Vladimir Putin è un campione della cristianità?

di Edwin Benson
Il 27 maggio 2026, la Russia di Vladimir Putin ha firmato un «accordo di cooperazione militare e di sicurezza» con i governanti talebani dell’Afghanistan. Sotto almeno due aspetti, si tratta di un sodalizio a dir poco improbabile. Tuttavia, l’ironia accompagna spesso la disperazione.
UNA COPPIA DI IRONIE SIGNIFICATIVE
La prima ironia è che l’ex colonnello del KGB oggi al Cremlino combatté i talebani durante il decennio (1979-1989) dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. In effetti, i talebani nacquero proprio per resistere ai sovietici. Il firmatario afghano, il ministro della Difesa Mohammad Yaqoob, è figlio del fondatore dei talebani, il mullah Muhammad Omar.
Il mullah Omar, del resto, non solo combatté contro i sovietici, ma diede anche rifugio a Osama Bin Laden dopo l’attentato dell’11 settembre al World Trade Center di New York. Fu quell’atto a provocare l’invasione americana dell’Afghanistan nell’ottobre 2001.
La seconda ironia, tutt’altro che sottile, è che Vladimir Putin si è spesso presentato come il principale difensore della cristianità nel mondo. Ancora nel marzo 2022, il Washington Post pubblicava un articolo intitolato «Il legame che spiega perché una parte della destra cristiana sostiene la guerra di Putin». L’autrice, la prof.ssa Bethany Moreton, ipotizzava che «molti nella destra americana vedono nella Russia un’alleata nelle guerre culturali», indicando un’«alleanza di conservatori culturali negli Stati Uniti e in Russia [che] ha abbracciato anche il pregiudizio razziale ed etnico».
UNA STORIA DI ACCOMODAMENTO CON L’ISLAM
La nuova alleanza di Putin con l’islam radicale, insieme alla sua repressione delle chiese cattoliche ucraine nei territori occupati, mette in discussione la sua immagine di campione della cristianità. Tuttavia, l’impressione che si tratti di un cambiamento di rotta è infondata. Nel 2015, The Economist pubblicò «Faith in Expediency» («Fede nell’opportunismo»), un articolo che esplorava il rapporto di lunga data di Putin con l’islam.
L’affermazione forse più eloquente in proposito è quella pronunciata da Putin in un video in lingua russa: «Alcuni analisti del cristianesimo sostengono che l’Ortodossia sia per molti aspetti più vicina all’islam che ai cattolici». Un’osservazione che non è stata molto ripetuta da coloro che volevano presentare Putin come baluardo del cristianesimo tradizionale.
Quella non fu l’unica occasione in cui Putin espresse il proprio sostegno all’islam. Nell’ottobre 2013, Putin visitò la città a maggioranza musulmana di Ufa, nella Russia centrale, per celebrare il 225° anniversario della creazione, da parte dell’imperatrice Caterina, di un’«autorità spirituale» istituita per ispirare la lealtà verso la Russia tra i suoi sudditi musulmani. Nell’ambito delle celebrazioni, Putin condivise la propria convinzione che «l’islam è un elemento eminente della fisionomia culturale della Russia, una parte integrante e organica della nostra storia». Non sono le parole di un uomo venuto con la speranza di convertire il suo uditorio al cristianesimo.
Due anni dopo, Putin presiedette la riapertura della Moschea centrale di Mosca. In quell’occasione osservò: «I leader d’opinione musulmani contribuiscono sempre allo sviluppo della pace e del buon senso contro l’estremismo in Russia». Accanto a lui, sul palco, sedevano il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente palestinese Mahmoud Abbas.
I DETTAGLI DELL’ACCORDO
Una cosa, tuttavia, è distendere i rapporti con una componente religiosa che costituisce oltre il dieci per cento della popolazione russa. Ben altra cosa è stabilire una quasi-alleanza con dei terroristi al di là del confine meridionale. Tanto più quando quella banda terroristica esiste proprio a causa di un’invasione compiuta dagli antichi superiori di Putin.
Un recente articolo del Wall Street Journal, «L’alleanza del "cristiano" Putin con i talebani» di Bernard-Henri Lévy, coglie bene questo punto. Il sottotitolo è particolarmente pungente: «I suoi propagandisti e i suoi utili idioti lo hanno dipinto come il salvatore di un Occidente decadente e in declino». La tesi di fondo è piuttosto semplice: firmando l’accordo con i talebani, Putin ha abbandonato ogni pretesa di essere un campione della cristianità.
I termini dell’accordo prevedono l’addestramento delle truppe e la riparazione e manutenzione dei sistemi d’arma di fabbricazione russa già presenti nell’arsenale afghano, tra cui elicotteri e altri velivoli. I russi addestreranno inoltre «una forza d’élite di 8.000 uomini» e forniranno capacità di intelligence agli afghani. «In breve», conclude il dott. Lévy, «i talebani manterranno l’ordine lungo i confini meridionali della Grande Russia e faranno — o fingeranno di fare — la guerra a gruppi rivali come lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan; in cambio, gli ex sovietici si impegnano a preservare il dominio islamista a Kabul».
UN’ALLEANZA RUSSO-AFGHANA?
Fox News segnala una serie inquietante di motivazioni dietro il patto Putin-talebani: «La Russia e il governo talebano dell’Afghanistan hanno firmato un patto di cooperazione militare, cementando un’alleanza che consolida ulteriormente l’influenza di Mosca in Asia centrale».
Da tempo la Russia guarda con occhi invidiosi al suo vicino meridionale, sempre con scarso successo. Per tutto il XIX secolo, la Russia si contese con l’Impero britannico (padrone dell’India, a sud dell’Afghanistan) il controllo della regione. Questa contesa non sfociò mai in una guerra per l’Afghanistan in sé, ma le due potenze si fronteggiarono in una serie di piccoli «interventi militari». Dopo la Rivoluzione bolscevica, la neonata URSS firmò un Trattato di amicizia che durò, almeno in linea di principio, fino alla caduta di un governo filo-sovietico nel 1979. Quella caduta ispirò la disastrosa invasione sovietica di quello stesso anno.
Oggi, un Putin alle strette cerca disperatamente un luogo, uno qualsiasi, in cui poter apparire come un vero protagonista sulla scena mondiale. La sua disastrosa invasione dell’Ucraina lo ha reso una figura ridicola sul piano internazionale. Forse, stabilendo relazioni amichevoli con i talebani, potrà convincere i suoi che è riuscito là dove zar e bolscevichi hanno fallito. È una scommessa disperata, gravida di pericoli per la regione circostante, ma è l’unica possibilità che gli rimane.
Fonte: Tfp.org, 31 luglio 2026. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.
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