico e non vedente in seguito a incidente stradale, da Milano a Zurigo per il suicidio assistito nella clinica Dignitas.

Rientrato in Italia, Cappato si autodenuncia per aiuto al suicidio. Dopo un iter giudiziario durato oltre due anni, nel settembre 2019 viene dichiarato non punibile. È in questo contesto che si inserisce l’indebita pressione sul Parlamento della Corte Costituzionale che chiede esplicitamente di legiferare a riguardo.

Arriviamo così, a passi spediti, ai nostri giorni.

Dopo aver passato anni e anni a plasmare l’opinione pubblica in direzione delle proprie battaglie, anche con l’aiuto massiccio dei media mainstream, la campagna Eutanasia Legale lancia la raccolta firme per un referendum parzialmente abrogativo dell’articolo 579 del Codice penale che oggi sanziona come reato l’«omicidio del consenziente», ovvero l’uccisione di chi ne fa richiesta. L’iniziativa raccoglie – soprattutto online - oltre un milione e 200mila firme.

Il quesito però deve essere prima approvato. La data chiave sarà il 15 febbraio di quest’anno. Quel giorno la Corte Costituzionale terrà l’udienza sull’ammissibilità del referendum promosso. Nel caso in cui il quesito fosse ammesso dalla Consulta e successivamente approvato dalle urne, si otterrebbe la possibilità di uccidere chiunque lo chieda. Purtroppo, nonostante l’enormità del fatto, dobbiamo registrare una diffusa apatia delle forze che, invece, avrebbero il compito di fare opposizione.

Come spiega il dott. Alfredo Mantovano, magistrato e vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino, «la resistenza è prossima allo zero, non ci si può limitare a dire “mamma quanto è brutto il suicidio”, ci sono delle alternative che vanno mostrate. Nel 2010 è stata approvata la legge sulle cure palliative che da undici anni non è attuata perché non finanziata adeguatamente» (2).

Sgomenta ancora di più che a non opporre nessuna resistenza ma anzi, al contrario, siano proprio le gerarchie ecclesiastiche.

Valgano per tutte le dichiarazioni del Vescovo di Pinerolo, mons. Derio Olivero che, interrogato se fosse contrario a una legge sul suicidio assistito ha risposto: «Non è così. Viviamo tutti sullo stesso territorio, dove convivono culture laiche, cattolica e di altre fedi, perciò sono convinto che sia necessario confrontarsi per arrivare a una legislazione, ognuno portando il proprio contributo uscendo dalle ideologie» (3).

A costoro potremmo a buon diritto dire “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente” (Mt 5,13).

 

Referendum sulla Cannabis

Sempre Alberto Mingardi, sulle colonne del Corriere della Sera, ha affermato che “ha poca importanza che la cannabis diventi «legale» fra un anno o fra cinque: già oggi è un consumo che non fa scandalo e sono pochi i genitori inquieti se il figlio fuma uno spinello” (4).

Quasi nessuno si scandalizza più per uno spinello, tanto più i genitori che dovrebbero essere i primi educatori… Non sorprende quindi che in primavera molto probabilmente saremo chiamati alle urne per un referendum per la sua legalizzazione. Un fatto molto preoccupante, che conferma la notizia di sopra, è che alla richiesta di referendum vi è stata una massiccia adesione di giovani sotto i venticinque anni.

Ma cosa chiede il quesito referendario? Mira a proporre una serie di modifiche al «Testo Unico in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope». In particolare:

1. Vuole depenalizzare il reato di coltivazione, eliminando la pena detentiva per qualsiasi condotta illecita relativa alla cannabis, con eccezione del traffico illecito.

2. Sul piano amministrativo, propone di cancellare la sanzione attualmente in vigore che prevede la sospensione della patente di guida e del certificato di idoneità alla guida di ciclomotori inflitta a chi fa uso personale di qualsiasi sostanza stupefacente.

Aspettiamoci una campagna a colpi di slogan, manipolazioni e bugie.

I fautori del referendum dicono che legalizzare la cannabis - che peraltro già lo è per scopi terapeutici e non solo - serve a combattere la criminalità organizzata. Ma, al contrario, ad essere legalizzato in realtà sarebbe il lavoro delle mafie, che troveranno il modo di accedere anche al mercato legale. Già nel 1989, il giudice Paolo Borsellino allertava: «Mi sembra che sia da dilettanti di criminologia quello di pensare che liberalizzando il traffico di droga sparirebbe del tutto il traffico clandestino» (5).

Per quanto riguarda la cancellazione della sanzione del ritiro della patente, sebbene tale misura sia richiesta non nei confronti di chi è al volante in stato psicofisico alterato a causa della droga, ma di chi «per farne uso personale, illecitamente importa, esporta, acquista, riceve a qualsiasi titolo o comunque detiene sostanze stupefacenti», si tratterebbe di eliminare un’importante funzione deterrente.

 

Dov’è in tutto questo la famiglia?

In un degrado morale di tali dimensioni, che fine ha fatto la famiglia italiana? Che cosa ne è rimasta di quella cellula vitale, culla della vita e dell’educazione della prole, portatrice di valori morali da trasmettere alle generazioni future senza le quali ogni società rischia, prima o poi, il collasso?

La risposta a questa domanda, almeno per il nostro paese, spiega forse perché siamo caduti così in basso. L’Italia è infatti diventata una delle società a più bassa intensità di famiglia del mondo. “Ma lo diventerà ancora di più. La società italiana si appresta a diventare una società senza famiglia” spiega Roberto Volpi (6), che di mestiere fa proprio lo statistico.

Volpi analizza le previsioni Istat 2020-2040 e ne ricava dei dati sconvolgenti.

Paradossalmente, a prima vista, si potrebbe obiettare che in prospettiva le famiglie cresceranno di quasi un altro milione nei prossimi vent’anni, portandosi a quota 26,6 milioni in una popolazione che nel frattempo avrà perso qualche altro milione di abitanti. Com’è possibile? Dove sta l’inghippo?

Risponde lo statistico: “ (…) il garbuglio, insomma, origina dalla «qualità» delle famiglie. Qualità che nello specifico si declina secondo la «tipologia». Perché a proposito di tipologia delle famiglie: a) due escono vincitrici e una arriva ultimissima al traguardo del 2040, battuta come di più non si potrebbe; b) questa classifica è quanto di peggio potesse capitare alla famiglia italiana. A vincere per distacco è infatti la tipologia costituita dalle famiglie unipersonali, ovvero le famiglie formate da una sola persona — secondo il senso comune neppure delle vere famiglie — che balzano da meno di 8,6 a più di 10,3 milioni e dal 33,3% al 38,8% del totale. Ora, se quasi quattro famiglie su dieci saranno nel 2040, tra vent’anni, composte di una sola persona, c’è poco da stare allegri”.

Al secondo posto, a peggiorare il quadro, arriva sì la famiglia costituita da coppie, ma quella senza figli. Queste passeranno da 5,1 a 5,7 milioni: dal 19.8% al 21,6% del totale delle famiglie. Insomma, “Nei prossimi vent’anni, per dirla senza giri di parole, crescono proprio le tipologie a minore intensità di famiglia, le famiglie che sono meno famiglie: persone sole e coppie senza figli. Che arriveranno, insieme, a rappresentare nel 2040 addirittura 61 famiglie su 100”.

Di questo passo la società italiana è destinata a diventare una società senza famiglia, quella che consiste nelle coppie con figli che non arriveranno a rappresentare neppure 24 famiglie su 100.

Senza famiglie vere non c’è prole e senza prole ci saranno sempre meno famiglie. Crisi della famiglia e inverno demografico sono strettamente correlate l’una all’altra.

Ad oggi, il numero medio di figli per donna è sceso all’1,17, il più basso di sempre. Mentre è la più alta di sempre l’età media in cui le donne italiane hanno il primo figlio: 31,4 anni; nel 1995, quando la curva demografica aveva iniziato a flettere già da almeno un decennio, era di 28 anni.

A chiusura del suo articolo, lo statistico e scrittore Roberto Volpi lancia un amaro grido di disperazione che anche noi, a conclusione di queste righe, facciamo nostro: “«Sembra che tanti abbiano perso la fiducia nell’andare avanti con i figli», ha detto Papa Francesco all’Angelus di Santo Stefano, parlando di «inverno demografico». «È contro le nostre famiglie — ha affermato —, contro la patria, contro il futuro». Parole sante. Ma la Chiesa faccia una riflessione sulle cause profonde per cui non ci si sposa più davanti al prete. Perché era il matrimonio religioso il primo e più efficace passo verso le famiglie con figli. Un passo che noi italiani abbiamo smesso di fare. O quasi.” (7).

 

Note

1. Se l’etica diventa intolleranza - Corriere della Sera, 02/02/22.

2. Referendum eutanasia, Mantovano: “Non c’è adeguata resistenza culturale” - In Terris, 19/8/21

3. Fine vita, monsignor Olivero: “La morte è sempre una sconfitta, ma una legge serve” – La Stampa, 23/01/22

4. Se l’etica diventa intolleranza - Corriere della Sera, 02/01/22.

5. Vedi https://www.gliscritti.it/blog/entry/2349

6. Italia tra vent’anni. Addio alla famiglia – La Lettura (Corriere della Sera), 02/01/22.

7. Idem ibidem.