Quid est veritas?

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Alcuni studiosi di questioni preistoriche ritengono di poter ricostruire, partendo da un semplice osso, lo scheletro di animali morti molti secoli fa. Non so se i tentativi di ricostruire i corpi degli animali antidiluviani, basan- dosi esclusivamente su un singolo osso, siano accettati dagli scienziati più attenti.


Tuttavia, siamo spesso tentati di imitare i ricercatori dei fenomeni preistorici nel campo psicologico. Spesso, infatti, siamo tentati di ricostruire un’intera mentalità basandoci semplicemente su una frase, su un detto.


Così, anche se non avessimo le narrazioni evangeliche a mostrarci in modo eloquente la sinuosità dell’intelligenza e del carattere di Ponzio Pilato, potremmo farci un’idea abbastanza solida della sua mentalità attraverso il suo immortale “Quid est veritas?”


Tralasciando l’aspetto religioso del dialogo tra Nostro Signore e Pilato, non possiamo non considerare la bellezza storica della scena narrata nei Vangeli.


Il dialogo tra il pretore romano e la vittima innocente della sua codardia rappresenta il dialogo tra un’epoca che tramontava tra gli ultimi barlumi di una civiltà decadente, e un’altra epoca che nasceva nel sangue e nell’apparente infamia della Croce, ma che, nel giro di pochi secoli, sarebbe sbocciata in una dolce alba di vittoria, portando agli uomini sconvolti il soave sollievo di una dottrina di salvezza.


Il pretore romano è descritto dal vivo da quel “Quid est veritas?” con cui voleva confondere Nostro Signore.


Il romano civilizzato, i cui sensi avevano goduto di tutte le delizie di una società che viveva per il piacere; il romano colto, la cui intelligenza inquieta aveva esaminato con entusiasmo tutti i sistemi filosofici che gli intellettuali mediocri esponevano nel mercato letterario di Roma, come stilisti che mostrano le ultime stoffe esotiche arrivate dall’Oriente; l’uomo sopraffatto dal piacere, incapace di liberarsi dalla sua sensualità, la cui personalità affondava in una grande marea di dottrine confuse e imperfette, nel rilassamento dei suoi sensi insoddisfatti; il povero romano, triste vittima della pestilenza di un’epoca prossima a morire, esala attraverso quel “Quid est veritas?” tutta l’amarezza di chi sente attorno a sé solo le rovine nate dalla follia della propria ragione e dei propri sensi.


E l’umile Nazareno, che aveva trascorso una vita di privazioni e abnegazione e che, giovane, bello e avvenente, sarebbe morto per mano dei suoi aguzzini, difendendo una Verità di cui si proclamava l’incarnazione, rappresenta esattamente il polo opposto.


È il magnifico contrasto tra l’abisso pieno di umidità, oscurità e freddo e l’altissima cima di una montagna piena di luce, armonia e bellezza.


Non vinse l’orgoglioso pretore. Lo scettico sibarita che, per metà ansioso e per metà convinto, sembrava aver cercato la verità inutilmente, fu sonoramente sconfitto dall’umile vittima, che irrigò le sue dottrine con il sangue e sostituì il sistema di dubbio e negazione di Pilato con un sistema di affermazione e costruzione che, per tanti secoli, l’umanità civile ha ammirato!


E la parola dello scettico pretore fu ricordata dalla Chiesa, per secoli interi, al popolo prostrato nelle cattedrali gotiche in occasione della Settimana Santa, come il grido della follia e della disperazione di una civiltà sul punto di sprofondare. Il “Quid est veritas?” di Pilato, pronunciato nell’agonia della civiltà romana, equivale al “Vicisti tandem, Galilaeu, vicisti”, che Giuliano l’Apostata lasciò in eredità al mondo quando morì, come ultimo sfogo di un cuore rivoltoso.


Sono entrambi grida di rivolta e di disperazione di fronte alla vittoria della Verità che stava per emergere.