2012

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La fine della doppiezza e della contraddizione


A proposito del decreto firmato lo scorso 11 luglio dal Segretario di Stato di Sua Santità, cardinale Tarcisio Bertone, con cui la Santa Sede ha abrogato lo status canonico dell’ormai ex-Pontificia Università Cattolica del Perù, l’associazione Tradición y Acción por un Perú Mayor, consorella delle TFP, ha pubblicato un manifesto che di seguito riproduciamo.


 

È successo quello che era prevedibile: un decreto della Santa Sede, firmato lo scorso 11 luglio dal Segretario di Stato di Sua Santità, cardinale Tarcisio Bertone, ha posto fine al comodo status canonico di cui si fregiava l’ormai ex-Pontificia Università Cattolica del Perù (PUCP), proibendo formalmente all’ateneo di utilizzare, d’ora in poi, i titoli di “Pontificia” e di “Cattolica”. Un esito doloroso, ma inevitabile.


Tre documenti eccezionalmente severi

Colpisce il tono insolitamente duro del decreto, che esprime la giusta censura del Vaticano al modo di gestire delle autorità dell’ex-PUCP i loro rapporti istituzionali con la Santa Sede, un comportamento che riteniamo sia stato caratterizzato – è il minimo che si possa dire – dalla doppiezza e dall’ipocrisia.

Il rimprovero di Roma ricade non solo sull’ultimo periodo delle trattative con l’Università, avviate lo scorso novembre, ma anche sul comportamento del Rettorato negli ultimi quattro decenni e, specialmente, dopo la pubblicazione della Costituzione Apostolica “Ex corde Ecclesiae”, nel 1990, alle cui linee guida i dirigenti dell’ex-PUCP hanno sistematicamente disubbidito.

Ancora più grave è la lettera personale del Cardinale Bertone al Rettore dell’Università, prof. Marcial Rubio Correa, in cui egli esprime il suo “grande dispiacere” per l’atteggiamento dei vertici accademici, nonché per la “disinformazione” da essi diffusa “alla comunità universitaria, ai fedeli e ai cittadini in generale”, in particolare per ciò che riguarda la Santa Sede e l’Arcivescovo di Lima, cardinale Juan Luis Cipriani.

Il Cardinale evidenzia inoltre la “situazione canonica irregolare” dell’Università, che ha “sistematicamente violato le disposizioni legali vigenti”, nonostante sia stata “ripetutamente” richiamata all’ordine. E ricorda che, dal 1967, l’ex-PUCP ha realizzato importanti modifiche ai suoi Statuti, in modo unilaterale e “senza il previo e necessario consenso della Santa Sede”. Tali modifiche, egli aggiunge , sono “illegittime” e rappresentano “un vero esproprio ai danni della Chiesa”. In conclusione, il Segretario di Stato rende chiaro che il Rettore “ha avuto una concreta responsabilità in questa situazione”.

Una terza comunicazione sullo stesso argomento e con lo stesso tono, è la lettera del cardinale Bertone al Presidente della Conferenza Episcopale Peruviana (CEP), consegnata al suo Segretario il 20 luglio nella Nunziatura Apostolica. La lettera disapprova la Nota emessa dalla CEP lo scorso 17 aprile avallando le controverse decisioni dell’Assemblea universitaria, e chiede che, d’ora in poi, “la Conferenza Episcopale faccia in modo da evitare di essere manipolata dal Rettore dell’Università”.

Per valutare la gravità di questo esito, segnaliamo che si tratta di una decisione senza precedenti, “unica nel suo genere”, come ha scritto il vaticanista Andrés Beltramo nel sito “Vatican Insider”.


La fine di un’ambiguità malsana

È ancora prematuro prevedere le conseguenze del decreto del Vaticano nei vari e vitali settori della ex-PUCP: accademico, giuridico (canonico e civile), amministrativo e via dicendo. Possiamo, tuttavia, da subito rivelare un primo effetto, altamente benefico e salutare.

Sentenziando che l’Università non può più utilizzare i titoli di “Pontificia” e di “Cattolica”, la Santa Sede ha posto fine ad uno stato di morbosa contraddizione, che ha causato danni incalcolabili. La contraddizione consiste nel fatto che, per decenni, la PUCP ha conservato le parvenze di istituzione cattolica quando, in realtà, aveva cessato di esserlo.

Dal punto di vista ideologico, l’ateneo era diventato qualcosa di non molto dissimile a un “lupo travestito da pecora”. Dagli anni ‘60, infatti, la PUCP era diventata un centro di diffusione delle peggiori dottrine rivoluzionarie. Per comprendere questa clamorosa anomalia, dobbiamo ricordare che la PUCP fu una delle istituzioni peruviane più colpita dal dannoso processo di “autodemolizione” scoppiato dopo il Concilio Vaticano II, e puntualmente denunciato da Papa Paolo VI nel 1968, un processo che oggi è sfociato in ciò che Benedetto XVI ha molto opportunamente definito “dittatura del relativismo”.


Com’è stata adulterata l’identità cattolica della PUCP

Non è questa la sede per tracciare la storia del processo di “autodemolizione” verificatosi in Perù.

Per capire come esso abbia coinvolto l’ex-Università Cattolica, basti ricordare che le prime avvisaglie di questa decadenza emergono negli anni ‘60, con la creazione nel 1962 del Dipartimento di Scienze Sociali, del quale fu nominato direttore, il gesuita Luis Velaochaga, un progressista radicale. Poco prima di abbandonare il sacerdozio, egli lasciò l’incarico all’avvocato marxista Enrique Bernales Ballesteros, docente presso la PUCP, decorato dal regime comunista della Germania Orientale con la “Medaglia del Centenario di Karl Marx”. Sono questi i due personaggi che hanno introdotto nella Pontificia Università Cattolica del Perù la famigerata analisi sociale marxista.

Questa rivoluzione accademica è stata completata con la simultanea introduzione, presso il Dipartimento di Teologia, di una nuova visione di Dio, di carattere immanentista, relativista ed evoluzionista, un “Dio che si rivela nel corso della storia”. Stiamo parlando, è chiaro, della altrettanto famigerata Teologia della liberazione.

Niente di più logico, visto che a guidare questo dipartimento c’era P. Gustavo Gutiérrez, il padre della Teologia della liberazione, insieme ad altri preti rivoluzionari facenti capo all’ONIS (Oficina Nacional de Información Social), che raggruppava i settori più radicali del catto-comunismo peruviano. A loro volta, questi sacerdoti si sono attorniati da militanti laici dello stesso orientamento. Il tutto sotto lo sguardo compiacente del Rettorato...

Il risultato è più che noto: la PUCP è diventata la fucina della più influente intellighenzia marxista e filo-marxista in Perù, quella che si usa chiamare “sinistra-caviale” perché unisce all’adesione intellettuale al socialismo il godimento dei piaceri materiali offerti dal capitalismo. I membri di tale intellighenzia sono poi riusciti ad emergere, politicamente e socialmente, utilizzando sia il prestigio accademico di questo ateneo, sia il suo carattere di istituzione cattolica. Ciò ha creato una situazione davvero surreale: un’Università cattolica trasformata nel regno della confusione ideologica e della contraddizione, un “regno diviso”, destinato a crollare (Mt. 12, 25).

Sulla scia di questa contraddizione, esponenti di ogni sorta d’ideologia anticristiana – femministe, abortisti, indigenisti, seguaci dell’“ideologia del genere” e via discorrendo – sono stati assunti come docenti presso la PUCP. Dall’alto della cattedra, essi hanno offerto agli studenti una formazione ideologicamente avvelenata, mentre i genitori, spesso ignari, continuavano a mandare i figli all’università che avrebbe dovuto essere “l’università della Chiesa”. Un equivoco aberrante e deleterio, “benedetto” da vescovi compiacenti…


Due effetti benefici immediati

Il decreto della Segretaria di Stato di Sua Santità pone fine a questo equivoco. Meglio tardi che mai. Qualunque siano le conseguenze – si prevedono, per esempio, lunghe e complicate vertenze giudiziarie di carattere civile e amministrativo – questo passo della Santa Sede ha chiarito il panorama, risanando una situazione morbosa che era diventata insostenibile. Chiamando le cose con il loro nome (“Sia il vostro linguaggio sì sì, no, no”, Mt. 5, 37), il decreto ha avuto un immediato effetto benefico inestimabile sulla popolazione in generale, e sui cattolici in particolare.

Un ulteriore effetto benefico: la sinistra peruviana perderà il sostegno di molti cattolici ingannati dalle sembianze confessionali della PUCP. Con ciò si accelererà il declino, già visibile ad occhio nudo, di questa corrente di pensiero, sempre più simile ad una strega vecchia, sdentata e depressa, che nessun trucco riesce più a rendere seducente, anche se è ancora capace di qualche colpo di coda.

Ci riferiamo al tentativo dei dirigenti dell’ormai ex-PUCP di raggirare le sanzioni del Vaticano. Che cercheranno di rifugiarsi, unilateralmente, nel Diritto Civile peruviano, facendo piazza pulita sia del Diritto Canonico che del Concordato. Inoltre, invocheranno l’“autonomia universitaria” e la “libertà accademica”, interpretate come una sorta di “proibito proibire” rivoluzionario. Come se l’ex-PUCP non fosse mai stata cattolica! Tuttavia, è opinione diffusa tra i giuristi che la causa dei dirigenti dell’ex-PUCP difficilmente potrà prosperare nei Tribunali, poiché manca loro il benché minimo sostegno legale.

Qualunque cosa accada – ed è questo che veramente conta da una prospettiva cattolica – mai più l’ex-PUCP potrà essere un “regno diviso”, l’Università della falsità e della contraddizione.

Categoria: Ottobre 2012

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