2000

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L’anti-Giubileo

 

Riconoscendole a Roma lo status di “Città Santa”, i Patti Lateranensi del 1929 fra Santa Sede e Stato italiano non facevano altro che coronare più di venti secoli di storia che l’avevano già consacrata come domina gentium, signora delle genti. Prima come capitale dell’Impero, poi soprattutto come sede del Vicario di Cristo e dunque sede della Chiesa universale, Roma è sempre stata il cuore del mondo.

Roma è per eccellenza la Città Santa. A Roma si può dire che tutto reca impresse le memorie di secoli di santità. La sua terra è impregnata del sangue dei martiri, le sue vie mostrano le impronte delle legioni di santi che le hanno percorse, le sue chiese risuonano delle preghiere di cinquanta generazioni di pellegrini, i suoi altari contengono tante di quelle reliquie che forse non sarebbe esagerato definire Roma sancta sanctorum.

Scegliendo Roma come “sede del Beatissimo Pietro e Cattedra di Verità per l’illuminazione dei popoli”, la Divina Provvidenza aveva certo altissimi disegni.

 

Manifestazione sacrilega

Questa consapevolezza del carattere sacro, e quindi altamente simbolico, di Roma è andata purtroppo offuscandosi in molti cattolici. I rivoluzionari, invece, ne hanno un’idea chiara. E perciò hanno scelto proprio Roma, nel cuore del Giubileo, per realizzare una manifestazione che noi non dubitiamo di qualificare come scandalosa ai limiti del sacrilego.

Si tratta del Gay Pride 2000 (Giornata dell’orgoglio omosessuale), promossa dalle lobby omosessualiste internazionali dal 1 al 9 luglio. Gli organizzatori sperano di riunire oltre centomila omosessuali militanti da tutto il mondo, per una settimana di sfrenata baldoria e di manifestazioni politiche e “contro-culturali”.

La “copertura” integrale (e favorevole) dei mass media è, ovviamente, scontata, e quindi la trasformazione di questo raduno in un maxi-evento propagandistico, che a sua volta produrrà, in Italia e nel mondo, tutta una catena di effetti deleteri in campo psicologico, morale, culturale, politico e perfino religioso.

La voluta concomitanza con il Giubileo evidenzia l’intenzione dei promotori di aggredire frontalmente i principi, le istituzioni e le persone della Chiesa Cattolica. L’obiettivo dichiarato è, infatti, quello di dare un pugno nello stomaco alla Città eterna, di profanarne i luoghi santi e di spargere il fetore del vizio laddove si è sparso il profumo della virtù cristiana.

Mauro Cioffare, responsabile del coordinamento omosessuali dei DS, lo dice chiaro e tondo: “Abbiamo scelto Roma perché è la capitale del cattolicesimo. Roma è alla vigilia del Giubileo. Quindi dev’essere anche l’anno dell’affermazione dei diritti civili degli omosessuali” (L’Unità, 27-06-99).

 

Estremismo anti-cattolico

La manifestazione si profila tutt’altro che tranquilla e composta.

Gli omosessuali militanti sfileranno protestando contro la Religione e contro la Chiesa. Essi si qualificano proprio nell’“individuare come nemico, oltre la destra, anche la Chiesa”, come ha dichiarato apertamente lo scrittore Aldo Busi (L’Unità, 12-6-1994), e accusano il Vaticano di essere “una delle vere impunite dittature dell’Occidente”, come fa il travestito Wladimir Luxuria, “direttore artistico” del raduno romano (La Repubblica, 22-6-1999).

Accusando la Chiesa di essere “il principale responsabile morale delle violenze e discriminazioni contro gay e lesbiche” (Il Corriere della Sera, 19-07-1992), Franco Grillini, presidente dell’ARCIgay, aveva in passato preannunciato “blitz nelle strade e nelle chiese di tutta Italia” (La Stampa, 06-12-1994).

Il bersaglio è chiaramente la Chiesa. “Anche senza le autorizzazioni per la marcia... la manifestazione si terrà lo stesso, e in quel caso punteremo sulla città del Vaticano”, ribadisce minaccioso Wladimir Luxuria (L’Unità, 02-04-2000).

Gli omosessuali chiederanno l’abolizione dell’insegnamento religioso nelle scuole, inviteranno gli italiani a boicottare le iniziative cattoliche, a rifiutare l’8 per 1000 alla Chiesa, a manifestare davanti e dentro le chiese... o addirittura ad occuparle, com’è accaduto più volte negli Stati Uniti e in Inghilterra, ma anche in Italia, ad esempio a Bologna, dove un gruppo di lesbiche assaltavano e imbrattavano la chiesa di San Giacomo Maggiore, picchiando un prete e un giovane accorso a difenderlo (Il Resto del Carlino, 26-4-1998).

Potranno esporre striscioni immorali e/o blasfemi davanti alle basiliche o addirittura in cima a esse, come già successo qualche mese fa a Milano, dove dalla terrazza del Duomo veniva esposto uno striscione con la scritta “Orgoglio gay” e sul sagrato i militanti omosessuali provvedevano a diffondere volantini anticristiani con l’ironica firma “Opus gay”.

L’offesa pubblica alla Religione si tradurrà ad esempio in cerimonie di “sbattezzo” e di apostasia pubblica dalla Fede; sfilate di omosessuali travestiti da suore o da vescovi o da Papa, descritto da Grillini in un comizio pubblico a Roma il 2 luglio 1994 come “quell’uomo artificiale che osa accusarci di essere contro natura”; dai cartelloni con la scritta “Dio è gay” oppure “Gesù era gay”; dalle immagini che rappresentano Nostro Signore equivocamente abbracciato a san Giovanni Evangelista; dai tentativi di esporre nelle chiese immagini omosessuali, e via discorrendo.

I manifestanti sfileranno protestando contro quella che la loro rivista Diva chiama “il potere della morale giudaico-cristiana” (La Repubblica, 14-10-1997), proclamando la pretesa di vivere e manifestare la loro sessualità e accusando la castità di essere “contro-natura”, “repressiva”, “maniacale”, come ha fatto il solito Grillini nel 1995; oppure accusando chi si oppone alle loro istanze di essere “un frustrato, un malato”, anzi invitando “tutte le persone responsabili d’Italia a sparare a vista contro chi usa questi argomenti”, come fa lo scrittore Aldo Busi (L’Unità, 12-6-1994).

I manifestanti sfileranno protestando contro la famiglia. Come ha dichiarato Grillini, “al centro della nostra azione c’è uno scontro radicale con chi è aggrappato al concetto tradizionale di famiglia” (Notizie Arci, 16\31-5-1994). L’offesa pubblica alla famiglia verrà espressa ad esempio da coppie omosessuali che porteranno in giro carrozzine con tanto di bambolotti o, peggio ancora, innocenti bambini veri con al collo il cartello: “io ho due papà” (o due mamme).

Fra gli spettacoli pubblici non potranno mancare gli spogliarelli per le strade (siamo a luglio!), le sfilate di moda omosessuale e di modelli e/o modelle più o meno svestiti, la sfilata di carri allegorici che irridono alla morale e alla religione, l’improvvisazione di “scene teatrali” con gli occasionali passanti, l’organizzazione di pubblici “fidanzamenti” e “matrimoni” fra omosessuali...

 

Il nuovo Komintern

La manifestazione romana non è casuale né occasionale. Anzi, essa fa parte di una offensiva contro la Chiesa e la civiltà cristiana, frutto di una regia ben orchestrata da una rete di organismi che, nel loro insieme, svolgono per la promozione della rivoluzione culturale un ruolo simile a quello che, fino a poco tempo fa, svolgeva il Komintern per la promozione della rivoluzione comunista.

La decisione ufficiale di convocare questo raduno a Roma è stata presa già da tempo, durante il XIX convegno dell’Associazione Internazionale dei gay e delle lesbiche, svoltosi nello scorso settembre a Johannesburg. La manifestazione romana si situa appunto sulla scia di altre manifestazioni svoltesi in altri paesi.

Uno dei fini di questi eventi ci viene precisato dagli organizzatori di una precedente manifestazione a Parigi: si vuole “imporre una presenza, anche grazie alla provocazione dei costumi, degli slogan, dei gesti” (L’Unità 25-6-1995). In tal modo, essi sperano di “cambiare il senso comune del Paese” (Il manifesto, 30-6-1996), ossia manipolare la coscienza naturale del popolo, spingendolo ad accettare il vizio contro natura e altre aberrazioni, operando cos un profondo mutamento nell’opinione pubblica, una vera rivoluzione culturale.

L’aggressività rivoluzionaria, che fino a qualche anno fa era appannaggio dei comunisti, è passata a queste minoranze agguerrite. “Ribadiamo che siamo in molti a fare le barricate: il movimento omosessuale italiano è compatto”, sentenzia Massimo Quinzi, esponente del consiglio direttivo del circolo omosessualista “Mario Mieli”, che organizza il raduno romano (ANSA, 27-04-2000).

Gli agenti d’iniquità non sono più organizzati in partiti politici, come ai tempi del vecchio comunismo, ma in lobby, ossia in gruppi di pressione politica, che esercitano una potente influenza sugli stessi poteri dello Stato. Queste lobby avanzano pretese, pretendono l’appoggio dei “poteri forti”, si infiltrano nei gangli vitali della società.

Fra i promotori della manovra in Italia bisogna menzionare anzitutto la lobby omosessualista ARCIgay. Essa è composta non da omosessuali comuni, che di solito vivono nell’ombra e nel silenzio, ma da omosessuali militanti, politicamente vicini alla sinistra. Essi sono abili nel recitare il ruolo di vittime di una “emarginazione” inesistente, nello sbandierare il loro vizio come se fosse un merito e nel pretendere che esso venga addirittura apprezzato come un fattore che contribuisce al bene comune, anziché alla corruzione pubblica.

Ma questa lobby, potente anche se piccolissima, non avrebbe alcuna speranza di successo se non godesse dell’appoggio di quasi tutti i “poteri forti”, che dominano l’Italia odierna. Una petizione promossa tempo fa dall’ARCIgay non ha raccolto gran numero di firme, ma ha ricevuto adesioni prestigiose, specialmente nel mondo dello spettacolo e della moda.

L’insignificanza numerica è ammessa dallo stesso Grillini che, agli inizi dell’ARCIgay, coniò lo slogan: “Siamo pochi ma grintosi; vogliamo diventare pericolosi” (Corriere della Sera, 7-12-1987).

 

Finanziamento e appoggio politico

Gli omosessuali saranno pochi, ma sono certamente ben finanziati. Le lobby omosessuali internazionali hanno già stanziato 20 miliardi per il raduno romano (Il Giornale, 29-1-2000). Da parte sua, il Comune di Roma ha stanziato la somma di 350 milioni in favore di questo “happening”.

Criticato dall’opposizione per questa pubblica promozione del vizio, il sindaco anti-proibizionista Rutelli, antico compagno di lotta di guru radicali come Marco Pannella e Emma Bonino, ha dichiarato di essere “intenzionato a difendere in prima persona la scelta compiuta dalla giunta”.

Infatti, il raduno omosessuale ha avuto sin dall’inizio il consenso di tutte le forze della sinistra italiana, a cominciare dall’allora presidente Massimo D’Alema. “Siamo un paese libero -- dichiarava l’onorevole di Gallipoli -- che dev’essere aperto e tollerante verso tutte le manifestazioni.” (Corriere della Sera, 12-2-00).

Categoria: Maggio 2000

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