Rivoluzione e Contro Rivoluzione

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PARTE I : LA RIVOLUZIONE

 

Capitolo I

Crisi dell'uomo contemporaneo

Le molte crisi che scuotono il mondo odierno — dello Stato, della famiglia, dell'economia, della cultura, ecc. — costituiscono soltanto molteplici aspetti di un'unica crisi fondamentale, che ha come specifico campo d'azione l'uomo stesso. In altri termini, queste crisi hanno la loro radice nei problemi più profondi dell'anima, e da qui si estendono a tutti gli aspetti della personalità dell'uomo contemporaneo e a tutte le sue attività.



Capitolo II

Crisi dell'uomo occidentale e cristiano

Questa crisi tocca principalmente l'uomo occidentale e cristiano, cioè l'europeo e i suoi discendenti, l'americano e l'australiano. Ed è come tale che più particolarmente la studieremo. Essa colpisce anche gli altri popoli, nella misura in cui il mondo occidentale si estende a essi e in essi ha affondato le sue radici. Presso questi popoli tale crisi si aggrava sommandosi ai problemi propri delle rispettive culture e civiltà e si complica per l'urto tra queste e gli elementi positivi e negativi della cultura e della civiltà occidentali.



Capitolo III

Caratteri di questa crisi

Per quanto profondi siano i fattori di diversificazione di questa crisi nei vari paesi del mondo odierno, essa conserva, sempre, cinque caratteri essenziali:

1. È universale

Questa crisi è universale. Oggi non vi è popolo che non ne sia colpito, in misura maggiore o minore.

2. È una

Questa crisi è una. Non si tratta cioè di un insieme di crisi che si sviluppano in modo parallelo e autonomo in ogni paese, legate tra loro da alcune analogie più o meno rilevanti.

Quando divampa un incendio in una foresta, non è possibile considerare il fenomeno come se fosse costituito da mille incendi autonomi e paralleli, di mille alberi vicini gli uni agli altri. L'unità del fenomeno "combustione", che si opera su quell'unità viva che è la foresta, e il fatto che la grande forza di espansione delle fiamme derivi da un calore nel quale si fondono e si moltiplicano le innumerevoli fiamme dei diversi alberi, tutto, insomma, contribuisce a far sì che l'incendio della foresta sia un fatto unitario, che ingloba in un'unica realtà i mille incendi parziali, per quanto diverso sia ciascuno di essi nei suoi elementi accidentali.

La Cristianità occidentale costituì un tutto unico, che trascendeva i vari paesi cristiani, senza assorbirli. In questa unità viva si è prodotta una crisi che ha finito per colpirla nella sua totalità, per mezzo del calore sommato, anzi fuso, delle sempre più numerose crisi locali che da secoli, ininterrottamente, si vengono intrecciando e aiutando a vicenda. Di conseguenza, la Cristianità come famiglia di Stati ufficialmente cattolici, ha da molto tempo cessato di esistere. Di essa restano come vestigia i popoli occidentali e cristiani. E tutti si trovano nel momento presente in agonia sotto l'azione di questo stesso male.

3. È totale

Considerata in un dato paese, questa crisi si svolge in una zona di problemi così profonda, che perviene e si estende, per l'ordine stesso delle cose, a tutte le potenze dell'anima, a tutti i campi della cultura, insomma, a tutti i domini dell'azione dell'uomo.

4. È dominante

Considerati superficialmente, gli avvenimenti dei nostri giorni sembrano un groviglio caotico e inestricabile, e di fatto da molti punti di vista lo sono.

Tuttavia, si possono individuare delle risultanti, profondamente coerenti e vigorose, della congiunzione di tante forze impazzite, purché queste forze siano considerate sotto l'angolazione della grande crisi di cui trattiamo.

Infatti, sotto l'impulso di queste forze in delirio, le nazioni occidentali sono gradatamente spinte verso uno stato di cose che si va rivelando uguale in tutte, e diametralmente opposto alla civiltà cristiana.

Da ciò si vede che questa crisi è come una regina a cui tutte le forze del caos servono come strumenti efficaci e docili.

5. È un processo

Questa crisi non è un fatto straordinario e isolato. Costituisce, anzi, un processo critico già cinque volte secolare, un lungo sistema di cause ed effetti che, nati in un dato momento e con grande intensità nelle zone più profonde dell'anima e della cultura dell'uomo occidentale, vanno producendo, dal secolo XV ai nostri giorni, successive convulsioni. A questo processo si possono giustamente applicare le parole di Pio XII relative a un sottile e misterioso "nemico" della Chiesa:

"Esso si trova dappertutto e in mezzo a tutti; sa essere violento e subdolo. In questi ultimi secoli ha tentato di operare la disgregazione intellettuale, morale, sociale dell'unità nell'organismo misterioso di Cristo. Ha voluto la natura senza la grazia; la ragione senza la fede; la libertà senza la autorità; talvolta l'autorità senza la libertà. È un 'nemico' divenuto sempre più concreto, con una spregiudicatezza che lascia ancora attoniti: Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato. Ed ecco il tentativo di edificare la struttura del mondo sopra fondamenti che Noi non esitiamo ad additare come principali responsabili della minaccia che incombe sulla umanità: un'economia senza Dio, un diritto senza Dio, una politica senza Dio" (1).

Questo processo non deve essere visto come una successione assolutamente fortuita di cause ed effetti, che si sono susseguiti in modo inaspettato. Già al suo inizio questa crisi possedeva le energie necessarie per tradurre in atto tutte le sue potenzialità, e ai nostri giorni le conserva sufficientemente vive per causare, attraverso supreme convulsioni, le distruzioni ultime che sono il suo termine logico.

Influenzata e condizionata in sensi diversi, da fattori esterni di ogni tipo -- culturali, sociali, economici, etnici, geografici ed altri -- e seguendo a volte vie molto sinuose, essa tuttavia continua a procedere incessantemente verso il suo tragico fine.



 A. Decadenza del Medioevo

Nell'introduzione abbiamo già abbozzato le grandi linee di questo processo. È opportuno ora aggiungere alcuni particolari.

Nel secolo XIV si può cominciare a osservare, nell'Europa cristiana, una trasformazione di mentalità che nel corso del secolo XV diventa sempre più chiara. Il desiderio dei piaceri terreni si va trasformando in bramosia. I divertimenti diventano sempre più frequenti e più sontuosi. Gli uomini se ne curano sempre più. Negli abiti, nei modi, nel linguaggio, nella letteratura e nell'arte, l'anelito crescente a una vita piena dei diletti della fantasia e dei sensi va producendo progressive manifestazioni di sensualità e di mollezza. Si verifica un lento deperimento della serietà e dell'austerità dei tempi antichi. Tutto tende al gaio, al grazioso, al frivolo. I cuori si distaccano a poco a poco dall'amore al sacrificio, dalla vera devozione alla Croce, e dalle aspirazioni alla santità e alla vita eterna. La Cavalleria, in altri tempi una delle più alte espressioni dell'austerità cristiana, diventa amorosa e sentimentale, la letteratura d'amore invade tutti i paesi, gli eccessi del lusso e la conseguente avidità di guadagni si estendono a tutte le classi sociali.

Questo clima morale, penetrando nelle sfere intellettuali, produsse chiare manifestazioni di orgoglio, come per esempio il gusto per le dispute pompose e vuote, per i ragionamenti sofistici e inconsistenti, per le esibizioni fatue di erudizione, e adulò vecchie tendenze filosofiche, delle quali la Scolastica aveva trionfato, e che ormai, essendosi rilassato l'antico zelo per l'integrità della fede, rinascevano sotto nuove forme. L'assolutismo dei legisti, che si pavoneggiavano nella conoscenza vanitosa del diritto romano, trovò in prìncipi ambiziosi una eco favorevole. E di pari passo si andò estinguendo nei grandi e nei piccoli la fibra d'altri tempi per contenere il potere regale nei legittimi limiti vigenti al tempo di san Luigi di Francia e di san Ferdinando di Castiglia.



B. Pseudo-Riforma e Rinascimento

Questo nuovo stato d'animo conteneva un desiderio possente, sebbene più o meno inconfessato, di un ordine di cose fondamentalmente diverso da quello che era giunto al suo apogeo nei secoli XII e XIII.

L'ammirazione esagerata, e non di rado delirante, per il mondo antico, servì da mezzo di espressione a questo desiderio. Cercando molte volte di non urtare frontalmente la vecchia tradizione medioevale, l'Umanesimo e il Rinascimento tesero a relegare la Chiesa, il soprannaturale, i valori morali della religione, in secondo piano. Il tipo umano, ispirato ai moralisti pagani, che quei movimenti introdussero come ideale in Europa, e la cultura e la civiltà coerenti con questo tipo umano, non erano che i legittimi precursori dell'uomo avido di guadagni, sensuale, laico e pragmatista dei nostri giorni, della cultura e della civiltà materialistiche nelle quali ci andiamo immergendo sempre più. Gli sforzi per un Rinascimento cristiano non giunsero a distruggere nel loro germe i fattori dai quali derivò il lento trionfo del neopaganesimo.

In alcune parti d'Europa, esso si sviluppò senza portare all'apostasia formale. Notevoli resistenze gli si opposero. E anche quando si installava nelle anime, non osava chiedere loro -- almeno all'inizio -- una rottura formale con la fede.

Ma in altri paesi attaccò apertamente la Chiesa. L'orgoglio e la sensualità, nel cui soddisfacimento consiste il piacere della vita pagana, suscitarono il protestantesimo.

L'orgoglio diede origine allo spirito di dubbio, al libero esame, alla interpretazione naturalistica della Scrittura. Produsse la rivolta contro l'autorità ecclesiastica, espressa in tutte le sette con la negazione del carattere monarchico della Chiesa universale, cioè con la rivolta contro il papato. Alcune, più radicali, negarono anche quella che si potrebbe chiamare l'alta aristocrazia della Chiesa, ossia i vescovi, suoi prìncipi. Altre ancora negarono lo stesso sacerdozio gerarchico, riducendolo a una semplice delegazione del popolo, unico vero detentore del potere sacerdotale.

Sul piano morale, il trionfo della sensualità nel protestantesimo si affermò con la soppressione del celibato ecclesiastico e con l'introduzione del divorzio.



C. Rivoluzione francese

L'azione profonda dell'Umanesimo e del Rinascimento fra i cattolici non cessò di estendersi, in un crescente concatenamento di conseguenze, in tutta la Francia. Favorita dall'indebolimento della pietà dei fedeli -- prodotto dal giansenismo e dagli altri fermenti che il protestantesimo del secolo XVI aveva disgraziatamente lasciato nel Regno Cristianissimo -- tale azione produsse nel secolo XVIII una dissoluzione quasi generale dei costumi, un modo frivolo e fatuo di considerare le cose, una deificazione della vita terrena, che preparò il campo alla vittoria graduale della irreligione. Dubbi relativi alla Chiesa, negazione della divinità di Cristo, deismo, ateismo incipiente furono le tappe di questa apostasia.

Profondamente affine al protestantesimo, erede di esso e del neopaganesimo rinascimentale, la Rivoluzione francese fece un'opera in tutto e per tutto simmetrica a quella della Pseudo-Riforma. La Chiesa Costituzionale che essa, prima di naufragare nel deismo e nell'ateismo, tentò di fondare, era un adattamento della Chiesa di Francia allo spirito del protestantesimo. E l'opera politica della Rivoluzione francese non fu altro che la trasposizione, nell'ambito dello Stato, della "riforma" che le sette protestanti più radicali avevano adottato in materia di organizzazione ecclesiastica:

1) Rivolta contro il re, simmetrica alla rivolta contro il Papa;

2) Rivolta della plebe contro i nobili, simmetrica alla rivolta della "plebe" ecclesiastica, cioè dei fedeli, contro l'aristocrazia della Chiesa, cioè il clero;

3) Affermazione della sovranità popolare, simmetrica al governo di certe sette, esercitato in misura maggiore o minore dai fedeli.



D. Comunismo

Nel protestantesimo erano nate alcune sette che, trasponendo direttamente le loro tendenze religiose nel campo politico, avevano preparato l'avvento dello spirito repubblicano. San Francesco di Sales, nel secolo XVII, mise in guardia il duca di Savoia contro queste tendenze repubblicane (2). Altre sette, spingendosi più avanti, adottarono princìpi che, se non si possono chiamare comunisti in tutto il senso odierno del termine, sono perlomeno pre-comunisti.

Dalla Rivoluzione francese nacque il movimento comunista di Babeuf. E più tardi, dallo spirito sempre più attivo della Rivoluzione, sorsero le scuole del comunismo utopistico del secolo XIX e il comunismo detto scientifico di Marx.

E cosa vi può essere di più logico? Il deismo dà come frutto normale l'ateismo. La sensualità, in rivolta contro i fragili ostacoli del divorzio, tende di per se stessa al libero amore. L'orgoglio, nemico di ogni superiorità, attaccherà necessariamente l'ultima disuguaglianza, cioè quella economica. E così, ebbro del sogno di una Repubblica Universale, della soppressione di ogni autorità ecclesiastica e civile, dell'abolizione di qualsiasi Chiesa e, dopo una dittatura operaia di transizione, anche dello stesso Stato, ecco ora il neobarbaro del secolo XX, il più recente e più avanzato prodotto del processo rivoluzionario.



E. Monarchia, repubblica e religione

Allo scopo di evitare qualsiasi equivoco, conviene sottolineare che questa esposizione non contiene l'affermazione che la repubblica sia un regime politico necessariamente rivoluzionario. Leone XIII ha messo in chiaro, parlando delle diverse forme di governo, che "ognuna di esse è buona, purché sappia procedere rettamente verso il suo fine, ossia verso il bene comune, per il quale l'autorità sociale è costituita" (3).

Qualifichiamo come rivoluzionaria, questo sì, l'ostilità professata, per principio, contro la monarchia e contro l'aristocrazia, come se fossero forme essenzialmente incompatibili con la dignità umana e l'ordine normale delle cose. È l'errore condannato da san Pio X nella lettera apostolica Notre charge apostolique, del 25 agosto 1910. In essa il grande e santo Pontefice condanna la tesi del Sillon, secondo la quale "solo la democrazia inaugurerà il regno della perfetta giustizia", ed esclama: "Non è questa una ingiuria alle altre forme di governo, che sono in questo modo abbassate al rango di governi impotenti, accettabili solo in mancanza di meglio?" (4).

Ora, senza questo errore, connaturato al processo di cui parliamo, non si spiega in modo soddisfacente perchè la monarchia, qualificata dal Papa Pio VI come, in tesi, la migliore forma di governo -- la monarchie, le meilleur des gouvernements (5) -- sia stata oggetto, nei secoli XIX e XX, di un movimento mondiale di ostilità che ha abbattuto i troni e le dinastie maggiormente degne di venerazione. La produzione in serie di repubbliche in tutto il mondo è, a nostro modo di vedere, un frutto tipico della Rivoluzione e un suo aspetto fondamentale.

Non può essere qualificato come rivoluzionario chi, per la sua patria, per ragioni concrete e locali, salvi sempre i diritti dell'autorità legittima, preferisce la democrazia all'aristocrazia o alla monarchia. Ma lo è certamente chi, spinto dallo spirito ugualitario della Rivoluzione, odia per principio, e qualifica come essenzialmente ingiusta e inumana, l'aristocrazia o la monarchia.

Da questo odio antimonarchico e antiaristocratico, nascono le democrazie demagogiche, che combattono la tradizione, perseguitano le élites, degradano il tono generale della vita, e creano un'atmosfera di volgarità che costituisce quasi la nota dominante della cultura e della civiltà, ... se è possibile che i concetti di civiltà e di cultura si realizzino in tali condizioni.

È ben diversa da questa democrazia rivoluzionaria la democrazia descritta da Pio XII:

"Per testimonianza della storia, là ove vige una vera democrazia, la vita del popolo è come impregnata di sane tradizioni, che non è lecito di abbattere. Rappresentanti di queste tradizioni sono anzitutto le classi dirigenti, ossia i gruppi di uomini e donne o le associazioni, che danno, come suol dirsi, il tono nel villaggio e nella città, nella regione e nell'intero paese. Di qui, in tutti i popoli civili, l'esistenza e l'influsso d'istituzioni, eminentemente aristocratiche nel senso più alto della parola, come sono talune accademie di vasta e ben meritata rinomanza. Anche la nobiltà è del numero" (6).

Come si vede, lo spirito della democrazia rivoluzionaria è ben diverso da quello che deve animare una democrazia conforme alla dottrina della Chiesa.



F. Rivoluzione, Contro-Rivoluzione e dittatura

Le presenti considerazioni sulla posizione della Rivoluzione e del pensiero cattolico a proposito delle forme di governo susciteranno in vari lettori una domanda: la dittatura è un fattore di Rivoluzione o di Contro-Rivoluzione?

Per rispondere con chiarezza a una domanda a cui sono state date tante risposte confuse e perfino tendenziose, è necessario stabilire una distinzione tra alcuni elementi che si confondono disordinatamente nell'idea di dittatura, secondo il concetto che ne ha l'opinione pubblica. Confondendo la dittatura in tesi, con quanto essa è stata in concreto nel nostro secolo, l'opinione pubblica intende per dittatura uno stato di cose nel quale un capo dotato di poteri illimitati governa un paese. Per il bene di questo paese, dicono gli uni. Per il suo male, dicono gli altri. Ma nell'uno e nell'altro caso, questo stato di cose è sempre una dittatura.

Ora, questo concetto ingloba due elementi distinti:

1) Onnipotenza dello Stato;

2) Concentrazione del potere statale in una sola persona.

Sembra che il secondo elemento attiri maggiormente l'attenzione dell'opinione pubblica. Tuttavia, l'elemento fondamentale è il primo, almeno se intendiamo per dittatura uno stato di cose nel quale il potere pubblico, sospeso qualsiasi ordine giuridico, dispone a suo arbitrio di tutti i diritti. È assolutamente evidente che una dittatura può essere esercitata o da un re (la dittatura regale, cioè la sospensione di ogni ordine giuridico e l'esercizio illimitato del potere pubblico da parte del re, non si deve confondere con l'Ancien Régime, in cui queste garanzie esistevano in misura notevole, e ancora meno con la monarchia organica medioevale) o da un capo popolare, da un'aristocrazia ereditaria o da un gruppo di banchieri, o perfino dalla massa.

In se stessa, una dittatura esercitata da un capo o da un gruppo di persone, non è né rivoluzionaria né contro-rivoluzionaria. Sarà l'una o l'altra in funzione delle circostanze da cui ha tratto origine, e dell'opera che realizzerà. E questo vale sia quando la dittatura è nelle mani di un uomo, sia quando è nelle mani di un gruppo.

Vi sono circostanze che esigono, per la salus populi, una sospensione provvisoria di tutti i diritti individuali, e l'esercizio più ampio del potere pubblico. Perciò la dittatura può, in certi casi, essere legittima.

Una dittatura contro-rivoluzionaria e, quindi, completamente orientata dal desiderio dell'Ordine, deve presentare tre requisiti essenziali:

1) Deve sospendere i diritti, non per sovvertire l'Ordine, ma per proteggerlo. E per Ordine non intendiamo soltanto la tranquillità materiale, ma la disposizione delle cose secondo il loro fine, e secondo la rispettiva scala di valori. Si tratta, quindi, di una sospensione di diritti più apparente che reale, del sacrificio delle garanzie giuridiche di cui i cattivi elementi abusavano a detrimento dell'ordine stesso e del bene comune, sacrificio in questo caso tutto volto alla protezione dei veri diritti dei buoni.

2) Per definizione, questa sospensione deve essere provvisoria, e deve preparare le condizioni perché, il più rapidamente possibile, si ritorni all'ordine e alla normalità. La dittatura, nella misura in cui è buona, si adopera a far cessare la sua stessa ragione d'essere. L'intervento del potere pubblico nei diversi settori della vita nazionale, deve essere fatto in modo che, nel più breve tempo possibile, ogni settore possa vivere con la necessaria autonomia. Così, ogni famiglia deve poter fare tutto ciò di cui per sua natura è capace, aiutata solo sussidiariamente da gruppi sociali superiori in ciò che oltrepassa il suo ambito. Questi gruppi, a loro volta, devono ricevere l'aiuto del municipio solo in ciò che supera la loro capacità normale, e così pure deve essere nelle relazioni tra il municipio e la regione, e tra questa e il paese.

Il fine essenziale della dittatura legittima, oggi, deve essere la Contro-Rivoluzione. Questo, peraltro, non implica l'affermazione che la dittatura sia normalmente un mezzo necessario per la sconfitta della Rivoluzione. Ma in certe situazioni lo può essere.

Al contrario, la dittatura rivoluzionaria tende a perpetuarsi, viola i diritti autentici e penetra in tutte le sfere della società per annientarle, disarticolando la vita della famiglia, nuocendo alle élites naturali, sovvertendo la gerarchia sociale, nutrendo la moltitudine di utopie e di aspirazioni disordinate, estinguendo la vita reale dei gruppi sociali e assoggettando tutto allo Stato: in una parola, favorisce l'opera della Rivoluzione. Esempio tipico di tale dittatura è stato l'hitlerismo.

Perciò, la dittatura rivoluzionaria è fondamentalmente anticattolica. Infatti, in un ambiente veramente cattolico non può esservi un clima propizio a una tale situazione.

Questo non vuol dire che la dittatura rivoluzionaria, in questo o in quel paese, non abbia cercato di favorire la Chiesa. Ma si tratta di un atteggiamento puramente tattico, che si trasforma in persecuzione aperta o velata, appena l'autorità ecclesiastica comincia a sbarrare il passo alla Rivoluzione.



Capitolo IV

Le metamorfosi del processo rivoluzionario

Come si deduce dall'analisi fatta nel capitolo precedente, il processo rivoluzionario è lo sviluppo, per tappe, di alcune tendenze sregolate dell'uomo occidentale e cristiano, e degli errori nati da esse.

In ogni tappa, queste tendenze ed errori hanno un aspetto particolare. La Rivoluzione subisce, dunque, continue metamorfosi nel corso della storia.

Le stesse metamorfosi che si osservano nelle grandi linee generali della Rivoluzione si ripetono, in scala ridotta, all'interno di ogni suo grande episodio.

Così, lo spirito della Rivoluzione francese, nella sua prima fase, usò maschera e linguaggio aristocratici e perfino ecclesiastici. Frequentò la corte e sedette alla tavola del Consiglio del re.

Poi divenne borghese e lavorò all'estinzione incruenta della monarchia e della nobiltà, e a una velata e pacifica soppressione della Chiesa cattolica.

Appena gli fu possibile, diventò giacobino, e si ubriacò di sangue durante il Terrore.

Ma gli eccessi a cui si abbandonò la fazione giacobina suscitarono reazioni. Lo spirito rivoluzionario tornò indietro, percorrendo le stesse tappe. Da giacobino si trasformò in borghese durante il Direttorio, con Napoleone tese la mano alla Chiesa e aprì le porte alla nobiltà esiliata, e, infine, applaudì il ritorno dei Borboni. Terminata la Rivoluzione francese, non termina con ciò il processo rivoluzionario. Eccolo tornare a esplodere con la caduta di Carlo X e l'ascesa al trono di Luigi Filippo, e così, con successive metamorfosi, sfruttando i suoi successi e anche i suoi insuccessi, è giunto fino al parossismo dei nostri giorni.

La Rivoluzione, quindi, si serve delle sue metamorfosi non solo per avanzare, ma anche per operare quelle ritirate tattiche che così frequentemente le sono state necessarie.

Talora, pur essendo un movimento sempre vivo, ha simulato di essere morta. E questa è una delle sue metamorfosi più interessanti. In apparenza, la situazione di un determinato paese si presenta come assolutamente tranquilla. La reazione contro-rivoluzionaria si rilassa e si addormenta. Ma nelle profondità della vita religiosa, culturale, sociale ed economica, la fermentazione rivoluzionaria continua a guadagnare terreno. E, al termine di questo apparente intervallo, esplode una convulsione inaspettata, spesso maggiore di quelle precedenti.



Capitolo V

Le tre profondità della Rivoluzione: nelle tendenze, nelle idee, nei fatti



 1. La Rivoluzione nelle tendenze

Come abbiamo visto, la Rivoluzione è un processo fatto di tappe, e ha la sua origine prima in determinate tendenze disordinate che ne costituiscono l'anima e la forza di propulsione più intima (vedi parte I, cap. VII, 3).

Così, possiamo anche distinguere nella Rivoluzione tre profondità, che cronologicamente fino a un certo punto si compenetrano.

La prima, cioè la più profonda, consiste in una crisi delle tendenze. Queste tendenze disordinate, che per loro propria natura lottano per realizzarsi, non conformandosi più a tutto un ordine di cose che è a esse contrario, cominciano a modificare le mentalità, i modi di essere, le espressioni artistiche e i costumi, senza incidere subito in modo diretto -- almeno abitualmente -- sulle idee.



2. La Rivoluzione nelle idee

Da questi strati profondi, la crisi passa al terreno ideologico. Infatti -- come ha posto in evidenza Paul Bourget nella sua celebre opera Le démon du midi -- "bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce col pensare come si è vissuto" (7). Così, ispirate dalla sregolatezza delle tendenze profonde, spuntano dottrine nuove. Esse cercano talora, all'inizio, un modus vivendi con quelle antiche, e si esprimono in modo da mantenere con queste una parvenza di armonia, che normalmente non tarda a sfociare in lotta dichiarata.



3. La Rivoluzione nei fatti

Questa trasformazione delle idee si estende, a sua volta, al terreno dei fatti, da cui passa a operare, con mezzi cruenti o incruenti, la trasformazione delle istituzioni, delle leggi e dei costumi, tanto nelle sfera religiosa quanto nella società temporale. È una terza crisi, ormai completamente nell'ordine dei fatti.



4. Osservazioni diverse

A. Le profondità della Rivoluzione non si identificano con tappe cronologiche

Queste profondità sono, in qualche modo, scaglionate. Ma una analisi attenta mette in evidenza che le operazioni compiute in esse dalla Rivoluzione si compenetrano a tale punto nel tempo, che queste diverse profondità non possono essere viste come altrettante unità cronologicamente distinte.



B. Chiarezza delle tre profondità della Rivoluzione

Queste tre profondità non si differenziano sempre nitidamente le une dalle altre. Il grado di chiarezza varia molto da un caso concreto all'altro.



C. Il processo rivoluzionario non è incoercibile

Il cammino di un popolo attraverso queste diverse profondità non è incoercibile, al punto che, fatto il primo passo, debba giungere necessariamente fino all'ultimo, e scivoli alla profondità seguente. Al contrario, il libero arbitrio umano, coadiuvato dalla grazia, può vincere qualsiasi crisi, e così può arrestare e vincere la Rivoluzione stessa.

Descrivendo questi aspetti, facciamo come un medico che descrive l'evoluzione completa di una malattia fino alla morte, senza con questo pretendere che la malattia sia incurabile.



Capitolo VI

La marcia della Rivoluzione



Le considerazioni precedenti ci hanno ormai fornito alcuni dati sulla marcia della Rivoluzione, cioè il suo carattere di processo, le metamorfosi attraverso cui passa, la sua irruzione nel più profondo dell'uomo, e la sua esteriorizzazione in azioni. Come si vede, vi è tutta una dinamica propria della Rivoluzione. Di questo fatto possiamo farci un'idea migliore studiando anche altri aspetti della marcia della Rivoluzione.



1. La forza propulsiva della Rivoluzione

A. La Rivoluzione e le tendenze disordinate

La più potente forza propulsiva della Rivoluzione consiste nelle tendenze disordinate.

E per questo la Rivoluzione è stata paragonata a un tifone, a un terremoto, a un ciclone; infatti le forze naturali scatenate sono immagini materiali delle passioni sfrenate dell'uomo.



B. I parossismi della Rivoluzione sono interamente contenuti nei suoi germi

Come i cataclismi, le cattive passioni hanno una forza immensa, ma volta alla distruzione.

Questa forza ha già in potenza, fin dal primo momento delle sue grandi esplosioni, tutta la virulenza che si manifesterà più tardi nei suoi peggiori eccessi. Nelle prime negazioni del protestantesimo, per esempio, erano già impliciti gli aneliti anarchici del comunismo. Se, dal punto di vista della formulazione esplicita, Lutero era soltanto Lutero, tutte le tendenze, tutto lo stato d'animo, tutti gli elementi imponderabili dell'esplosione luterana portavano già in sé, in modo autentico e pieno, sebbene implicito, lo spirito di Voltaire e di Robespierre, di Marx e di Lenin (8).



C. La Rivoluzione esaspera le sue stesse cause

Queste tendenze disordinate si sviluppano come i pruriti e i vizi, cioè, nella stessa misura in cui vengono soddisfatte, crescono d'intensità. Le tendenze producono crisi morali, dottrine erronee, e quindi rivoluzioni. Le une e le altre, a loro volta, esacerbano le tendenze. Queste ultime portano in seguito, e con un movimento analogo, a nuove crisi, nuovi errori, nuove rivoluzioni. Questo spiega perché ci troviamo oggi in un simile parossismo di empietà e di immoralità, e anche in un tale abisso di disordini e di discordie.



2. Gli apparenti intervalli della Rivoluzione

Considerando l'esistenza di periodi caratterizzati da una notevole calma, si direbbe che in essi la Rivoluzione è cessata. Così può sembrare che il processo rivoluzionario sia discontinuo, e perciò che non sia uno.

Ora, queste bonacce sono semplici metamorfosi della Rivoluzione. I periodi di apparente tranquillità, supposti intervalli, sono stati generalmente tempi di fermentazione rivoluzionaria sorda e profonda. Si consideri il periodo della Restaurazione (1815-1830) -- (vedi parte I, cap. IV).



3. La marcia di eccesso in eccesso

Con quanto abbiamo visto (vedi n. 1, C di questo cap.), si spiega come ogni tappa della Rivoluzione, se paragonata a quella precedente, ne sia soltanto il compimento o l'esasperazione fino alle estreme conseguenze. L'Umanesimo naturalista e il protestantesimo si sono compiuti e sono giunti alle loro estreme conseguenze nella Rivoluzione francese, e questa, a sua volta, si è compiuta ed è giunta alle sue estreme conseguenze nel grande processo rivoluzionario di bolscevizzazione nel mondo contemporaneo.

Infatti le passioni disordinate hanno un crescendo analogo a quello prodotto dall'accelerazione per la legge di gravità, si nutrono delle loro stesse opere, e quindi producono conseguenze che, a loro volta, si sviluppano secondo una intensità proporzionale. E nella stessa progressione gli errori generano errori, e le rivoluzioni aprono la strada le une alle altre.



4. Le velocità della Rivoluzione

Questo processo rivoluzionario si manifesta con due diverse velocità. L'una, rapida, è generalmente destinata al fallimento sul piano immediato. L'altra è stata abitualmente coronata da successo, ed è molto più lenta.



A. L'alta velocità

I movimenti pre-comunisti degli anabattisti, per esempio, trassero immediatamente, in diversi campi, tutte o quasi tutte le conseguenze dello spirito e delle tendenze della Pseudo-Riforma. Fallirono.



B. La marcia lenta

Lentamente, nel corso di più di quattro secoli, le correnti più moderate del protestantesimo, avanzando di eccesso in eccesso, per tappe successive di dinamismo e di inerzia, vanno tuttavia favorendo gradatamente, in un modo o nell'altro, la marcia dell'Occidente verso lo stesso punto estremo (vedi parte II, cap. VIII, 2).



C. Come si armonizzano queste velocità

È necessario studiare la parte di ciascuna di queste velocità nella marcia della Rivoluzione. Si direbbe che i movimenti più veloci siano inutili. Ma non è vero. L'esplosione di questi estremismi alza una bandiera, crea un punto di attrazione fisso che affascina per il suo stesso radicalismo i moderati, e verso cui questi cominciano lentamente a incamminarsi. Così, il socialismo respinge il comunismo, ma lo ammira in silenzio e tende a esso. Ancora prima nel tempo si potrebbe dire lo stesso a proposito del comunista Babeuf e dei suoi seguaci negli ultimi bagliori della Rivoluzione francese. Furono schiacciati. Ma lentamente la società sta percorrendo la via sulla quale essi avevano voluto portarla. Il fallimento degli estremisti è, dunque, soltanto apparente. Essi danno il loro contributo indirettamente, ma potentemente, alla Rivoluzione, attirando lentamente verso la realizzazione dei loro colpevoli ed esasperati vaneggiamenti la moltitudine innumerevole dei "prudenti", dei "moderati" e dei mediocri.



5. Confutazione di obiezioni

Tenendo presenti queste nozioni, si offre l'occasione per confutare alcune obiezioni che, in precedenza, non avrebbero potuto essere adeguatamente analizzate.



A. Rivoluzionari di piccola velocità e "semi-contro-rivoluzionari"

Ciò che distingue il rivoluzionario che ha seguito il ritmo della marcia rapida, da chi sta a poco a poco diventando tale secondo il ritmo della marcia lenta, è il fatto che, quando il processo rivoluzionario ha avuto inizio nel primo, ha incontrato resistenze nulle o quasi nulle. La virtù e la verità vivevano in quell'anima una vita di superficie. Erano come legna secca, che qualsiasi scintilla può incendiare. Al contrario, quando questo processo avviene lentamente, ciò accade perché la scintilla della Rivoluzione ha trovato, almeno in parte, legna verde. In altri termini, ha trovato molta verità o molta virtù che si mantengono avverse all'azione dello spirito rivoluzionario. Un'anima in simile situazione si trova divisa in se stessa, e vive di due princìpi opposti, quello della Rivoluzione e quello dell'Ordine.

Dalla coesistenza di questi due princìpi, possono sorgere situazioni molto diverse:

a) Il rivoluzionario di piccola velocità: si lascia trascinare dalla Rivoluzione, alla quale oppone soltanto la resistenza dell'inerzia.

b) Il rivoluzionario di velocità lenta, ma con "coaguli" contro-rivoluzionari: anch'egli si lascia trascinare dalla Rivoluzione. Ma su qualche punto concreto la respinge. Così, per esempio, sarà socialista in tutto, ma conserverà il gusto dei modi aristocratici. In qualche caso, giungerà anche ad attaccare la volgarità socialista. Si tratta di una resistenza, senza dubbio. Ma di una resistenza su di un punto particolare, che non risale ai princìpi, poiché e fatta tutta di abitudini e di impressioni.

Resistenza, proprio per questo, senza grande fondamento, che morirà con l'individuo, e che, nel caso si dia in un gruppo sociale, presto o tardi, con la violenza o con la persuasione, in una o più generazioni, la Rivoluzione nel suo corso inesorabile smantellerà.

c) Il "semi-contro-rivoluzionario" (vedi parte I, cap. IX): si distingue dal precedente solo perché in lui il processo di "coagulo" è stato più vigoroso, ed è risalito fino alla zona dei princìpi fondamentali. Di qualche principio, sia ben chiaro, e non di tutti. In lui la reazione contro la Rivoluzione è più ostinata, più vivace. Essa costituisce un ostacolo che non è soltanto di inerzia. La sua conversione a una posizione completamente contro-rivoluzionaria è più facile, almeno in tesi. Un qualsiasi eccesso della Rivoluzione può determinare in lui una trasformazione completa, una cristallizzazione di tutte le tendenze buone, in un atteggiamento di fermezza incrollabile. Finché questa felice trasformazione non è avvenuta, il "semi-contro-rivoluzionario" non può essere considerato un soldato della Contro-Rivoluzione.

Il conformismo del rivoluzionario di marcia lenta, e del "semi-contro-rivoluzionario", è caratterizzato dalla facilità con cui entrambi accettano le conquiste della Rivoluzione. Per esempio, pur affermando la tesi dell'unione della Chiesa e dello Stato, vivono con indifferenza nel regime dell'ipotesi, cioè della separazione, senza tentare nessuno sforzo serio perché diventi possibile un giorno restaurare in condizioni convenienti l'unione.



B. Monarchie protestanti. Repubbliche cattoliche

Un'obiezione che si potrebbe fare alle nostre tesi consisterebbe nel dire che, se il movimento repubblicano universale è il frutto dello spirito protestante, non si comprende come mai nel mondo vi sia attualmente soltanto un re cattolico, e tanti paesi protestanti si mantengano monarchici.

La spiegazione è semplice. L'Inghilterra, l'Olanda e le nazioni nordiche, per tutta una serie di ragioni storiche, psicologiche, ecc., hanno molti motivi di attaccamento alla monarchia. Penetrando in esse, la Rivoluzione non ha potuto evitare che il sentimento monarchico "coagulasse". Così, la monarchia continua a sopravvivere ostinatamente in questi paesi, nonostante che in essi la Rivoluzione stia penetrando sempre più a fondo in altri campi. "Sopravvive"... ma nella misura in cui il morire a poco a poco si può chiamare sopravvivere. Infatti la monarchia inglese, ridotta in larghissima misura a una parte di rappresentanza, e le altre monarchie protestanti, trasformate a quasi tutti gli effetti in repubbliche nelle quali la carica suprema è vitalizia ed ereditaria, stanno soavemente agonizzando, e, se le cose continuano così, si estingueranno senza rumore.

Senza negare l'esistenza di altre cause che contribuiscono a questa sopravvivenza, vogliamo però mettere in evidenza il fattore -- per altro molto importante -- che si situa nell'ambito della nostra esposizione.

Al contrario, nelle nazioni latine, l'amore per una disciplina esterna e visibile, per un potere pubblico forte e carico di prestigio, è -- per molte ragioni -- assai minore.

La Rivoluzione non ha trovato in esse, quindi, un sentimento monarchico così radicato. Ha abbattuto facilmente i troni. Ma fino a ora non ha avuto la forza sufficiente per spazzare via la religione.



C. L'austerità protestante

Un'altra obiezione al nostro studio potrebbe derivare dal fatto che alcune sette protestanti sono di un'austerità che tocca i limiti della esagerazione. Come è possibile allora spiegare tutto il protestantesimo come un'esplosione del desiderio di godere la vita?

Anche a questa obiezione non è difficile rispondere. Penetrando in certi ambienti, la Rivoluzione ha trovato un amore all'austerità molto vivo. Così, si è formato un "coagulo". E, benché in questi ambienti essa abbia mietuto ogni successo in materia di orgoglio, non ha ottenuto in materia di sensualità successi simili. In tali ambienti, si gode la vita attraverso i discreti diletti dell'orgoglio, e non attraverso i grossolani piaceri della carne. Può infine darsi che l'austerità, cullata dall'orgoglio esasperato, abbia reagito esageratamente contro la sensualità. Ma questa reazione, per quanto ostinata sia, è sterile: presto o tardi, per estenuazione o con la violenza, sarà stroncata dalla Rivoluzione. Infatti il soffio di vita che rigenererà la terra non può venire da un puritanesimo rigido, freddo, mummificato.



D. Il fronte unico della Rivoluzione

Questi "coaguli" e cristallizzazioni portano abitualmente allo scontro tra le forze della Rivoluzione. Osservando questo fatto, si direbbe che le potenze del male sono divise contro se stesse, e che è falsa la nostra concezione unitaria del processo rivoluzionario.

Illusione. Queste forze, per un istinto profondo, che mostra che sono in armonia nei loro elementi essenziali, e in contrasto soltanto in quelli accidentali, hanno una sorprendente capacità di unirsi contro la Chiesa cattolica, tutte le volte che si trovano di fronte ad essa.

Sterili negli elementi buoni che restano in esse, le forze rivoluzionarie sono realmente efficienti soltanto per il male. E così, ciascuna di esse attacca dal proprio lato la Chiesa, che si presenta come una città assediata da un esercito immenso.

Fra le forze della Rivoluzione, non bisogna omettere i cattolici che professano la dottrina della Chiesa ma sono dominati dallo spirito rivoluzionario. Mille volte più pericolosi dei nemici dichiarati, combattono la Città Santa dentro le sue stesse mura, e meritano certamente ciò che di loro ha detto Pio IX:

"Ma, sebbene i figli del secolo sieno più astuti dei figli della luce, le loro frodi però e la loro violenza riescirebbero meno nocive, se molti, che diconsi cattolici di nome, non stendessero loro amica la mano. Poiché non mancano di quelli che, quasi per andar di conserva con essi, si sforzano di stringere società tra la luce e le tenebre, e comunanza tra la giustizia e l'iniquità per mezzo di dottrine che dicono cattolico-liberali, che, basate su perniciosissimi principii, blandiscono alla laica podestà che invade le cose spirituali, e spingono gli animi ad ossequio o almeno a tolleranza d'iniquissime leggi, come se non fosse scritto: niuno può servire a due padroni. Questi sono molto più pericolosi e più fatali degli aperti nemici, sia perché inosservati, e forse anche senza che se ne accorgano, assecondano gli sforzi loro, sia perché limitandosi fra certi confini di riprovate opinioni, presentano un'apparenza di probità e di intemerata dottrina, la quale affascina gl'imprudenti amatori della conciliazione, e trae in inganno gli onesti, i quali si opporrebbero all'errore aperto; e così dividono gli animi, squarciano l'unità, e fiaccano quelle forze, che insieme unite si dovrebbero opporre agli avversarii" (9).



6. Gli agenti della Rivoluzione: la Massoneria e le altre forze segrete

Dal momento che stiamo studiando le forze propulsive della Rivoluzione, è opportuno dire una parola sui suoi agenti.

Non crediamo che il semplice dinamismo delle passioni e degli errori degli uomini possa unire mezzi così diversi, per il raggiungimento di un unico fine, cioè la vittoria della Rivoluzione.

Produrre un processo così coerente, così continuo, come quello della Rivoluzione, attraverso le mille vicissitudini di secoli interi, pieni di imprevisti di ogni specie, ci sembra impossibile senza l'azione di successive generazioni di cospiratori dotati di una intelligenza e di una potenza straordinarie. Pensare che la Rivoluzione sarebbe giunta allo stato in cui si trova senza tale azione, equivale ad ammettere che centinaia di lettere dell'alfabeto gettate da una finestra possano disporsi spontaneamente al suolo, in modo da formare un'opera qualsiasi, per esempio il Inno a Satana di Carducci.

Le forze propulsive della Rivoluzione sono state manovrate fino a oggi da agenti astutissimi, che se ne sono serviti come di mezzi per realizzare il processo rivoluzionario.

In modo generale, si possono qualificare agenti della Rivoluzione tutte le sette, di qualunque natura, da essa generate, dalla sua nascita fino a oggi, per la diffusione del pensiero o per l'articolazione delle trame rivoluzionarie. Però, la setta madre, attorno alla quale si articolano tutte le altre come semplici forze ausiliarie -- talora consapevolmente, tal'altra inconsapevolmente -- è la massoneria, come si rileva chiaramente dai documenti pontifici e specialmente dall'enciclica Humanum genus di Leone XIII, del 20 aprile 1884 (10).

Il successo che fino a ora hanno ottenuto questi cospiratori, e specialmente la massoneria, è dovuto non solo al fatto di possedere una incontestabile capacità di organizzarsi e di cospirare, ma anche alla loro lucida conoscenza di ciò che costituisce l'essenza profonda della Rivoluzione, e del modo di utilizzare le leggi naturali -- parliamo di quelle della politica, della sociologia, della psicologia, dell'arte, dell'economia, ecc. -- per far procedere la realizzazione dei loro piani.

In questo senso gli agenti del caos e della sovversione fanno come lo scienziato che, invece di agire con le sue sole forze, studia e mette in azione quelle, mille volte più potenti, della natura.

Questo fatto, oltre a spiegare in gran parte il successo della Rivoluzione, costituisce una indicazione importante per i soldati della Contro-Rivoluzione.



Capitolo VII

L'Essenza della Rivoluzione



Dopo avere così descritto rapidamente la crisi dell'Occidente cristiano, è opportuno analizzarla.



1. La rivoluzione per eccellenza

Il processo critico di cui ci stiamo occupando è, come abbiamo detto, una rivoluzione.



A. Significato della parola "rivoluzione"

Usiamo questo vocabolo per indicare un movimento che mira alla distruzione di un potere o di un ordine legittimo e all'instaurazione al suo posto di uno stato di cose (intenzionalmente non vogliamo dire "ordine di cose") o di un potere illegittimo.



B. Rivoluzione cruenta e incruenta

In questo senso, a rigore, una rivoluzione può essere incruenta. Quella di cui ci occupiamo, si è svolta e continua a svolgersi con ogni genere di mezzi, alcuni dei quali cruenti e altri no. Le due guerre mondiali di questo secolo, per esempio, considerate nelle loro conseguenze più profonde, sono suoi capitoli, e dei più sanguinosi; mentre la legislazione sempre più socialista di tutti o quasi tutti i popoli odierni costituisce un progresso importantissimo e incruento della Rivoluzione.



C. L'ampiezza di questa Rivoluzione

La rivoluzione ha spesso abbattuto autorità legittime, sostituendole con altre prive di qualsiasi titolo di legittimità. Ma sarebbe un errore pensare che essa consista soltanto in questo. Il suo obiettivo principale non è la distruzione di questi o di quei diritti di persone o famiglie. Più di questo, essa vuole distruggere tutto un ordine di cose legittimo, e sostituirlo con una situazione illegittima. E "ordine di cose" non dice ancora tutto. La Rivoluzione vuole abolire una visione del mondo e un modo di essere dell'uomo, con l'intenzione di sostituirli con altri radicalmente opposti.



D. La Rivoluzione per eccellenza

In questo senso si comprende che questa Rivoluzione non è soltanto una rivoluzione, ma è la Rivoluzione.



E. La distruzione dell'Ordine per eccellenza

Infatti, l'ordine di cose che si sta distruggendo è la Cristianità medioevale. Ora, la Cristianità non è stata un ordine qualsiasi, possibile come sarebbero possibili molti altri ordini. È stata la realizzazione, nelle condizioni inerenti ai tempi e ai luoghi, dell'unico vero ordine tra gli uomini, ossia della civiltà cristiana.

Nell'enciclica Immortale Dei, Leone XIII ha descritto in questi termini la Cristianità medioevale:

"Fu già tempo che la filosofia del Vangelo governava gli Stati, quando la forza e la sovrana influenza dello spirito cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutti gli ordini e ragioni dello Stato; quando la Religione di Gesù Cristo posta solidamente in quell'onorevole grado, che le conveniva, traeva su fiorente all'ombra del favore dei Principi e della dovuta protezione dei magistrati; quando procedevano concordi il Sacerdozio e l'Impero, stretti avventurosamente fra loro per amichevole reciprocanza di servigi. Ordinata in tal guisa la società, recò frutti che più preziosi non si potrebbe pensare, dei quali dura e durerà la memoria, affidata ad innumerevoli monumenti storici, che niuno artifizio di nemici potrà falsare od oscurare" (11).

Così, quanto è stato distrutto dal secolo XV a ora, quello la cui distruzione è oggi ormai quasi interamente compiuta, è la disposizione degli uomini e delle cose secondo la dottrina della Chiesa, maestra della Rivelazione e della legge naturale. Questa disposizione è l'Ordine per eccellenza. Ciò che si vuole instaurare è, per diametrum, il suo contrario. Quindi, la Rivoluzione per eccellenza.

Senza dubbio, l'attuale Rivoluzione ha avuto precursori, e anche prefigurazioni. Ario e Maometto sono stati, per esempio, prefigurazioni di Lutero. Vi sono stati utopisti in diverse epoche, che hanno sognato giorni molto simili a quelli della Rivoluzione. Vi sono stati, infine, in diverse occasioni, popoli o gruppi umani che hanno tentato di realizzare uno stato di cose analogo alle chimere della Rivoluzione.

Ma tutti questi sogni, tutte queste prefigurazioni sono poco o nulla in confronto alla Rivoluzione, di cui viviamo il processo. Questa, per il suo radicalismo, per la sua universalità, per il suo impeto, è penetrata così a fondo e si sta spingendo così lontano, da costituire qualcosa che non ha paragone nella storia, e fa sorgere in molti spiriti pensosi la domanda se realmente non siamo giunti ai tempi dell'Anticristo. Infatti sembra che non ne siamo lontani, a giudicare dalle parole del Santo Padre Giovanni XXIII di venerata memoria:

"Vi dice inoltre [Gesù Cristo] che in que~st'ora tremenda in cui lo spirito del male adopera ogni mezzo per distruggere il Regno di Dio, debbono essere impegnate tutte le energie per difenderlo, se volete evitare alla vostra città rovine immensamente più grandi di quelle materiali disseminate dal terremoto cinquant'anni or sono. Quanto più arduo sarebbe allora riedificare le anime, una volta che fossero staccate dalla Chiesa e rese schiave delle false ideologie del nostro tempo" (12).



2. Rivoluzione e legittimità

A. La legittimità per eccellenza

In generale, la nozione di legittimità è stata messa a fuoco soltanto in relazione a dinastie e a governi. Intanto, secondo gli insegnamenti di Leone XIII nell'enciclica Au milieu des sollicitudes del 16 febbraio 1892 (13), non si può fare tabula rasa della questione della legittimità dinastica o governativa, poiché si tratta di una questione morale gravissima, che le coscienze rette devono considerare con ogni attenzione.

Però il concetto di legittimità non si applica soltanto a questo genere di problemi.

Vi è una legittimità più alta, quella che caratterizza ogni ordine di cose in cui divenga effettiva la regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, modello e fonte della legittimità di tutte le regalità e di tutti i poteri terreni. Lottare per l'autorità legittima è un dovere, anzi, un dovere grave. Ma è necessario vedere nella legittimità delle persone investite dell'autorità non solo un bene eccellente in sé, ma un mezzo per raggiungere un bene di gran lunga superiore, ossia la legittimità di tutto l'ordine sociale, di tutte le istituzioni e di tutti gli ambienti umani, che si ha con la disposizione di tutte le cose secondo la dottrina della Chiesa.



B. Cultura e civiltà cattolica

L'ideale della Contro-Rivoluzione consiste, dunque, nel restaurare e nel promuovere la cultura e la civiltà cattolica. Queste tesi sarebbero enunciate in modo insufficiente, se non comprendessero una definizione di che cosa intendiamo con "cultura cattolica" e "civiltà cattolica". Sappiamo che i termini "civiltà" e "cultura" sono usati in molti significati diversi. Non pretendiamo in questa sede, è chiaro, di prendere posizione su una questione di terminologia, e ci limitiamo a usare questi vocaboli come etichette di precisione relativa per indicare certe realtà, più preoccupati di dare un'idea vera di queste realtà, che di discutere sulle parole.

Un'anima in stato di grazia è, in grado maggiore o minore, in possesso di tutte le virtù. Illuminata dalla fede, dispone degli elementi per formarsi l'unica visione vera del mondo.

L'elemento fondamentale della cultura cattolica è la visione del mondo elaborata secondo la dottrina della Chiesa. Questa cultura comprende non solo l'istruzione, che è il possesso dei dati di informazione necessari a una tale elaborazione, ma una analisi e un coordinamento di questi dati secondo la dottrina cattolica. Essa non si limita al campo teologico, o filosofico, o scientifico, ma abbraccia tutto il sapere umano, si riflette nell'arte e implica l'affermazione di valori che impregnano tutti gli aspetti dell'esistenza.

Civiltà cattolica è l'ordinamento di tutte le relazioni umane, di tutte le istituzioni umane, e dello stesso Stato, secondo la dottrina della Chiesa.



C. Carattere sacrale della civiltà cattolica

È implicito che un tale ordine di cose è sacrale nei suoi fondamenti, e comporta il riconoscimento di tutti i poteri della santa Chiesa, e in particolare del Sommo Pontefice: potere diretto nelle cose spirituali, potere indiretto nelle cose temporali, nella misura del loro rapporto con la salvezza delle anime.

In concreto, il fine della società e dello Stato è la vita virtuosa in comune. Ora, le virtù che l'uomo è chiamato a praticare sono le virtù cristiane, e fra queste la prima è l'amore a Dio. La società e lo Stato hanno, quindi, un fine ultimo sacrale (14).

Sicuramente alla Chiesa appartengono i mezzi specifici atti a promuovere la salvezza delle anime. Ma la società e lo Stato hanno mezzi che possono servire allo stesso scopo, mezzi cioè che, mossi da un agente più alto, producono un effetto superiore a loro stessi.



D. Cultura e civiltà per eccellenza

Da tutti questi dati si può facilmente dedurre che la cultura e la civiltà cattolica sono la cultura per eccellenza e la civiltà per eccellenza. È necessario aggiungere che possono esistere soltanto in popoli cattolici. Infatti, sebbene l'uomo possa conoscere i princìpi della legge naturale per mezzo della ragione, un popolo non può mantenersi durevolmente nella completa conoscenza di essi, senza il Magistero della Chiesa (15). E, per questo motivo, un popolo che non professi la vera religione, non può praticare durevolmente tutti i comandamenti (16). Date queste condizioni, e poiché senza la conoscenza e l'osservanza della legge di Dio non vi può essere ordine cristiano, la civiltà e la cultura per eccellenza sono possibili soltanto nel seno della santa Chiesa. Infatti, secondo quanto ha detto san Pio X, la civiltà "tanto è più vera, più durevole, più feconda di frutti preziosi, quanto è più nettamente cristiana; tanto declina, con immenso danno del bene sociale, quanto dall'idea cristiana si sottrae. Onde per la forza intrinseca delle cose, la Chiesa divenne anche di fatto custode e vindice della civiltà cristiana" (17).



E. La illegittimità per eccellenza

Se l'Ordine e la legittimità consistono in questo, si arguisce facilmente in che cosa consiste la Rivoluzione. Poiché è il contrario di questo Ordine, è il disordine e la illegittimità per eccellenza.



3. La Rivoluzione, l'orgoglio e la sensualità. I valori metafisici della Rivoluzione

Due nozioni concepite come valori metafisici esprimono adeguatamente lo spirito della Rivoluzione: uguaglianza assoluta, libertà completa. E due sono le passioni che più la servono: l'orgoglio e la sensualità.

Poiché facciamo riferimento alle passioni, dobbiamo chiarire il significato che diamo al termine in questo saggio. Per maggiore brevità, conformandoci all'uso di diversi autori spirituali, tutte le volte che parliamo delle passioni come fautrici della Rivoluzione, ci riferiamo alle passioni disordinate. E, in accordo con il linguaggio corrente, includiamo nelle passioni disordinate tutti gli impulsi al peccato esistenti nell'uomo in conseguenza della triplice concupiscenza: quella della carne, quella degli occhi e la superbia della vita (18).



A. Orgoglio e ugualitarismo

La persona orgogliosa, soggetta all'autorità di un'altra, odia in primo luogo il giogo che in concreto pesa su di lei.

In secondo luogo, l'orgoglioso odia genericamente tutte le autorità e tutti i gioghi, e più ancora lo stesso principio di autorità, considerato in astratto.

E poiché odia ogni autorità, odia anche ogni superiorità, di qualsiasi ordine sia.

E in tutto questo si manifesta un vero odio a Dio (vedi punto "m" di questo paragrafo).

Questo odio per ogni disuguaglianza si è spinto tanto oltre che, mosse da esso, persone di alta posizione l'hanno messa a repentaglio e perfino compromessa, soltanto per non accettare la superiorità di chi sta più in alto di loro.

Ma c'è di più. In un eccesso di virulenza, l'orgoglio può portare qualcuno a lottare per l'anarchia, e a rifiutare il potere supremo che gli fosse offerto. E ciò perché la semplice esistenza di questo potere supremo contiene implicitamente l'affermazione del principio di autorità, a cui ogni uomo in quanto tale -- e anche l'orgoglioso -- può essere soggetto.

L'orgoglio può così condurre all'ugualitarismo più completo e radicale.

Gli aspetti di questo ugualitarismo radicale e metafisico sono diversi:

a) Uguaglianza tra gli uomini e Dio: da ciò il panteismo, l'immanentismo e tutte le forme esoteriche di religione, che mirano a stabilire un rapporto da uguale a uguale tra Dio e gli uomini, e hanno per scopo di attribuire a questi ultimi prerogative divine. L'ateo è un ugualitario che, volendo evitare l'assurdità dell'affermazione che l'uomo è Dio, cade in un altro assurdo, affermando che Dio non esiste. Il laicismo è una forma di ateismo, e quindi di ugualitarismo. Esso afferma l'impossibilità di giungere alla certezza dell'esistenza di Dio. Quindi, nella sfera temporale, l'uomo deve agire come se Dio non esistesse, ossia, come qualcuno che ha detronizzato Dio.

b) Uguaglianza nella sfera ecclesiastica: soppressione del sacerdozio dotato dei poteri di ordine, magistero e governo, o almeno di un sacerdozio con gradi gerarchici.

c) Uguaglianza tra le diverse religioni: tutte le discriminazioni religiose sono odiose perché offendono la fondamentale uguaglianza tra gli uomini. Perciò, le diverse religioni devono essere trattate in modo rigorosamente uguale. La pretesa di una religione di essere quella vera, a esclusione delle altre, comporta l'affermazione di una superiorità, è contro la mansuetudine evangelica, ed è pure impolitica, perché le preclude l'accesso ai cuori.

d) Uguaglianza nella sfera politica: soppressione, o almeno attenuazione, della disuguaglianza tra governanti e governati. Il potere non viene da Dio, ma dalla massa, che comanda e alla quale il governo deve ubbidire. Proscrizione della monarchia e della aristocrazia come regimi intrinsecamente cattivi, in quanto antiugualitari. Soltanto la democrazia è legittima, giusta ed evangelica (19).

e) Uguaglianza nella struttura della società: soppressione delle classi, soprattutto di quelle che si perpetuano per via ereditaria. Abolizione di ogni influenza aristocratica nella direzione della società e sul tono generale della cultura e dei costumi. La gerarchia naturale costituita dalla superiorità del lavoro intellettuale sul lavoro manuale scomparirà con il superamento della distinzione tra l'uno e l'altro.

f) Abolizione dei corpi intermedi tra l'individuo e lo Stato, come pure dei privilegi specificamente inerenti a ciascun corpo sociale. Per quanto grande sia l'odio della Rivoluzione contro l'assolutismo regio, è ancora più grande il suo odio contro i corpi intermedi e la monarchia organica medioevale. Questo avviene perché l'assolutismo monarchico tende a mettere i sudditi, anche quelli più altolocati, a un livello di reciproca uguaglianza, in una situazione menomata che preannuncia già quell'annullamento dell'individuo e quell'anonimato, che raggiungono la massima espressione nelle grandi concentrazioni urbane della società socialista. Fra i corpi intermedi che devono essere aboliti, occupa il primo posto la famiglia. Nella misura in cui non riesce a estinguerla, la Rivoluzione cerca di sminuirla, mutilarla e vilipenderla in tutti i modi.

g) Uguaglianza economica: niente appartiene a qualcuno, tutto appartiene alla collettività. Soppressione della proprietà privata, del diritto di ciascuno al frutto integrale del proprio lavoro personale e alla scelta della sua professione.

h) Uguaglianza negli aspetti esteriori dell'esistenza: dalla varietà scaturisce facilmente una disuguaglianza di livello. Perciò, diminuzione per quanto possibile della varietà negli abiti, nelle abitazioni, nei mobili, nelle abitudini, ecc.

i) Uguaglianza nelle anime: la propaganda, in un certo senso, modella in modo uniforme tutte le anime, togliendo loro tutte le peculiarità, e quasi la vita stessa. Perfino le differenze di psicologia e di atteggiamento fra i sessi tendono a diminuire il più possibile. Per tutte queste ragioni, scompare il popolo, che è essenzialmente una grande famiglia di anime diverse ma armoniche, riunite attorno a ciò che è a loro comune. E sorge la massa, con la sua grande anima vuota, collettiva, schiava (20).

j) Uguaglianza in tutti i rapporti sociali: tra anziani e giovani, tra padroni e dipendenti, tra insegnanti e studenti, tra marito e moglie, tra genitori e figli, ecc.

k) Uguaglianza nell'ordine internazionale lo Stato è costituito da un popolo indipendente che esercita pieno dominio su un territorio. La sovranità è, dunque, il corrispettivo della proprietà nel diritto pubblico. Ammessa l'idea di popolo, con caratteristiche che lo differenziano dagli altri, e l'idea di sovranità, ci troviamo necessariamente di fronte a disuguaglianze: di capacità, di virtù, di numero, ecc. Ammessa l'idea di territorialità, abbiamo la disuguaglianza quantitativa e qualitativa delle diverse zone territoriali. Si capisce, perciò, come la Rivoluzione, fondamentalmente ugualitaria, sogni di fondere tutte le razze, tutti i popoli e tutti gli Stati, in una sola razza, in un solo popolo e in un solo Stato (vedi parte I, cap. XI, 3).

l) Uguaglianza tra le diverse parti del paese: per le stesse ragioni, e per un meccanismo analogo, la Rivoluzione tende ad abolire all'interno delle patrie oggi esistenti tutto il sano regionalismo politico, culturale, ecc.

m) Ugualitarismo e odio a Dio: san Tommaso insegna che la diversità delle creature e la loro disposizione gerarchica sono un bene in sé, poiché così risplendono meglio nella creazione le perfezioni del Creatore (21). E dice che, tanto tra gli angeli (22) quanto tra gli uomini, nel paradiso terrestre come in questa terra d'esilio (23), la Provvidenza ha stabilito la disuguaglianza. Per questo, un universo di creature uguali sarebbe un mondo in cui sarebbe cancellata, in tutta la misura possibile, la somiglianza tra le creature e il Creatore. Quindi odiare, per principio, ogni e qualsiasi disuguaglianza equivale a porsi metafisicamente contro gli elementi per la migliore somiglianza tra il Creatore e la creazione, significa odiare Dio.

n) I limiti della disuguaglianza: è chiaro che da tutta questa esposizione dottrinale non si può concludere che la disuguaglianza sia sempre e necessariamente un bene.

Gli uomini sono tutti uguali per natura, e diversi soltanto nei loro elementi accidentali. I diritti che a loro provengono dal semplice fatto di essere uomini, sono uguali per tutti: diritto alla vita, all'onore, a condizioni di esistenza sufficienti, dunque, al lavoro e alla proprietà, alla costituzione di una famiglia, e soprattutto alla conoscenza e alla pratica della vera religione. E le disuguaglianze che attentano a questi diritti sono contrarie all'ordine della Provvidenza. Però, entro questi limiti, le disuguaglianze derivanti da elementi accidentali come la virtù, il talento, la bellezza, la forza, la famiglia, la tradizione, ecc., sono giuste e conformi all'ordine dell'universo (24).



B. Sensualità e liberalismo

Accanto all'orgoglio, generatore di ogni ugualitarismo, sta la sensualità, nel senso più ampio del termine, fonte del liberalismo. In queste tristi profondità si trova il punto di incontro tra questi due princìpi metafisici della Rivoluzione, l'uguaglianza e la libertà, che da tanti punti di vista sono contraddittori.

a) La gerarchia nell'anima: Dio, che ha impresso un sigillo gerarchico su tutta la creazione, visibile e invisibile, l'ha impresso anche nell'anima umana. L'intelligenza deve guidare la volontà, e questa deve dirigere la sensibilità. Come conseguenza del peccato originale, esiste nell'uomo un costante attrito tra gli appetiti sensibili e la volontà guidata dalla ragione: "Vedo nelle mie membra un'altra legge, che lotta contro la legge della mia ragione" (25).

Ma la volontà, regina ridotta a governare sudditi in stato di continuo tentativo di rivolta, ha i mezzi per vincere sempre... purché non resista alla grazia di Dio (26).

b) L'ugualitarismo nell'anima: il processo rivoluzionario, che mira al livellamento generale, ma che tante volte è stato soltanto l'usurpazione della funzione del comando da parte di chi dovrebbe invece ubbidire, una volta trasferito nelle relazioni tra le potenze dell'anima, dovrà produrre la tirannia deplorevole di tutte le passioni sfrenate su di una volontà debole e fallita e una intelligenza obnubilata. In modo particolare, il dominio di una sensualità ardente su tutti i sentimenti di modestia e di pudore.

Quando la Rivoluzione proclama la libertà assoluta come principio metafisico, lo fa unicamente per giustificare il libero corso delle peggiori passioni e degli errori più funesti.

c) Ugualitarismo e liberalismo: l'inversione di cui abbiamo parlato, cioè il diritto di pensare, sentire e fare tutto ciò che le passioni sfrenate esigono, è l'essenza del liberalismo. Questo appare chiaramente nelle forme più esacerbate della dottrina liberale. Analizzandole, ci si accorge che il liberalismo dà poca importanza alla libertà per il bene. Gli interessa solo la libertà per il male. Quando è al potere, toglie facilmente e perfino allegramente al bene la libertà, in tutta la misura possibile. Ma protegge, favorisce, sostiene, in molti modi, la libertà per il male. In questo dimostra la sua opposizione alla civiltà cattolica, che dà al bene tutto l'appoggio e tutta la libertà, e limita, per quanto possibile, il male.

Ora, questa libertà per il male è precisamente la libertà così come è intesa dall'uomo in quanto "rivoluzionario" nel suo intimo, cioè in quanto consente alla tirannia delle passioni sulla sua intelligenza e sulla sua volontà.

E in questo senso il liberalismo è frutto dello stesso albero che produce l'ugualitarismo.

D'altra parte, l'orgoglio, in quanto genera odio verso qualunque autorità (vedi punto "A" di questo paragrafo), induce a un atteggiamento chiaramente liberale. E a questo titolo deve essere considerato un fattore attivo del liberalismo. Quando però la Rivoluzione si rese conto che, se si lasciano liberi gli uomini, disuguali per le loro attitudini e la loro volontà di impegno, la libertà genera la disuguaglianza, decise, in odio a questa, di sacrificare quella. Da ciò nacque la sua fase socialista. Questa fase ne costituisce soltanto una tappa. La Rivoluzione spera, al suo termine ultimo, di realizzare uno stato di cose in cui la completa libertà coesista con la piena uguaglianza.

Così, storicamente, il movimento socialista è un semplice compimento del movimento liberale. Ciò che porta un autentico liberale ad accettare il socialismo è precisamente il fatto che, in esso, mentre da un lato si proibiscono tirannicamente mille cose buone, o almeno innocue, dall'altro si favorisce il soddisfacimento metodico, e a volte con caratteri di austerità, delle peggiori e più violente passioni, come l'invidia, la pigrizia, la lussuria. E d'altra parte, il liberale intuisce che l'estensione dell'autorità nel regime socialista non è altro, nella logica del sistema, che un mezzo per arrivare alla tanto desiderata anarchia finale.

Gli scontri tra certi liberali ingenui o ritardatari, e i socialisti, sono dunque, nel processo rivoluzionario, semplici episodi di superficie, inoffensivi qui pro quo che non turbano né la logica profonda della Rivoluzione, né la sua marcia inesorabile verso quella direzione che, considerate bene le cose, è al tempo stesso socialista e liberale.

d) La generazione del "rock and roll": il processo rivoluzionario nelle anime, così come lo abbiamo descritto, ha prodotto nelle ultime generazioni, e specialmente negli adolescenti d'oggi, che si lasciano ipnotizzare dal rock and roll, un modo di essere dello spirito caratterizzato dalla spontaneità delle reazioni primarie, senza il controllo dell'intelligenza né la partecipazione effettiva della volontà; dal predominio della fantasia e delle "esperienze" sulla analisi metodica della realtà: tutto ciò, in larga misura, è frutto di una pedagogia che riduce quasi a nulla la parte della logica e della vera formazione della volontà.

e) Ugualitarismo, liberalismo e anarchismo: come è detto nei punti precedenti (da "a" a "d"), la fermentazione delle passioni sregolate, se da una parte suscita l'odio per qualsiasi freno e per qualsiasi legge, d'altro lato provoca l'odio contro qualunque disuguaglianza. Tale fermentazione conduce così alla concezione utopistica dell'"anarchismo" marxista, secondo la quale una umanità evoluta, vivente in una società senza classi né governo, potrebbe godere dell'ordine perfetto e della più completa libertà, senza che da questo derivi disuguaglianza alcuna. Come si può vedere, è l'ideale simultaneamente più liberale e più ugualitario che si possa immaginare.

Infatti, l'utopia anarchica del marxismo consiste in uno stato di cose in cui la personalità umana avrebbe raggiunto un alto grado di progresso, al punto che le sarebbe possibile svilupparsi liberamente in una società senza Stato né governo.

In questa società -- che, pur non avendo governo, vivrebbe in perfetto ordine -- la produzione economica sarebbe bene organizzata e molto sviluppata e sarebbe superata la distinzione tra lavoro manuale e intellettuale. Un processo di selezione ancora non precisato porterebbe alla direzione dell'economia i più capaci, senza che da ciò derivi la formazione di classi.

Questi sarebbero i soli e insignificanti residui di disuguaglianza, ma, poiché questa società comunista anarchica non è il termine finale della storia, sembra legittimo supporre che tali residui sarebbero aboliti in una ulteriore evoluzione.



Capitolo VIII

L'intelligenza, la volontà e la sensibilità nella determinazione degli atti umani

Le considerazioni precedenti richiedono di essere sviluppate per quanto riguarda la parte dell'intelligenza, della volontà e della sensibilità, nei rapporti tra errore e passione.

Infatti, potrebbe sembrare che affermiamo che ogni errore è concepito dall'intelligenza per giustificare una passione sregolata. Così, il moralista che sostenesse una tesi liberale, sarebbe sempre mosso da una tendenza liberale.

Non è questo il nostro pensiero. Può succedere che il moralista giunga a una conclusione liberale unicamente per debolezza dell'intelligenza colpita dal peccato originale.

In tale caso, vi sarà stata necessariamente qualche colpa morale di altra natura, per esempio la negligenza? Si tratta di un problema estraneo al nostro studio.

Affermiamo piuttosto che, storicamente, questa Rivoluzione ebbe la sua origine prima in una fermentazione violentissima di passioni. E siamo ben lontani dal negare il grande ruolo degli errori dottrinali in questo processo.

Molti sono stati gli studi di autori di grande valore, come de Maistre, de Bonald, Donoso Cortés e tanti altri, su tali errori e sul modo in cui sono derivati gli uni dagli altri, dal secolo XV al secolo XVI, e così via fino al secolo XX. Non è, dunque, nostra intenzione insistere in questa sede sull'argomento.

Ci sembra, tuttavia, particolarmente opportuno mettere a fuoco l'importanza dei fattori "passionali" e la loro influenza sugli aspetti strettamente ideologici del processo rivoluzionario in cui ci troviamo. Infatti, a nostro modo di vedere, si è prestata poca attenzione a questo fatto, e ciò comporta una visione incompleta della Rivoluzione, e conduce di conseguenza all'adozione di metodi contro-rivoluzionari inadeguati.

A questo punto, vi è qualcosa da aggiungere sul modo in cui le passioni possono influire sulle idee.



1. La natura decaduta, la grazia e il libero arbitrio

L'uomo, con le sole forze della sua natura, può conoscere molte verità e praticare diverse virtù. Tuttavia, senza l'aiuto della grazia, non gli è possibile perseverare nella conoscenza e nella pratica di tutti i comandamenti (vedi parte I, cap. VII, 2, D).

Questo vuol dire che in ogni uomo decaduto vi sono sempre la debolezza dell'intelligenza e una tendenza primordiale, e anteriore a qualsiasi ragionamento, che lo incita alla ribellione contro la legge (27).



2. Il germe della Rivoluzione

Questa tendenza fondamentale alla ribellione può, in un dato momento, avere il consenso del libero arbitrio. L'uomo decaduto pecca, così, violando l'uno o l'altro comandamento. Ma la ribellione può andare oltre, e giungere fino all'odio, più o meno inconfessato, contro l'ordine morale stesso nel suo insieme. Questo odio, per essenza rivoluzionario, può generare errori dottrinali, e condurre perfino alla professione cosciente ed esplicita di princìpi contrari alla legge morale e alla dottrina rivelata, in quanto tali, e ciò costituisce un peccato contro lo Spirito Santo. Quando questo odio cominciò a guidare le tendenze più profonde della storia dell'Occidente, ebbe inizio la Rivoluzione, di cui oggi si dispiega il processo e sui cui errori dottrinali tale odio ha impresso vigorosamente il suo marchio. Questo odio è la causa più attiva della grande apostasia dei nostri giorni. Per sua natura è qualcosa che non può essere ridotto semplicemente a un sistema dottrinale: è la passione sregolata, al più alto grado di esacerbazione.

Come si può facilmente vedere, tale affermazione, relativa a questa Rivoluzione in concreto, non implica il dire che alla radice di ogni errore vi sia sempre una passione disordinata.

E non implica la negazione del fatto che molte volte è stato un errore a scatenare in questa o in quell'anima, o anche in questo o quel gruppo sociale, il disordine delle passioni.

Intendiamo soltanto affermare che il processo rivoluzionario, considerato nel suo insieme, e anche nei suoi principali episodi, ha avuto come germe più attivo e profondo il disordine delle passioni.



3. Rivoluzione e malafede

Si potrebbe forse opporre la seguente obiezione: se l'importanza delle passioni nel processo rivoluzionario è così grande, sembra che la vittima di questo sia sempre, almeno in qualche misura, in malafede. Se, per esempio, il protestantesimo è figlio della Rivoluzione, ogni protestante è in malafede? Questo non contrasta con la dottrina della Chiesa, che ammette che vi siano, nelle altre religioni, anime in buona fede?

È ovvio che una persona in completa buona fede, e fornita di uno spirito fondamentalmente contro-rivoluzionario, può essere presa nella rete dei sofismi rivoluzionari (siano essi di natura religiosa, filosofica, politica, o di qualsiasi altro genere) a causa di una ignoranza invincibile. In tali persone non vi è colpa alcuna.

Mutatis mutandis, lo stesso si può dire di coloro che fanno propria la dottrina della Rivoluzione, nell'uno o nell'altro punto particolare, a causa di un lapsus involontario dell'intelligenza.

Diversa deve essere la risposta nel caso in cui qualcuno faccia proprio lo spirito della Rivoluzione perché mosso dalle passioni disordinate a essa inerenti.

Un rivoluzionario in queste condizioni può essere convinto della perfetta bontà delle sue tesi sovversive. Non sarà dunque insincero. Ma sarà colpevole dell'errore in cui è caduto.

E può anche accadere che il rivoluzionario professi una dottrina della quale non è persuaso, o della quale non è completamente convinto.

In questo caso, sarà parzialmente o totalmente insincero...

A questo riguardo, ci pare che sarebbe quasi superfluo sottolineare che, quando affermiamo che le dottrine di Marx erano implicite nelle negazioni della Pseudo-Riforma e della Rivoluzione francese, con ciò non vogliamo dire che gli adepti di quei due movimenti fossero consapevolmente marxisti ante litteram, e che occultassero ipocritamente le loro opinioni.

Il carattere specifico della virtù cristiana è la retta disposizione delle potenze dell'anima e, quindi, l'aumento della lucidità dell'intelligenza, illuminata dalla grazia e guidata dal Magistero della Chiesa. Solo per questa ragione ogni santo è un modello di equilibrio e di imparzialità. L'obiettività dei suoi giudizi e il fermo orientamento della sua volontà verso il bene non sono indeboliti, neppure di poco, dal soffio venefico delle passioni disordinate.

Al contrario, nella misura in cui l'uomo decade dalla virtù e si lascia dominare dal giogo di queste passioni, diminuisce parimenti in lui l'obiettività in tutto quanto ha rapporto con esse. In particolar modo, questa obiettività rimane turbata quanto ai giudizi che l'uomo formula su se stesso.

Fino a che punto un rivoluzionario "di marcia lenta", del secolo XVI o del secolo XVIII, accecato dallo spirito della Rivoluzione, si rendeva conto del senso profondo e delle conseguenze ultime della sua dottrina? In ogni caso concreto, è un segreto di Dio.

In ogni modo, l'ipotesi che fossero tutti consapevolmente marxisti è da escludersi completamente.



Capitolo IX

Anche il "semi-contro-Rivoluzionario" è figlio della Rivoluzione

Tutto quanto detto finora dà motivo per una osservazione di importanza pratica.

Spiriti segnati da questa Rivoluzione interiore potranno forse, per un gioco qualsiasi di circostanze e di coincidenze, come una educazione in un ambiente fortemente tradizionalista e moralmente sano, conservare su uno o su molti punti un atteggiamento contro-rivoluzionario (vedi parte I, cap. VI, 5, A).

Nonostante ciò, nella mentalità di questi "semi-contro-rivoluzionari" si sarà intronizzato lo spirito della Rivoluzione. E in un popolo in cui la maggioranza sia in tale situazione spirituale, la Rivoluzione sarà incoercibile, almeno finché questa situazione spirituale non muti.

Perciò, l'unità della Rivoluzione comporta, come contropartita, che si possa essere autentici contro-rivoluzionari soltanto in modo totale.

Quanto ai "semi-contro-rivoluzionari" nella cui anima comincia a vacillare l'idolo della Rivoluzione, la situazione è alquanto diversa. Trattiamo l'argomento nella parte II, cap. XII, 10.



Capitolo X

La cultura, l'arte e gli ambienti nella Rivoluzione

Descritta così la complessità e l'ampiezza del processo rivoluzionario nelle zone più profonde delle anime, e pertanto della mentalità dei popoli, è più facile indicare tutta l'importanza della cultura, delle arti e degli ambienti nella marcia della Rivoluzione.



1. La cultura

Le idee rivoluzionarie forniscono alle tendenze da cui sono nate il mezzo per affermarsi con diritto di cittadinanza, agli occhi dell'individuo stesso e di terzi. Esse servono al rivoluzionario per scuotere in questi ultimi le convinzioni conformi alla verità, e per scatenare così, o aggravare in essi, la ribellione delle passioni. Esse ispirano e modellano le istituzioni generate dalla Rivoluzione. Queste idee possono trovarsi nei più svariati rami del sapere o della cultura, poiché è difficile che qualcuno di essi non sia coinvolto, almeno indirettamente, nella lotta tra la Rivoluzione e la Contro-Rivoluzione.



2. Le arti

Quanto alle arti, poiché Dio ha stabilito relazioni misteriose e mirabili tra certe forme, colori, suoni, profumi, sapori, e certi stati d'animo, è chiaro che con questi mezzi si possono influenzare a fondo le mentalità, e indurre persone, famiglie e popoli a formarsi una condizione spirituale profondamente rivoluzionaria. Basti ricordare l'analogia tra lo spirito della Rivoluzione francese e le mode che sorsero nello stesso periodo. O tra i fermenti rivoluzionari odierni e le attuali stravaganze delle mode e delle scuole artistiche dette "d'avanguardia".



3. Gli ambienti

Quanto agli ambienti, nella misura in cui favoriscono costumi buoni o cattivi, possono opporre alla Rivoluzione le mirabili barriere della reazione, o almeno dell'inerzia, di tutto quanto è sanamente frutto di consuetudine; o possono trasmettere alle anime le tossine e le tremende energie dello spirito rivoluzionario.



4. Funzione storica delle arti e degli ambienti nel processo rivoluzionario

Perciò, in concreto, è necessario riconoscere che la generale democratizzazione dei costumi e dello stile di vita, portata agli estremi limiti di una volgarità sistematica e crescente, e l'azione proletarizzante di una certa arte moderna, hanno contribuito al trionfo dell'ugualitarismo quanto o più dell'introduzione di certe leggi, o di certe istituzioni essenzialmente politiche.

Allo stesso modo è necessario riconoscere che se qualcuno, per esempio, riuscisse a far cessare le proiezioni cinematografiche o le trasmissioni televisive immorali o agnostiche, avrebbe fatto per la Contro-Rivoluzione molto di più che se avesse provocato la caduta di un governo di sinistra, nella routine di un regime parlamentare.



Capitolo XI

La Rivoluzione, il peccato e la Redenzione. L'utopia rivoluzionaria

Tra i molteplici aspetti della Rivoluzione, è importante mettere in rilievo che essa induce i suoi figli a sottovalutare o a negare le nozioni di bene o di male, di peccato originale e di Redenzione.



1. La Rivoluzione nega il peccato e la Redenzione

La Rivoluzione, come abbiamo visto, è figlia del peccato. Ma, se lo riconoscesse, si toglierebbe la maschera e si ribellerebbe contro la sua stessa causa.

Si spiega, così, perché la Rivoluzione tenda, non solo a passare sotto silenzio la radice del peccato dalla quale è sbocciata, ma a negare la nozione stessa di peccato. Negazione radicale, che include tanto la colpa originale quanto quella attuale, e che si realizza principalmente:

1) Attraverso sistemi filosofici o giuridici che negano la validità e l'esistenza di qualsiasi legge morale o le danno i fondamenti vani e ridicoli del laicismo.

2) Attraverso mille procedimenti propagandistici che creano nelle moltitudini uno stato d'animo in cui, senza affermare direttamente che la morale non esiste, si fa astrazione da essa, e in cui tutta la venerazione dovuta alla virtù è tributata a idoli come l'oro, il lavoro, l'efficienza, il successo, la sicurezza, la salute, la bellezza fisica, la forza muscolare, il godimento dei sensi, ecc.

La Rivoluzione sta distruggendo nell'uomo contemporaneo la nozione stessa di peccato, la distinzione stessa tra il bene e il male. E, ipso facto, essa nega la Redenzione di Nostro Signore Gesù Cristo, che, senza il peccato, diventa incomprensibile e perde qualsiasi relazione logica con la storia e la vita.



2. Esemplificazione storica: negazione del peccato nel liberalismo e nel socialismo

In ognuna delle sue tappe, la Rivoluzione ha cercato di svalutare e di negare radicalmente il peccato.



A. La concezione immacolata dell'individuo

Nella fase liberale e individualista, la Rivoluzione ha insegnato che l'uomo è dotato di una ragione infallibile, di una volontà ferma e di passioni senza sregolatezze. Da ciò, una concezione dell'ordine umano in cui l'individuo, considerato un essere perfetto, era tutto, e lo Stato nulla o quasi nulla, un male necessario... forse provvisoriamente necessario. Fu il periodo in cui si pensava che la causa unica di tutti gli errori e di tutti i crimini fosse l'ignoranza. Aprire scuole voleva dire chiudere prigioni. Il dogma di base di queste illusioni fu la concezione immacolata dell'individuo.

La grande arma del liberale, per difendersi dalle possibili prepotenze dello Stato, e per impedire la formazione di gruppi di potere che gli togliessero la direzione della cosa pubblica, erano le libertà politiche e il suffragio universale.



B. La concezione immacolata delle masse e dello Stato

Già nel secolo scorso, l'erroneità di questa concezione era diventata evidente, almeno in parte. Ma la Rivoluzione non indietreggiò. Invece di riconoscere il suo errore, lo sostituì con un altro. Fu la concezione immacolata delle masse e dello Stato. Gli individui sono propensi all'egoismo e possono sbagliare. Ma le masse pensano sempre in modo giusto, e non si lasciano mai trascinare dalle passioni. Il loro mezzo d'azione non soggetto a errore è lo Stato. Il loro mezzo d'espressione infallibile è il suffragio universale, dal quale derivano i parlamenti impregnati di pensiero socialista; o la volontà forte di un dittatore carismatico, che guida sempre le masse alla realizzazione della loro volontà.



3. La redenzione mediante la scienza e la tecnica: l'utopia rivoluzionaria

Comunque, riponendo tutta la sua fiducia nell'individuo isolatamente considerato, nelle masse o nello Stato, la Rivoluzione confida nell'uomo. Reso autosufficiente mediante la scienza e la tecnica, l'uomo può risolvere tutti i suoi problemi, eliminare il dolore, la povertà, l'ignoranza, l'insicurezza, insomma tutto ciò che diciamo essere conseguenza del peccato originale o attuale.

Un mondo nel cui seno le patrie unificate in una Repubblica Universale siano soltanto espressioni geografiche; un mondo senza disuguaglianze né sociali né economiche, diretto mediante la scienza e la tecnica, la propaganda e la psicologia, alla realizzazione, senza il soprannaturale, della felicità definitiva dell'uomo: ecco l'utopia verso la quale la Rivoluzione ci sta avviando.

In tale mondo, la Redenzione di Nostro Signore Gesù Cristo è del tutto inutile. Infatti l'uomo avrà superato il male con la scienza e avrà trasformato la terra in un "cielo" tecnicamente perfetto. E con il prolungamento indefinito della vita nutrirà la speranza di vincere un giorno la morte.



CAPITOLO XII

Carattere pacifista e antimilitarista della Rivoluzione

Ciò che abbiamo esposto nel capitolo precedente ci fa comprendere facilmente il carattere pacifista, e quindi antimilitarista, della Rivoluzione.



1. La scienza abolirà le guerre, le forze armate e la polizia

Nel paradiso tecnico della Rivoluzione, la pace deve essere perpetua.

Infatti la scienza dimostra che la guerra è un male. E la tecnica riesce a evitare tutte le cause di guerra.

Da ciò una fondamentale incompatibilità tra la Rivoluzione e le forze armate, che dovranno essere completamente abolite. Nella Repubblica Universale vi sarà soltanto una polizia, finché i progressi della scienza e della tecnica non giungeranno a eliminare il crimine.



2. Incompatibilità dottrinale tra la Rivoluzione e la divisa

La divisa, con la sua semplice presenza, afferma implicitamente alcune verità, alquanto generiche, senza dubbio, ma di natura certamente contro-rivoluzionaria:

1) L'esistenza di valori superiori alla vita e per i quali si deve morire, il che è contrario alla mentalità socialista, tutta fatta di orrore per il rischio e per il dolore, di adorazione della sicurezza, e di grandissimo attaccamento alla vita terrena.

2) L'esistenza di una morale, perché la condizione militare è totalmente fondata su ideali di onore, di forza posta al servizio del bene e rivolta contro il male, ecc.



3. Il "temperamento" della Rivoluzione è ostile alla vita militare

Infine, tra la Rivoluzione e lo spirito militare vi è una antipatia di "temperamento". La Rivoluzione, finché non ha in mano tutte le redini, è verbosa, intrigante, declamatoria. A ciò che potremmo chiamare il temperamento attuale della Rivoluzione, riesce sgradito vedere risolte le cose in modo diretto, drastico, secco, more militari. "Attuale", sottolineiamo, per fare riferimento alla Rivoluzione nello stadio in cui si trova fra noi. Poiché non vi è nulla di più dispotico e crudele della Rivoluzione quando è onnipotente: la Russia ne offre un esempio eloquente. Ma anche qui la divergenza sussiste, posto che lo spirito militare è cosa ben diversa dallo spirito di carnefice.

* * * * *

Analizzata così, nei suoi diversi aspetti, l'utopia rivoluzionaria, diamo per concluso lo studio della Rivoluzione.



Note ______________________
(1) Pio XII, Discorso Nel contemplare agli Uomini di Azione Cattolica d'Italia, del 12-10-1952, in Discorsi e Radiomessaggi, vol. XIV, p. 359.
(2) Cfr. Saint-Beuve, Études des lundis, XVIIème siècle. Saint François de Sales, Librairie Garnier, Parigi 1928, p. 364.
(3) Leone XIII, Enciclica Au Milieu des sollicitudes, del 16-2-1892, in ASS, vol. XXIV, p. 523.
(4) San Pio X, Lettera apostolica Notre charge apostolique, del 25-8-1910, in ASS, vol. II, p. 618.
(5) Pio VI, Allocuzione al Concistoro Segreto del 17-6-1793 sulla morte del re di Francia, in Pii VI Pont. Max. Acta ,Typis S. Congreg. de Propaganda Fide, Romae, 1871, tomo II, p. 17.
(6) Pio XII, Allocuzione al Patriziato e alla Nobiltà Romana, del 16-1-1946, in Discorsi e Radiomessaggi, vol. VII, p. 340.
(7) Paul Bourget, Le Démon du Midi, Librairie Plon, Parigi 1914, vol. II, p. 375 (trad. it., Il demone meridiano, Salani Editore, Firenze 1956, p. 395).
(8) Cfr. Leone XIII, Enciclica Quod Apostolici muneris, del 28-12-1878, in ASS, vol. XI, p. 370.
(9) Pio IX, Lettera al presidente e ai membri del Circolo Sant'Ambrogio di Milano, del 6-3-1873, in La Civiltà Cattolica, Roma 1873, serie VIII, vol. X, fasc. 547, pp. 99-100.
(10) Cfr. Leone XIII, Enciclica Humanum genus, del 20-4-1884, in ASS, vol. XVI, pp. 417-433.
(11) Leone XIII, Enciclica Immortale Dei, dell'1-11-1885, in ASS, vol. XVIII, p. 169.
(12) Giovanni XXIII, Radiomessaggio nel 50 anniversario del terremoto di Messina, del 28-12-1958, in Discorsi, Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, vol. I, p. 110.
(13) Cfr. Leone XIII, Enciclica Au milieu des sollicitudes, del 16-2-1892, in ASS, vol. XXIV, pp. 519-529.
(14) Cfr. San Tommaso, De regimine principum, I, 14 e 15.
(15) Cfr. Concilio Vaticano I, sess. III, cap 2, Denz. 1786.
(16) Cfr. Concilio di Trento, sess. VI, cap. 2, Denz. 812.
(17) San Pio X, Enciclica Il fermo proposito, dell'11-6-1905, in ASS, vol. XXXVII, p. 745.
(18) Cfr. 1 Gv. 2, 16.
(19) Cfr. San Pio X, Lettera apostolica Notre charge apostolique, del 25-8-1910, in AAS, vol. II, pp. 615-619.
(20) Cfr. Pio XII, Radiomessaggio natalizio ai popoli del mondo intero, del 24-12-1944, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. VI, p. 239.
(21) Cfr. San Tommaso, Summa contra gentiles, II, 45; e Idem, Summa theologiae, I, q. 50, a. 4.
(22) Cfr. Idem, Summa theologiae, I, q. 50, a. 4.
(23) Cfr. Idem, op. cit., I, q. 96, a. 3 e 4.
(24) Cfr. Pio XII, doc. cit., ibid.
(25) Rom. 7, 23.
(26) Cfr. Rom. 7, 25.
(27) Donoso Cortés dà un importante sviluppo a questa verità, in un modo che ha molti legami con il presente studio. Cfr. Ensayo sobre el catolicismo, el liberalismo y el socialismo, libro I, cap. IV, in Obras completas, B.A.C., Madrid 1946, tomo II, p. 377.
Categoria: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione

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