2008

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L’Europa “finlandizzata”

di Julio Loredo

 

Ils n’ont rien appris ni rien oublié. Ecco la lapidaria formula con la quale Talleyrand descrisse alcuni dei nobili francesi che rientravano dall’esilio dopo la Restaurazione: non hanno imparato niente né hanno dimenticato niente. Il vecchio mondo era andato in fumo e uno nuovo, assai diverso, era sorto ma loro, scappati dritti dritti dall’Ancien Régime, tornavano in patria sperando di riprendere l’ultimo minuetto nel compasso esatto in cui lo avevano lasciato vent’anni addietro...

Ci sono certe categorie di persone che non imparano niente né dimenticano niente. La recente crisi della Georgia ne è esempio stridente.

“L’Europa è un Achille che di calcagni vulnerabili ne ha non uno bensì due”, scriveva il prof. Plinio Corrêa de Oliveira nel luglio 1972. E proseguiva: “Un calcagno è il petrolio di procedenza  sovietica nonché dei paesi arabi più o meno comandati da Mosca. Se, da un momento all’altro, la Russia tagliasse il rifornimento di petrolio potrebbe paralizzare buona parte dell’industria e dei trasporti in Europa. (...) L’altro calcagno è la situazione militare. Le forze sovietiche superano quelle dell’Europa occidentale in proporzione di quasi sette a uno. (...) In questo modo la Russia sta accerchiando l’Europa”.

Il pensatore cattolico brasiliano stava commentando un editoriale del New York Times, scritto da C.L. Sulzberger, nel quale il noto giornalista ammoniva: “È innegabile che l’Europa occidentale sta diventando, in modo sempre più irreversibile, dipendente dalla buona volontà di Mosca per la sua sicurezza e per il suo progresso economico”.

Questa contingenza era il risultato della politica di détente nei confronti dell’URSS che, parafrasando Churchill, consisteva nel alimentare l’orso sperando di essere mangiato solo per ultimo. Si cominciava a prospettare il rischio che l’Europa fosse “finlandizzata”, un’espressione del gergo politico di allora per descrivere un paese in situazione simile alla Finlandia, cioè sovrana sulla carta ma del tutto dipendente dall’Unione Sovietica. Mentre i più lungimiranti proponevano un atteggiamento più fermo per proteggere l’Europa, i fautori della détente consigliavano invece di raddoppiare la razione al orso... Un opinionista all’epoca li battezzò “la banda degli imprevidenti”.

Questa situazione di dipendenza si aggravò ulteriormente negli anni ‘80 con la costruzione del gasdotto di Yamal, un mega progetto da 45 miliardi di dollari per esportare gas siberiano nell’Europa occidentale. Inutile dire che quei dollari uscirono dalle banche occidentali... Uno studio della Heritage Foundation, di Washington, definiva questo gasdotto “un’immensa corda di acciaio con la quale Mosca potrebbe inforcare sia l’Europa occidentale che quella orientale, visto che tutte e due diverranno largamente dipendenti dal gas sovietico per affrontare i rigori dell’inverno”.

All’epoca non poche voci avvertirono sul carattere suicida d’una tale politica. Inutile! Per motivi che soltanto gli abitanti del Walhalla politico riescono a capire, i vertici europei scelsero di metterci al collo la corda di acciaio.

Via di questo passo, nell’ottobre del 2000 l’Unione europea siglò una collaborazione energetica strategica col presidente russo Putin. Sulla scia di questa intesa, il monopolista russo del gas, la Gazprom, siglò un accordo con le multinazionali tedesche Basf ed Eon per costruire il gasdotto europeo del Nord (Negp). Con questo, l’Europa nel suo complesso è diventata ancor più direttamente dipendente dalle buone relazioni con la Russia per un sicuro approvvigionamento energetico.

Attualmente, l’Unione europea dipende dall’import russo per soddisfare ben il 30% del suo fabbisogno energetico, quota destinata ad aumentare visto che, secondo le stime dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, sarà la Russia a conoscere il più alto incremento nella produzione di petrolio e gas, mentre l’Unione europea sarà protagonista di una enorme crescita delle importazioni di tale materia prima.

Non è del tutto azzardato escogitare che questa gravosa dipendenza energetica dalla Russia sia stata tra i principali fattori che hanno indotto l’Unione europea a trattare l’irruente coppia Putin-Medvevdev con guanti di velluto, mentre abbandonava la povera Georgia alla sua sorte, costringendola pure a rinunciare a due provincie pur di non far arrabbiare l’orso. Un cedimento che rasenta la “finlandizzazione”.

Ecco il primo calcagno d’Achille. Ma v’è anche il secondo.

A nessuno è sfuggito il senso della ripresa delle parate militari sulla Piazza Rossa. “Risorge la potenza russa”, titolava un noto settimanale americano.

Invertendo il declino che l’aveva colpita dopo il disfacimento dell’Armata rossa, dal 2006 la Russia è imbarcata in un ambizioso progetto di riarmamento. L’11 settembre 2007, per esempio, ha testato con successo una bomba termobarica di nuova concezione, il più potente ordigno non nucleare oggi esistente. Lo scorso agosto è diventata operazionale la nuova generazione di missili nucleari intercontinentali, chiamati SS18 “Satana” (proprio così). Nuovi aerei da combattimento, come il Sukhoi S-37, in grado di misurarsi con i più avanzati velivoli occidentali, sono in fase finale di collaudo. Parte di questo riarmamento, quantificato in US$ 200 bilioni entro il 2015, sarà finanziato dai petrodollari, vale a dire dai soldi che noi sborsiamo ogni volta che facciamo il pieno di benzina.

Quel che è più importante, però, non è tanto l’ammodernamento delle Forze armate russe, bensì la chiara determinazione di utilizzarle senza indugio quando sono in ballo gli interessi nazionali, come ha dimostrato la recente esperienza georgiana.

Da più parti si sente parlare del ritorno della Guerra fredda. Infatti, alcune pratiche di questa guerra sono state ripristinate, come l’uso di mandare regolarmente bombardieri TU-160 in perlustrazioni di lunga distanza, spesso violando lo spazio aereo europeo e americano per provocarne una reazione. O di avvicinare portaerei americani con caccia ad alta velocità per testare i tempi di reazione. Il conflitto georgiano forse è stata la prima scintilla di questa guerra. L’analista russo Nikolai Sokolov ritiene che “nella recente crisi del Caucaso ci sono già tutti gli elementi della prossima guerra mondiale”.

L’Unione Sovietica si è sgretolata, sostituita dalla Federazione russa. Europa è diventata l’Unione europea, ormai composta da 27 nazioni, tra cui alcune ex satelliti di Mosca. Il panorama geopolitico, insomma, è profondamente cambiato dagli anni 1970. Ma due fattori basilari sembrano perdurare ab aeterno: la determinazione di Mosca di spingersi risolutamente fino ai limiti nella difesa dei suoi interessi, e la molle cedevolezza dell’Europa sempre pronta a patteggiare.

Vraiment, ils n’ont rien appris ni rien oublié...

Categoria: Ottobre 2008

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