2014

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Incontro mondiale dei Movimenti popolari in Vaticano
Tentativo di far rivivere movimenti rivoluzionari?

 


di Nelson Ramos Barreto (*)



Organizzato dal Pontificio Consiglio Iustitia et Pax, alla presenza di Papa Francesco, si è tenuto in Vaticano, dal 27 al 29 ottobre, l’Incontro mondiale dei Movimenti popolari, da più parti interpretato come un avallo ecclesiastico alla sinistra populista e alla Teologia della liberazione. Seguono alcune riflessioni del nostro inviato speciale.

 

 

Invitati dal Pontificio Consiglio Iustitia et Pax, in collaborazione con la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e col deciso sostegno di Papa Francesco, rappresentanti dei cosiddetti “Movimenti popolari” provenienti dai cinque Continenti si sono riuniti a Roma, dal 27 al 29 ottobre, per discutere su tre temi ritenuti fondamentali: terra, casa e lavoro. Secondo l’agenzia Fides, vi hanno preso parte più di cento leader laici, trenta vescovi impegnati con i movimenti sociali e circa cinquanta agenti pastorali, senza contare alcuni membri della Curia romana.

“Papa Francesco non ci ha dimenticati”, ha dichiarato uno degli organizzatori, l’argentino Juan Grabois, dirigente della Confederazione dei lavoratori dell’economia popolare: “Jorge Bergoglio ci ha accompagnato per anni nell’organizzazione dei contadini, dei barboni, dei venditori di strada, vittime della crisi provocata dal capitalismo neoliberista”. I partecipanti si riferivano l’un l’altro come “compagni”, termine usato anche nella Dichiarazione finale.

Disuguaglianza, esclusione sociale, dignità umana e ambiente, tra i temi sviluppati il primo giorno. La conclusione dei lavori è stata affidata al brasiliano João Pedro Stédile, leader del Movimento dei senza terra (MST). La mattina del secondo giorno è stata dedicata all’udienza con Papa Francesco. Ospite d’onore, il presidente boliviano Evo Morales, figura di riferimento del cosiddetto “socialismo indigeno”, con cui il Pontefice ha avuto un incontro amichevole. L’evento è stato chiuso alla stampa, accontentata dal Comunicato ufficiale. “Tanto per il populismo…”, ha commentato un collega giornalista. Nell’udienza, Papa Francesco ha spronato i presenti a “costruire una Chiesa povera e per i poveri”.


Preparazione in silenzio

La preparazione del Congresso è stata fatta nel più assoluto riserbo. Nel dicembre 2013 era filtrata la notizia di un primo incontro preparatorio in Vaticano, al quale parteciparono, tra gli altri, Juan Grabois e João Pedro Stédile. Poi più nulla. Perché un tale silenzio?

Scorrendo l’elenco dei movimenti partecipanti, vi scorgiamo diverse realtà impegnate, nei rispettivi Paesi, in lotte rivoluzionarie, spesso a carattere violento ed eversivo, per imporre il socialismo marxista. Cosa ha spinto il Vaticano ad accogliere questi movimenti rivoluzionari, che manipolano le classi inferiori spingendole alla ribellione per instaurare il socialismo? Perché organizzazioni autorevoli e di provata tradizione che si dedicano ad aiutare i poveri non sono state invitate? Perché questo pregiudizio nei confronti delle associazioni qualificate come “assistenzialiste” e, invece, l’opzione preferenziale per gli agitatori socialisti?

In un blog comunista cubano l’incontro in Vaticano è definito l’“Assemblea mondiale dei poveri in lotta”. Si noti bene: in lotta. Precisazione fatta anche dal Pontefice quando ha affermato: “I poveri non solo subiscono l’ingiustizia, ma lottano contro di essa!”. In cosa consisterebbe questa “ingiustizia”?

 

La parola d’ordine: eliminare il capitalismo

La giornata più importante è stata, senza dubbio, la seconda. Per comodità di esposizione, mi permetto di invertire l’ordine cronologico, iniziando con la sessione pomeridiana, salvo poi parlare del discorso del Papa nella mattina.

Per lo svolgimento dei lavori è stata scelta, non a caso, l’Aula Vecchia del Sinodo: austera, con i mattoni a vista, si trova nella parte medievale del Palazzo Apostolico. Non possiede lo splendore barocco dei piani superiori. A moderare la prima sessione la britannica Margaret Archer, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, la seconda, il cardinale Peter Turkson del Ghana, presidente del Pontificio Consiglio Iustitia et Pax.

Lo slogan, più volte ripetuto dai relatori, chiosato nei dibattiti e martellato nei corridoi, è stato: il capitalismo va eliminato perché fondamentalmente oppressivo. Termine chiaramente usato nel senso spregiativo, coniato dai socialisti utopici e poi usato da Marx e Engels in «Das Kapital» per riferirsi al sistema economico fondato sulla proprietà privata e la libera iniziativa. Secondo i relatori, il capitalismo sarebbe “il diavolo”, e il “peccato sociale” la radice di ogni male.

Il presidente Evo Morales ha condannato senza mezzi termini il capitalismo, in cui “tutto è mercificato”, scagliandosi poi contro l’“invasione” europea dell’America Latina e quindi, implicitamente, contro l’opera evangelizzatrice della Spagna e del Portogallo. Ha chiesto la fine dell’embargo commerciale contro Cuba, senza la minima parola di rimprovero alla dittatura comunista che da oltre mezzo secolo opprime l’infelice nazione. Un rappresentante africano si è chiesto se non è giunto il momento di eliminare, definitivamente, il capitalismo. Tutti hanno ringraziato per l’appoggio del Papa.

 

La parola del Papa

Nella sua omelia la mattina, Papa Francesco ha esortato i presenti: “Andate avanti con la vostra lotta, cari fratelli e sorelle, è un bene per tutti noi”. Secondo il Pontefice: “Non si può sciogliere lo scandalo della povertà proponendo strategie di contenimento, che tranquillizzano i poveri trasformandoli in esseri addomesticati ed innocui”. E ha così continuato: “I poveri non si accontentano più di promesse (…) e di piani assistenziali. (…) Non aspettano più, vogliono essere protagonisti, vogliono organizzarsi!”.

Egli, quindi, ha spronato i leader populisti a “lottare contro le cause strutturali della povertà”, fra cui “le disuguaglianze sociali”. Questo implica la fine dell’attuale sistema: “Molti di voi hanno affermato: questo sistema non va più, dobbiamo cambiarlo”. Ha poi proposto la fine della “democrazia formale” e la sua sostituzione con una democrazia che comprenda “nuove forme di partecipazione popolare”.

Rendendosi conto che, dette in quell’ambiente surriscaldato di socialismo, le sue parole avrebbero potuto causare equivoci, il Papa si è difeso: “Terra, casa, lavoro. È strano ma, se parlo così, diranno che il Papa è un comunista. (…) Non riusciamo a capire che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo. Terra, casa e lavoro, quello per cui voi lottate, sono diritti sacri”.

 

L’amore di Cristo per i poveri

Questo socialismo populista commette gli stessi errori della Teologia della liberazione, con la quale è intimamente collegato. Confonde l’amore insegnato e praticato da Nostro Signore Gesù Cristo, e dopo di Lui dalla Chiesa durante duemila anni, con la lotta di classe. Nel socialismo, il povero è il “soggetto storico”, cioè lo strumento, della rivoluzione. Ecco perché si parla di “poveri in lotta”. In altre parole, si sostituisce il concetto teologico di povero per uno sociologico, di sapore marxista: il “povero” sarebbe l’escluso dalle strutture politiche, sociali e culturali. Egli dovrebbe dunque lottare per riprendersi gli spazi che gli sono stati negati.

La Teologia della liberazione sbaglia pure nell’affermare che l’amore per i poveri sia l’idea centrale del Vangelo. La verità centrale è quella della Redenzione operata da Nostro Signore Gesù Cristo, e che non può essere confusa con una “liberazione” temporale. Scriveva il cardinale Ratzinger nell’Istruzione Libertatis Nuntius, con la quale condannava la Teologia della liberazione: “La Redenzione è innanzi tutto e principalmente liberazione dalla schiavitù radicale del peccato. (…) Non è possibile localizzare il male principalmente e unicamente nelle cattive ‘strutture’ economiche, sociali o politiche, come se tutti gli altri mali trovassero in esse la loro causa”.

 

Francesco alla riscossa della sinistra populista?

Come brasiliano, da molto tempo impegnato nello studio della rivoluzione sociale nel mio Paese, sono preoccupato sulle ripercussioni che l’Incontro mondiale dei Movimenti popolari possa avere nel mio Paese e nel Continente. Sono preoccupato non solo per le parole dette e per i gesti compiuti a Roma ma anche, e forse soprattutto, per l’uso che ne faranno gli organi della propaganda comunista.

Infatti, la sinistra brasiliana è già in fibrillazione. Il teologo della liberazione Leonardo Boff, che vuole “introdurre il marxismo nella teologia”, ha esultato: “Il Papa, insieme ai Movimenti popolari, critica il capitalismo”. Colleghi latinoamericani mi riferiscono fatti simili nei loro rispettivi Paesi.

Un tipico esempio è l’intervista rilasciata il 3 novembre da João Pedro Stédile a “Il FattoQuotidiano”. Tradotta in portoghese, porterà molta acqua al mulino della sinistra brasiliana e latinoamericana. Il titolo è di per sé un programma: “Noi marxisti lottiamo insieme al Papa per fermare il diavolo” [cioè il capitalismo]. Ne riportiamo alcuni brani:

 

Il FattoQuotidiano: Lei è di formazione marxista. Che giudizio dà del Papa e dell’iniziativa vaticana?

João Pedro Stédile: Il Papa ha dato un grande contributo con un documento irreprensibile, più a sinistra di molti di noi. Perché ha affermato temi di principio importanti come la riforma agraria. (…) Ha condannato la grande proprietà. La cosa importante è la simbologia: in duemila anni nessun Papa ha organizzato una riunione di questo tipo con dei movimenti sociali”.

 

Ma forse l’affermazione più importante – e più preoccupante – è la risposta alla terza domanda:

 

Il FattoQuotidiano: Lei è stato uno dei promotori dei Forum Sociali nati a Porto Alegre [riunione mondiale dei gruppi di estrema sinistra, della quale partecipò per l’Italia Rifondazione comunista, ndr]. Esiste una sostituzione simbolica da parte del Vaticano rispetto alla sinistra?

João Pedro Stédile: No. Credo che Francesco abbia avuto la capacità di porsi correttamente di fronte ai grandi problemi del capitalismo attuale, come la guerra, l’ecologia, il lavoro e l’alimentazione. E ha il merito di aver avviato un dialogo con i movimenti sociali. Non credo ci sia sovrapposizione ma complementarietà. In ogni caso, mi assumo l’autocritica, come promotore del Forum Sociale, del suo esaurimento e della sua incapacità a creare un’assemblea mondiale dei movimenti sociali. Dall’incontro con Francesco nascono due iniziative: formare uno spazio di dialogo permanente con il Vaticano e, indipendentemente dalla Chiesa ma approfittando della riunione di Roma, costruire nel futuro uno spazio internazionale dei movimenti nel mondo”.

 

In altre parole – nella percezione del leader dell’estrema sinistra brasiliana – l’esempio di Papa Francesco potrebbe risollevare il socialismo dalla profonda crisi in cui versa. Ma, domandiamo, qual è il motivo di tale crisi se non proprio la mancanza di appoggio popolare? Possiamo chiamare “popolare” un movimento che va contro la volontà del popolo?

 

Credo, inoltre, che si dovrebbero preoccupare anche i cattolici italiani. Infatti, anche in Italia l’Incontro ha avuto ripercussione soprattutto nell’estrema sinistra. È sintomatico il pezzo di Geraldina Colotti su “Il Manifesto” del 30 ottobre, nel quale la giornalista comunista interpreta l’evento in Vaticano come una convocazione alla “lotta e all’organizzazione” del popolo “contro i governi che ne calpestano i diritti”. 

 

E adesso?

Non solo in Brasile, ma anche in America Latina, ai movimenti ispirati alla Teologia della liberazione manca visibilmente il sostegno popolare. Non sono scomparsi solo perché sono spalleggiati da alcuni governi di sinistra, e in particolare dalla sinistra cattolica. Per chi osserva da vicino la situazione latinoamericana, l’Incontro romano appare come un grido di disperazione dei leader di questi movimenti, in cerca di sostegno ecclesiastico. Un sostegno che, se si verificasse pienamente, potrebbe spingere molti paesi del Continente verso l’utopia ugualitaria sognata da Marx e da Engels.

Sarà questo il futuro? Sono tanti, anzi la stragrande maggioranza, i latinoamericani che si augurano proprio di no.

 

* Nelson Ramos Barreto, giornalista e studioso della riforma agraria in Brasile, autore di vari libri sull’argomento, tra cui: Um reportage da TFP revela toda a verdade: A reforma agrária sembra assentamentos, os camponeses recolhem miséria e desolação, Artpress, São Paulo, 1996; Reforma Agrária. O mito e a realidade, Artpress, São Paulo 2003.

Categoria: Dicembre 2014

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