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Intervista a Julio Loredo sulla pandemia

 

Lei come ha vissuto questo periodo di pandemia?

Per motivi personali, mi sono chiuso in casa, che è poi la sede milanese dell’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà (TFP), ancor prima del decreto Conte. Ho avuto, quindi, un lungo periodo di quarantena che ho dedicato al lavoro giornalistico, alla lettura e ovviamente alla preghiera, non dimenticando poi l’apostolato in rete. Mai in vita mia avevo fatto tante conferenze via internet ai giovani delle varie TFP! Questo periodo è stato per me quasi un ritiro spirituale. D’altronde, nella sua durezza, è stato anche un momento privilegiato poiché mi ha permesso di osservare e di analizzare tante cose con più distacco. Con la pandemia ormai in ritirata, credo che sia arrivato il momento di avviare una riflessione su quanto sia accaduto.

 

Si ripete quasi ad nauseam che, dopo la fine della pandemia, niente sarà più lo stesso. Lei è d’accordo con questo giudizio?

Dire che niente sarà più lo stesso mi sembra esagerato. Credo però che la società che uscirà da questa pandemia sarà diversa da quella attuale in molti aspetti, alcuni dei quali non secondari. Saranno trasformazioni permanenti? Nessuno ha la sfera di cristallo. Tuttavia mi sembra chiaro che ci sarà un ante-coronam e un post-coronam.

Gli storici parlano di “periodi di discontinuità”, in cui i vecchi paradigmi scompaiono e sono sostituiti da nuovi. Un esempio classico è la Rivoluzione francese. L’Ancien Régime era durato per secoli. Eppure bastarono pochi anni – dal 1789 al 1794, cioè dagli Stati Generali al colpo di Stato del Termidoro – per far crollare il vecchio ordine nei suoi aspetti politici, sociali, culturali, spirituali e psicologici, cambiando per sempre la storia della Francia e del mondo. Nonostante le varie “restaurazioni”, quell’ordine – che emanava ancora il profumo della Cristianità medievale – non tornò più. Una cosa simile successe dopo la prima Guerra mondiale, che affossò per sempre la Belle Époque, e con essa l’egemonia europea.

Credo che l’attuale pandemia da COVID-19 si stia comportando come un periodo di discontinuità. La pandemia ha scombussolato la psiche di molta gente e gettato per terra molte certezze consolidate. Le menti sono pronte per accettare grandi cambiamenti. Perciò la sensazione di “niente sarà più lo stesso”. È sintomatico che il consumo di psicofarmaci sia aumentato in Italia. Una nota psicologa mi raccontava di recente che troppe persone non riuscivano a dormire durante la quarantena. Secondo lei, gli effetti psicologici della pandemia, sotto la forma di stress post-traumatico, verranno a galla solo nel prossimo futuro. Nei prossimi mesi, con l’acuirsi della crisi economica e l’indebolirsi della tenuta psicologica delle persone, le condizioni saranno man mano sempre più propizie per un profondo cambiamento nella nostra società, appunto una Rivoluzione.

Sento nell’aria, anche se non sempre tangibile, quell’elettricità propria dei periodi rivoluzionari. Gli animi si surriscaldano facilmente. Le opinioni, anche in campo scientifico, si scontrano con violenza. Le società si spaccano. Basta vedere ciò che sta succedendo negli Stati Uniti. Mi sorprende, poi, la facilità con cui si propagano le cosiddette fake news. Anche questo è tipico dei periodi rivoluzionari. Se non è una Rivoluzione, è almeno la prova generale.

Ripeto: nessuno ha la sfera di cristallo. Una cosa, però, è certa: queste rivoluzioni sono un’arma a doppio taglio. Se da una parte possono spingere il mondo ancor più in basso sulla china del male, dall’altra possono provocare reazioni che aprono la via alle grandi conversioni, come dalla reazione alla Rivoluzione francese nacque la Contro-Rivoluzione. “Dio aspetta, non di rado, che le anime tocchino il fondo ultimo della miseria, per far vedere loro in una sola volta, come in un lampo folgorante, l’enormità dei loro errori e dei loro peccati – scrive Plinio Corrêa de Oliveira – Il figlio prodigo tornò in sé e ritornò alla casa paterna quando fu giunto al punto di cibarsi delle ghiande destinate ai porci”.

In questo senso, chi volesse manipolare gli avvenimenti mondiali deve stare molto attento. Con la natura si può giocare fino a un certo punto. Poi essa ritorna “al galoppo”, come recita il detto francese.

 

Lei parla di manipolazione. Le rivoluzioni sono di solito ideate e poi attuate dai movimenti rivoluzionari. Secondo Lei tutto questo è frutto di una grande cospirazione?

Una delle incrinature più profonde oggi è quella fra “contagionisti” e “cospirazionisti”, cioè tra quelli che dicono che il coronavirus è molto pericoloso e bisogna quindi prendere misure sanitarie estreme, e quelli che pensano invece che le misure sanitarie non servano e che il lockdown in realtà sia parte di una grande cospirazione mondialista. L’opinione pubblica si è spaccata su questo punto in modo non diverso alla divisione fra “dreyfusardi” e “anti-dreyfusardi” in Francia alla fine dell’Ottocento. Cioè, fra quelli che difendevano il capitano Alfred Dreyfus – accusato di spionaggio in favore della Germania – e quelli che lo ritenevano invece colpevole. La spaccatura combaciava, poi, con le opinioni politiche: mentre la sinistra era “dreyfusarda”, la destra era “anti-dreyfusarda”. Anche allora gli animi si surriscaldarono. Nessuno voleva sentire ragioni. La vicenda raggiunse livelli kafkiani. Quando finalmente si scoprì che le prove dell’accusa erano contraffatte, Charles Maurras, leader della destra nazionalista, commentò: “False, sì, ma patriottiche…”.

In tali circostanze, a farne le spesse è sempre il buon senso. Per esempio, ho letto a marzo una notizia “cospirazionista” secondo cui il prelievo delle bare da Bergamo con camion dell’Esercito non passava di una manovra psicologica del Governo per instillare la paura nella popolazione, giustificando perciò il lockdown. Secondo la notizia, quelle bare contenevano… sassi! Un’altra notizia affermava che il virus era stato creato ad arte in un laboratorio finanziato da George Soros e da Bill Gates per accrescere la propria fortuna (che, infatti, pare sia aumentata del 15%).

Mentre tali notizie sono chiaramente delle idiozie, è anche evidente che le forze rivoluzionarie stanno approfittando della situazione di pandemia per mettere in atto politiche coercitive che farebbero arrossire lo stesso Mussolini. E che, purtroppo, mi sembra che la maggioranza degli italiani stia accettando. In questo senso, credo che sia in atto la maggiore operazione d’ingegneria sociale dei tempi moderni.

 

Se può spiegare meglio?

Noto un cambiamento nell’opinione pubblica italiana riguardo l’atteggiamento nei confronti della dittatura, parola che richiama il Ventennio, che la maggioranza degli italiani afferma di aborrire. La nostra società moderna, dicono, si fonda sulle “libertà” e sui “diritti” dell’individuo, l’esatto opposto di una dittatura. Il nostro ordinamento giuridico vieta perfino l’“apologia del fascismo”, che in realtà comprende qualsiasi difesa di uno Stato autoritario. Questo atteggiamento sembrava già in via di mutamento. Mentre lo Stato liberale mostrava i suoi difetti - per esempio, la sua incapacità di controllare l’immigrazione clandestina e la microcriminalità –, una maggioranza crescente di italiani stava auspicando uno Stato più forte. Recenti sondaggi mostravano un 30% degli italiani aperti alla possibilità di una dittatura provvisoria. Ebbene, la dittatura è arrivata, anche se in modo diverso. Il governo Conte ci ha imposto delle restrizioni che nemmeno Mussolini al culmine del suo potere avrebbe immaginato. E quasi nessuno ha protestato.

In determinate circostanze, il bene comune richiede infatti che certe libertà siano temporaneamente sospese. Questa è l’essenza di una dittatura. E il popolo italiano sembra averla accettata. È uno sviluppo positivo o negativo? Penso che vi siano entrambi gli aspetti. Da un lato, è positivo che l’idea di libertà illimitata come segno distintivo della società moderna stia cambiando. D’altro canto, è fortemente negativo poiché questa dittatura, in concreto, è esercitata da forze politiche che non nascondono il proprio disegno rivoluzionario.

Mi sembra ovvio che i governanti stanno usando la pandemia come occasione per un esperimento sociale mirante a verificare fino a che punto l’opinione pubblica è pronta ad accettare determinate imposizioni. Dopo una fase selvaggiamente liberale, anzi libertaria, del processo rivoluzionario, stiamo entrando in una nuova fase in cui prevarrà invece il suo lato tirannico?

 

Lei concorda con la tesi che stiamo camminando verso il cosiddetto “nuovo ordine mondiale”, che sarebbe il punto d’arrivo del processo rivoluzionario?

Qui c’è una bella confusione.

La meta ultima del processo rivoluzionario – come magistralmente spiegato dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira nel suo capolavoro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» – è la distruzione della Chiesa e della Civiltà cristiana, passo indispensabile per l’annullamento dell’opera di Dio nell’universo. La Rivoluzione è un movimento satanico che, alimentato dalle passioni sregolate, concretamente l’orgoglio e la sensualità, non potendo uccidere Dio, cerca di cancellarne qualsiasi traccia nell’Ordine creato, attuando così le ultime conseguenze di quel “non serviam!” che diede origine al male nella storia. In questo senso, la Rivoluzione non vuole nessun “ordine”, bensì il disordine, il caos, l’anarchia, il nulla.

Il cosiddetto “nuovo ordine mondiale” è un progetto di chiara ispirazione rivoluzionaria che va, pertanto, rigettato con tutte le forze. Ma non è la meta ultima della Rivoluzione. Semmai ne è una tappa o uno strumento. In questo senso, gente come Soros è in realtà peones in un gioco che è molto più grande di loro. Senza negare la loro partecipazione – e quindi la loro colpevolezza – nel fomentare tante cause rivoluzionarie, come l’agenda Lgbt, non possiamo perdere di vista ciò che gli americani chiamano “the big picture”: il grande panorama, cioè la Rivoluzione. Tale perdita di prospettiva fa sì che alcune persone ben intenzionate disperdano le proprie forze in scaramucce, pensando di combattere la Grande Battaglia.

È anche causa di un’insufficienza nel proporre soluzioni. Infatti, contro il cosiddetto “nuovo ordine mondiale” si propone il ripristino dell’identità nazionale e delle libertà locali. Ecco la destra “identitaria” o “sovranista”. Mentre l’identità e la sovranità – in termini cattolici si direbbe la società organica – sono valori assolutamente da difendere e da ripristinare, la meta finale della Contro-Rivoluzione dev’essere la piena restaurazione della Civiltà cristiana. Il che può avvenire soltanto con una profonda conversione delle anime, rigettando lo spirito della Rivoluzione.

Come diceva Plinio Corrêa de Oliveira: “Il nostro leit-motiv dev’essere (...) la Civiltà cattolica, apostolica, romana nella sua integrità, nella sua assolutezza e minuziosità. Ecco quello che dobbiamo desiderare!”.

(Tratto da Radici Cristiane, agosto-settembre 2020)

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