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Cristianesimo e sapori

di Nelson Fragelli

 

Oltre al suo carattere essenzialmente religioso, il Natale è legato inscindibilmente anche alla buona tavola. Ogni Paese, ogni regione, ogni città, a volte ogni famiglia ha i suoi cibi tipici per quell’occasione. Questo non è un aspetto trascurabile né, tantomeno, “mondano”. Nella civiltà cristiana, la Fede è strettamente legata alla cultura, compresa quella culinaria.

 

La Chiesa ha dato alla tavola un significato sacro, penetrandola con un senso religioso che va oltre il convivio e la gastronomia.

 

Cibo e contemplazione


Lo scopo dei sapori nella civiltà cristiana è quello di far sì che la degustazione di un piatto susciti nella mente un piacevole sentimento di ammirazione o ispirazione, che eleva l’anima. Un bel dipinto si giudica dal tema, dall’adeguatezza dei colori, dal talento del pittore e via dicendo. Un buon piatto si apprezza attraverso un procedimento dello spirito del tutto simile. L’arte culinaria consiste nel saper trattare un elemento commestibile utilizzando determinati condimenti, al fine di ottenere un sapore gradevole. Questo trattamento richiede intelligenza ed elevazione di spirito.


L’eccellenza culinaria è stata raggiunta dai popoli cristiani. Nessuna civiltà ha raggiunto il livello di sviluppo culturale come la civiltà cristiana. Fin dall’Antico Testamento, prefigurazione della Santa Chiesa, l’importanza data al cibo ha portato all’elaborazione dei sapori secondo una retta filosofia, molti legati a determinate feste religiose. Nel Nuovo Testamento, poi, il cibo ha un ruolo molto importante. Il primo miracolo di Nostro Signore Gesù Cristo fu trasformare l’acqua in vino nelle nozze di Canaa. Egli chiamò gli Apostoli “sale della terra”. Moltiplicò più volte il pane per le moltitudini.


Nostro Signore Gesù Cristo lasciò la sua Presenza Reale nella Chiesa sotto forma del pane e del vino nei quali la Chiesa dichiara di contenere “omne delectamentum”, cioè tutte le delizie.


Il Salvatore seguì così l’esempio del Padre suo, il quale determinò meticolosamente per gli ebrei la composizione di alcuni pasti solenni o penitenziali, dopo averli nutriti con la manna contenente tutte le delizie del gusto. Niente diventa così intimo per la persona come l’integrazione del cibo nel proprio corpo.


A causa della frequenza quotidiana dei pasti, la cucina ha un’enorme influenza sulla psicologia. Ogni sapore risveglia nell’anima l’appetito per la virtù, oppure per il vizio. Il gusto del buon vino, diceva Plinio Corrêa de Oliveira, risveglia il senso dell’onore come il sapore del pane ravviva il senso dell’onestà. Non invano si dice di qualcuno: è buono come il pane. Il Creatore ha voluto che ogni alimento esercitasse un influsso sulla mente e questa azione inclina lo spirito all’istruzione morale. Di qui la sacralità dei pasti così coscienziosamente insegnata dalla Chiesa.


La tavola, la confessione e l’eresia culinaria


L’elaborazione di stili culinari, che variano da popolo a popolo, ritrae un ideale sociale che si riflette in quei sapori. Possiamo così parlare di “filosofia del gusto”. E con buona ragione. La preparazione dei cibi traduce un certo modo di essere, sotteso allo spirito di ogni popolo. Questo spirito guida la preparazione dei piatti. In tempi di ascesa morale di un popolo, la tavola riflette questa ascesa. D’altra parte, la decadenza morale si esprime non solo nello stato d’animo di un popolo, ma anche nei suoi piatti. Per esempio, mentre nel suo apogeo culturale la Francia ha dato al mondo cibi che hanno segnato la storia, diverse tendenze moderne – dalla nouvelle cuisine all’uso di farine di insetti – mostrano un declino morale.


In questo campo è interessante leggere i libri di gastronomia di Jean-Robert Pitte, Segretario perpetuo dell’Accademia francese di scienze morali e politiche, già Rettore dell’Università della Sorbona. Pitte si chiede: perché i sapori creati dalla cucina dei paesi cattolici sono superiori a quelli della cucina dei paesi protestanti?


Da una parte abbiamo Paesi come Francia e Italia, i cui piatti, pani, formaggi e vini fanno parte del mondo delle eccellenze. Dall’altra abbiamo l’Inghilterra e i Paesi scandinavi. La ricerca condotta da Pitte è scientifica e precisa. Egli conclude che la superiorità della gastronomia cattolica deriva dal sacramento della confessione. La confessione calma la coscienza del peccatore e la penitenza data dal confessore gli dà la sicurezza di aver saldato un debito con il Redentore. Il protestante, negando il sacramento della penitenza, rimane nell’incertezza se è stato perdonato e senza sapere come saldare il suo debito con il Redentore. I tre pasti della giornata gli offrono l’occasione di fare penitenza. Turbato, egli allora sopprime il legittimo piacere del buon cibo, imputa come peccaminosa la qualità di ciò che mangia e, per non cedere al legittimo piacere del buon cibo, rende il cibo meno appetitoso. È una vera e propria “eresia culinaria”.


Splendore non egualitario


La buona tavola offriva ai pittori la possibilità di fissare sulla tela immagini di usanze, di costumi, di cortesia. Queste rappresentazioni pittoriche comprendono dalla pomposa solennità dei banchetti nella corte imperiale di Vienna, al calore dei pasti borghesi, all’onorevole candore del tavolo contadino.


Nel suo libro Vienna ai tempi di Mozart e Schubert, Marcel Brion descrive i banchetti nuziali dei mendicanti nella capitale austriaca. Anche i mendicanti avevano un modo di esistere che univa la fede ai costumi sociali. Anche loro avevano il loro semplice sfarzo di cui i buoni piatti erano ingredienti indispensabili.


Quella filosofia di vita andò man mano scemando, mentre lo strisciante egualitarismo cancellava i cerimoniali che abbellivano i riti sociali dell’epoca. È subentrata la catena McDonald’s. L’egualitarismo e la volgarità prevalgono ovunque.


Imposizione dittatoriale di una certa ecologia


I francesi che vedono nella loro cucina il riflesso della loro azione civilizzatrice sono rimasti stupiti dalla notizia pubblicata dal quotidiano “Le Monde” lo scorso 16 maggio. La Francia ha cominciato a importare farina di grillo dal Vietnam! Sono finiti i tempi in cui la Francia evangelizzava e civilizzava quel paese dell’Estremo Oriente. Adesso è il Vietnam, retto ancora da un regime comunista, a portare in Francia l’anticultura.


L’utilizzo di questa farina è iniziato in Tailandia e Cambogia, ma solo per gli animali. Poi è subentrata l’ONU, che prevede la futura sostituzione della carne bovina e suina, così come quella di pollo, con questi insetti. Dicono che è un modo ecologicamente pulito di produrre proteine. In Spagna e Italia la farina di insetti si nasconde nella produzione della pasta, in Germania è usata negli hamburger e negli Stati Uniti circolano già i “cricket cracker”.


I grilli hanno agenti pubblicitari che promettono proteine e dollari, dichiarando che entro il 2029 il mercato globale degli insetti commestibili dovrebbe raggiungere i 9,04 miliardi di dollari. La farina è redditizia perché si utilizza tutto l’insetto: ali, budella, zampe, antenne, pungiglioni, uova, ecc. Lo scarabeo è particolarmente redditizio grazie alle sue corna.


Aspetto non trascurabile del triste declino della Civiltà cristiana è, senza dubbio, il declino della buona tavola.


In questo Santo Natale facciamo un atto in controtendenza, allestendo il nostro tavolo secondo lo splendore della Tradizione. In questo modo, avremmo fatto non solo cosa piacevole ai sensi ma, soprattutto, un atto di resistenza morale e religiosa. Che il Bambino Gesù ci benedica!