Cristianità: modello superato o faro per il futuro?
di Paul Herzog von Oldenburg *
Sono un po’ imbarazzato di dover parlare dopo personalità così illustri. Non avendo le credenziali accademiche né l’influenza elettorale di coloro che mi hanno preceduto, posso solo invocare il mio sincero attaccamento agli ideali che sto per esporre e il mio fermo impegno a difenderli.
Vorrei condividere con voi alcune riflessioni sull’ideale di Cristianità.
La vera civiltà
In un’epoca in cui l’Unione Europea, un colosso dai piedi d’argilla poiché senz’anima e fondata sul relativismo dottrinale, mostra i primi segni di un crollo, forse irreversibile, questo splendido nome di Cristianità risuona nelle nostre orecchie con un timbro nuovo.
L’ideale di una vera fraternità tra i popoli; l’ideale di uno Stato di diritto in cui tutte le persone siano rispettate, e in particolare le più vulnerabili (i nascituri e gli anziani); l’ideale di una società il cui dinamismo scaturisca dalla sua cellula fondamentale, la famiglia, e da una cultura che apra le anime a vasti orizzonti spirituali; l’ideale di una vita sociale in cui regni l’armonia tra le classi e in cui la cortesia sia piena di rispetto e gentilezza; in breve, l’ideale di una comunità di uomini, donne e bambini che desiderano vivere secondo la Legge di Dio e rendere al loro Creatore e Salvatore l’omaggio pubblico che Gli è dovuto: questo ideale non è una chimera.
Ci vengono spontanee le parole infuocate pronunciate all’inizio del secolo scorso da Papa San Pio X:
“No, Venerabili Fratelli – bisogna ricordarlo energicamente in questi tempi di anarchia sociale e intellettuale, in cui ciascuno si atteggia a dottore e legislatore -, non si costruirà la città diversamente da come Dio l’ha costruita; non si edificherà la società, se la Chiesa non ne getta le basi e non ne dirige i lavori; no, la civiltà non è più da inventare, né la città nuova da costruire sulle nuvole. Essa è esistita, essa esiste; è la civiltà cristiana, è la civiltà cattolica. Si tratta unicamente d’instaurarla e di restaurarla senza sosta sui suoi fondamenti naturali e divini contro gli attacchi sempre rinascenti della malsana utopia, della rivolta e dell’empietà: ‘omnia instaurare in Christo’”.
Permettetemi di precisare fin da subito che non si tratta di creare una contraffazione cristiana del regime talebano o della Repubblica islamica degli ayatollah iraniani! Dobbiamo rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Non è nemmeno la casa vuota, aperta ai venti della storia, di Jacques Maritain, per il quale “l’ideale democratico [è] il nome laico dell’ideale di cristianità”.
L’ideologia dei diritti umani e i suoi eccessi ci hanno completamente immunizzati contro il miraggio di una sacralizzazione della cosiddetta modernità e della sua “marcia irreversibile” verso una maggiore uguaglianza, libertà e fraternità.
Uguaglianza, sì. Ma un’uguaglianza essenziale che non elimina le disuguaglianze accidentali dovute alla nascita, allo sforzo o alle diverse circostanze della vita.
Libertà, sì. Ma libertà propriamente intesa, quella definita dal grande presidente cattolico ecuadoriano Gabriel García Moreno come “libertà per tutto e per tutti, eccetto per i malvagi e per chi fa il male”.
Fraternità, sì. Ma una vera fraternità nata dalla grandezza della nostra condizione comune di figli di Dio ed eredi del Cielo, e non da una finta “solidarietà” nata da una sorta di cameratismo rivoluzionario che si compiace della volgarità e della prosaicità.
Capitalismo, comunismo
Avevo appena vent’anni quando cadde il Muro di Berlino e il colossale fallimento del socialismo reale – che non era altro che l’applicazione più radicale delle chimere della Rivoluzione francese – si rivelò al mondo in tutta la sua portata. A tanti di voi qui presenti va riconosciuto il merito di aver difeso gli imperituri principi dell’ordine naturale e cristiano, inclusi la proprietà privata e la libertà economica, durante quegli interminabili decenni in cui era di moda deridere i proprietari terrieri e gli imprenditori come parassiti egoisti che cercavano solo il profitto, ed esaltare le virtù dell’abolizione delle classi sociali, della redistribuzione forzata della ricchezza, del collettivismo e della pianificazione burocratica dell’economia.
Ciò era tanto più lodevole in quanto il nemico si era infiltrato nel cuore stesso della Chiesa in nome di una falsa concezione di carità e giustizia sociale, secondo la quale le disuguaglianze di ricchezza e di status sociale causavano sofferenza alle classi meno privilegiate e dovevano quindi essere eliminate affinché potesse emergere una società più semplice ed egualitaria, modellata su quella dei primi cristiani.
Per questi “cristiani di sinistra”, era il capitalismo, non il socialismo, a essere intrinsecamente perverso; pertanto, comunisti, socialisti e altri attivisti della generazione del ‘68 erano i naturali alleati di una Chiesa che, finalmente, aveva adottato un’opzione preferenziale per i poveri a scapito delle altre classi sociali.
Per un quarto di secolo, questi cliché della Teologia della Liberazione o forme più annacquate di “socialismo cristiano” hanno riempito le colonne dei giornali e delle riviste cattoliche e, ahimè, molti paragrafi di dichiarazioni episcopali sulle questioni sociali del momento.
Voi avete resistito a questa pressione della quinta colonna infiltratasi nel cuore stesso della Chiesa cattolica e avete tenuto alta la bandiera della vera dottrina sociale; fino a quando il cardinale Joseph Ratzinger non pubblicò la famosa dichiarazione Libertatis nuntius della Congregazione per la Dottrina della Fede, in cui dichiarò, una volta per tutte, che il comunismo era “la vergogna del XX secolo” e che il quadro analitico marxista non aveva alcun posto nella cura pastorale della Chiesa né nel modo in cui un cattolico dovrebbe considerare la realtà sociale.
Ma, così come a volte vediamo nostalgici del ‘68, con i capelli brizzolati e i tatuaggi, che sfilano su grosse Harley-Davidson (nelle belle giornate estive, ovviamente, perché non vorranno certo prendersi un raffreddore!), vediamo ancora anche alcuni vescovi e qualche ecclesiastico in jeans, canottiera e sandali che denunciano le devastazioni della società consumistica e rimpiangono i bei vecchi tempi dei “preti operai”, degli scioperi al fianco dei sindacati e degli scontri con le forze dell’ordine.
Questi reazionari della Rivoluzione non sarebbero altro che innocui eccentrici se non fosse per un male ben più diffuso.
Come un tossicodipendente che non ha ancora finito di eliminare dal proprio corpo tutte le tossine e le cattive abitudini accumulate in decenni di abuso di stupefacenti, la società contemporanea e gli ambienti cattolici non si sono ancora completamente disintossicati da questa droga intellettuale: l’utopia socialista che sogna un paradiso senza disuguaglianze sociali e patrimoniali, l’utopia libertaria che sogna un paradiso liberato dai vincoli sociali in nome dell’autonomia individuale, e l’utopia verde e autogestionaria nata nel maggio del ‘68, che sogna un’umanità liberata dal peso del progresso e della civiltà, come le tribù primitive dell’Amazzonia che vivrebbero in perfetta armonia con la Natura.
I principi fondamentali della civiltà
Per questo dobbiamo tornare, in ogni occasione, ai principi fondamentali della civiltà cristiana, ai principi fondamentali della civiltà stessa. Questi valori sono racchiusi nell’acronimo dell’associazione che rappresento, ovvero la Società tedesca per la difesa della Tradizione, della Famiglia e della Proprietà.
Di questi tre principi, quello che suscita maggiori obiezioni è ancora la proprietà privata. E questo è particolarmente vero tra i cristiani. Quando si parla di proprietà privata, a molti vengono subito in mente le immagini stereotipate dei “ricchi che diventano sempre più ricchi e dei poveri sempre più poveri”.
La tragedia è che ottant’anni di comunismo e cento milioni di morti in nome della sua utopia totalitaria non sono bastati a disabituare i nostri concittadini e i nostri fratelli e sorelle cattolici al sogno socialista di un paradiso senza ricchezza e disuguaglianze sociali.
Un intero processo educativo – un intero approccio pastorale! – resta da intraprendere riguardo alla proprietà privata e alla sua funzione sociale, riguardo alla famiglia e alla tradizione, quali principi fondamentali di ogni società ben organizzata.
Permettetemi di citare, a questo proposito, alcune verità che, in tempi normali, sarebbero considerate ovvie, ma che oggi sono vittime di amnesia collettiva.
Chi avrebbe mai immaginato, 50 anni fa, che sarebbe stato necessario giustificare il diritto del nascituro o che il matrimonio dovesse essere celebrato tra un uomo e una donna?
Ebbene, oggi è essenziale dimostrar che la proprietà, la famiglia e la tradizione sono il fondamento naturale dell’organizzazione sociale.
Proprietà
Per una catechesi sul diritto alla proprietà privata, sarebbe necessario rileggere le grandi encicliche sociali dei Papi e quanto scritto dal professor Plinio Corrêa de Oliveira sulla necessità della proprietà privata per una migliore comprensione della Legge di Dio – e quindi del Suo divino Autore – per una migliore pratica della virtù della Giustizia, nonché per migliori condizioni per la santificazione delle anime.
In effetti, i Dieci Comandamenti sono, in un certo senso, lo specchio della santità divina, e rinunciare all’insegnamento dei due precetti del Decalogo che sono alla base della proprietà privata significherebbe presentare un’immagine distorta della Legge di Dio e, di conseguenza, di Dio stesso.
Inoltre, la nozione di “mio” e “tuo” è alla base del concetto di giustizia, che, in materia economica, conduce direttamente e inevitabilmente al principio della proprietà privata. Ne consegue che, senza una comprensione accurata della legittimità, della portata e dei limiti della proprietà privata, non sono possibili né la conoscenza della giustizia, né il suo vero amore, né la sua vera pratica.
Infine, una sana formazione dell’intelletto e della volontà favorisce la santificazione ed è addirittura sinonimo di essa. Ora, una società in cui la proprietà privata non esiste è profondamente contraria al sano sviluppo di queste facoltà dell’anima, e quindi il comunismo è incompatibile con la santificazione dell’umanità.
Secondo il noto economista Pierre de Lauzun, la proprietà comune comporta quattro conseguenze: i migliori vengono sfruttati dagli altri; sorgono continue dispute; i compiti meno gratificanti non vengono più svolti; la proprietà viene trascurata. Pertanto, conclude, la situazione diventa particolarmente immorale.
In effetti, l’uomo, grazie al suo ingegno, tende a provvedere a tutto ciò che è necessario al suo benessere. Da ciò deriva il suo diritto di cercare per sé le cose di cui ha bisogno e di prenderne possesso quando non hanno un proprietario. Da ciò deriva anche il suo diritto di provvedere ai propri bisogni futuri in modo stabile, appropriandosi della terra e coltivandola con strumenti che egli stesso ha prodotto. In breve, è perché possiede un’anima che l’uomo tende inevitabilmente a essere proprietario.
La proprietà privata è quindi il mezzo normale per l’uomo per essere e sentirsi sicuro del proprio futuro e padrone di sé. Abolire la proprietà privata e, di conseguenza, consegnare l’individuo come un animale inerte alla direzione dello Stato significa privare la sua mente di alcune delle condizioni fondamentali per il suo normale funzionamento. Ciò porta all’atrofia – per mancanza di esercizio – delle facoltà dell’anima; significa, in breve, deformarla profondamente.
Da ciò, in gran parte, derivò la tristezza che caratterizzò le popolazioni soggette al comunismo.
Senza accettare l’ideale utopico di una società in cui ogni individuo, senza eccezione, possiede proprietà e non esistono più lavoratori salariati, bisogna affermare che la più ampia diffusione possibile della proprietà e della libera impresa promuove il benessere spirituale e culturale di individui, famiglie e società. Al contrario, la nazionalizzazione dei mezzi di produzione e la conseguente proletarizzazione degli individui creano condizioni altamente sfavorevoli alla santificazione e alla formazione culturale di popoli, famiglie e individui.
È vero che i documenti papali hanno denunciato con veemenza gli abusi avvenuti in materia di proprietà privata. Tuttavia, la natura condannabile e dannosa degli abusi che gli uomini fanno di un’istituzione non significa in alcun modo che tale istituzione non sia intrinsecamente eccellente. Nulla è sacro, santo in sé e da ogni punto di vista quanto il sacerdozio. Nulla è peggio della sua corruzione. Ma nessuno, tranne la stampa di sinistra, sta pensando di abolire il sacerdozio a causa degli abusi che ne fanno alcuni sacerdoti vergognosi!
Famiglia
Ho appena menzionato la famiglia, il principale gruppo intermediario tra l’individuo e la nazione. Soffermiamoci un attimo sull’intima relazione, sulla profonda affinità – una vera e propria simbiosi – che esiste tra la proprietà privata e la famiglia fin dagli albori dell’umanità.
Così come una persona ha il diritto di possedere beni, ha anche il diritto di sposarsi e di formare una famiglia. Ma da questo diritto derivano determinati doveri per i genitori (e più in generale per il marito). In primo luogo, l’obbligo di provvedere alle spese di mantenimento della casa e all’educazione dei figli. Pertanto, la moglie e i figli hanno un diritto naturale al reddito del marito e al patrimonio che egli accumula, un diritto che è più vicino e più sicuro di qualsiasi potenziale diritto della società.
Se considerati in relazione alla famiglia, gli argomenti a favore della proprietà privata risultano notevolmente rafforzati, perché per un capofamiglia, lavorare, risparmiare e prosperare non sono più un diritto, ma un dovere.
Proprietà e famiglia derivano in ultima analisi dalla stessa radice: la natura umana. È la nostra natura spirituale che ci spinge a stabilire legami più diretti e intimi con certi oggetti e persone. Diventare proprietari di una casa e avere una famiglia sono situazioni che ci danno un sano senso di appagamento personale. Al contrario, vivere come un atomo isolato, senza famiglia né beni personali, circondato da estranei, ci dà una sensazione profondamente innaturale di vuoto, anonimato e solitudine. Da qui il desiderio di formare una famiglia e l’ambizione di diventare proprietari di una casa, due inclinazioni che hanno una radice comune e si rafforzano a vicenda.
Ciò è talmente vero che Fustel de Coulanges, nel suo capolavoro La città antica, osserva che la parola latina familia e il suo corrispettivo greco, oikos, non avevano alcun significato di generazione o parentela (per questo esisteva la parola latina gens, derivata dal greco genos), ma quasi un significato di “proprietà”. “Familia” originariamente designava il campo, la casa, il denaro, gli schiavi – in breve, il patrimonio familiare che si trasmetteva – e si accresceva – di generazione in generazione.
Questi antichi legami tra famiglia e patrimonio sono ancora più evidenti per quanto riguarda i beni spirituali che i genitori trasmettono ai figli: i loro talenti, la loro cultura, la loro psicologia, la stima e l’influenza sociale di cui sono circondati.
Chi nasce da una coppia particolarmente dotata da Dio di beni spirituali – o anche materiali – è legittimamente più favorito fin dalla culla rispetto a chi nasce da genitori di qualità media. Queste disuguaglianze all’inizio della vita non sono solo giuste, ma essenziali per il progresso sociale. Sono giuste perché, come affermava sinteticamente San Tommaso d’Aquino: «È una legge naturale che i genitori accumulino ricchezze per i figli e che questi figli siano gli eredi dei genitori».
Senza timore di essere «sociologicamente scorretto», il compianto Papa Pio XII trasse tutte le conseguenze di questo principio, affermando che «le disuguaglianze sociali, incluse quelle legate alla nascita, sono inevitabili; la natura benevola e la benedizione di Dio sull’umanità illuminano e proteggono le culle, le accolgono ma non le livellano».
In queste disuguaglianze legate alla nascita, ciò che ha maggior valore, diceva lo stesso Papa, non è l’eredità materiale, ma «l’eredità spirituale», trasmessa soprattutto «dall’influenza reciproca di chi vive nella stessa casa» e dall’«atmosfera di una casa ricca di alte tradizioni intellettuali, morali e soprattutto cristiane».
Ecco perché Leone XIII dichiarò nella Rerum Novarum che «sostituendo la provvidenza paterna con quella dello Stato – oggi diciamo piuttosto lo Stato sociale – i socialisti vanno contro la giustizia naturale e spezzano i legami familiari».
Azzerare i conti a ogni generazione equivale, di fatto, a commettere una grave ingiustizia nei confronti dei genitori che si sono sacrificati per lasciare ai figli una situazione migliore.
E non è tutto. Penalizzare i genitori con pesanti tasse di successione è anche un duro colpo al progresso sociale. Perché se ai genitori viene negato il diritto di lasciare la maggior parte del loro patrimonio ai figli, viene eliminata una delle forze motivanti più importanti per il lavoro.
La mancanza di questa motivazione è stata, inoltre, la causa principale del fallimento del socialismo reale in tutti i paesi comunisti dell’Europa orientale: nessuna forma di stakhanovismo potrà mai sostituire, come incentivo al lavoro, l’amore incondizionato e disinteressato che i genitori nutrono per i propri figli, carne della loro carne.
Sì, diciamolo forte e chiaro: il diritto di successione è l’istituzione in cui famiglia e proprietà si fondono, nonostante le smorfie di chi propugna una chimerica “uguaglianza di opportunità”, in nome della quale vengono sacrificati miliardi di euro sottratti ai contribuenti, come in Francia, per le “Zone d’Instruction Prioritaire” e altri grandiosi progetti educativi, destinati al fallimento perché tentano di sopprimere ciò che è naturale.
Ma c’è di più. A queste intime relazioni tra famiglia e proprietà manca ancora un coronamento. Avete indovinato: la Tradizione.
Tradizione
In effetti, molto spesso questa eredità spirituale, frutto di fattori genetici e dell’atmosfera culturale di una famiglia, rimane fissa all’interno della stessa stirpe, nobile o plebea che sia, poco importa, insieme a certi tratti fisiognomici e psicologici che costituiscono un legame tra le generazioni. Così, gli antenati vengono perpetuati in un certo modo dai loro discendenti, che, nel corso delle generazioni, distillano il particolare stile di vita domestica, di attività professionale e di azione pubblica dei loro predecessori, trasformando alcune famiglie in veri e propri “clan” o addirittura “dinastie”.
La Tradizione è proprio questa distillazione, nel corso dei secoli, del patrimonio morale e culturale originario delle diverse famiglie che costituiscono un popolo. Ecco perché la Tradizione non è un passato stagnante, come la sinistra vorrebbe farci credere. Al contrario. La Tradizione è la vita che il seme riceve dal frutto che lo contiene. Vale a dire, una capacità di germogliare a sua volta e produrre qualcosa di nuovo che non è l’opposto del vecchio, ma il suo armonioso sviluppo.
Ecco perché la Tradizione e le élite tradizionali sono una condizione indispensabile per il vero progresso delle nazioni. Non solo nella nostra vecchia Europa, ma anche nella giovane America! Questa non è una mia affermazione, ma di Pio XII stesso. Ecco le sue illuminanti parole:
“Secondo la testimonianza della storia, laddove fiorisce una vera democrazia, la vita del popolo è come permeata di sane tradizioni che è illecito distruggere. I rappresentanti di queste tradizioni sono, soprattutto, le classi dominanti, vale a dire i gruppi di uomini e donne, o le associazioni che, come si suol dire, dettano legge nel villaggio e nella città, nella regione e nell’intero paese. Da qui, tra tutti i popoli civilizzati, l’esistenza e l’influenza di istituzioni eminentemente aristocratiche nel senso più alto del termine”.
L’esistenza e l’influenza delle istituzioni aristocratiche sono dunque una questione di giustizia, poiché rappresentano la conseguenza logica e naturale della famiglia e dei suoi riflessi nella tradizione e nella proprietà privata. Purché, ovviamente, le classi superiori non impediscano la graduale ascesa di individui e famiglie meritevoli. Le classi superiori non devono trasformarsi in “caste” chiuse, ma devono essere aperte alla mobilità sociale, che elevi determinate famiglie allo strato sociale successivo, talvolta persino al vertice assoluto del corpo sociale. Questi nuovi elementi costituiscono, per il corpo sociale, tante cellule piene di energia, che sostituiscono quelle che iniziano a perdere vitalità”.
Ma la natura non progredisce a balzi. Napoleone diceva che l’educazione di un bambino inizia duecento anni prima della nascita, e aveva perfettamente ragione. Tuttavia, l’ascesa delle famiglie è un processo graduale. Pertanto, le classi sociali sono piuttosto stabili e le ascese sociali fulminee sono un’eccezione.
“Classi privilegiate”? Se volete, potete chiamarle così. Ma in tal caso, bisogna riconoscere che esistono privilegi legittimi e, a volte, persino sacri. Perché le élite tradizionali derivano dalla natura umana, creata da Dio. E, per quanto riguarda il matrimonio, che è il fondamento della famiglia, esso è stato elevato al rango di Sacramento da Nostro Signore.
Come afferma Francis Godard, autore di La Famille, affaire de générations (La famiglia, questione di generazioni): nella sua concezione tradizionale, la famiglia è «il luogo stesso del fondamento permanente del rapporto umano fondamentale, in quanto deriva direttamente dall’ordine divino. È il luogo del mistero, dove le origini persistono nella loro eterna contemporaneità».
L’odio per la tradizione, la famiglia e la proprietà è un odio religioso
Da ciò si può dedurre che l’odio che la sinistra di ogni schieramento – rossa, rosa o verde – nutre verso la famiglia, la proprietà privata e la tradizione, in quanto ostacolo alla collettivizzazione dell’individuo, è fondamentalmente un odio religioso diretto contro l’ordine divino, contro Dio stesso.
È questo odio per l’ordine naturale che già indusse Danton ad affermare che “i bambini appartengono alla repubblica prima ancora che ai genitori”; che spinse Robespierre a voler allontanare i bambini dalle loro famiglie tra i cinque e i dodici anni, perché, diceva, “vogliamo che l’istruzione sia comune e uguale per tutti i francesi; non si tratta di formare gentiluomini, ma cittadini”.
Fu proprio questo odio per la famiglia a spingere uno dei leader della Rivoluzione Russa, Liadov, a chiedersi: “È possibile educare l’uomo collettivo in una famiglia individuale? Rispondiamo categoricamente: no! Un bambino che pensa collettivamente può essere cresciuto solo in un’atmosfera collettivista. Prima il bambino viene allontanato dalla madre e affidato a un asilo nido, prima possiamo garantire la sua salute.” E per curare i malati impenitenti, c’era il gulag…
In realtà, non c’è alternativa:
- o riconosciamo la persona umana e i suoi diritti naturali – il diritto alla proprietà, il diritto di fondare una famiglia, il diritto di comportarsi liberamente secondo la propria ragione – e accettiamo le conseguenze che ne derivano: disuguaglianza di ricchezza e formazione di classi sociali ed élite tradizionali;
- oppure cerchiamo di forzare la natura con un costoso apparato statale al servizio di un’ingegneria sociale utopica il cui inevitabile risultato è lo schiacciamento dell’individuo, l’impoverimento della popolazione e la dittatura.
La caduta del Muro di Berlino ha dimostrato che quest’ultima strada porta a un vicolo cieco. Ma molti contemporanei, ancora inebriati dai falsi sogni di uguaglianza e fraternità, si rifiutano di ammettere che la via del progresso per tutti, e in particolare per i più poveri, risiede nel rispetto di questi tre pilastri fondamentali di ogni civiltà e, in particolare, della civiltà cristiana: Tradizione, Famiglia e Proprietà privata, fondamento delle libertà economiche a noi cattolici tanto care. Questo, del resto, è riconosciuto da molti autori diversi: senza questo fondamento non c’è progresso, non c’è crescita e non c’è civiltà.
Cristianità
Per concludere il compito che mi è stato assegnato, mi basta tornare al concetto di Cristianità che ho menzionato all’inizio della mia presentazione.
In una cupa “Lettera ai cattolici di Francia” dei vescovi francesi, datata 1996 e scritta da mons. Dagens, si afferma: “Accettiamo senza esitazione di collocarci, come cattolici, nel contesto culturale e istituzionale odierno”; “rifiutiamo ogni nostalgia per le epoche passate [e] non sogniamo un impossibile ritorno a quella che veniva chiamata Cristianità”.
Perché? Beh, perché “la crisi che stiamo attraversando non è dovuta fondamentalmente al fatto che certe categorie di cattolici abbiano perso la fede o voltato le spalle ai valori della tradizione cristiana”, né “all’ostilità degli avversari della Chiesa”. È semplicemente che “siamo nel mezzo di un mondo e di una società in trasformazione”, e che “un mondo sta svanendo e un altro sta emergendo... mentre la forma del mondo che stiamo cercando di costruire ci sfugge”. In breve, la Chiesa ha perso il treno della modernità e della globalizzazione e deve salire sull’ultimo treno prima che sia troppo tardi!
Per farlo, dovremmo “riconoscere la natura positiva del secolarismo” perché, secondo lui, “l’opposizione tra una tradizione cattolica, controrivoluzionaria e conservatrice, e una tradizione repubblicana, anticlericale e progressista, è quasi del tutto superata”. (Lo sfortunato vescovo Léonard, che è al suo quarto lancio di torta in faccia, di questo pacifico secolarismo se ne intende!)
Secondo il vescovo Dagens, dobbiamo anche riconoscere il valore del “pluralismo”, poiché “nuove tradizioni religiose e spirituali, in particolare l’Islam... sono ora presenti nel nostro Paese e stanno dimostrando la loro vitalità”.
Il dialogo multiculturale: ecco dunque la zuppa rosa offerta come panacea per risolvere tutte le sfide del nuovo millennio! (Non pensiamo che i francofoni siano gli unici in Europa a essere sottoposti a questa pressione incessante. Anche noi, al di là del Reno, siamo bombardati da questa stessa vuota retorica).
Quali risultati ha prodotto questa politica episcopale di “tendere la mano”? Posso parlare solo del mio Paese, non volendo intromettermi negli affari altrui. Ebbene, è stata la nostra cancelliera a formulare la diagnosi proprio nel bel mezzo del dibattito sull’immigrazione che infiamma la Germania dalla pubblicazione del libro sconvolgente di Thilo Sarrazin.
Il nostro presidente – modesto come il presidente del Consiglio europeo – aveva osato dichiarare, in occasione del ventesimo anniversario della riunificazione, che “anche l’Islam fa parte della Germania” (si potrebbe pensare che si sia ispirato alla lettera dei vescovi francesi!).
La signora Angela Merkel gli ha risposto con una replica tagliente davanti a un pubblico di giovani membri della CDU: “Questo modello ‘multiculturale’ è fallito, completamente fallito”, ha detto la cancelliera. D’ora in poi, gli immigrati devono integrarsi e adottare la cultura e i valori tedeschi: “Ci sentiamo vincolati ai valori cristiani. Chi non li accetta non ha posto qui”, ha insistito. Nicolas Sarkozy ha seguito l’esempio, recandosi alla basilica di Le Puy-en-Velay (importante luogo di pellegrinaggio medievale) per proclamare che “la cristianità ci ha lasciato una magnifica eredità di civiltà e cultura” che deve essere “abbracciata senza esitazione né falsa modestia”.
Sì, i nostri Paesi sono indissolubilmente legati ai valori cristiani su cui sono stati fondati, e non è annacquando questi valori nel crogiolo multiculturale che l’Occidente supererà la grave crisi religiosa e morale che sta attraversando. La posta in gioco è alta, perché riguarda non solo il futuro dell’Europa, ma anche il futuro dell’umanità.
Fu Papa Benedetto XVI a ricordarcelo durante la sua visita a Santiago de Compostela:
«Come il Servo di Dio Giovanni Paolo II, che da Compostela esortò il Vecchio Continente a rinvigorire le proprie radici cristiane, anch’io vorrei esortare la Spagna e l’Europa a costruire il loro presente e a progettare il loro futuro sulla base dell’autentica verità dell’umanità».
A tal fine, la Spagna e l’Europa dovrebbero preoccuparsi innanzitutto dei «bisogni morali, sociali, spirituali e religiosi» dei loro abitanti, perché solo in questo modo si può operare «efficacemente, con integrità e fruttuosamente» per il bene dell’umanità e, in particolare, per il bene dei più vulnerabili. In breve, la salvezza non verrà da un’applicazione radicale o moderata della trilogia della Rivoluzione francese, ma dalla pura fonte del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa.
Grazie.
* Conferenza a Bruxelles, 3 maggio 2011, nella sede della Federazione Pro Europa Christiana
