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La grandezza dell'antico Israele deriva dalla religione


Plinio Corrêa de Oliveira

 

[Nota di Massimo Introvigne: In occasione del viaggio del Papa in Israele, traduco una lezione universitaria di Plinio Corrêa de Oliveira del 1936 – l’anno è significativo, e l’epoca era segnata dall’antisemitismo non solo in Germania – sulla grandezza dell’antico Israele, che non derivava dallo sviluppo politico o economico ma dalla religione]

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Per quanto Davide e Salomone siano riusciti a elevare il popolo ebraico alla grandezza di una monarchia forte, è innegabile che la civiltà degli Ebrei non meriterebbe un posto prominente nella storia antica sia dal punto di vista materiale – minore com’era rispetto a quelle degli Egizi, degli Assiri o dei Persiani – sia dal punto di vista politico, perché gli Ebrei, anche al loro apogeo, non ebbero mai un impero grande come quello dei popoli appena menzionati.

 
Ma le caratteristiche uniche della loro civiltà stavano nei principi di cui si alimentava: 

 
1) la sua concezione elevatissima di Dio, cui non giunsero mai se non in forma molto imperfetta i maggiori pensatori della Grecia e dell’Egitto; 

 
2) i principi morali perfettissimi del Decalogo, che vanno molto al di là di quanto s’incontra in tutti gli altri popoli antichi; 

 
3) l’alta perfezione morale cui giunsero la maggior parte delle grandi figure della storia ebraica, perfezione che molto spesso le rende superiori ai maggiori eroi dell’antichità; 

 
4) un concetto di fraternità umana che discende dall’idea che Dio ha creato tutti gli uomini. Questo concetto diede alla civiltà ebraica una certa nota di armonia e benignità che l’antichità pagana non conobbe o che intravide solo in modo incompleto, e che comunque non trasformò mai in principio fondamentale di organizzazione economica e sociale. 

 
Lo studio degli altri popoli ci mostra la crudeltà con cui gli antichi trattavano i nemici durante le guerre. Basterebbe ricordare qui il comportamento dei Persiani. La moralità professata dagli Ebrei proibiva loro in linea di principio le guerre di conquista. Mentre le guerre di conquista sono elogiate come atti eroici dagli scrittori pagani dell’antichità, gli Ebrei le vietavano. Per la morale dell’Antico Testamento verso il nemico era lecito praticare la legittima difesa, ma occorreva trattarlo con umanità. Di più: si raccomandava di mostrarsi buoni e non cattivi anche di fronte al nemico. “Se incontri il bue del tuo nemico, o il suo asino che è scappato, riportalo al padrone”. In tempo di guerra era vietata la pratica – altrove comune – di tagliare gli alberi in territorio nemico, il che creava una miseria di lungo periodo. 

 
Lo straniero, che era trattato nella maggior parte dei Paesi antichi come un nemico, cioè come una persona quasi interamente sprovvista di protezione legale e comunque molto inferiore ai cittadini della nazione, era ricevuto piuttosto bene dagli Ebrei. Lo straniero circonciso – anche se non convertito – era ammesso a pieno titolo nella comunità ebraica. Lo straniero in viaggio e affamato poteva cogliere spighe e frutta per sostentarsi senza essere punito dalla legge. 

 
La ragione di questo ideale morale superiore era religiosa. Gli Ebrei credevano in un Dio creatore. Creatore di tutte le nazioni e non solo degli Ebrei. Nell’antichità in genere gli dei erano nazionali. Erano dei che s’interessavano solo al loro popolo, non agli altri. Il vero Dio, adorato dagli Ebrei, era il Dio di tutti gli uomini e di tutti i popoli. Certo, si affermava che prediligeva il popolo ebraico, l’unico fedele al suo culto. Ma si ripeteva che Dio ama e protegge tutti gli uomini che ha creato con amore infinito. 

 
Se Dio ha creato gli uomini di tutte le condizioni sociali, essi devono amarsi reciprocamente. Le fortune dei ricchi non devono essere così grandi da creare pregiudizio ai poveri. Ogni famiglia ha diritto alla terra in quantità sufficiente per vivere e badare in modo ragionevole alle sue necessità. Se la povertà costringe una famiglia a vendere la sua proprietà, questa vendita è meramente temporanea perché con il Giubileo la terra ritorna a quella famiglia. 


L’usura era proibita. Questo popolo doveva amare anche gli schiavi. L’israelita che diventava schiavo di un altro ebreo diventava libero dopo sei anni senza pagare un riscatto. L’israelita che diventava schiavo di uno straniero residente nel territorio degli Ebrei doveva essere liberato nell’anno del Giubileo, e poteva essere riscattato in qualunque tempo. Lo schiavo aveva diritto al riposo del sabato e a rivolgersi ai tribunali quasi con gli stessi diritti dell’uomo libero. 


Questa speciale delicatezza di sentimenti si estendeva perfino alle creature minori di Dio. Era proibito cucinare l’agnello nel latte della madre, distruggere i nidi degli uccelli. Il sabato anche gli animali domestici partecipavano al riposo. Nell’anno sabbatico una parte dei frutti dei campi era lasciata agli animali selvatici. Tutto questo tremila anni prima delle società protettrici degli animali! 


Appunto ogni sette anni un anno era “sabbatico”. In questo anno non si lavorava nei campi e il popolo viveva di quanto aveva messo da parte negli anni precedenti, il che era agevole in una regione fertilissima. I prodotti spontanei della terra nell’anno sabbatico erano riservati ai poveri, agli stranieri e agli animali. 


Nell’anno del Giubileo, che si festeggiava ogni cinquant’anni, si liberavano tutti gli schiavi, si rimettevano i debiti e tutte le terre vendute a causa della povertà o pignorate erano restituite. Con questo sistema si evitava l’accumulo eccessivo di denaro. 


Era proibita la mutilazione del corpo umano, sede di un’anima fatta a somiglianza di Dio. Erano proibiti i sacrifici umani. 


Stanno in questi principi la nobiltà della civiltà ebraica e lo straordinario progresso che rappresentava rispetto alle altre dell’antichità. Spetterà al cristianesimo assicurare a principi tanti elevati uno sviluppo integrale e permanente, dando origine alla civiltà cristiana.

 

(Pubblicato sul Gruppo Facebook Plinio Corrêa de Oliveira il giorno venerdì 8 maggio 2009)

Categoria: Brani scelti

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