Diedero la vita per il Sacro Cuore

 

di César Franco

 

Nel 2026 ricorre il centenario della Cristiada, l’epopea dei cattolici messicani che sfidarono il potere del Governo massonico in difesa della Chiesa e della Fede, lasciando al mondo un fulgido esempio di abnegazione e coraggio. Abbiamo chiesto a César Franco, di origini messicane e membro della TFP americana, di raccontarci questa straordinaria storia. Un vero esempio per i giorni nostri.

 

“¡Viva Cristo Rey! ¡Viva la Virgen de Guadalupe!”


Cent’anni fa, nel 1926, queste grida di Fede e di guerra risuonarono in tutto il territorio messicano. Era l’inizio della Cristiada, ovvero l’epopea militare dei cristeros, come erano allora chiamati in modo spregiativo questi militanti cattolici. Oggi, invece, è un titolo di gloria.

Un tema tabù


Per decenni, la storia della Cristiada è stata sepolta da una vera e propria campagna di silenzio, che l’aveva relegata alla categoria di tema tabù. Parlarne implicava ipso facto il suicidio politico. Insisterne poteva rivelarsi mortale…


Il primo a rompere l’omertà è stato lo storico francese Jean Meyer, docente alla Sorbone e sposato a una messicana, con la sua monumentale La Cristiada, un’opera in tre volumi pubblicati tra il 1973 e il 1975. La sua ricerca è notevole, tra l’altro perché egli ha potuto intervistare alcuni dei protagonisti della Cristiada, oppure i loro figli.
C’erano anche alcuni libri di nicchia, come México Cristero, di Antonio Rius Facius, pubblicati da gruppi cattolici tradizionalisti.


Ma il tema restava largamente sconosciuto al grande pubblico. Per esempio, quando nel 2011 fu girato il celebre film Cristiada – che finalmente fece conoscere la questione al pubblico internazionale – l’attore principale, Andy García, dichiarò che, quando fu contattato dai produttori, non ne sapeva nulla. Dovette studiare la storia per poter recitare la parte del generale Enrique Gorostieta.

Un’epopea medievale in pieno secolo XX


¡Viva Cristo Rey!, ecco il grido di battaglia di uomini e donne cattolici, vecchi e giovani, ricchi e poveri, istruiti o meno, che cent’anni fa rischiarono la vita per difendere in Messico l’unica Fede Santa, Cattolica e Apostolica.


Il richiamo a Cristo Re non era casuale. I cristeros combattevano, sì, per restaurare il culto cattolico in Messico e per difendere le prerogative della Chiesa e del clero. Ma soprattutto per instaurare un ordine sociale in cui Cristo fosse veramente Re, secondo gli insegnamenti di Pio XI nell’enciclica Quas Primas, pubblicata nel 1925. I cristeros si richiamavano esplicitamente alla storica devozione al Sacro Cuore, trasmessa loro specialmente attraverso i gesuiti. In questo modo si riallacciavano alla corrente contro-rivoluzionaria.


La loro epopea è stata paragonata a quella dei vandeani francesi, che lottavano “per il Trono e per l’Altare”. Oppure ai carlisti spagnoli, che lottavano “por Dios, por la Patria y el Rey”. Altresì, si ispiravano alle figure delle crociate medievali, da cui prendevano anche alcuni simboli. La Cristiada è stata un’epopea medievale in pieno secolo XX.
Ma come si è arrivati a questa situazione?

 

Un po’ di storia


Nel 1910 era scoppiata la rivoluzione messicana, da quelle parti nota semplicemente come La Revolución. Partendo dal Nord, il generale Francisco Ignacio Madero insorse contro la dittatura di Porfirio Díaz, che durava dal 1876. Diverse fazioni – non sempre d’accordo fra di loro – si sommarono all’insurrezione, tra cui gli agraristi di Emiliano Zapata al sud, e i socialisti di Pancho Villa al nord. È interessante notare che un nipote di Giuseppe Garibaldi, Peppino Garibaldi, prese parte a questa rivoluzione.


Eletto presidente nel 1911, Madero fu a sua volta travolto e ucciso dalle fazioni più radicali. Il 1913 vide il trionfo definitivo delle fazioni socialiste. Nel 1917 fu approvata una nuova Costituzione. La Revolución divenne così lo Stato stesso. Era una Costituzione dai toni fortemente massonici, socialisti e anticattolici. Vediamone alcuni articoli:


Art. 3: “L’istruzione sarà impartita esclusivamente dallo Stato (…) e lotterà contro l’ignoranza, la servitù, il fanatismo e i pregiudizi. (…) Nessuna congregazione religiosa può gestire una scuola. (…) Nessuna corporazione religiosa può svolgere attività educative o di propaganda. (…) L’educazione sarà socialista”.


Art. 5: “Lo Stato non può ammettere i voti religiosi. La legge, quindi, non consente la costituzione di alcun ordine religioso”.


Art. 25: “Gli atti religiosi possono essere compiuti esclusivamente al chiuso e sotto la vigilanza dello Stato”


Art. 27: “La proprietà privata delle terre e delle acque appartiene allo Stato, che può concederne l’usufrutto ai cittadini (…) Le cosiddette chiese non possono acquistare, possedere o amministrare beni. Tutti i beni della Chiesa passeranno alla Nazione”.


Art. 130: “La Legge non riconosce alcuna personalità giuridica alle cosiddette chiese. Solo lo Stato può legiferare in materia di culto pubblico, chiese e gruppi religiosi. (…) Spetta allo Stato far rispettare la legge in materia religiosa”


E via di questo passo.


La Costituzione del 1917 era così violentemente anticattolica che due successivi presidenti – Venustiano Carranza (1917-1920) e Alvaro Obregón (1920-1924) – esitarono nell’applicarla nella sua integrità.

 

Plutarco Elías Calles


Nel 1924 prese il potere Plutarco Elías Calles, massone e socialista, che iniziò ad applicare la Costituzione nella sua interpretazione più radicale, dando quindi inizio a una vera e propria persecuzione contro la Chiesa cattolica.


In realtà Calles inasprì una persecuzione già in atto dal 1910. Per esempio, nel 1915 furono assassinati 160 sacerdoti. Nel 1921 ci fu il famoso attentato dinamitardo contro la Madonna di Guadalupe, che produsse ingenti danni alla Basilica. La Madonna rimase miracolosamente intatta.


Prendendo spunto dalla Rivoluzione francese e dalla “Chiesa costituzionale”, Calles tentò di dar vita a una Chiesa nazionale, separata da Roma. Fallito lo strambo progetto, scatenò una persecuzione sempre più feroce. Il 4 gennaio 1926 emanò una legge che imponeva una rigorosa applicazione della Costituzione, con tanto di pene aggiuntive, introdotte con una riforma del Codice Penale.


Calles proibì l’uso dell’abito talare, proibì sotto pene gravissime l’uso di espressioni come “grazie a Dio”, o “se Dio vuole”. Le truppe calliste entravano a cavallo nelle chiese, interrompendo le funzioni religiose e portando via i sacerdoti. Decine di sacerdoti furono uccisi. Si diffuse l’abitudine di organizzare festini di soldati nelle chiese.


Calles, inoltre, impose agli impiegati cattolici di scegliere tra la rinuncia alla propria fede o la perdita del posto di lavoro. In seguito all’applicazione di queste leggi, si registrarono in tutto il Paese attacchi ai fedeli che uscivano da Messa e disordini durante le processioni religiose.

 

La reazione cattolica


La situazione diveniva sempre più intollerabile. Soprattutto tenendo conto della profonda religiosità del popolo messicano. Gli animi si surriscaldavano, cosa tra l’altro non difficile in quel Paese dal passato azteca. I cattolici non potevano più restare con le braccia incrociate. Alla fine, prevalse la decisione di fare qualcosa.


La reazione cattolica si mosse in tre grandi tappe:


— la campagna dottrinale;
— il boicottaggio;
— l’insurrezione armata.


Il 9 marzo 1925 si costituì a Città di Messico la Liga Nacional de Defensa de la Libertad Religiosa, che ebbe la sua prima riunione nella sede dei Cavalieri di Colombo. La Liga aveva come scopo statutario “difendere la libertà religiosa e tutte le libertà che da essa derivano nell’ambito dell’ordine sociale o economico, con i mezzi appropriati che le circostanze possono imporre”. Era presieduta da un veterano leader cattolico, l’avv. Rafael Ceniceros y Villarreal. Secondo Jean Meyer: “Ceniceros era convinto che la Chiesa salvava le anime, civilizzava la società, ispirava la politica, umanizzava l’economia e formava la Patria”.


Cinque giorni dopo, la Liga lanciò il suo primo foglio di propaganda dottrinale. E successe qualcosa di straordinario: centinaia di migliaia di volontari – soprattutto membri delle associazioni cattoliche – scesero nelle piazze per distribuire ai passanti il foglio della Liga. Erano vere e proprie campagne pubbliche, alla stregua dei Camelots du Roi dell’Action Française, o della Jeune Garde, del Sillon.


Non mancarono gesti di grande eroismo. Per esempio, sfidando le autorità, giovani piloti cattolici sorvolavano le città con i loro aerei gettando migliaia di volantini. O anche ragazzini delle associazioni parrocchiali che andavano in giro lasciando volantini nelle cassette postali delle case. Soffiava un vento di crociata. Ognuno si sentiva interpellato.

 

Al cuore: l’associazionismo cattolico


Questa magnifica reazione non spuntava dal nulla. Al cuore c’era un robusto associazionismo cattolico, dai contenuti chiaramente contro-rivoluzionari e dall’atteggiamento militante.


Spiccavano due associazioni: l’Asociación Católica de la Juventud Mexicana (Acjm); e l’Unión Católica Mexicana, nota come “la U”. Quasi tutti i futuri quadri dirigenti della Cristiada appartenevano a una di queste associazioni. In campo femminile c’erano le Brigate Santa Giovanna d’Arco, le Pie Figlie di Maria e altri gruppi.


Specialmente l’Acjm ebbe un ruolo centrale nell’insurrezione cristera. Era stata fondata nel 1913 dal gesuita Bernard Bergöend, e seguiva lo schema delle Congregazioni mariane. Il suo motto era “Per Dio e per la Patria”. Il suo scopo era coordinare le forze vive del Paese per restaurare l’ordine sociale cristiano in Messico. Il suo primo presidente fu René Capistrán Garza, che poi diverrà un leader cristero.


L’Acjm era organizzata a livello diocesano e parrocchiale, e arrivò a contare più di ventimila membri. Fondava la sua azione sulla formazione dottrinale dei membri e la discussione dei problemi del momento, alla ricerca di soluzioni concrete. Come detto prima, molti dei leader della Cristiada provenivano dall’Acjm, a cominciare da Anacleto González Flores, chiamato “il Maestro”, indubbiamente il principale maître à penser del movimento. Insignito da Pio XI dalla Croce pro Ecclesia et Pontefice “per la sua opera in difesa della religiosità dei cattolici messicani”, fu fatto prigioniero e fucilato per ordine di Plutarco Elías Calles.

 

Dal boicottaggio all’insurrezione


Di fronte alla relativa inutilità dell’azione dottrinale – alla quale Calles rispose inasprendo la persecuzione – la Liga decise di intraprendere azioni di protesta non violente, a cominciare dal boicottaggio di tutti i prodotti di fabbricazione statale. La produzione nazionale crollò. Il consumo di tabacco crollò del 75%. I cinema restavano vuoti, molti dovettero chiudere. I trasporti pubblici funzionavano a singhiozzo. Nessuno comprava benzina né biglietti del lotto.


Aggiungendo un tocco di genio, la Liga pubblicizzava il boicottaggio con decine di mongolfiere, con scritto sul fianco: “¡Boycot!”, che sorvolavano le grandi città.
Parallelamente, la Liga promosse petizione in sostegno della libertà religiosa che raggiunse quasi due milioni di firme (su una popolazione di 15 milioni). Ovviamente, il Governo non diede alcuna risposta.


Anzi, Calles rispose portando la persecuzione a un eccesso difficile da escogitare. Per esempio, creò le “brigate anti-fanatismo”, col compito di stanare i leader cattolici in tutto il Paese e ucciderli senza processo. Divenne “moda” esibire le teste mozzate dei leader cattolici e appendere i loro cadaveri sui lampioni.


Di fronte a tale situazione, la Chiesa decise di compiere un gesto simbolico estremo. Dal 1° agosto 1926 il culto pubblico cessò in Messico: niente più Messe, niente più sacramenti. I cattolici dovettero ricorrere alle Messe clandestine, di solito celebrate in luoghi impervi sulle colline.

 

La guerra


La misura era colma. Dopo aver consultato eminenti teologi e sondato lo stesso Vaticano, i cattolici messicani decisero di prendere le armi contro il Governo. Era l’inizio della Cristiada.


Impossibile raccontare nell’angusto spazio di un articolo, tutte le peripezie della guerra. Il primo scontro fra truppe federali e i cristeros ebbe luogo il 29 agosto a Huejuquilla el Alto, Jalisco, e si concluse con una schiacciante vittoria cattolica. Seguirono a passo serrato le insurrezioni a Jalisco, Nayarit, Zacatecas, Guanajuato e Michoacán, e poi man mano in tutto il centro del Paese.


Evidentemente soffiava una grazia di crociata. Si contano a centinaia gli episodi degni delle più eroiche “chanson de geste”. Sembrava di rivivere i tempi della Reconquista spagnola, questa volta contro i socialisti. Così come i loro antenati crociati si lanciavano in battaglia al grido di “¡Santiago y cierra España!”, i cristeros caricavano il nemico al grido di “¡Viva Cristo Rey!”.


Presto le truppe calliste iniziarono a rispondere con un loro grido di battaglia: “¡Viva Satanás!”. Evidenziando come, in fondo, la Cristiada fosse un episodio nella lotta millenaria fra la Madonna e il serpente.


Abbondarono episodi di vera e propria santità. La gesta del ragazzino José Santos del Río – canonizzato nel 2016 – è stata immortalata dal film Cristiada. Nel 1988 Papa Giovanni Paolo II beatificò P. Miguel Agustín Pro, e nel 2000 dichiarò beati 25 martiri cristeros. Nel 2005 Benedetto XVI beatificò altri 13 cristeros, fra cui Anacleto González Florez. Oggi sono in corso ben 40 processi di canonizzazione di persone che presero parte alla guerra cristera.


Militarmente, la Cristiada iniziò con sorti alterne. Alle vittorie seguivano sconfitte, e la ribellione stentava a controllare i territori. L’esercito cristero era composto per lo più da contadini pieni di Fede e di entusiasmo, ma mal armati e senza un piano di battaglia concreto. Era, in realtà, una guerra di guerriglie. D’altronde, è un fatto storico triste che pochi membri delle élite – proprietari terrieri, professionisti, ecc. – si sommarono all’insurrezione.


Tutto cambiò nel 1927 quando la Liga propose al generale Enrique Gorostieta Velarde di porsi al comando dell’esercito cristero. Gorostieta era un ufficiale di carriera, veterano delle guerre rivoluzionarie. Per molto tempo si è detto che egli fosse ateo e massone, e che accettò l’incarico solo per i soldi. Questa calunnia è ormai totalmente smentita. Egli era un fervente cattolico, e accettò la sfida con spirito soprannaturale.


Gorostieta riuscì a portare organizzazione e disciplina militare in un’insurrezione fino a quel momento disorganizzata. Egli unificò i comandi militari e riunì tutte le forze nella Guardia Nacional. Da quando prese il comando dell’esercito cristero, gli insorti riuscirono a sconfiggere l’esercito federale in tutte le regioni in cui era presente: Jalisco, Michoacán, Colima e Zacatecas.


All’inizio la Guardia Nacional contava 12mila combattenti. Numero che aumentò a 25mila nel 1928 e raggiunse un apice di 50mila nel 1929. Un vero esercito perfettamente organizzato e armato e, soprattutto, motivato. Tutti i tentativi del Governo di schiacciare la ribellione fallirono. I cristeros sconfissero intere divisioni federali. La vittoria sembrava vicina.

 

Gli “Arreglos”


Purtroppo, il Governo federale riuscì a infiltrare un agente nella cerchia del generale Gorostieta. Tradito, costui fu ucciso il 2 giugno 1929.


La guerra, comunque, volgeva ormai al termine. Infatti, le ostilità cessarono tre settimane dopo. Cosa era successo?


Con rarissime eccezioni (in realtà solo due), i vescovi messicani non appoggiarono l’insurrezione e, alla fine, tolsero anche il sostegno alla Liga. Evidentemente preferivano un approccio conciliatorio, nonostante la feroce persecuzione callista. Iniziarono quindi i contatti col Governo per porre fine alla violenza. Da parte della Chiesa, i negoziatori erano mons. Pascual Díaz y Barreto e mons. Leopoldo Ruiz y Flores.


In realtà, le conversazioni di pace erano “pilotate” dall’ambasciatore americano Dwight D. Morrow, che aveva ricevuto ordine dal Presidente Calvin Coolidge di porre fine alla guerra a scapito dei cristeros, per non rischiare di nuocere agli interessi americani in Messico. Con questo intervento a gamba tesa, la sorte della Cristiada era segnata.
Il 21 giugno 1929 furono così firmati gli Arreglos (accordi), che prevedevano l’immediato cessate il fuoco, il disarmo degli insorti e la loro immunità (che però non fu rispettata). I termini dell’accordo erano estremamente sfavorevoli alla Chiesa: in pratica tutte le leggi anticattoliche rimanevano in vigore.


Ubbidendo all’ordine dei vescovi, i cristeros deposero le armi. Molti furono fucilati. Molti paesini che avevano accolto i cristeros furono distrutti. E la persecuzione al clero continuò. Ecco un dato agghiacciante: il numero di preti in Messico era passato da circa 4.500 nel 1926 a soli 334 nel 1934.


Jean Meyer racconta che una figlia di Plutarco Elías Calles gli disse che, fino alla fine, suo padre si lamentava della Cristiada: “Se avessi saputo che la cosa sarebbe stata così dura, non avrei toccato la Chiesa”. Infatti, dietro i ruggiti del Governo federale, si nascondeva la paura della forza dei cattolici. Ciò indusse i successivi Governi a iniziare ad allentare la persecuzione e a chiudere un occhio sull’azione della Chiesa. Fu l’inizio della libertà religiosa in Messico.


Apparentemente sconfitti, i cristeros alla fine ottennero ciò per cui lottavano. E, soprattutto, diedero un fulgido esempio di Fede e coraggio che durerà fino alla consumazione dei secoli.