Libri su Plinio Corrêa de Oliveira

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“Quand’ero ancora molto giovane,
contemplai rapito le rovine della Cristianità.
Ad esse affidai il mio cuore;
voltai le spalle al mio futuro
e, di quel passato carico di benedizioni,
feci il mio Avvenire...”.


CAPITOLO I

“Quand’ero ancora molto giovane....”


1. Gli ultimi bagliori della “dolcezza di vivere”

Alla Belle Epoque, che precedette la prima guerra mondiale, si può applicare, con una certa analogia, il detto di Talleyrand, secondo cui chi non era vissuto prima del 1789 non aveva conosciuto la dolcezza di vivere (1).


Questa celebre frase può essere difficilmente intesa, nel suo senso e nella sua portata, dall’uomo del secolo ventesimo. Il nostro secolo è trascorso infatti all’insegna di un’ “amarezza di vivere” che ha oggi le sue espressioni più vistose nella nuova malattia sociale della “depressione” e nello spaventoso diffondersi dei suicidi, anche tra i giovanissimi. Per l’uomo contemporaneo, immerso nell’edonismo e incapace di provare autentiche gioie spirituali, l’espressione “dolcezza di vivere” ha un significato puramente materiale e non può che ridursi a quella soddisfazione amara che nasce dal consumo e dal godimento di beni puramente sensuali.


“Dolcezza di vivere”, nell’accezione di Talleyrand, ha invece un significato più profondo e impalpabile. Essa può essere intesa come un’aura che aleggiava in tutto il corpo sociale, fin dai tempi remoti del medioevo. Le origini di questa dolcezza di vivere risalgono alla Civiltà cristiana medievale e sono legate alla concezione cristiana dell’esistenza, che unisce inscindibilmente la felicità dell’uomo alla gloria di Dio.


La dottrina cattolica e l’esperienza di ogni giorno ci insegnano quanto sia drammatica la vita umana. Eppure lo sforzo, la sofferenza, il sacrificio, la lotta, possono dare una gioia interiore che arriva a pervadere di dolcezza quella valle di lacrime che è la nostra esistenza. Al di fuori della Croce non c’è vera felicità né dolcezza possibile, ma solo ricerca di un piacere cieco, perché disordinato, votato all’amarezza e alla disperazione.

“Si può dire della gioia quello che san Bernardo dice della gloria, e cioè che è come un’ombra: se le corriamo dietro ci fugge, ma se la fuggiamo ci corre dietro. Non c’è vera gioia che in Nostro Signore Gesù Cristo, ossia all’ombra della Croce. Quanto più l’uomo si mortifica, tanto più è allegro; quanto più cerca i piaceri, tanto più è triste.

È per questo che, nei secoli di apogeo della civiltà cristiana, egli era allegro: basta pensare al Medioevo. Oggi quanto più va ‘decattolicizzandosi’, tanto più diventa triste.


Di generazione in generazione, questo mutamento va accentuandosi. L’uomo del secolo XIX, ad esempio, non aveva più la deliziosa ‘douceur de vivre’ del secolo XVIII. Tuttavia, quanto era più ricco che quello odierno di pace e di benessere interiore!” (2).

“Dolcezza di vivere” non era godimento sfrenato o “comodismo” moderno, ma un riflesso dell’Amore Divino nella società umana, un raggio di luce divina che illuminava e pervadeva di gioia spirituale una società ancora ordinata a Dio, almeno nelle sue strutture esteriori. Questa “dolcezza di vivere”, che Talleyrand considerava svanita già con la Rivoluzione francese, continuò ad aleggiare in Europa fino alla vigilia della prima guerra mondiale.


Belle Epoque significò ottimismo e fiducia euforica nei miti della Ragione e del Progresso, simboleggiato dalla coreografia del Ballo Excelsior (3). Ma Belle Epoque fu anche lo stile aristocratico e ordinato di vita che ancora rifletteva, agli albori del secolo XX, il modo di essere Ancien Régime.


Belle Epoque era il sogno di “costruzione” della civiltà moderna che apriva il secolo; ma era anche quella società ancora patriarcale che aveva il suo ultimo riflesso nella monarchia austro-ungarica, erede della Corona del Sacro Romano Impero. L’Europa positivistica e quella cattolica e monarchica convivevano all’alba del secolo in un continente che contava ancora quattro imperi e quindici grandi monarchie (4).


L’intensità luminosa dei quadri degli impressionisti e i romanzi psicologici di Paul Bourget riflettevano l’atmosfera di quegli anni. Una società cosmopolita che aveva il suo strumento principale nella conversazione, un’arte che richiedeva garbo, amabilità, diplomazia e in cui si riconosceva “l’autentico savoir vivre” (5).


Parigi, la Ville-Lumière, è il simbolo di quest’epoca, la capitale riconosciuta di un mondo ideale che dilata i suoi confini al di là della Francia e perfino dell’Europa. Ovunque si estende l’influsso della civiltà europea, si riconosce ancora alla Francia il primato della lingua, della cultura, della moda.


Tra le “isole francesi” nel mondo, una, agli inizi del secolo, brillava su tutte: San Paolo del Brasile, una delle città che meglio seppe integrare i valori della propria tradizione con quelli della cultura francese. Ciò che di meglio produsse la Belle Epoque, il buon gusto, la raffinatezza delle maniere, quella eleganza che non ha niente a che fare con il dandysmo, fioriva allora, sotto i tropici, nell’altro emisfero. Sullo sfondo degli immensi orizzonti illuminati dalla Croce del Sud, l’ultimo scintillio dell’Ancien Régime brillava in cuori che, con la semplicità, virtù che è madre di tutte le altre, conservavano una fedeltà piena di “saudade” verso quella Civiltà cristiana che aveva illuminato il loro Paese e il mondo.


La parola “saudade” esprime qualcosa di più della “nostalgia”. È il ricordo e insieme il desiderio di un bene assente, un sentimento incomunicabile e velato di melanconia tipico dell’anima contemplativa e intuitiva del popolo portoghese e brasiliano (6). “Saudade”, quella paulista, di un Brasile cristiano ed europeo, proprio nel momento in cui gli Stati Uniti iniziavano ad esercitare il richiamo seducente della “modernità”. “Saudade” di modi antichi, fedeltà a principi lontani, di cui l’Europa sembrava offrire un ultimo, impallidito riflesso.

 

2. Brasile: una vocazione alla grandezza

Visitando il Brasile negli anni ‘30, Stefan Zweig restò stupito da questa terra, che previde destinata a divenire “uno dei fattori più importanti dello sviluppo futuro del nostro mondo” (7).


Ciò che prima di tutto colpisce del Brasile è la grandezza delle superfici e degli orizzonti. L’estensione di questo Paese, con 8.511.965 chilometri quadrati, è di oltre la metà di quella dell’America del Sud. Le grandi montagne che scendono a picco sul mare, le foreste dalla vegetazione lussureggiante, il tumultuoso Rio delle Amazzoni che con un bacino di oltre cinque milioni di chilometri quadrati rappresenta il più vasto sistema fluviale della terra, danno l’immagine di un Paese in cui tutto sovrabbonda: la natura, le luci, i colori, tanto da far pensare, secondo l’immagine di Rocha Pita, a un vero “paradiso terrestre”.


“In nessun altro Paese si mostra un cielo più sereno né mattina più bella all’aurora; in nessun altro emisfero il sole ha i raggi più dorati né riflessi notturni più brillanti; le stelle sono più benigne e si mostrano sempre ridenti; gli orizzonti sono sempre chiari, sia che il sole nasca sia che tramonti; le acque sono le più limpide, sia che vengano raccolte alle fonti nei campi sia negli acquedotti dei villaggi; insomma il Brasile è il paradiso terreno riscoperto” (8).


Il vasto continente brasiliano appare perpetuamente rivestito di luce “come un diamante scintillante nelle ombre dell’Infinito. (...) Il suo fulgore diffonde nei silenzi degli spazi un chiarore inestinguibile, fulvo, ardente, soave o pallido. Tutto è sempre luce. Calano dal sole luminose ondate abbaglianti che mantengono sulla terra una profonda quiete. La luce tutto invade e tutto assorbe” (9).


Questa luce, che diffonde un chiarore inestinguibile e sembra conservare la terra in un’atmosfera di raccolta quiete, riveste i grandi spazi di una misteriosa dimensione spirituale. Sembra quasi che l’estensione luminosa degli orizzonti predisponga l’anima a una vocazione magnanima e grande.


La data di nascita del Brasile è il 22 aprile del 1500, quando, all’orizzonte della nuova terra, apparvero le bianche vele della flotta portoghese, comandata da Pedro Alvares Cabral. Il primo gesto dei “descobridores” fu di piantare sulla spiaggia la Croce e di far celebrare sulla nuova terra il sacrificio incruento del Calvario. Il Brasile fu da allora la “Terra de Santa Cruz” (19). La costellazione della Croce del Sud sembrò suggellare nei cieli questa scena, che resterà impressa per l’eternità nell’anima brasiliana. “La Croce del Sud, emblema araldico della patria, con la sua dolce luce notturna rievoca in eterno la perpetuità del patto di alleanza. Essa parla di un’immortale speranza alla nazione cristiana che cresce sulla terra della santa Croce” (11). Da allora, osservò un diplomatico italiano, “il profumo originario del cristianesimo è diffuso in ogni angolo della terra brasiliana, come se ci fosse stato sparso una sola volta per sempre” (12).


La Croce, ricorda il padre Leite, “era un simbolo e una promessa. Ma non era ancora la semente. Questa sarebbe venuta, prolifica e abbondante, quasi mezzo secolo dopo, nel 1549, con l’istituzione del Governo Generale e con l’arrivo dei gesuiti” (13). In quell’anno, sei missionari della Compagnia appena fondata da sant’Ignazio, seguirono il governatore Tomé de Souza, inviato dal re Giovanni III di Portogallo per evangelizzare la nuova terra (14). Essi, osservò Stefan Zweig, portarono “con sé la cosa più preziosa che occorre per l’esistenza di un popolo e di un paese: un’idea, e precisamente l’idea creatrice del Brasile” (15).


I Gesuiti infusero un’anima in quella che fino a quel momento era stata una terra ricca di potenzialità, ma informe. “Questa terra è la nostra impresa” (16) dichiarò il padre Manuel da Nobrega (17) che, con il padre José de Anchieta (18), può essere considerato il fondatore del Brasile. Dal “Descobrimento” fino ai nostri giorni i missionari svolsero una “opera senza pari nella storia” (19), di cristianizzazione e, insieme, di civilizzazione delle terre brasiliane. I gesuiti catechizzarono i nativi, raccogliendoli in villaggi appositi (Aldeias), aprirono le prime scuole, costruirono collegi, chiese, strade, città (20).

Quando gli ugonotti tentarono di impadronirsi della nuova terra, i padri Nobrega e Anchieta furono gli “orientadores” delle operazioni militari contro i protestanti francesi sbarcati nella Baia di Guanabara (21). Al centro dell’arco costiero della splendida baia da essi riconquistata (22), fu fondata una piccola città destinata a divenire la capitale: Rio de Janeiro, in cui sembrano confluire, in un’irripetibile sintesi, tutte le bellezze naturali del Brasile: monti, colline, foreste, isole, insenature (23). Capitale della colonia portoghese fu, all’inizio, Salvador di Bahia, una delle “cellule genetiche” (24) del Brasile, con San Paolo, Rio, Pernambuco e Maranhão.


L’immenso territorio fu diviso in dodici Capitanias ereditarie, dalle quali derivarono i vari Stati che avrebbero composto la Confederazione brasiliana (25). I donatari, muniti di ampie concessioni, erano scelti dal re del Portogallo, tra “le persone migliori. Ex navigatori, combattenti, personaggi della corte” (26). Il Brasile continuò ad essere parte integrante del Regno del Portogallo anche durante il periodo, tra il 1580 e il 1640, in cui la corona portoghese si trovò unita personalmente a quella spagnola. Nella lotta contro gli olandesi, che riuscirono a impiantarsi a Bahia (1624-1625) e, più a lungo, a Recife (1630-1654), iniziò a formarsi la coscienza nazionale brasiliana (27). Quando Recife, l’ultima posizione olandese, si arrese all’esercito brasiliano, esisteva ormai un popolo unito. “Le guerre olandesi ebbero la virtù di consolidare in un tipo, fino ad allora sconosciuto, gli elementi diversi della colonizzazione” (28).


Il primo “tipo” aristocratico brasiliano fu quello dei senhores de engenho, i coltivatori della canna da zucchero, che costituì la più tipica cultura brasiliana, nel quadro feudale della Capitania, durante tutta l’epoca coloniale (29).


Le piantagioni della canna e gli engenhos, le piccole raffinerie dove lavoravano gli schiavi, costruite nei pressi dei corsi d’acqua, costituivano la nascente civiltà agricola brasiliana. La Casa-Grande, la fattoria del senhor de engenho, assomigliava a una fortezza militare (30). I senhores de engenho costituirono la grande forza che si oppose alle invasioni degli olandesi, dei francesi e degli inglesi, nemici della Fede e del Re (31).


Il ciclo della canna da zucchero fu l’attività primaria agricola e industriale nei primi due secoli della vita nazionale. Nel secolo XVIII, dopo l’inattesa scoperta dell’oro nello stato di Minas Gerais, questo metallo prese il primo posto nella produzione economica del paese.


I protagonisti del ciclo dell’oro e delle pietre preziose furono i bandeirantes (32), eredi diretti dei descobridores per coraggio e spirito di avventura. A cavallo, bandiera in testa, come cavalieri di ventura, risalivano il corso dei fiumi, scalavano le montagne, si avventuravano verso l’interno alla ricerca di oro e di pietre preziose.


Dopo il ciclo socio-economico dello zucchero e quello dell’oro, a metà del XVIII secolo ebbe inizio la terza grande civiltà, quella del caffè, che fino al 1930 fu la principale fonte di ricchezza dell’economia brasiliana.


Nel secolo XIX, il Brasile acquistò l’indipendenza, ma in maniera diversa dalle altre nazioni latino-americane: non attraverso la lotta armata, ma mediante la costituzione di un impero sul cui trono salì il figlio del Re di Portogallo, dom Pedro I di Braganza (1798-1834).


Il 7 settembre 1822, dom Pedro I proclamò a San Paolo l’indipendenza del Brasile, emanando due anni dopo la prima costituzione. Gli successe il figlio, Dom Pedro II (33), un sovrano filantropo, il cui lungo e pacifico regno si concluse, subito dopo l’abolizione della schiavitù, con la Rivoluzione repubblicana (34). L’Impero perse il sostegno dell’aristocrazia fondiaria, che aveva giudicato erronea o prematura la liberazione degli schiavi; dopo un colpo di stato incruento, la Repubblica venne proclamata a Rio il 15 novembre 1889.

“I brasiliani - ha scritto lo storico italiano Guglielmo Ferrero - hanno visto la monarchia cadere dolcemente, senza spargimento di sangue, come finiscono le belle giornate estive, calme e luminose. Nessuna storia, come quella del Brasile, prova meglio il fatto che le radici di una monarchia s’indeboliscono quando non vengono continuamente ristorate dalla rugiada della grazia divina. Dom Pedro era un imperatore volterriano; ma, nella filosofia e nella scienza, aveva alla fin fine perduto la coscienza di essere un monarca. Si sentiva egli stesso simile a tutti i suoi concittadini e, alla presenza dei suoi amici, si proclamava il primo repubblicano del Brasile. Si rassegnò alla Repubblica con una serenità che prova quanto poco fosse certo di avere il diritto di esercitare un’autorità così vasta” (35).

Nel 1891 l’Impero del Brasile divenne la Repubblica degli Stati Uniti del Brasile, con una nuova bandiera che recava il motto positivista “Ordine e Progresso” (36). “Iniziava in Brasile un’epoca che si sforzava di fare del ‘progresso’ e della ‘scienza’ una divinità adorata dalle sue élite intellettuali” (37). La Repubblica era formata da una federazione di stati autonomi, ciascuno con un proprio parlamento e un proprio governo. Fu separata la Chiesa dallo Stato, decretato il matrimonio civile, alterata la politica economica. I primi dieci anni del secolo furono caratterizzati in Brasile da un clima di euforia e di ottimismo, dovuto alle speranze suscitate dal cambiamento istituzionale e dal progresso economico e sociale del paese (38). Fu il “periodo aureo” della I Repubblica (39).


3. San Paolo: l’isola europea nel continente americano

Il centro propulsore della vita economica, politica e sociale brasiliana era, all’alba del secolo, San Paolo.


Distesa su un altopiano a ottocento metri sul livello del mare, la città era passata dai circa cinquantamila abitanti del 1880 agli oltre trecentocinquantamila del 1910 (40). Un fiume ampio e lento, il Tieté, le bagna un fianco, e una catena di montagne, la Serra da Cantareira, l’arricchisce con le sue acque. Le case sono a un solo piano, strette le une contro le altre: ma già le vie vengono allargate in ampie strade alberate e al posto delle case coloniali sorgono villini, costruzioni moderne, larghe avenidas. Essa appare come una città europea ai tropici, destinata a un grande futuro.


In una corrispondenza da San Paolo del luglio 1911, uno scrittore che si cela sotto lo pseudonimo di “Italicus”, la descrive come una città che vive nel periodo che precede e prepara la piena floridezza (41).


“San Paolo si è sviluppata in venti anni con una celerità nordamericana. Era una cittadina nota quasi solo per l’Università di Legge. Gli studenti erano tutta la sua vita e ogni cosa aveva l’andamento un po’ solenne e un po’ calmo della città di provincia. (...)


Ora è una città fremente e sonante di lavoro. Grandi commerci e grandi industrie si sono in pochi mesi affermati; le Banche hanno un movimento imponente, il giornalismo, trasformatosi in un quinquennio, gareggia con quello europeo” (42).


Una febbre di lavoro e di niziativa divora la città, mentre il movimento dei tram elettrici, inaugurato nel 1901, raggiunge nel 1910 la cifra vertiginosa di trenta milioni di passeggeri. “Rumoreggia la città, in febbrile movimento. Ondeggia come un fiume l’immensa folla. E, macchiando lo scenario azzurro del cielo, si ergono i camini, sbuffando fumo” (43).


Le ragioni di questa straordinaria ascesa sono, come osserva Stefan Zweig, le stesse cause geopolitiche e climatiche che quattrocento anni prima avevano consigliato Nobrega di scegliere questa località come la più adatta a una rapida irradiazione in tutto il Brasile (44).

Fin dal secolo XVII i “paulisti” dimostravano maggiori energie e capacità degli altri brasiliani. “Veri e propri ‘portatori’ dell’energia nazionale, i paulisti conquistarono e scoprirono il paese, semper novarum rerum cupidi, e questa volontà di rischio, di progresso e di espansione si è trasferita nei secoli successivi nel commercio e nell’industria” (45).


San Paolo, la città dei fazendeiros, “gente che era più orgogliosa della ‘fazenda’ che della città, e che, quando pensava alla città, la situava in Europa, a rigore in Parigi” (46), ha l’aspetto e l’anima d’una grande città, in cui confluiscono culture e modi di vivere europei. La nota di fondo resta quella della bontà e della universalità portoghese, che permette la fusione e l’amalgama di elementi tanto diversi. Se alla testa dell’ascesa economica sono soprattutto gli immigrati italiani (47), francese è la cultura, la cortesia, la vita sociale (48). Percorrendo la Rua 15 de Novembro, la strada più elegante del cosiddetto Triangolo, si incontrano negozi dal nome inconfondibile: Au Printemps, Au Louvre, Au Palais Royal. La libreria Garraux, uno dei punti di ritrovo della San Paolo elegante, non importa dall’Europa solo libri, ma champagne francese, vino del Reno, cioccolata svizzera, mentre il quartiere più aristocratico della città si chiama Champs Elysées (49).


Georges Clemenceau rileva questo aspetto nel suo viaggio in America del Sud nel 1911: “La città di San Paolo è tanto curiosamente francese in alcuni dei suoi aspetti che, per tutta una settimana, non ho avuto la sensazione di trovarmi all’estero. (...) La società paulista (...) presenta il duplice fenomeno di orientarsi decisamente verso lo spirito francese e di sviluppare parallelamente tutti i tratti di individualità brasiliana, che determinano il suo carattere. Certamente il paulista tende a essere paulista fin nel più profondo della sua anima. Paulista tanto in Brasile come in Francia o in qualsiasi altro luogo. Posto questo, ditemi se vi è mai stato, sotto la figura di un commerciante, nello stesso tempo prudente e audace, che seppe valorizzare il caffè, un francese di modi più cortesi, di conversazione più piacevole e di delicatezza di spirito più aristocratica”(50) .

Vandeano di origine e di temperamento, ma protestante e repubblicano, Clémenceau vede riflessi nel Brasile i paradossi della sua anima e le contraddizioni della Belle Epoque: spirito aristocratico e positivismo ingenuo, fiducia negli “immortali principi” della Rivoluzione francese e nostalgia della civiltà e delle maniere di Ancien Régime.


“In quell’ambiente - tutto impregnato di splendori e di cerimonie, elevato dalla nobile e allegra tonalità francese - restava vivo, in materia di primaria importanza come la convivenza sociale, l’antico aroma della moralità cristiana, che ci era stato trasmesso dal Portogallo, Paese col quale fino a non molto tempo prima aveva formato un unico regno. Così, segnata da tale caratteristiche, l’aristocrazia paulista armonizzò alcuni suoi tipici elementi fondamentali: Fede, vita sociale e selezione” (51).


Il 1900 si era aperto a San Paolo con un avvenimento mondano che suggellava l’alleanza tra le due dinastie che simboleggiavano l’élite economica e sociale della città alla fine del secolo: il matrimonio tra la bella Eglantina, figlia del conte Antonio Alvares Penteado, e il giovane Antonio Prado jr., figlio del consigliere Antonio Prado, prefetto nei dieci anni aurei di San Paolo, tra il 1898 e il 1908.


Meno mondano e più raccolto fu, qualche anno dopo, un altro matrimonio, che univa due antiche famiglie del Brasile: quello di João Paulo Corrêa de Oliveira e Lucilia Ribeiro dos Santos, celebrato il 15 luglio 1906 nella cappella del Seminario Episcopale di San Paolo da mons. Francisco de Paula Rodrigues (52).


La famiglia fu presto benedetta da due figli, Rosée e Plinio, che la madre offrì a Dio prima che nascessero (53).


4. La benedizione della culla

Plinio Corrêa de Oliveira nacque il 13 dicembre 1908, di domenica, mentre le campane della Chiesa di Santa Cecilia sembravano celebrare l’evento con il loro rintocco festoso. Fu battezzato in questa stessa Chiesa il 7 giugno 1909 (54). I genitori, João Paulo Corrêa de Oliveira e Lucilia Ribeiro dos Santos, appartenevano a vecchie famiglie di quell’aristocrazia rurale che si era spontaneamente formata in Brasile fin dal secolo XVI e che per statuto sociale e raffinatezza di costumi, può essere equiparata alla nobiltà europea di quel periodo.


I Corrêa de Oliveira discendevano dai senhores de engenho, i primi colonizzatori del Brasile, i “bennati, i nobili del loro tempo” (56). João Alfredo Corrêa de Oliveira , fratello dell’avo di Plinio, Leodegario, aveva tracciato l’indimenticabile profilo di quelle “generazioni forti che amavano la terra, nella quale vedevano splendere l’oro della loro libertà e indipendenza, e da cui traevano come raccolto ricchezza e virtù. (....) Per queste generazioni la terra ereditata era un fedecommesso di famiglia e un blasone che si valutava più della vita, nella stessa misura dell’onore” (57).

João Alfredo, nato il 12 dicembre 1835, dotato di straordinaria intelligenza, fu professore di Diritto nella Facoltà di Recife, e percorse le più brillanti tappe della carriera politica del tempo: fu deputato per varie legislature, ministro dell’Impero a soli 35 anni nel Gabinetto conservatore Rio Branco, poi senatore vitalizio dell’Impero, consigliere di Stato e finalmente Presidente del Consiglio dei Ministri. In questa qualità, il 13 maggio 1888, sottopose alla firma della Principessa Isabel, Reggente Imperiale, la celebre Lei Aurea che abolì la schiavitù in Brasile. Dopo la proclamazione della Repubblica, fu membro di spicco del Direttorio Monarchico brasiliano e presidente del Banco do Brasil, per poi spegnersi a 87 anni a Rio de Janeiro il 6 marzo 1919.


La famiglia materna di Plinio, i Ribeiro dos Santos, apparteneva al ceto tradizionale dei “paulisti da quattrocento anni” (58), fondatori della città di San Paolo, e discendeva da quei bandeirantes che avevano combattuto contro gli eretici olandesi. Tra gli antenati materni spiccava il bisavolo Gabriel José Rodrigues dos Santos, professore nella Facoltà di Diritto e deputato al Parlamento imperiale, considerato uno dei più brillanti oratori e pubblicisti del suo tempo (59). La figlia, donna Gabriella Ribeiro dos Santos, madre di Lucilia, frequentava il celebre salotto di donna Veridiana, una delle donne più influenti della società paulista (60). Agli inizi del secolo, la “chácara” di donna Veridiana, un palazzetto in stile rinascenza nel quartiere di Higienópolis, era il centro della vita sociale e intellettuale di San Paolo, assieme a “Vila Penteado”, il palazzetto Art Nouveau che il conte Antonio Alvares Penteado aveva fatto costruire nello stesso quartiere dall’architetto Carlos Ekman.

 

5. Dal cuore delle madri al cuore dei figli: Donna Lucilia Ribeiro dos Santos


Lucilia Ribeiro dos Santos (61), madre di Plinio, era nata il 22 aprile 1876 a Pirassununga, nello Stato di San Paolo, seconda di cinque figli. La sua infanzia si era svolta in un ambiente domestico tranquillo e aristocratico, illuminato dalle figure dei genitori Antonio (1848-1909), uno dei maggiori avvocati in quel tempo a San Paolo, e Gabriella (1852-1934).

Nel 1893 la famiglia si era trasferita a San Paolo, in un palazzetto nel quartiere signorile dei Campos Eliseos. Qui, a trent’anni di età, Lucilia aveva conosciuto e sposato l’avvocato João Paulo Corrêa de Oliveira (62), trasferitosi a San Paolo dal Nordest del Brasile, forse per suggerimento dello zio, il consigliere João Alfredo.


Mentre donna Lucilia attendeva la nascita di Plinio, il suo medico le annunciò che il parto sarebbe stato rischioso e che probabilmente o lei o il bambino sarebbero morti. Le chiese dunque se non avesse preferito abortire, per evitare di mettere a repentaglio la propria vita. Donna Lucilia rispose in maniera tranquilla ma ferma: “Dottore, questa non è una domanda da farsi a una madre! Lei non avrebbe dovuto neppure pensarvi!” (63). Questo atto di eroismo rivela la virtù di una vita intera.


“La virtù - scrive mons. Trochu - passa facilmente dal cuore delle madri al cuore dei figli” (64). “Educato da una madre cristiana, coraggiosa e forte - scrive il padre Lacordaire di sua madre - la religione era passata dal suo seno nel mio, come latte vergine e privo di amarezza” (65). In termini analoghi Plinio Corrêa de Oliveira ricordò di dovere a donna Lucilia l’impronta spirituale che fin dall’infanzia segnò la sua vita:
“Mia madre mi insegnò ad amare Nostro Signore Gesù Cristo, mi insegnò ad amare la Santa Chiesa Cattolica” (66). “Ho ricevuto da Lei qualcosa che deve essere preso profondamente sul serio: la Fede cattolica Apostolica Romana e la devozione al Sacro Cuore e a Nostra Signora” (67).


In un’epoca in cui Leone XIII aveva esortato a collocare nel Cuore di Gesù “ogni speranza, e a lui domandare e da lui aspettare la salvezza” (68), la devozione che caratterizzò la vita di donna Lucilia fu quella al Sacro Cuore, devozione per eccellenza dell’età moderna (69). Una chiesa dedicata al Sacro Cuore, sorgeva non lontano dalla casa dei Ribeiro dos Santos (70). La giovane madre vi si recava ogni giorno, portando con sé Plinio e Rosée. Fu qui, nel clima soprannaturale che caratterizzava le chiese di una volta, osservando la madre in preghiera, che si formò nello spirito di Plinio quella visione della Chiesa che lo avrebbe segnato in profondità. “Compresi - ricorderà Plinio Corrêa de Oliveira - che la fonte del suo modo di essere stava nella sua devozione al Sacro Cuore di Gesù per mezzo della Madonna” (71). Donna Lucilia rimase sempre fedele alla devozione della sua giovinezza. Negli ultimi anni della sua vita, quando le forze non le permettevano più di recarsi in chiesa, ella trascorreva lunghe ore in preghiera, fino a notte inoltrata, davanti ad una immagine di alabastro del Sacro Cuore intronizzata nel salone principale del suo appartamento (72).


La nota dominante dell’anima di donna Lucilia era quella della pietà e della misericordia. La sua anima era caratterizzata da un’immensa capacità di affetto, di bontà, di amore materno che si proiettava al di là dei due figli avuti dalla Provvidenza.

“Ella possedeva un’enorme tenerezza: - diceva Plinio Corrêa de Oliveira - fu affettuosissima come figlia, affettuosissima come sorella, affettuosissima come sposa, affettuosissima come madre, come nonna e perfino come bisnonna. Ella spinse il suo affetto fino a dove le fu possibile. Ma ho l’impressione che in lei c’è una cosa che dava il tono a tutti questi affetti: il fatto di essere, soprattutto, madre! Ella possedette un amore traboccante non solo per i due figli che ebbe, ma anche per quelli che non ebbe. Si direbbe che era nata per avere milioni di figli, e che il suo cuore palpitasse dal desiderio di conoscerli” (73).

Chi non ha conosciuto Donna Lucilia può intuirne la fisionomia morale attraverso l’immagine che ne tramandano alcune espressive fotografie e attraverso le numerose testimonianze di chi la ricorda nella sua tarda età (74). Ella rappresentava il modello di una perfetta signora che avrebbe incantato un san Francesco di Sales alla ricerca del suo modello di Filotea (75). Si può immaginare che donna Lucilia educasse Plinio con le parole che san Francesco Saverio rivolse a suo fratello, accompagnandolo una sera ad un ricevimento: “Soyons distingués ad majorem Dei gloriam”.


La perfezione delle belle maniere è il frutto di un’ascesi che si può raggiungere solo con un’educazione distillata nei secoli o con un esimio sforzo di virtù, quale si riscontra spesso nei conventi contemplativi, in cui viene impartita un’educazione regale alle giovani novizie. Del resto l’uomo è fatto di anima e di corpo. La vita dell’anima è destinata a manifestarsi sensibilmente attraverso quella del corpo, la carità ad esprimersi in atti esterni di cortesia. La cortesia è un rito sociale alimentato dalla carità cristiana, anch’essa ordinata alla gloria di Dio. “La cortesia sta alla carità come la liturgia sta alla preghiera: il rito che l’esprime, l’azione che l’incarna, la pedagogia che la suscita. La cortesia è la liturgia della carità fraterna” (76).


Lucilia Ribeiro dos Santos incarnava lo spirito migliore dell’antica aristocrazia paulista. Nella gentilezza di antico stampo della madre, espressione della sua carità soprannaturale, il giovane Plinio vide un amore all’ordine cristiano spinto alle conseguenze estreme e un altrettanto radicale repulsione per il mondo moderno e rivoluzionario che si affermava. Il tratto aristocratico e l’affabilità delle maniere fu da allora una costante della sua vita. Plinio Corrêa de Oliveira, che nei modi ricordava il cardinale Merry del Val, il grande segretario di Stato di san Pio X celebre per l’umiltà dell’anima e la perfezione delle buone maniere, sapeva stare magnificamente in società. Il suo contegno era esemplare, la conversazione inesauribile e affascinante.


La Provvidenza dispose che quest’impronta fosse alimentata e rinnovata da una quotidiana convivenza che si prolungò fino al 1968, quando donna Lucilia morì a 92 anni di età.


6. Il primo sguardo sull’Europa

I viaggi in Europa costituivano un momento privilegiato nella formazione culturale delle élite brasiliane agli inizi del secolo. Per Plinio e per la sua famiglia l’occasione fu offerta dalla necessità che ebbe donna Lucilia di operarsi nel vecchio continente per una seria infermità che la affliggeva. Soffrendo di calcoli biliari, ella seppe che un noto clinico tedesco, il professor August Bier (77), medico personale del Kaiser, interveniva su questo male con una nuova tecnica da lui approntata.

Nel giugno del 1912 Lucilia Corrêa de Oliveira si imbarcò nel porto di Santos, accompagnata non solo dal marito João Paulo e dai figli Plinio e Rosée, ma anche dalla madre Gabriela, dai fratelli, dai cognati, dai nipoti, formando un gruppo familiare che per dieci mesi avrebbe lasciato ogni altra occupazione per visitare le principali città europee.


Ai primi di luglio la giovane madre fu operata a Berlino dal professor Bier. Passò quindi la convalescenza alle terme balneari di Binz, nell’isola di Rügen, per recarsi poi a Wiesbaden e Colonia. Trascorse così l’estate del 1912 in quella Germania fiorente d’anteguerra a cui il principe di Bülow nelle sue Memorie applica i versi di Schiller: “La gioia regnava nelle aule di Troia / prima che l’alta rocca cadesse”(78)

.
Fu un’estate di freddo e maltempo in cui a Parigi nevicò, mentre la “questione d’Oriente”, con la guerra in atto nei Balcani, teneva le prime pagine dei giornali. Agli inizi di settembre, mentre il Kaiser si recava in visita ufficiale in Svizzera, a Vienna si tenne un grande Congresso Eucaristico, alla presenza dell’Imperatore Francesco Giuseppe e di tutta la Corte. L’Europa, dominata dalle figure dei due imperatori, Francesco Giuseppe e Guglielmo II, era legata da una fitta rete di vincoli dinastici. Generazioni di principi e di sovrani convennero, nel dicembre del 1912 a Monaco, per la morte del novantaduenne Reggente Luitpoldo di Baviera, conosciuto come il “patriarca dei regnanti”, e poi a Berlino il 24 maggio 1913 per lo sfarzoso matrimonio della principessa Vittoria Luisa di Hohenzollern, figlia dell’Imperatore Guglielmo II, con il duca Ernesto Augusto di Brunschwig Lüneberg, duca di Cumberland.


Donna Lucilia e la sua famiglia passarono quell’inverno a Parigi, dove si trattennero fino alla fine di marzo del 1913, alloggiando all’Hotel Royal nell’Avenue Friedland. Da qui si recarono a Genova, con l’intenzione di proseguire verso Roma, per rendere omaggio a Papa Pio X, ma la notizia di un’epidemia nella Città eterna cambiò il programma. Ripresero la via del ritorno, sbarcando nel porto di Santos il 17 aprile del 1913.


Il viaggio in Europa fu memorabile per il piccolo Plinio, che contava allora quattro anni. Il Duomo di Colonia, che da sette secoli custodisce le reliquie dei Re Magi, con le sue guglie svettanti, fu il primo incontro con le meraviglie dell’arte gotica. Il corso del Reno costellato di castelli, le Alpi innevate, gli splendori di Notre-Dame e di Versailles, la riviera ligure, spettacolare balcone sulle dolcezze del Mediterraneo, rimasero profondamente impressi nella sua anima. Di ciascun monumento della Civiltà cristiana che visitò con la sua famiglia in quell’occasione, egli avrebbe potuto dire, mutatis mutandis, ciò che scrisse in seguito sulla Cattedrale di Colonia. Essa esprime:

“Qualcosa di misterioso, che esige che io sia conforme con tutta la mia anima alle meraviglie della Chiesa cattolica. È una scuola di pensiero, di volontà e di sensibilità. È un modo di essere che viene da lì, e per il quale sento di esser nato. È qualcosa di molto maggiore di me, di molto anteriore di me. Qualcosa che viene dai secoli durante i quali io non ero nulla. Viene dalla mentalità cattolica di uomini che mi hanno preceduto e che avevano anch’essi, nel fondo dell’anima, questo stesso desiderio dell’inimmaginabile. Essi hanno anzi concepito ciò che io non ho concepito, e hanno fatto ciò che io non feci. Ma è un desiderio così alto, così universale, così corrispondente ai profondi aneliti di tanti e tanti uomini, che il monumento è rimasto per tutti e per sempre: la cattedrale di Colonia!” (79).

Sarebbero passati quasi quarant’anni, prima di un ritorno di Plinio in Europa, ma le radici del Vecchio Continente erano ormai piantate nel suo cuore, mentre la prima guerra mondiale si approssimava.

 

7. Il tramonto della “Belle Epoque”

Nel gennaio del 1919, si aprì, nel Salone degli Specchi del Castello di Versailles, la Conferenza di Pace (80) che concludeva un conflitto senza precedenti nella storia, sia per il costo umano di più di otto milioni di morti che per l’ampiezza delle ripercussioni politiche e sociali.


La Germania venne mortificata materialmente e moralmente, ma il grande sconfitto della guerra fu l’Impero austro-ungarico (81).


Attraverso la sua distruzione, l’obiettivo di una ristretta cerchia di uomini politici, affiliati alla massoneria, era quello di “repubblicanizzare l’Europa” (82) e portare così a compimento “sul piano nazionale e internazionale, l’opera interrotta dalla Grande Rivoluzione” . Cominciata come una guerra classica, la Prima Guerra mondiale finì, secondo lo storico ungherese François Fejtö, come una guerra ideologica che aveva come scopo lo smembramento dell’Austria-Ungheria (83).


I trattati del 1919-1920, che imponevano o favorivano la trasformazione dei regimi monarchici della Germania e dell’Austria in repubbliche parlamentari, costituirono “più che una pace europea una rivoluzione europea” (84).

La carta politica europea, tracciata dal Congresso di Vienna, venne ridisegnata secondo il nuovo criterio dell’ “autodeterminazione dei popoli” enunciato dal presidente americano Wilson. Sulle rovine dell’impero austriaco, mentre la Germania si avviava a divenire l’unica grande potenza dell’Europa centrale, sorgevano nuovi stati “multinazionali”, come la Repubblica Cecoslovacca e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi Jugoslavia.


Plinio Corrêa de Oliveira intuì come la fine degli Asburgo avrebbe segnato la fine dell’antica civiltà europea. L’Austria asburgica significava ai suoi occhi l’idea medievale del Sacro Romano Impero, il programma della “Reconquista” e della Contro-Riforma, l’opposizione al mondo nato dalla Rivoluzione francese.

“Il Cattolicesimo, dice Leone XIII con la sua sovrana e decisiva autorità, non s’identifica con una qualche forma di governo, e può esistere e fiorire sia in una monarchia, sia in un’aristocrazia, sia in una democrazia, sia pure in una forma mista che contenga elementi di esse. Il destino del Cattolicesimo non era quindi legato a quello delle monarchie europee. Nondimeno, è incontestabile che queste monarchie, almeno nei loro elementi fondamentali, erano strutturate secondo la dottrina cattolica. Il liberalismo pretese di abolirle e sostituirle con un diverso ordinamento. Esso operò una trasformazione da monarchie aristocratiche d’ispirazione cattolica a repubbliche borghesi e liberali di spirito e mentalità anticattolici” (85).

Se non meravigliano in Plinio Corrêa de Oliveira le radici culturali francesi, legate alla vita intellettuale e sociale della San Paolo del tempo, può stupire il vero e proprio trasporto che fin da allora egli manifestò per l’Austria asburgica. Le radici dell’amore del giovane brasiliano per l’Impero austriaco erano questa volta soprannaturali. L’Austria, che aveva raccolto l’eredità del Sacro Romano Impero carolingio, costituiva ai suoi occhi l’espressione storica per eccellenza della Civiltà cristiana. Tra il XVI e il XVIII secolo, di fronte al protestantesimo dilagante nel Nord-Europa e alla cultura laica e pre-illuministica che si formava, l’Impero asburgico rappresentò il simbolo della fedeltà alla Chiesa. In un’epoca in cui il valore delle dinastie prevaleva su quello degli Stati, il nome degli Asburgo simboleggiò quello della Contro-Riforma cattolica. Sotto una medesima bandiera combattevano i conquistadores iberici che si spingevano nell’interno dell’America Latina e i guerrieri che difendevano le frontiere dell’Impero cristiano sugli spalti di Budapest e di Vienna. Fu nella capitale austriaca che si svolse, nel 1815, il Congresso che avrebbe dovuto sancire la restaurazione dell’ordine europeo, sconvolto dalla Rivoluzione francese e da Napoleone.

L’Impero asburgico rappresentò, fino alla sua caduta nel 1918, il principale bersaglio dell’odio anticristiano delle società segrete e delle forze rivoluzionarie. Plinio Corrêa de Oliveira ne difese sempre l’insostituibile ruolo storico. “Vienna - scriverà all’indomani della seconda guerra mondiale - dev’essere la capitale di un grande Impero germanico o di una bipolare monarchia austro-ungarica. Qualunque cosa che non sia questo, costituirà un irreparabile danno per l’influenza cattolica nell’area danubiana” (86).


8. L’ascesa del mito americano

Gli storici hanno sottolineato le gravi conseguenze, sul piano geopolitico, dello smembramento dell’Impero austro-ungarico. Non sono state però ancora messe in luce le conseguenze che ciò comportò sul piano della mentalità e dei costumi. Fu come un soffio vitale che improvvisamente si affievolì in Europa. L’atmosfera di stabilità e di sicurezza che, come ricorda Stefan Zweig (87), era stato un contrassegno di fondo della Belle Epoque, si dissolse rapidamente. Un vento di incertezza e di inquietudine investì il vecchio continente. Fino al 1914 l’Europa aveva una superiorità incontestata. Dopo la guerra essa “dubita di se stessa, della legittimità del suo dominio, della superiorità della sua civiltà e del suo avvenire” (88). Opere dai titoli un tempo impensabili, come Il declino dell’Europa del geografo Albert Demangeon e Il tramonto dell’Occidente dello scrittore tedesco Oswald Spengler, divengono veri e propri best-seller.


Nel mondo iniziò ad affermarsi il “mito americano” (89). “Mentre l’Europa sembrava affondare nel caos, l’America toccava lo zenith dello splendore wilsoniano. Gli Stati Uniti avevano raggiunto il loro apogeo” (90). L’America incarnava una nuova way of life, che aveva il suo modello luccicante e artificiale in Hollywood, la città californiana sede del nuovo impero del cinema. Negli anni Venti, “les années folles” o secondo la formula britannica i “Roaring Twenties”, l’Europa subì trasformazioni sociali che modificarono profondamente abitudini e costumi dei suoi abitanti. L’americanizzazione fu imposta soprattutto dal cinema (91), che divenne lo svago più popolare, accanto agli sport di massa, diffusi dalla stampa e dalla radio, come il calcio e la boxe.


Il nuovo stile di vita, che rappresentava l’antitesi dello spirito della Belle Epoque, non toccava solo le classi alte, ma si estendeva a quelle medie e a una larga frazione della classe operaia. Ne era simbolo l’emancipazione della donna, che in molti paesi europei, come la Francia e l’Italia, ancora non votava, ma proponeva una immagine di sé “moderna” e aggressiva, ben diversa dal modello femminile tradizionale. È una nuova donna che taglia i capelli “à la garçonne”, accorcia le gonne e le maniche, guida e va al mare, mentre il tipo umano maschile è costituito dall’uomo pratico e dinamico, che insegue il successo, sulla scia del self-made man americano. Il mito del denaro si impone implacabilmente nella società accanto a una ricerca sfrenata del piacere. La vita subisce una forte democratizzazione in ogni aspetto: il tratto sociale, le mode, il linguaggio.


Anche in Brasile, negli anni Venti, si iniziava ad avvertire una trasformazione nel gusto. “Questo decennio fu per noi - ricorderà Plinio Corrêa de Oliveira - quello della ‘vita flautata’, dello spreco fastoso, del caffè a caro prezzo, dei viaggi continui in Europa, delle orge e della mancanza di ogni preoccupazione. (...) Il ristagno mentale brasiliana era completo. Il famoso jazz-band, lo shimmy, il cinema e lo sport, monopolizzavano tutti gli animi” (92).

Egli definirà l’“americanismo” “uno stato d’animo subcosciente, e talvolta cosciente, che eleva il godimento della vita a supremo valore umano, e cerca di concepire l’universo e di organizzare la vita in modo esclusivamente voluttuoso” (93).


Nel Centro di San Paolo, le sale superiori dei magazzini Mappin espongono al pubblico i mobili inglesi, più moderni e “igienici” di quelli francesi. Il “football” comincia a raccogliere la simpatia dei giovani, mentre una nuova visione edonista della vita ha il suo simbolo in Rio, la città delle spiagge e del carnevale. La Settimana di Arte Moderna che si tiene a San Paolo nel 1922 con il patrocinio dell’élite sociale paulista (94), già prefigura la rivoluzione nell’architettura di cui sarà simbolo Oscar Niemeyer, l’architetto comunista che progetterà Brasilia. In quello stesso anno viene costruito a San Paolo il “grattacielo Martinelli”, il maggiore dell’America del Sud; l’architetto russo Gregori Warchavchik inizia quell’international style che avrebbe stravolto le tipiche caratteristiche dei centri urbani brasiliani (95), mentre Le Corbusier diviene l’ideale dei nuovi architetti dell’America Latina. La trasformazione radicale della città, in meno di vent’anni, riflette quella altrettanto profonda dei costumi e delle idee (96). La famiglia Corrêa de Oliveira, in cui, sotto l’influsso della madre, si formava il giovane Plinio, rappresentava però un lembo di Ancien Régime che sopravviveva e si opponeva ai flutti della modernità.

 

9. Una concezione militante della vita spirituale

Nel febbraio del 1919, a dieci anni, Plinio Corrêa de Oliveira iniziò i suoi studi nel Collegio São Luiz della Compagnia di Gesù, dove si formava la classe dirigente tradizionale di San Paolo (97). Tra l’educazione materna e quella del collegio vi fu, come vi deve essere, continuità e sviluppo. Nell’insegnamento dei gesuiti egli ritrovò l’amore per il metodo, già inculcatogli dalla governante tedesca Mathilde Heldmann (98), e soprattutto quella concezione militante della vita spirituale a cui la sua anima aspirava profondamente (99).


Il collegio fu il primo impatto con il mondo e il primo campo di battaglia. In esso il giovane Plinio trovò le “due città” agostiniane confuse come il grano e la zizzania, il frumento e la paglia, di cui parla il Vangelo (100) e comprese come la vita dell’uomo sulla terra sia una dura lotta, in cui “non sarà coronato se non colui che avrà combattuto” (101). “Vita militia est” (102). Che la vita spirituale del Cristiano sia un combattimento è uno dei concetti che con più insistenza ribadisce il Nuovo Testamento, soprattutto nelle Epistole paoline. “Il cristiano nacque per la lotta” (103) afferma Leone XIII. “La sostanza e il perno di tutta la vita cristiana consiste nel non assecondare i costumi corrotti del secolo ma nel combatterli e resistervi con costanza” (104).


Da sant’Ignazio, Plinio apprese che “l’anima di ogni uomo è un campo di battaglia nel quale si affrontano il bene e il male” (105). Tutti noi abbiamo, come conseguenza del peccato originale, inclinazioni disordinate che ci spingono al peccato; il demonio cerca di favorirle e la grazia divina ci aiuta a vincerle, trasformandole in occasione di santificazione. “Tra le forze che lo spingono verso il bene o verso il male sta in mezzo, come ago della bilancia, il libero arbitrio umano” (106). Plinio ci appare come uno dei ragazzi paulistani della sua generazione che il padre Burnichon, nella sua visita al Collegio di São Luiz nel 1910, descrive come “seri, gravi, riflessivi. Il loro volto difficilmente s’illumina, il riso pare esser loro poco familiare; in compenso, mi si assicura, possono stare fermi per cinque ore d’orologio, ad ascoltare discorsi accademici; ciò avviene talvolta. In definitiva, la razza prende dal clima una maturità precoce che ha i suoi vantaggi e inconvenienti, ma d’altra parte anche una flemma abituale che non esclude le impressioni vivaci e le esplosioni violente” (107).


Il giovane Plinio avvertì al São Luiz l’opposizione radicale tra l’ambiente familiare e quello dei compagni di collegio, già permeato di malizia e di immoralità. Come tanto spesso accade nelle scuole, i giovani che si imponevano agli altri erano quelli più smaliziati: la purezza era disprezzata ed irrisa, la volgarità e l’oscenità considerate segno di distinzione e di successo. A questa situazione egli reagì con tutta la sua forza. Comprese che quanto avveniva non era un caso ma la conseguenza di una mentalità opposta a quella della sua famiglia. Accettare questa mentalità, lo avrebbe portato a perdere, con la purezza, gli ideali che sbocciavano nel suo cuore. Comprese che il fondamento di tutto ciò che egli amava era la religione e scelse la strada di una lotta senza quartiere in difesa della concezione della vita in cui era stato plasmato. Si formò così in lui una convinzione che con il passare degli anni trovò fondamenti sempre più razionali:

“Era la concezione contro-rivoluzionaria della religione come forza perseguitata che ci insegna le verità eterne, che salva la nostra anima, che ci conduce al Cielo e che imprime nella vita uno stile che è l’unico a renderla degna di esser vissuta. Era inoltre l’idea che, quando fossi divenuto uomo, sarebbe stato necessario intraprendere una lotta per rovesciare quest’ordine di cose che reputavo rivoluzionario e malvagio, per stabilire un ordine di cose diverso, quello cattolico” (108).

Plinio terminò precocemente i suoi studi secondari nel 1925, a 17 anni. Più tardi, rievocando le angustie e l’isolamento interiore di quegli anni, si soffermerà su quella acuta crisi dell’adolescenza che ha costituito uno dei più importanti fenomeni della storia dell’umanità nel XIX secolo e una delle cause della sua profonda incoerenza.

“L’atteggiamento tenuto dal secolo XIX davanti alla Religione e alla Morale fu un atteggiamento essenzialmente contraddittorio. (...) Religione e Morale non erano considerate necessarie e obbligatorie per tutti gli uomini in qualunque età. Al contrario, per ogni sesso, età o condizione sociale, c’era una situazione religiosa e una condotta morale opposta a quella che lo stesso secolo XIX prescriveva per un sesso, età o condizione sociale differente. Il secolo XIX ammirava la ‘fede del carbonaro’, nella sua semplicità e purezza; ma ridicolizzava come irresponsabile preconcetto la fede dello scienziato. La Fede, l’ammetteva nei bambini; ma la condannava nei giovani e negli adulti e, al massimo, la tollerava nei vecchi. Esigeva la purezza dalla donna; ma esigeva l’impurità dall’uomo. Esigeva la disciplina dall’operaio; ma applaudiva lo spirito rivoluzionario dell’intellettuale” (109).

In quest’occasione, rivolgendosi ai colleghi della generazione più giovane, Plinio lancerà loro un vibrante appello alla lotta e all’eroismo.

“Bisogna concepire la vita non come una festa ma come una lotta. Il nostro destino è di diventare eroi, non sibariti. È questa verità sulla quale mille volte abbiamo meditato, che vengo oggi a ripetervi. (...) Collocate Cristo al centro della vostra vita. Fate convergere in Lui tutti i vostri ideali. Di fronte a questa grande battaglia, che è la nobilissima vocazione della vostra generazione, il Salvatore ripeteva la famosa frase: ‘Domine, non recuso laborem’” (110).

Nel 1926 Plinio Corrêa de Oliveira, seguendo le orme familiari, si iscrisse alla Facoltà di Diritto dell’Univerità di San Paolo. Giovane di spirito contemplativo e di grandi letture, accanto alla cultura giuridica egli continuò a coltivare quella filosofica, morale e spirituale. Tra le opere che in questi anni incisero profondamente sulla sua formazione furono il Trattato di Diritto Naturale del padre Luigi Taparelli d’Azeglio (111) e L’anima di ogni apostolato (112) di dom Giovanni Battista Chautard. Quest’opera, che restò uno dei suoi libri prediletti, costituiva un prezioso antidoto all’“eresia dell’azione” (113) che iniziava a caratterizzare l’epoca. Ad essa, dom Chautard contrappone la vita interiore da lui definita come “lo stato di un’anima che reagisce per regolare le sue naturali inclinazioni, e si sforza di acquistare l’abitudine di giudicare e di regolarsi in tutto secondo i dettami del Vangelo e gli esempi di Gesù Cristo” (114). Plinio Corrêa de Oliveira amò e visse profondamente questo spirito, fin dagli anni dell’adolescenza. Pur dedicandosi giovanissimo all’azione e all’apostolato pubblico, non dimenticò mai di cercare la vita interiore, attraverso un esercizio assiduo e costante delle facoltà dell’anima.


Sullo sfondo confuso degli anni Venti, che vedevano la nascita e la diffusione del comunismo e del fascismo e l’affermazione di una way of life americana antitetica a quella tradizionale, l’ideale di restaurazione della Civiltà Cristiana, additato da san Pio X, appariva lontano. Nel cuore del giovane studente brasiliano si era formata però, in questi stessi anni, la consapevolezza di una vocazione (115). Essa si collegava in maniera misteriosa e provvidenziale alla missione incompiuta del grande Papa che fin dalla sua prima enciclica E supremi Apostolatus, del 4 ottobre 1903, aveva scelto come programma del suo pontificato e mèta per il secolo ventesimo che si apriva la divisa Instaurare omnia in Christo (Ef. 1, 10).


Restaurare in Cristo “non solo ciò che appartiene propriamente alla divina missione della Chiesa di condurre le anime a Dio, ma anche ciò che (...) da quella divina missione spontaneamente deriva: la civiltà cristiana nel complesso di tutti e singoli gli elementi che la costituiscono” (116).


Lo stesso Plinio Corrêa de Oliveira avrebbe un giorno definito la sua vocazione con queste parole:


“Quand’ero ancora molto giovane, considerai estasiato le rovine della Cristianità. Ad esse affidai il mio cuore; voltai le spalle al mio futuro e, di quel passato carico di benedizioni, feci il mio Avvenire...” (117).

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[1] La celebre frase di Talleyrand è riferita, tra gli altri, dallo storico francese Guizot nelle sue Memorie (François Guizot, Mémoires pour servir à l’histoire de mon temps, M. Lévy, Paris 1859-1872 (8 vv.), vol. I, p. 6). Già alla fine del secolo XVII, come ricorda Paul Hazard, “in Francia regnano la buona educazione, la cortesia, la cultura, la dolcezza del vivere” (P. Hazard, La crise de la conscience européenne (1680-1715), Bouvin & C., Paris 1935, vol. I, p. 77).

[2]P. Corrêa de Oliveira, Ambientes, costumes, civilizações, in “Catolicismo”, n. 29 (maggio 1953).

[3]Excelsior è il nome dell’ingenua opera allegorica di Luigi Menzotti (1835-1905), con musica di Romualdo Marenco (1841-1907), che entusiasmò le platee non solo italiane per oltre vent’anni dopo il trionfo della prima rappresentazione a Milano nel 1881. In essa, il taglio dell’istmo di Suez, il traforo del Cenisio, la Concordia delle Nazioni, venivano celebrate, tra le piroette delle danzatrici, come le tappe dell’ascesa e dell’apoteosi del Progresso.

[4] Cfr. Roberto de Mattei, 1900-2000. Due sogni si succedono: la costruzione, la distruzione, Edizioni Fiducia, Roma 1990, pp. 11-15.

[5] Duca de Lévis-Mirepoix, Conte Félix de Vogüe, La politesse. Son rôle, ses usages, Les Editions de France, Paris 1937, p. 1. Cfr. anche Verena von der Heyden-Rynsch, Europäische Salons, Artemis & Winkler Verlag, München 1992, p. 227.

[6] Cfr. la voce Saudade, in Grande Enciclopédia Portuguesa e Brasileira, Editorial Enciclopédia, Lisbôa-Rio de Janeiro 1945, vol. 28, pp. 809-810. La filologa portoghese Carolina Michaelis de Vasconcelos (1851-1925) ha sottolineato la piena concordanza esistente tra il termine portoghese saudade e quello tedesco Sehnsucht (A Saudade portuguesa, Renascença Portuguesa, Porto 1922).

[7]Stefan Zweig, Brasile. Terra dell’avvenire, tr. it. Sperling & Kupfer, Milano 1949, p. 10; cfr. anche Ernani Silva Bruno, Historia e Tradições da Cidade de São Paulo, Livraria José Olympio Editora, Rio de Janeiro 1954, 3 voll.; Affonso A. De Freitas, Tradições e reminiscências paulistanas, Governo do Estado de São Paulo, São Paulo 1978 (3a ed.); Luiz Gonzaga Cabral s.j., Influência dos Jesuitas na colonização do Brasil, in Jesuitas no Brasil, vol. III, Companhia Melhoramentos de S. Paulo, São Paulo 1925.

[8]Sebastião da Rocha Pita (1660-1738), História da América Portuguesa, in E. Werneck, Antologia Brasileira, Livreria Francisco Alves, Rio de Janeiro 1939, p. 210.

[9]José Pereira da Graça Aranha (1868-1931), A esthetica da vida, Livraria Garnier, Rio de Janeiro-Paris 1921, p. 101.

[10]Il Brasile nacque cristiano. ‘Isola della vera Croce’, lo chiamò il suo primo storico, che fu anche uno dei suoi scopritori” (Padre Serafim Leite s.j., Páginas de História do Brasil, Companhia Editora Nacional, São Paulo 1937, p. 11). Il cronista della spedizione, Pedro Vaz da Caminha, scrisse al sovrano: “Non possiamo sapere se vi è oro, argento, metalli o ferro; non ne abbiamo veduto. Ma la terra per se stessa è ricca (....) Tuttavia il frutto migliore che se ne potrà trarre sarà, a nostro avviso, di recare ai suoi abitanti la salvezza delle loro anime” (cit. in Roger Bastide, Il Brasile, tr. it., Garzanti, Milano 1964, p. 13; testo della lettera di Pero Vaz e Caminho in Jaime Cortesão, A expedição de Pedro Alvares Cabral, Livrarias Ailland e Bertrand, Lisbôa 1922, pp. 233-256).

[11]Yves de la Brière, Le règne de Dieu sous la Croix du Sud, Desclée de Brouwer & C., Bruges-Paris 1929, p. 20.

[12]Roberto Cantalupo, Brasile euro-americano, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Milano 1941, p. 89.

[13]S. Leite s.j., Páginas de História do Brasil, cit., pp. 12-13. “Senza misconoscere il contributo di altri, si può senza dubbio proferire questa esatta valutazione: la storia della Compagnia di Gesù in Brasile, nel secolo XVI, è la storia stessa della formazione del Brasile nei suoi elementi catechetici, morali, spirituali, educativi e in gran parte coloniali. Il contributo di altri fattori religiosi non modifica sensibilmente questi risultati” (p. 14).

[14] Il Regimento del 17 dicembre 1548 in cui il re di Portogallo Giovanni III tracciava al suo governatore Tomé de Souza le regole di governo a cui avrebbe dovuto attenersi in Brasile, affermava: “La ragione principale che mi ha spinto a mandare a popolare le citate terre del Brasile fu che la gente del paese si convertisse alla nostra santa fede cattolica” (Regimento de Tomé de Souza, Biblioteca Nacional de Lisbôa, Arquivo da Marinha, liv. 1 de ofícios, de 1597 a 1602). Cfr. anche Padre Armando Cardoso s.j., O ano de 1549 na historia do Brasil e da Companhia de Jesus, in “Verbum”, n. 6 (1949), pp. 368-392.

[15]S. Zweig, Brasile. Terra dell’avvenire,cit., p. 35. Cfr. Carlos Sodré Lanna, Gênese da civilização cristã no Brasil, in “Catolicismo”, n. 519 (marzo 1994), pp. 23-24; idem, A epopéia missionária na formação da Cristandade luso-brasileira, in “Catolicismo”, n. 533 (1995), pp. 22-23.

[16] Cit. in Antonio de Queiroz Filho, A vida heróica de José de Anchieta, Edições Loyola, São Paulo 1988, p. 43.

[17] Il padre Manuel da Nobrega nacque a Entre-Douro-e-Minho in Portogallo il 18 ottobre 1517 e morì a Rio de Janeiro il 18 ottobre 1570. Dottore in Diritto Canonico e Filosofia a Coimbra, nel 1544 entrò nella Compagnia di Gesù e nel 1549 fu inviato da sant’Ignazio in Brasile dove fu primo superiore della missione gesuitica e poi primo Provinciale. La sua missione si sviluppò per oltre vent’anni, fino alla morte.

[18] Nato il 19 marzo 1534 a La Laguna (Canarie), il beato José de Anchieta morì a Reritiba (ora Anchieta) il 9 giugno 1597. Nel 1551 entrò nella Compagnia di Gesù e due anni dopo si imbarcò per il Brasile con un gruppo di missionari che seguivano il governatore portoghese Duarte da Costa. Ordinato sacerdote nel 1566, partecipò alla fondazione di San Paolo (1554) e di Rio de Janeiro (1567) e divenne, nel 1578, Provinciale del Brasile, svolgendovi un infaticabile apostolato che gli valse il titolo di “Apóstolo do novo Mundo”. Venne beatificato da Giovanni Paolo II nel 1980. Cfr. Alvares do Amaral, O Padre José Anchieta e a fundação de São Paulo, Conselho Estadual de Cultura, São Paulo 1971.

[19]S. Leite s.j., História da Companhia de Jesus no Brasil, Livraria Portugalia, Lisbôa 1938, vol. I.

[20] A fianco dei gesuiti, svolsero il loro apostolato i benedettini (dal 1582), i carmelitani (dal 1584), i cappuccini (dal 1612) e altri ordini religiosi. I gesuiti, espulsi nel 1760 dal marchese di Pombal, tornarono in Brasile nel 1842. Sui 40 martiri gesuiti del 1570, cfr. Mauricio Gomes dos Santos s. j., Beatos Inacio de Azevedo e 39 companheiros martires, in “Didaskalia”, n. 8 (1978), pp. 89-155; pp. 331-366 (traduzione dello studio fatto per l’ufficio storico della Congregazione dei Santi).

[21] Consigliere dei padri Nobrega e Anchieta, fu un aristocratico italiano, Giuseppe Adorno, della famiglia dei Dogi genovesi, che aveva messo la sua fortuna e la sua vita al servizio della nuova patria lusitana, dopo essere stato costretto ad abbandonare la sua città. Oltre agli Adorno, si trasferirono in Brasile nel XVI secolo gli Acciaiuoli (Accioly), i Doria, i Fregoso, i Cavalcanti (Cavalcanti d’Albuquerque).

[22]C. Sodré Lanna, A expulsão dos franceses do Rio de Janeiro, in “Catolicismo”, n. 509 (maggio 1993), pp. 22-24.

[23]Rio de Janeiro, dal punto di vista del suo panorama, può considerarsi come una sintesi del Brasile. È il cuore del Brasile che continua lì a palpitare, nonostante la capitale sia stata ufficialmente trasferita a Brasilia. C’è lì una misteriora sintesi del Paese, un convito a un futuro carico di misteriose promesse” (P. Corrêa de Oliveira, Meditando sobre as grandezas do Brasil, in “Catolicismo”, n. 454 (ottobre 1988)).

[24]L’insigne storico del Brasile João Ribeiro definisce come cellule genetiche del tessuto brasiliano i seguenti punti del suo territorio: Bahia, Pernambuco, São Paulo, Rio e Maranhão. Ora, di queste cinque cellule, due (...) furono creazione esclusiva della Compagnia: São Paulo, che creò con le proprie mani, e Rio de Janeiro, che volle fondare contro tutto e tutti. Le altre tre - Bahia, Pernambuco e Maranhão - devono ai Gesuiti il culmine della loro espansione” (L. G. Cabral s. j., Jesuitas no Brasil (século XVI), Companhia Melhoramentos de São Paulo, São Paulo 1925, p. 266).

[25]Homero Barradas, As capitanias hereditarias. Primeiro ensaio de um Brasil organico, in “Catolicismo”, n. 131 (novembre 1961).

[26]Pedro Calmon, História do Brasil, Livraria José Olympio Editora, Rio de Janeiro 1959, vol. I, p. 170.

[27] Cfr. Lucio Mendes, Calvinistas holandeses invadem cristandade luso-americana, in “Catolicismo”, n. 427 (luglio 1986), pp. 2-3; id., Martirio e heroismo na resistência ao herege invasor, in “Catolicismo”, n. 429 (settembre 1986), pp. 10-12; Diego Lopes Santiago, Historia da Guerra de Pernambuco, Fundação do Patrimonio Histórico e Artistico de Pernambuco, Recife 1984. Furono molti in questo periodo gli ufficiali italiani, soprattutto napoletani, che vennero allora in Brasile (cfr. Gino Doria, I soldati napoletani nelle guerre del Brasile contro gli olandesi (1625-1641), Riccardo Ricciardi Editore, Napoli, 1932). Quando nel 1624, la Compagnia delle Indie Occidentali olandesi fece occupare Bahia, Filippo IV inviò una flotta, di cui facevano parte un tercio napoletano, guidato da Carlo Andrea Caracciolo, marchese di Torrecuso. Un altro condottiero napoletano, il conte di Bagnoli Gian Vincenzo Sanfelice, nel 1638 difese con successo Bahia dai calvinisti olandesi, che aspiravano a formare uno Stato protestante nell’America meridionale. Tra il Brasile e il Regno di Napoli vi fu sempre un fecondo interscambio (cfr. ad esempio: Paolo Scarano, Rapporti politici, economici e sociali tra il Regno delle Due Sicilie e il Brasile (1815-1860), Società Napoletana di Storia Patria, Napoli 1958).

[28]P. Calmon, Storia della Civiltà brasiliana, tr. it. Industria Tipografica Italiana, Rio de Janeiro 1939, p. 52.

[29] La canna da zucchero, prodotto ideale per un paese che inizia il suo sviluppo, venne coltivata, fin dalla fine del secolo XVI, nel nord e nel sud del Brasile. Il centro della coltivazione era lo stato di Pernambuco, il cui porto di Recife divenne nel secolo XVII il maggior emporio di caffé di tutto il mondo (P. Calmon, Storia della Civiltà brasiliana, cit., p. 85). Cfr. anche P. Corrêa de Oliveira, No Brasil Colónia, no Brasil Império e no Brasil República: gênese, desenvolvimento e ocasa da “Nobreza da terra”, appendice alla edizione portoghese di Nobreza e elites tradicionais análogas nas alocuções de Pio XII ao Patriciado e à Nobreza Romana, Livraria Editora Civilização, Porto 1993, pp. 159-201.

[30]Gilberto Freyre, Casa-Grande & Senzala, Editora José Olympio, São Paulo 1946 (5a. ed.), vol. I, p. 24.

[31] La conquista delle terre ha del resto un carattere guerriero. “Ogni latifondo dissodato, ogni sesmaria ‘popolata’, ogni recinto costruito, ogni zuccherificio ‘fabbricato’, ha come premessa necessaria una difficile impresa militare. Dal nord al sud, le fondazioni agricole e pastorizie si fanno con la spada in mano” (Francisco José Oliveira Vianna, O Povo Brasileiro e a sua Evolução, Ministério da Agricoltura, Indústria e Comércio, Rio de Janeiro 1922, p. 19).

[32] Sui Bandeirantes, cfr. la imponente História geral das Bandeiras Paulistas (São Paulo 1924-1950, 11 volumi) di Affonso de Taunay, riassunta in História das Bandeiras Paulistas, Edicões Melhoramentos, São Paulo 1951, 2 voll.; cfr. anche J. Cortesão, Raposo Tavares e a formação territorial do Brasil, Ministério da Educação e Cultura, Rio de Janeiro 1958; Ricardo Roman Blanco, Las “bandeiras”, Universidade de Brasilia, Brasilia 1966.

[33] Dom Pedro II (1825-1891) sposò nel 1843 la principessa Teresa Cristina, sorella di Ferdinando II re delle Due Sicilie. La sua figlia maggiore Isabel (1846-1921) sposò il principe Gastone di Orléans, conte d’Eu, da cui ebbe tre figli: Pedro de Alcantara, Luiz e Antonio. Avendo il primo rinunciato, nel 1908, per sé e per la sua futura discendenza ai diritti di successione, divenne erede al Trono il fratello dom Luiz de Orléans e Braganza (1878-1920), sposato con la principessa Maria Pia di Borbone-Sicilia (cfr. Armando Alexandre dos Santos, A Legitimidade Monárquica no Brasil, Artpress, São Paulo 1988). Su Dom Pedro II, cfr. Heitor Lyra, Historia de Dom Pedro II: 1825-1891, Editora Nacional, São Paulo 1940. “Dom Pedro fu un sovrano magnanimo, generoso e giusto, un modello di patriottismo e di cultura, di zelo e di probità, di tolleranza e di semplicità. Fu sapiente e filantropo. Membro dell’Institut de France e delle principali società scientifiche e letterarie straniere, fu un protettore delle arti, delle scienze e delle lettere. Prestò aiuto materiale all’educazione di molti brasiliani illustri; questo grande mecenate non chiuse loro mai la borsa” (S. Rangel de Castro, Quelques aspects de la civilisation brésilienne, Les Presses Universitaires de France, Paris s. d., pp. 29-30). Cfr. anche Leopoldo Bibiano Xavier, Dom Pedro e a gratidão nacional, in “Catolicismo”, n. 491 (dicembre 1991).

[34] Una prima legge del 1871, la cosiddetta “legge del ventre libero”, concedeva la libertà ai figli nati da madre schiava a partire dai 21 anni d’età. Nel 1885 fu approvata la “legge dei sessagenari” che emancipava gli schiavi con più di 65 anni. Il 13 maggio 1888, sotto il ministero conservatore di João Alfredo Corrêa de Oliveira, la principessa Isabella, contessa d’Eu e Reggente imperiale, durante l’assenza del padre in viaggio per l’Europa sanzionò la legge che aboliva definitivamente la schiavitù. In quel momento il Brasile aveva una popolazione di 14 milioni di abitanti con poco più di 700.000 schiavi; il fenomeno della schiavitù andava in realtà estinguendosi spontaneamente. Sull’atto di abolizione della schiavitù cfr. P. Corrêa de Oliveira, A margem do 13 de maio, in “O Legionário”, n. 296 (15 maggio 1938). Cfr. anche Robert Conrad, Os últimos anos da escravatura no Brasil, 1850-1888, Civilização Brasileira, Rio de Janeiro 1978 (2a. ed.); Emilia Viotti da Costa, A abolição, Global, São Paulo 1982.

[35] Cit. in S. Rangel de Castro, Quelques aspects de la civilisation brésilienne, cit., p. 29.

[36] Guglielmo Ferrero racconta di aver visitato a Rio de Janeiro, in Rua Benjamin Constant un “tempio dell’Umanità”, “ragionando piacevolmente di molte cose con il gran sacerdote, il signor Texeira Mendes” (G. Ferrero, Fra i due mondi, Fratelli Treves Editori, Milano 1913, p. 187).

[37]G. Freyre, Ordem e Progresso, 2 voll., Livraria José Olympio Editora, Rio de Janeiro 1974 (3a. ed.), vol. I, p. 515.

[38] Al vertice dello Stato si successero Prudente de Morais (1894-1898), Campos Sales (1898-1902), Rodriguez Alves (1902-1906), Afonso Pena (1906-1909), Nilo Peçanha (1909-1910), Hermes de Fonseca (1910-1914), mentre la politica estera brasiliana venne costantemente diretta in questo periodo dal barone di Rio Branco (1845-1912).

[39]Fu il ‘periodo aureo’ della Prima Repubblica, se vogliamo dare una definizione alle epoche, alla maniera degli storici antichi...” (Plinio Doyle, Brasil 1900-1910, Biblioteca Nacional, Rio de Janeiro 1980, vol. I, p. 14). All’aurora del secolo il Brasile aveva 17.318.556 abitanti, dei quali oltre il 60% vivevano nelle campagne.

[40] Ivi, p. 180.

[41]Italicus, Dove vive un milione di Italiani. Lo stato di San Paolo in Brasile, in “L’Illustrazione italiana”, n. 34 (20 agosto 1911), pp. 177-200. La rivista dedica un ampio servizio allo Stato di San Paolo in cui la popolazione è per una terza parte italiana. La collettività italiana nel 1911 comprende circa un milione di anime, di cui seicentomila lavorano nelle fazendas o altre imprese agricole, centotrentamila abitano nella capitale, gli altri risiedono nei paesi dell’interno dello Stato (p. 181).

[42] Ivi.

[43]Batista Cepelos, O fundador de S. Paulo, in E. Werneck, Antologia Brasileira, cit., p. 326.

[44]S. Zweig, Brasile. Terra dell’avvenire, cit., pp. 227-228.

[45]Ivi, p. 228.

[46]E. Silva Bruno, História e Tradições da Cidade de São Paulo, cit., vol. III, p. 1315.

[47] Quest’immigrazione di massa coincise con la fine della schiavitù. La stragrande maggioranza degli immigrati italiani che arrivarono in Brasile si radicò in San Paolo. Quasi tutti operai della nascente industria paulista, essi si affollavano soprattutto nel quartiere del Brás, la cui arteria principale era la Caetano Pinto. Nel 1881 era giunto in Brasile, ventisettenne, Francesco Matarazzo, accompagnato dalla moglie Filomena e da due figli. Nel 1910, egli possedeva il maggior complesso industriale dell’America del Sud, le Indústrias Reunidas F. Matarazzo. Cfr. Vincenzo Grossi, Storia della colonizzazione europea nel Brasile e della emigrazione italiana nello Stato di San Paolo, Società Editrice Dante Alighieri, Milano 1914; Angelo Trento, Là dov’è la raccolta del caffé. L’emigrazione italiana in Brasile, 1875-1940, Antenore, Padova 1984; A presença italiana no Brasil, a cura di Rovílio Costa e Luis Alberto de Boni, ed. it. a cura di A. Trento, Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1991.

[48] Il Conte di Gobineau racconta che in un colloquio con l’Imperatore che gli chiese: “Insomma, come trovate i brasiliani?”, egli rispose: “Ebbene, un brasiliano è un uomo che vorrebbe appassionatamente andare a vivere a Parigi” (Lettera a M.me de Gobineau del 7 giugno 1869, cit. in Georges Raeders, Le comte de Gobineau au Brésil, Nouvelles Editions Latines, Paris 1934, p. 53). “Sembra che non quasi esista brasiliano che non parli francese” osserva a sua volta, stupita, Ina von Binzer, istitutrice tedesca della famiglia Prado (Os Meus Romanos. Alegrias e Tristezas de uma educadora alemã no Brasil, Editora Paz e Terra, São Paulo 1991, p. 18).

[49] Cfr. Paulo Cursino de Moura, São Paulo de outrora, Editora Itatiaia Limitada, Belo Horizonte 1980, p. 19.

[50]Georges Clemenceau, Notes de Voyage dans l’Amérique du Sud, Utz, Paris 1991 (1911), pp. 231-232. In un volume del Baron d’Anthouard apparso in quello stesso 1911, con il titolo Le progrès brésilien. La participation de la France (Plon-Nourrit, Paris 1911), l’autore osserva che “il Brasile (...) aderisce fino al fondo del suo essere al movimento delle idee in Francia” (ivi, p. 41). “Il brasiliano prova per la cultura francese un’attrazione potente che non ha pari; segue con la più viva simpatia il nostro movimento intellettuale, legge e conosce tutti i nostri autori; è anche sensibile alla nostra produzione artistica. Insomma, la Francia è il Paese al quale dirige tutti i suoi sogni, il Paese del benessere e del piacere, dell’eleganza e del lusso, delle novità e delle grandi scoperte, dei sapienti, degli artisti, dei filosofi” (ivi, p. 375).

[51]J. S. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. I, p. 85. I Ribeiro dos Santos sono ricordati tra le famiglie che si distinguevano nei ricevimenti dell’aristocrazia paulista. “Si respirava una raccolta atmosfera d’intimità familiare in quelle cerimonie nelle quali nondimeno si ostentavano uniformi, gran-croci, diamanti e gioielli” (Wanderley Pinho, Salões e Damas do Segundo Reinado, Livraria Martins, São Paulo 1942, 4a. ed., p. 112).

[52]J. S. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. III, pp. 209-210. Al matrimonio erano presenti, tra gli altri, il conte Antonio Alvares Penteado con la moglie Anna Paulina Lacerda; Manoel Antonio Duarte de Azevedo (1831-1912), presidente del Senato e dell’Istituto Histórico e Geográfico de São Paulo; lo storico Affonso d’Escragnolle Taunay (1875-1958), futuro presidente dell’Istituto Histórico e Geográfico e storico delle Bandeiras. Mons. Francisco da Paula Rodrigues nato il 3 luglio 1847 e morto il 21 giugno 1915, fu una delle figure di spicco della vita religiosa paulista a cavallo dei due secoli. Canonico della Cattedrale di San Paolo (1874), arcidiacono (1878), fu poi vicario generale della diocesi, che governò ad interim dopo la morte del vescovo mons. José de Camargo Barros(1906).

[53]J. S. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. II, p. 67. La sorella di Plinio, Rosenda Corrêa de Oliveira, detta Rosée, nata il 6 luglio 1907 e morta nel 1993, si sposerà con un agricoltore di Minas, Antônio Castro Magalhães.

[54] La Chiesa di Santa Cecilia era stata costruita nel 1884. Nel 1895 dom Joaquim Arcoverde, allora vescovo di San Paolo, aveva creato la parrocchia di Santa Cecilia, nominando come vicario padre Duarte Leopoldo e Silva, suo futuro successore al governo della diocesi. Nel 1901 gli successe il padre Benedito de Souza.

[55]Fernando de Azevedo, Canaviais e Engenhos na vida politica do Brasil, in Obras Completas, 2a. ed., vol. XI, Ediçoes Melhoramentos, São Paulo s. d., p. 107.

[56]P. Corrêa de Oliveira, João Alfredo Corrêa de Oliveira, in “Diário de São Paulo”, 21 dicembre 1936, ora in J. S. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. III, pp. 215-216. In questo articolo il giovane nipote descrive con grande penetrazione psicologica l’evoluzione intellettuale del prozio da posizioni di liberalismo intransigente a un cattolicesimo sincero e praticante.

[57]João Alfredo Corrêa de Oliveira, O Barão de Goiana e sua Época Genealógica, in Minha Meninice & outros ensaios, Editora Massangana, Recife 1988, p. 56.

[58] I Quattrocentisti “sono qualcosa di più del nobile, del ‘vero signore’, dell’aristocratico, sono gli autori e i censori dell’almanacco di Gotha brasiliano. Sono i detentori e i dispensatori della brasilianità. Per loro il mondo è nato quattrocento anni fa, quando i primi portoghesi e le loro famiglie, da cui essi discendono, sbarcarono in Brasile. Il quattrocentrista è amabile, gentile e orgoglioso. Ha un senso spiccato della casta ed è inaccessibile: essi che costituiscono il 70 per cento della classe dirigente politica del paese, si difendono con ogni mezzo dalla società” (Corrado Pizzinelli, Il Brasile nasce oggi, Eli, Milano 1955, p. 284).

[59] Su Gabriel José Rodrigues dos Santos (1816-1858), cfr. J. S. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. I, p. 45, vol. II, pp. 19-26. L’opera più completa su questa figura è di Paulo do Valle, Biographia do Dr. Gabriel José Rodrigues dos Santos, pubblicata con i suoi Discursos Parlamentares raccolti da A. J. Ribas (Tip. Paula Brita, Rio de Janeiro 1863).

[60] Veridiana Valeria Prado (1825-1910), figlia del Barone de Iguapé Antonio, sposò Martinho da Silva Prado (1811-1891) ed ebbe quattro figli, destinati a svolgere un ruolo influente nella vita brasiliana: Antonio (1840-1929), Martinico (1843-1906), Caio (1853-1889) ed Eduardo (1860-1901). Vera e propria “matriarca” della famiglia, morì nel 1910 a 85 anni d’età. Cfr. Darrell E. Levi, A Família Prado, Cultura 70, São Paulo 1977,p. 63. I Prado, con i Penteado, “simboleggiavano il costo economico e industriale a Sao Paulo, durante la Prima Repubblica” (ivi, p. 104).

[61] Su questa straordinaria figura rimandiamo alla biografia citata di J. S. Clá Dias, con una prefazione del padre Antonio Royo Marín o.p.Si tratta - come scrive quest’ultimo - di una autentica ed esaustiva Vita di Donna Lucilia, che può essere paragonata alle migliori ‘vita di santi’ finora apparse nel mondo intero” (ivi, p. 11).

[62] João Paulo Corrêa de Oliveira, nato nel 1874, morì a San Paolo il 27 gennaio 1961. Più che dalla figura del padre, a cui fu legato da una lunga e affettuosa convivenza, la vita di Plinio Corrêa de Oliveira fu illuminata specialmente da quella della madre, così come donna Lucilia aveva avuto il proprio modello nel padre, Antonio Ribeiro dos Santos.

[63]J. S. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. I, p. 123.

[64] Can. François Trochu, Le Curé d’Ars, Librairie Catholique Emmanuel Vitte, Lyon-Paris 1935, p. 13. Da sant’Agostino, a san Bernardo, a san Luigi di Francia, fino a san Giovanni Bosco e a santa Teresa del Bambin Gesù, il numero dei santi che hanno riconosciuto nella virtù delle madri la fonte della propria è altissimo. Alle origini della santità si trova spesso, come osserva Mons. Delassus, una madre virtuosa (cfr. Mons. Henri Delassus, Il problema dell’ora presente, (2 voll.), tr. it. Cristianità, Piacenza 1977, vol. II, pp. 579-586).

[65] P. Baron, La jeunesse de Lacordaire, Cerf, Paris 1961, p. 39. Cfr. anche Geneviève Gabbois, Vous êtes presque la seule consolation de l’Eglise, in Jean Delumeau (a cura di), La religion de ma mère. Le rôle des femmes dans la transmission de la foi, Cerf, Paris 1992, pp. 314-315.

[66]P. Corrêa de Oliveira, Un uomo, un’ideale, un’epopea, in “Tradizione, Famiglia, Proprietà”, n. 3 (1995), p. 2.

[67]J. S. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. III, p. 85. “C’era un aspetto, in mia madre, che apprezzavo molto: continuamente, e fino al profondo dell’anima, ella era signora! Nei rapporti con i figli, manteneva una materna superiorità che mi faceva avvertire quanto male avrei fatto se avessi per caso trasgredito alla sua autorità, e quanto un mio tale atteggiamento le avrebbe causato tristezza, essendo al tempo stesso una brutalità e una malignità. Signora ella lo era, poiché faceva prevalere il retto ordine in tutti i campi della vita. La sua autorità era amena. A volte mamma castigava un poco. Ma perfino nel suo castigo o nel suo rimprovero, la dolcezza era così evidente che confortava la persona. Con Rosée, il suo modo di procedere era analogo, per quanto più delicato, trattandosi di una bambina. Il rimprovero, tuttavia, non escludeva la benevolenza, e mamma era sempre pronta ad ascoltare la giustificazione che i suoi figli volessero darle. Così, la bontà costituiva l’essenza della sua signorilità. Ossia era una superiorità esercitata per amore all’ordine gerarchico delle cose, ma disinteressata e affettuosa verso coloro sui quali si esercitava” (ivi, vol. II, pp. 16-17).

[68]Leone XIII, Enciclica Annum Sacrum del 25 maggio 1889, in IP, Le Fonti della Vita Spirituale, (1964), vol. I, p. 198. La consacrazione del genere umano al Sacro Cuore, annunciata da Leone XIII nella sua Enciclica, avvenne l’11 giugno 1890.

[69] La devozione al Sacro Cuore è stata illustrata da tre magistrali documenti pontifici: le encicliche Annum Sacrum (1889) di Leone XIII; Miserentissimus Redemptor (1928) di Pio XI; Haurietis Aquas (1956) di Pio XII. Il suo grande apostolo nel secolo XIX fu il gesuita francese Henri Ramière (1821-1884), che diresse e sviluppò in tutto il mondo l’associazione “Apostolato della Preghiera”. In Brasile, il grande propagatore della devozione al Sacro Cuore fu il padre Bartolomeo Taddei nato a San Giovanni Valle Roveto il 7 novembre 1837. Ordinato sacerdote il 19 aprile 1862, il 13 novembre dello stesso anno entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù e fu destinato al nuovo Collegio S. Luigi Gonzaga a Itu in Brasile. Qui fondò l’ “Apostolato della Preghiera” e iniziò a diffondere la devozione al Sacro Cuore che fu il centro della sua vita. Alla sua morte, il 3 giugno 1913, il numero dei Centri dell’ “Apostolato della Preghiera”, da lui promossi in tutto il Brasile, ammontava a 1390 con circa 40.000 zelatori e zelatrici e 2.708.000 associati. Cfr. Luigi Roumanie s.s., Il P. Bartolemo Taddei della compagnia di Gesù apostolo del S. Cuore in Brasile, Messaggero del Sacro Cuore, Roma 1924; Aristide Greve, Padre Bartolomeu Taddei, Editora Vozes, Petropolis 1938. Sulla devozione al Sacro Cuore cfr. l’opera classica di Auguste Hamon, Histoire de la dévotion au Sacré-Coeur, Beauchesne, Paris 1923-1945, 5 voll. e tra le opere recenti Francesca Marietti, Il Cuore di Gesù. Culto, devozione, spiritualità, Editrice Ancora, Milano 1991.

[70] La Chiesa del Sacro Cuore, che sorgeva nel quartiere dei Campos Eliseos, era stata costruita tra il 1881 e il 1885, ed affidata ai salesiani. Padre Gaetano Falcone fu per lunghi anni stimato Rettore del Santuario. In questa Chiesa, dove in fondo alla navata laterale destra spiccava una bella statua dedicata all’Ausiliatrice, si sviluppò la devozione del giovane Plinio per la Madonna “Auxilium Christianorum” di Lepanto e del SS.mo Rosario.

[71]J. S. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. I, p. 214.

[72] Ivi, vol. III, pp. 91-92. Donna Lucilia implorava abitualmente la protezione divina per mezzo di un’orazione al Salmo 90 e di una “novena irresistibile” al Sacro Cuore di Gesù (ivi, pp. 90-91).

[73] Ivi, vol. III, p. 155.

[74] Tra le sue qualità fu la continua polarizzazione tra il bene e il male, come ricorda il nipote Adolpho Lindenberg: “Mantenne in alto grado questa polarizzazione: un’azione è ottima, un’altra è pessima. Risaltava molto all’attenzione il fondamentale orrore che ella sempre ebbe per il peccato. Al mio sguardo di bambino o di ragazzino, in lei spiccava, più che questa o quella virtù, questo atteggiamento: la nozione di un bene per il quale dobbiamo entusiasmarci e sacrificarci, e la nozione di un male orribile che va odiato e disprezzato” (J. S. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. II, p. 173).

[75] Il santo savoiardo insegna nella sua celebre opera come un’anima può vivere nel mondo senza imbeversi dello spirito del mondo: “Dio - egli afferma - vuole che i cristiani, piante vive della Chiesa, producano frutti di devozione ciascuno secondo la propria qualità e devozione” (San Francesco di Sales, La Filotea, parte I, cap. III).

[76]Roger Dupuis s. j., Paul Celier, Courtoisie chrétienne et dignité humaine, Mame, Paris 1955, p. 182.

[77] Professore di Chirurgia a Kiel, Greifswald, Bonn e Berlino, August Bier (1861-1949) è noto nella storia della medicina per aver introdotto l’uso di una speciale tecnica terapeutica (bierterapia), consigliata essenzialmente per i processi infiammatori acuti e cronici. Cfr. Martin Müller, sub voce, in NDB, vol. II (1955), pp. 230-231. Donna Lucilia mantenne con lui un’amichevole corrispondenza fino alla sua morte, nel 1949 (J. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. II, pp. 31-32).

[78] Principe Bernhard von Bülow, Memorie, vol. III Guerra mondiale e catastrofe, tr. it. A. Mondadori, Milano 1931, p. 121 (sono i primi due versi della Cassandra di Schiller).

[79]P. Corrêa de Oliveira, O inimaginável e o sonhado, in “Catolicismo”, n. 543 (marzo 1996), p. 28.

[80] Su Versailles: Pierre Renouvin, Il trattato di Versailles, tr. it. Mursia, Milano 1970; Michel Launay, Versailles, une paix bâclée, Complexe, Bruxelles 1981; Pierre Milza, De Versailles à Berlin 1919-1945, Armand Colin, Paris 1996.

[81]La Germania è umiliata e mutilata, ma sussiste. L’Impero austro-ungarico è squartato, e ne resta solo l’Austria germanica, che difficilmente sussiste da se stessa” (P. Corrêa de Oliveira, A conjuração dos Cesares e do Synhedrio, in “O Legionário”, n. 288 (20 marzo 1938)).

82]François Fejtö, Requiem per un impero defunto. La dissoluzione del mondo austro-ungarico, tr. it. Mondadori, Milano 1990, pp. 321, 318. “Il grande disegno offerto dall’élite politica e intellettuale ai soldati delle trincee era di estirpare dall’Europa le ultime vestigia del clericalismo e del monarchismo” (p. 320). Sul ruolo della massoneria, cfr. ivi, pp. 349-362.

[83] Cfr. F. Fejtö, Requiem per un Impero defunto, cit., pp. 316-323. Sulla prima guerra mondiale: Leo Valiani, La dissoluzione dell’Austria-Ungheria, Il Saggiatore, Milano 1985; Gian Enrico Rusconi, Il rischio 1914. Come si decide la guerra, Il Mulino, Bologna 1987; P. Renouvin, La prima guerra mondiale, Lucarini, Roma 1989. L’anno in cui “la guerra trova il suo assetto ideologico permanente”, secondo Furet, è il 1917 (François Furet, Il passato di un’illusione. L’idea comunista nel XX secolo, tr. it. Mondadori, Milano 1995, p. 69). La Rivoluzione di febbraio, che porta all’abdicazione dello zar Nicola II, e poi quella di ottobre, che vede l’avvento di Lenin, cancellano il secolare impero zarista e spianano la strada ad una nuova Russia che recide le radici con il suo passato. Nel mese di aprile il presidente Wilson trascina in guerra l’America proclamando la crociata democratica contro l’autocratismo. L’8 gennaio 1918, lo stesso Wilson pubblica i “quattordici punti” che prevedono tra l’altro la fondazione di una “Società delle Nazioni” che garantisca la pace mondiale.

[84]F. Furet, Il passato di un’illusione, cit, p. 70. Sulla fine dell’Impero asburgico, cfr. Zbynek A. B. Zeman, The Break-up of the Habsburg Empire 1914-1918, Oxford University Press, London-New York 1961; Edward Crankshaw, Il tramonto di un Impero, tr. it. Mursia, Milano 1969; Adam Wandruszka, Gli Asburgo, tr. it. Dall’Oglio, Milano 1974.

[85]P. Corrêa de Oliveira, Terceiro acto, in “O Legionário”, n. 421 (6 ottobre 1940).

[86]P. Corrêa de Oliveira, 7 dias em Revista, in “O Legionário”, n. 570 (11 luglio 1943). “In questo senso, è necessario avere soprattutto forza e prudenza. Forza per distruggere dentro e fuori della Germania tutto quanto dev’essere distrutto; prudenza, per non distruggere quello che non dev’essere distrutto, al fine di non esasperare ciò che deve continuare a vivere. Gli errori di Versailles non vanno ripetuti. Mai, mai più nel mondo germanico, dobbiamo porre come polo centrale la Prussia e Berlino. La vera soluzione sta nel trasferire questo polo a Vienna. In questo, più che in qualunque misura di altro genere, sta il segreto di buona parte del problema” (P. Corrêa de Oliveira, 7 dias em Revista, in “O Legionário”, n. 632 (17 settembre 1944)).

[87]Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale, il tempo in cui sono cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo: fu l’età d’oro della sicurezza; (...) Nessuno credeva a guerre, a rivoluzioni e sconvolgimenti. Ogni atto radicale ed ogni violenza apparivano ormai impossibili nell’età della ragione” (S. Zweig, Il mondo di ieri, tr. it. Mondadori, Milano 1946, pp. 9, 10). Questo vale anche per l’Italia: cfr. Augusto Guerra, L’età della sicurezza, Laterza, Bari 1970.

[88]René Rémond, Il XX secolo, tr. it. Rizzoli Editore, Milano 1976, p. 50. Cfr. anche Carlo Curcio, Europa, storia di un’idea, 2 voll., Vallecchi, Firenze 1958, vol. II, pp. 789-880; Jean Guiffan, Histoire de l’Europe au XX siècle, 1918-1945, Editions Complexe, Bruxelles 1995.

[89] Cfr. la Appendice I della II parte di P. Corrêa de Oliveira, Nobility and Analogous Traditional Elites in the Allocutions of Pius XII, Hamilton Press, 1993, The United States: An Aristocratic Nation Whithin a Democratic State, pp. 135-330. Cfr. anche A. Frederick Mark, Manifest Destiny and Mission in American History, Alfred A. Knopf, New York 1963; Ernest Lee Tuveson, Redeemer Nation: The Idea of America’s Millennial Role, University of Chicago Press, Chicago 1968. Nella seconda metà del XXmo secolo, mentre il processo rivoluzionario avanzava, gli Stati Uniti esercitarono un ruolo simile a quello dell’Europa nei secoli precedenti. Plinio Corrêa de Oliveira, ricorda un suo discepolo, “paragonava questo ruolo a quello svolto dall’Austria nel secolo XIX”. Così come l’impero asburgico rappresentava il principale bersaglio dell’internazionale liberale del tempo, l’impero americano ha finito col costituire la “bestia nera” dell’internazionale progressista, che vede in essi il simbolo della conservazione e dell’anticomunismo. In questo nuovo contesto, egli “passò a sostenere gli atteggiamenti anticomunisti degli U.S.A., come pure la pressione sul Governo fatta da alcune forze interne al Paese per ottenere una politica ferma contro l’espansionismo cino-sovietico. Questa sua posizione non implicava nemmeno da lontano l’accettazione dell’ American way of life come consenso all’influenza liberalizzante dell’americanismo. Implicava solo l’obiettiva constatazione che gli U.S.A. sono oggi una potenza senza la quale è impossibile sperare di arrestare l’avanzata politico-militare del comunismo internazionale” (Julio Loredo, Lettera all’autore).

[90]P. Corrêa de Oliveira, A dynamite de Christo, in “O Legionário”, n. 321 (5 novembre 1938).

[91] Negli anni venti i suoi eroi sono Charlie Chaplin, Buster Keaton, Douglas Fairbanks, Rodolfo Valentino, Gloria Swanson, Mary Pickford.

[92]P. Corrêa de Oliveira, A dynamite de Christo, cit.

[93]P. Corrêa de Oliveira, O coração do sabio está onde há tristeza, in “Catolicismo”, n. 85 (gennaio 1958), p. 2.

[94]J. de Azeredo Santos, Semana de arte moderna: precursora dos “hippies”, in “Catolicismo”, n. 256 (aprile 1972), p. 7.

[95] Nel 1925 Warchavchik pubblicò nel “Correio da Manhã” di Rio l’articolo A cerca da Arquitetura moderna in cui presentava Le Corbusier al pubblico brasiliano. Fu lui a costruire la prima “casa modernista” del Brasile, nella Rua Santa Cruz in San Paolo.

[96] L’urbanistica di San Paolo mutò sotto la prefettura di Fabio Prado (1935-1938), ma soprattutto quando l’urbanista Francisco Prestes Maia (1896-1965), fu nominato prefetto di San Paolo dal 1938 al 1945, e nuovamente dal 1961 al 1965. La sua filosofia urbanistica è esposta in opere come São Paulo, metrópole do século XX (1942) e O plano urbanístico da cidade de São Paulo (1945).

[97] Il Collegio São Luiz fu fondato nel 1867 a Itu e trasferito a São Paulo in un maestoso edificio al n. 2324 della Avenida Paulista. Era allora rettore del Collegio il padre João Baptista du Dréneuf (1872-1948) (cfr. A. Greve s.j., Fundação do Colégio São Luiz. Seu centénario, 1867-1967, in “A.S.I.A.”, n. 26 (1967), pp. 41-59). Tra i suoi professori il giovane Plinio ebbe il padre Castro e Costa, che seguì la sua battaglia in difesa dell’Azione Cattolica e che poi ritrovò a Roma negli anni ‘50 (cfr. J. S. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. II, p. 259).

[98] Mathilde Heldmann era originaria di Regensburg, ed era stata governante in alcune case aristocratiche europee. “Uno dei maggiori benefici che ci fece mammà, fu di assumere la Fraülein” ricordò successivamente Plinio Corrêa de Oliveira (J. S. Clá Dias, Dona Lucilia, cit., vol. I, p. 203).

[99] Sulla concezione “militante” della spiritualità cristiana, cfr. Pierre Bourguignon, Francis Wenner, Combat spirituel, in DSp, vol. II,1 (1937), coll. 1135-1142; Umile Bonzi da Genova, Combattimento spirituale, in EC, vol. IV (1950), coll. 37-40; Johann Auer, Militia Christi, in DSp, vol. X (1980), coll. 1210-1233.

[100] Mt. 13, 24-27.

[101] II Tim. 11, 5.

[102]Gb. 7, 1.

[103]Leone XIII, Enciclica Sapientiae Christianae del 10 gennaio 1890, in IP, vol. III, La pace interna delle nazioni, (1959), p. 192.

[104]Leone XIII, Enciclica Exeunte iam anno del 25 dicembre 1888, in IP, Le fonti della vita spirituale, cit., vol. II, pp. 345, 358 (pp. 337-359).

[105]P. Corrêa de Oliveira, Lutar varonilmente e lutar até o fim, in “Catolicismo”, n. 67 (luglio 1956), p. 2.

[106] Ivi.

[107] Joseph Burnichon, Le Brésil d’aujourd’hui, Perrin, Paris 1910, p. 242.

[108]P. Corrêa de Oliveira, Memorias, inedite.

[109]P. Corrêa de Oliveira, Discorso in chiusura dell’anno 1936 al Collegio Arcidiocesano di San Paolo, in “Echos”, n. 29 (1937), pp. 88-92.

[110] Ivi.

[111] Sul padre gesuita Luigi Taparelli d’Azeglio (1793-1862) autore del celebre Saggio teoretico di diritto naturale, La Civiltà Cattolica, Roma 1949, 2 voll. (1840-1843), in cui i rapporti tra diritto, morale e politica vengono acutamente analizzati alla luce della dottrina cattolica, cfr. Robert Jacquin, Taparelli, Lethielleux, Paris 1943 e la voce di Pietro Pirri, s.j., in EC, vol. XI (1953), coll. 1741-1745.

[112] Dom Jean-Baptiste Chautard, L’anima di ogni apostolato, tr. it. Edizioni Paoline, Roma 1958. “È impossibile leggere le mirabili pagine di questo libro, la cui unzione ricorda talvolta l’ ‘Imitazione di Cristo’, senza percepire i tesori di squisitezza che la sua grande anima custodiva” (P. Corrêa de Oliveira, Almas delicadas sem fraqueza e fortes sem brutalidade, in “Catolicismo”, n. 52 (aprile 1955)). Dom Jean Baptiste Chautard nacque a Briançon il 12 marzo 1858. Fu religioso cistercense della stretta osservanza, eletto nel 1897 abate della Trappa di Chambaraud (Grenoble) e nel 1899 di quella di Sept-Fons (Moulins). Nel suo lungo governo fu costretto ad occuparsi dei problemi temporali relativi al suo ordine che dovette difendere contro la politica antireligiosa del suo tempo. Perfetto modello di quell’unione di vita contemplativa ed attiva tracciato nell’Anima di ogni apostolato, riuscì ad imporsi, con la sua personalità, al ministro Clemenceau, convincendolo a mitigare il suo atteggiamento contro gli ordini contemplativi. Morì a Sept-Fons il 29 settembre 1935.

[113] L’ “eresia dell’azione”, intesa come una visione del mondo attivistica e naturalistica che misconosce il ruolo decisivo della grazia nella vita dell’uomo, era stata una delle caratteristiche dell’ “americanismo cattolico” di fine ottocento, condannato da da Leone XIII nella Lettera Testem Benevolentiae del 22 gennaio 1899 (in Acta Leonis XIII, vol. XI, Roma 1900, pp. 5-20). Cfr. Emanuele Chiettini, Americanismo, in EC, vol. I (1950), coll. 1054-1056; G. Pierrefeu, Américanisme, in DSp, vol. I (1937), coll. 475-488; H. Delassus, L’americanismo e la congiura anticristiana, tr. it. Tip. S. Bernardino, Siena 1903; Thomas McAvoy, The Americanist Heresy in Roman Catholicism 1895-1900, University of Notre Dame Press, Notre Dame (Ind.) 1963; Robert Cross, The emergence of Liberal Catholicism in America, Harvard University Press, Harvard 1967; Ornella Confessore, L’americanismo cattolico in Italia, Studium, Roma 1984.

[114]J.-B. Chautard, L’anima di ogni apostolato, cit., p. 37.

[115]Illos quos Deus ad aliquid eligit, ita praeparat et disponit ut id ad quod eliguntur, inveniantur idonei” (S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, III, 27, 4c). La vocazione è la forma speciale nella quale Dio vuole che i suoi eletti si sviluppino. Eletti, cioè scelti e dunque preparati e disposti per essere idonei allo scopo cui Dio li destina dall’eternità.

[116]S. Pio X, Enciclica Il fermo proposito del 11 giugno 1905, in IP, vol. IV, Il laicato, (1958), p. 216.

[117] Queste parole di Plinio Corrêa de Oliveira appaiono, scritte di suo pugno, come epigrafe del libro Meio seculo de epopeia anticomunista, cit.

Categoria: Il crociato del secolo XX: Plinio Corrêa de Oliveira

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